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il romanzo di formazione nell'ottocento
Tipologia: Sintesi del corso
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Un’idea persistente in Germania è che il Bildungsroman sia tipicamente tedesco, e che si trovi come paradigma letterario dell’esperienza di formazione tedesca in Jean Paul (Flegeljahre), in Thomas Mann (Buddenbrooks o Doktor Faustus), o in Hermann (Siddharta). Il Bildungsroman certo nasce nella Germania della fine del Settecento, e il suo paradigma è Wilhelm Meisters Lehrjahre (1797) di Goethe. Siamo dopo la rivoluzione francese, e il romanzo di formazione è testimonianza dell’avvento del mondo borghese. Tuttavia, se non lo si concepisce solo negli stretti termini del modello di Goethe, il romanzo di formazione è un genere più antico. Occorrono comunque definizioni per arricchire i termini del discorso. Le definizioni nascono in area tedesca nell’Ottocento. Formazione in tedesco si dice Bildung , e romanzo di formazione si dice Bildungsroman. Bildung è il dare forma, plasmare, modellare, dare figura, e siccome das Bild equivale a immagine, fotografia, quadro, der Bildner è il creatore di immagini, mentre der Bildhauer è lo scultore, pertanto Bildung è anche costruire, formare, dare forma al carattere o coltivare lo spirito.
Il termine Bildungsroman si trova, per la prima volta, intorno al 1819-1820 in due conferenze di Karl von Morgenstern. Tuttavia, l’uso che in tedesco ancora si fa del termine Bildungsroman si deve probabilmente a Wilhelm Dilthey che, ne dà una definizione nel suo lavoro su Holderin, nel contesto di una storia del genere riallacciando l’Hyperion alla serie di romanzi tedeschi tutti connessi all’influsso di Rousseau. Dilthey distingue tra la formazione di sé dell’uomo attivo, il romanzo di formazione dell’artista e il romanzo di formazione della natura eroica. Su questa base, cioè che il tema del Bildungsroman sia la formazione, l’autoformazione dell’individuo, nella prospettiva dell’estetica di Hegel, dove per Hegel il romanzo è la moderna epopea borghese, perciò una delle collisioni più comuni e più adatte per il romanzo è il conflitto della poesia del cuore con la prosa contrastante dei rapporti e l’accidentalità delle circostanze esterne, diamo una prima classificazione dalla quale partire: a) il romanzo della formazione borghese (Goethe, Gli anni di noviziato); b) la formazione del poeta o dell’artista (Novalis, Heinrich von Ofterdingen); c) la formazione della natura eroica (Holderin, Hyperion). Aggiungiamo due categorie trasversali e cioè: d) il romanzo della via smarrita, del disinganno e dello smarrimento; e) la parodia o controcodificazione del genere ( Verbdildung ).
Occorre fare una prima distinzione tra Bildungsroman e romanzo pedagogico che ha come modello l’Emilio di Rousseau. Nell’opera di Rousseau si tratta di un’educazione, di una formazione del sé individuale, ma il romanzo pedagogico che delinea gli stadi di un’educazione ideale, spesso ha tendenze utopiche o traccia un percorso verso l’utopia e pertanto è spesso anche collettivo, come capita per esempio, con le ultime due parti del romanzo di Pestalozzi, Leonardo e Gertrude. Se nelle prime due parti del romanzo pedagogico di Pestalozzi si descrive una situazione di sfruttamento e di miseria, di seguito attraverso l’educazione del popolo contadino, le cose cambiano indirizzandosi verso una condizione ideale di giustizia sociale.
In questo tipo di pedagogische Roman , il protagonista è spesso il maestro, e ciò che è al centro dell’attenzione sono i dispositivi educativi, la messa a fuoco è sull’architettura del processo di formazione, colui che dà forma, costruisce, scolpisce nell’allievo, per stadi, e con sapienza, l’immagine ideale del proprio insegnamento di vita e virtù.
Nel Bildungsroman , invece, il protagonista è invariabilmente colui che costruisce la propria formazione attraverso l’esperienza delle cose e della vita, e il maestro, spesso maestre di sentimento e d’amore, fanno
da spalla ed esercitano la loro influenza formatrice, spesso alla libertà nel senso di realizzazione dell’individuo secondo la prospettiva di Hegel. La tensione alla libertà, o alla scoperta di un difficile equilibrio tra individuo e mondo sociale, come dice Hegel, definisce tutti gli stadi formativi verso la costruzione dell’individuo e dell’individualismo borghese, come compromesso tra prosa e poesia.
In ogni caso si tratta del romanzo di autoformazione e di autocostruzione dell’io (si tratta di Selbstbildungsroman ). Romanzi di Self-fashioning, per usare una definizione di Greenblatt che ci è utile poiché nel “darsi forma” Greenblatt identifica come uno dei motivi portanti della nuova cultura rinascimentale a partire dall’umanesimo fiorentino per approdare, con l’emergere della borghesia, a una serie di personaggi letterari che costruiscono la propria identità e il proprio senso di appartenenza o non appartenenza, attraverso l’esperienza, gli incontri, a volte con risvolti tragici, a volte con risvolti grotteschi.
A proposito della genealogia di questo genere tedesco, si dice che scaturisca dalle storie cavalleresche. Una sicura ascendenza genealogica pare essere il genere delle Confessioni (da Sant’Agostino, a Rousseau, a Ippolito Nievo) e dunque, il genere delle scritture autobiografiche che, in qualche modo, contengono sempre il romanzo della storia dell’Io proprio nei modi del romanzo di formazione. Dunque, vale la pena notare come il romanzo pedagogico, soprattutto individuale, abbia a che fare con la cultura aristocratica francese tra Sei e Settecento e come ciò serva a individuare un altro ramo genealogico del genere, quello dei trattati di istitutiones , gli specula principis e i manuali di formazione dell’uomo di corte e del gentiluomo.
Ci riferiamo alla discendenza del Fenelon de Les aventures de Telemaque , un’opera dedicata alla formazione del Delfino di Francia, in cui vengono esposte idee su di un governo illuminato del mondo, e si traccia però la storia di un’evoluzione spirituale, anche se nei termini convenzionali dell’ Institutio Principis.
Diversa è la prospettiva della Histoire comique de Francion di Charles Sorel. Abbiamo qui un romanzo di formazione a rovescio, un Verbildungsroman , che si articola sul crollo delle illusioni, e parla la lingua comica e satirica del disinganno, dell’impossibilità di realizzazione dell’individuo in un mondo indegno.
Un altro libro genealogicamente interessante è Voyage du juene Anarcharsis en Grece dell’ Abbé Barthelemy, che è più una raccolta di curiosità e descrizioni antiquarie, ma che contiene anche l’idea del viaggio come apprendimento, evoluzione dello spirito, come nel caso di Die Geschichte des Agathons di Wieland, uno speculum e un’institutio principis, tuttavia ad uso democratico poiché Agatone è destinato a diventare il capo di uno stato democratico, e tutta la sua formazione va in questo senso.
Infine, come controcodificazione, quella che si trova spesso nello sviluppo del Bildungsroman nelle sue versioni ironiche, non possiamo che citare Candide di Voltaire. Ma c’è un libro che ci fa percepire un altro tratto genealogico importante: Roman Comique di Scarron. Si tratta delle avventure picaresche di una troupe teatrale alquanto sgangherata.
Fin dal medioevo ci sono molti esempi di finzioni romanzesche che illustrano un percorso formativo di casta, e che spesso passa attraverso la guerra e l’amore. In genere si tratta di un giovane cavaliere che deve cercare, attraverso il mestiere delle armi, l’individuazione del proprio destino, della propria identità, la conferma della propria appartenenza, secondo un itinerarium presente in tutto il romanzo cavalleresco, e in cui attraverso l’erranza il giovane cavaliere trova la propria strada verso l’affinamento della virtù, per giungere spesso a un matrimonio fondativo di una dinastia. Questo romanzo della formazione eroica traccia una strada, spesso confusa, con la via verso la santità il cui esempio forse più ovvio è la biografia di Francesco d’Assisi di Bonaventura.
Se l’idea è quella di Hegel che il Bildungsroman debba contenere la maturazione di un consapevole individualismo borghese, e l’approdo dunque a un‘identità e al senso di appartenenza alla borghesia, pare che, il primo romanzo del genere sia La Vida de Lazarillo de Tormes y de sus fortunas y adversidades e che, dunque, in origine, il genere, di cui ci stiamo occupando sia più o meno connesso alla picaresca che, è all’origine del romanzo moderno, e non a caso appartiene al momento di formazione originaria e di presa di consapevolezza della classe media, in Inghilterra come in Spagna, nel secondo Cinquecento.
Nel Seicento tedesco, a partire esattamente da una rincoversione parodistica del romanzo cavalleresco, Grimmelshausen compone il Simplicius Simplicissimus che riprende dal Parzival di Wolfram von Eschenbach il topos dell’ingenuità di Perceval fanciullo che, nel vedere i cavalieri in vivaci colori e armature lucenti, in quella che Chretien definisce gaste foretz li prende per angeli, e individua così il proprio destino e la propria strada, poiché, in verità, sempre di questo si tratta, della strada da cercare verso la vita perfetta, o in una inesausta ricerca del principio misterioso simboleggiato nel Graal, trovato e non riconosciuto da Perceval, dunque anche lui perduto in un’erranza senza fine. In Grimmelshausen, Simplicius, prende invece i cavalieri per lupi, animali selvaggi e pericolosi e da quel momento prende il via il suo itinerario esperienziale, e di formazione, per rinchiudersi in cerchio: Simplicius trova rifugio dagli orrori del mondo e della guerra nella foresta presso un eremita che gli impartisce l’educazione cristiana alla vita contemplativa e al disprezzo del mondo. Morto l’eremita Simplicius si immerge nel mondo e nella guerra facendosi soldato. Solo alla fine Simplicius scopre che l’eremita era il suo vero padre, un nobile cavaliere che aveva abbandonato il mondo, stanco della ferocia e della volgarità del mondo, sicchè alla fine del suo itinerario Simplicius non ha imparato nulla se non la malvagità del mondo che, alla fine, egli abbandona.
Nel Settecento inglese, nel momento in cui nasce il grande romanzo borghese, la matrice picaresca rimane assai importante e si danno così alcuni romanzi di formazione che tracciano quel percorso di mobilità sull’asse sociale che è così caratteristico del romanzo di formazione, tra aristocrazia, borghesia, proletariato. Questo tipo di movimento, presente nei romanzi di Defoe, Richardson o Fielding, viene esemplificato in A Tale of Two Cities di Dickens. Nel grande romanzo storico della piccola borghesia sulla rivoluzione francese. Da una parte Charles Evremond, grande aristocratico, sceglie la popolarità borghese, la vita borghese, e dunque si muove verso il basso sull’asse sociale rinunciando al suo status, e abbracciando dunque la nuova ideologia, dall’altra parte Sidney Carton, il suo sosia, ha evidenti tratti aristocratici, e muore al suo posto, come aristocratico appunto, sulla ghigliottina, per un sacrificio d’amore. Lo schema simbolico è semplice: la fine dell’aristocrazia dà spazio evidentemente alla borghesia, la quale assume come tratti salienti della Bildung, dell’educazione, del self-fashioning, quegli stessi tratti aristocratici.
Ma, in Dickens, la questione dell’ascesa sociale, della costruzione di sé come gentleman, di una costruzione vanificata, l’abbiamo con la storia di Pip in Great Expectations. Ma Pip rimane a metà strada, smarrito, non potrà diventare gentiluomo, il suo percorso di emancipazione e passaggio di classe non si compie, sicchè Pip rimane come in una sorta di mostro sociale in una metamorfosi che non si compie, non può essere gentiluomo, ma non potrà più nemmeno essere proletario. Il disinganno, tuttavia, le grandi attese deluse si risolvono con l’adattamento alla prosa del mondo. Pip rimasto pieno di debiti, si trova un impiego e, attraverso il lavoro, riesce a farsi una modesta posizione, sicchè il romanzo del disinganno, si risolve nel romanzo borghese di un per quanto triste adattamento al mondo.
La definizione di un paradigma del Bildungsroman come tragitto d’unione di borghesia e aristocrazia, sancito da un matrimonio, deve essere corretto anche alla luce della forte complicazione di un tratto che si trova in tutto l’Ottocento e che si esemplifica nella paura borghese della perdita di status e dunque di identità, con la caduta nell’inferno della miseria, in cui si compie un itinerario picaresco che, con molti indugi e ricadute, dal basso sale verso l’alto corpo sociale, la borghesia, o precipita verso il basso per poi
risalire verso il lieto fine e portare, o riportare il soggetto, magari attraverso il disinganno, al posto che per nascita gli compete, o al quale comunque ambisce.
La discendenza della picaresca nel romanzo borghese in Inghilterra è davvero vasta, ma citiamo solo Le avventure di Moll Flanders di Daniel Defoe, e La storia di Tom Jones , trovatello di Henry Fielding. Il percorso di Moll Flanders, prevede la formazione di una trovatella, di una figlia di nessuno, che attraversa il mondo della miseria, della fame, degli espedienti per sopravvivere, facendosi ladra e prostituta per approdare infine alla vita media, rispettabile e borghese. Defoe scrive anche altri romanzi che compiono un identico o almeno simile tragitto: Colonel Jack è la storia di un altro trovatello che compie la sua Bildung tra altri ragazzi di strada e trovatelli, per farsi tagliaborse e ladro, probabilmente Dickens se ne servì per il suo Oliver Twist , e quindi soldato, essere ridotto in schiavitù liberarsene, arricchire e approdare alla dimensione media, borghese.
Questi romanzi possono far pensare a un’ulteriore sotto classificazione, non al Bildungsroman, ma al Verbildungsroman , non un romanzo di formazione, ma in controcodificazione, qualche volta satirica, spesso grottesca, un romanzo di malformazione, o di deformazione, non un romanzo educativo, ma diseducativo. Ma questa prospettiva sarebbe sfalsata: più semplicemente e materialmente, si tratta di romanzi di formazione dell’Io alla sopravvivenza in un ambiente sociale crudele, duro, violento, ingiusto, feroce, dal cuore duro, come è quello che si annuncia nel contesto della città della prima modernità, e che si svilupperà pienamente, con finali tragici o felici, nell’Ottocento vittoriano. In questi romanzi non parrebbe esserci l’evoluzione dello spirito, che è prevista nella formula del Bildungsroman, ma solo l’evoluzione di un’esperienza cinica del mondo, ma anche questo non è del tutto vero: molto alla maniera calvinista, il tragitto solitamente porta non solo all’approdo al benessere borghese ma anche, di conseguenza, al pentimento, e alla conversione religiosa, insomma Dio, in questi romanzi, è sostanzialmente un’istanza borghese.
In ogni caso Lazarillo , attraverso il Tom Jones di Fielding, è una presenza trasparente in David Copperfield o in Oliver Twist di Dickens, così come nel Pinocchio di Collodi, che sono gli esempi classicissimi del romanzo di formazione borghese. Né in Dickens, né in Collodi, si traccia il passaggio tra borghesia e aristocrazia, né si consuma un matrimonio tra le due classi. Più spesso il passaggio è invece dal mondo basso in cui ci si trova a nascere, o dall’underworld picaresco, in cui si cade per i colpi della fortuna, al rispettabile mondo borghese.
Nel Settecento, prima della grande rivoluzione, la struttura della Bildung è presente anche in un romanzo aristocratico e libertino come Les egarements du coeur et de l’esprit. Il romanzo di Crebillon fils è un esempio di formazione di uomo onesto, e proprio nel senso di affermazione del proprio piacere, attraverso cui si dà il dominio sull’altro, attraverso la dissimulazione, nel mondo degli intrighi aristocratici. Certamente, di contro, nel senso picaresco, la struttura della Bildung o della Verbildung, è presente ne L’Histoire du Chevalier des Grieux et de Manon Lescaut di Prevost. Il cavaliere, per passione, si precipita con Manon nel basso sociale e attraversa l’underworld, come nella classica picaresca cittadina. La coppia sopravvive di espedienti, e in fondo la giovinezza, l’innocenza, la passione autentica sopravvivono agli inganni, le truffe, i tradimenti. Il cavaliere per amore di Manon accetta di salire sulla carretta dell’infamia e seguire Manon condannata per prostituzione alla deportazione in Louisiana. Alla fine il Cavaliere spezzerà la spada scavando la fossa in cui seppellire l’amata morta, rinunciando così, proprio alla morte di le, alla propria identità cavalleresca, per modarsi a un piccolo impiego, sicchè, da aristocratico e cavaliere, si farà evidentemente buon borghese, si arrenderà alle forze sociali, e sostituirà il vecchio codice d’amore e guerra, con il nuovo codice minimo della quieta vita borghese a cui approda dopo la tempesta della passione, e il disinganno, lo smarrimento. Significativamente il cavaliere viene accusato di avere ucciso Manon e se la cava solo perché viene graziato, ma viene colpito da una violenta febbre che lo tiene a letto per tre mesi. Egli invoca la morte, rifiuta di guarire, ma alla fine viene ridotto alla ragione.
deciso. Così è evidente che proprio nella figura della Società della Torre e della sua biblioteca dei destini sta l’evidente connessione con la teleologia borghese e con una filosofia della storia che, trasportata attraverso la metanarrazione, pare indicare se non una metafisica, una trascendenza pratica, storica comunque disponendosi nella prospettiva di emancipazione del grand recit borghese.
Ciò che si intende dire è che la poetica esistenziale pre-scritta non è solo la Bildung individuale, ma il compiersi del destino individuale nel destino storico, come emblema del destino storico della borghesia, e contiene pertanto la teoria stessa del romanzo come grand recit, come Master fiction della libertà appresa percorrendo quella che War Sagmo definisce la “ Weg zur Erkenntnis ”, un itinerario che si fa interamente attraverso le donne del romanzo, che dunque acquistano anche esse statuto simbolico come successivi stadi della Bildung intesa come itinerario di emancipazione, in realtà sempre negato nel principio che la storia si dà come già scritta, come pre-scritta, per l’appunto.
Robert Carlyle, introducendo la sua traduzione del romanzo di Goethe, lo vedeva già nella prospettiva di Hegel e poi di Marcuse come paradigma del romanzo dell’artista che, attraverso l’apprendistato teatrale, il gioco, si addestra nella comprensione del vivere la vita come opera d’arte secondo le antiche modalità e gli stadi successivi di conoscenza di sé. In questa chiave si tratta di capire come l’arciromanzo goethiano sia il compimento romantico dell’idea che l’arte vera è quella di vivere secondo una poetica romantica, anche se, in parte questo assunto è negato nel compromesso con il mondo borghese della prosa. Questa osservazione introduce altre due categorie, e cioè il romanzo dell’evoluzione spirituale (l’ Entwicklungsroman ) e il romanzo dell’artista o dell’educazione dell’artista (il Kunstlerroman ).
Il romanzo dell’evoluzione spirituale è un percorso obbligato e nell’itinerario di formazione e autoformazione dell’artista assume rilevanza come tragitto di acquisizione di consapevolezza. Esempi importanti sono l’ Heinrich Von Ofterdingen di Novalis (questo è un esempio di romanzo di formazione dell’artista) e l’ Hyperion di Holderin (questo è un esempio di romanzo dell’esperienza che prende forma come arte di vivere).
Nel romanzo poetico di Holderin, il giovane Iperione, attraverso l’amore e la guerra, trova la propria identità e consapevolezza e senso di appartenenza solo in un atroce disinganno. Egli abbandona Diotima, la maestra d’amore, ed ella ne muore. Non rimane, alla fine, a Iperione che il rimorso atroce per l’abbandono, e l’indifferenza, anzi l’avversione per il mondo, per le cui strade egli si è smarrito, sicchè può trovare l’unico rifugio nella natura come ultima speranza.
Anche nella scrittura dell’ Hyperion quell’abbandono, quel rimorso, quella colpa che apre gli occhi su di sé e dunque sul mondo pare essere la condizione del fare artistico. Ma, di solito, quando si parla di questo romanzo se ne parla non come di un romanzo di formazione, né come di un romanzo dell’artista mentre per noi è entrambe le cose, con il farsi tabula rasa delle cose e dunque trovare la possibilità, nella contemplazione desolata del vero, di ripartire, di ritrovare nella contemplazione della natura, nella visione del conciliarsi degli opposti, una chiave di comprensione altrimenti negata. E questa comprensione che scaturisce dal disinganno, e dalla fine della giovinezza, è dunque la radicale condizione dell’arte non come simulazione della vita, ma come costruzione della vita nell’intensità e nell’autenticità del sentire, come poesia e musica del tempo e dell’esistere nel tempo.
Lo Heinrich Von Ofterdingen di Novalis è un’opera incompiuta romantica: ma, spesso il romanzo dell’evoluzione spirituale lo è, per l’ovvia ragione che solo con la morte finisce, l’esperienza o l’evoluzione, o l’involuzione spirituale. Siamo qui in un altro tipo della nostra classificazione, al quale in genere appartiene il romanzo dell’artista, e cioè il romanzo delle trasformazioni ( il Wandlungensroman ), che pone l’accento sulle trasformazioni del soggetto, più che sulla perfezione dell’itinerario.
Nel caso del romanzo di Novalis, trattandosi di un’opera non finita, si propenderebbe per il compiersi, temporaneo, del processo di trasformazione dello spirito, in attesa di altra evoluzione del processo di formazione attraverso cui l’artista crea l’opera, e dà anche forma alla propria vita, perché infine questo è il punto importante: l’imparare a vivere la vita come opera interrotta solo dalla morte che pone fine al ciclo delle trasformazioni dello spirito. Il romanzo di Novalis prende forma a partire da un sogno del fiore azzurro che Enrico fa nella casa paterna, e che sta ad indicare la poesia pura, e anche, di conseguenza il vivere la vita come farsi, costruirsi, come poesia che si protende verso l’utopia il non luogo dell’opera perfetta, nell’apprendimento sempre incompiuto, attraverso la lingua dell’infelicità, spesso, della lingua perfetta. Il romanzo avrebbe dovuto compiere un tragitto di ritorno a sé, e concludersi con la “raccolta” del sogno, e cioè del fiore azzurro, quel sogno dell’incipit, in cui per l’artista in un’immagine si rapprende il senso della vita che verrà, e che rappresenta la vita perfetta, e la purissima poesia infine conquistata attraverso il ripiegamento della scrittura e del soggetto su di sé alla ricerca della propria origine, e della condizione prima del fare artistico.
Giungiamo ora al momento cruciale, il 1789, è un riferimento al tempo stesso utile e inevitabile ma anche fuorviante: è utile perché identifica una faglia importante, che definisce un paradigma, che però rischia di divenire totalizzante e al quale a forza si devono adattare gli esempi che però spesso danno modelli di Bildung rovesciata, che si chiudono nello smarrimento, nel disinganno, o che con l’aristocrazia non hanno nulla a che fare, ma che illustrano il tragitto che porta faticosamente dall’inferno del sottoproletariato urbano al paradiso piccolo borghese, spesso un itinerario smarrito, fallito nella Verbildung. Se all’inizio il problema pare essere quello romantico del rapporto tra prosa e poesia, e la formazione di sé come artista del vivere, in senso classico o romantico a seconda delle poetiche e delle poetiche dell’esistere, nel romanzo borghese dell’Ottocento, non solo in Francia, il romanzo di formazione diventa soprattutto un romanzo delle ambizioni materiali e della promozione sociale. La storia di Julien Sorel in Le Rouge et le Noir di Stendhal è di questo tipo. Julien tenta di costruirsi, dopo la rivoluzione e le guerre napoleoniche, durante la restaurazione, ma prende la propria costruzione di sé solo come costruzione di una carriera, militare o ecclesiastica, e usa le donne, l’amore per riuscire ad ottenere quello che vuole e che alla fine gli sfugge. La sua è una Verbildung, senza una vera evoluzione spirituale, una deformazione, che lo condurrà alla ghigliottina, proprio perché la sua costruzione di sé passa attraverso, e sopra gli altri. Né si può dire che la formazione di Julien giunge alla consapevolezza di sé attraverso il rimorso e il pentimento, poiché Julien è determinato dalla sua stessa storia, dalla sua condizione di partenza, e da una forma di pratica trascendenza, a fare tutto quello che fa.
Bel Ami di Maupassant, con caratteri più grotteschi, satirici, vede la questione della Bildung come una questione del tutto superficiale e concreta, materiale, di carriera, il farsi avanti nel mondo. Non c’è in questi esempi nulla dell’affinamento spirituale che, dovrebbe trovarsi nel romanzo dell’evoluzione spirituale, ma solo del successo materiale, attraverso e sopra gli altri.
Moretti nota come la gioventù aspiri solo a essere se stessa e dunque a conservarsi in quanto gioventù ed allora del romanzo di formazione non c’è davvero più bisogno. In realtà si tratta di una possibile variante già presente nel periodo romantico. Si pensi a Jean Paul Richter, al trittico composto da Hesperus , Titan e Flegeljahre dove, i suoi protagonisti piacciono all’autore così come sono, gli piace la loro giovinezza, che dunque non può, e non deve proprio maturare. Il problema in questo tipo di Verbildung, di negazione del processo formativo, è che la gioventù con tutto il suo fascino e la sua passione si fissa sulla pagina e non può essere superata dal punto di vista dell’estetica romantica di Jean Paul, e dunque l’evoluzione non si dà affatto. Ecco, pare che, da questo punto di vista della necessità di superamento di un blocco evolutivo, il Bildungsroman più compiuto, e perfetto, sia Le avventure di Pinocchio. Tutto l’itinerario di Bildung descritto è come un sogno , alla fine del quale, Pinocchio si ritrova ragazzo in carne ed ossa, e bravo ragazzo borghese, e il burattino invece, gettato da un canto, come un abito smesso. E’ come se tutto fosse un sogno, il sogno di un’infanzia, forse anche di un’adolescenza protratta e protetta dalla misteriosa fatina dai
L’ultimo esempio di Verbildung e di smarrimento è Con gli occhi chiusi. Anche il romanzo di Tozzi è, in un certo senso, pinocchiesco, con un ragazzino, Pietro Rosi, che deve aprire gli occhi alla vita e, una volta aperti gli occhi, non tanto sarà riuscito a conquistare identità e senso di appartenenza, ma si troverà in una radicale disappartenenza, privato del suo mondo, perduto il mondo, in una dimensione in cui egli certo non sa più chi egli sia, scoprendo di non averlo mai veramente saputo. Anche lui alla fine risvegliato, e risvegliato proprio dalla Ghisola che egli da sempre ama senza sapere chi ella sia, e sia divenuta. Sarà Ghisola, la maestra d’amore e di vita, per così dire, alla fine ad aprirgli gli occhi, mostrandogli che il paese dei balocchi, per così dire, il mondo dell’infanzia in cui Pietro rimane a lungo bloccato, asserragliato, è ormai definitivamente perduto.
La figura di chiusura più appropriata di tutto questo discorso è quella che chiude The Portrait of the Artist as a Young Man di Joyce, Stephen Dedalus, nel suo percorso attraverso l’infanzia e l’adolescenza ha scoperto di non essere come gli altri, egli non gioca al pallone, sta ai margini del campo nella partita della vita, e deve subire scherzi e angherie, non sa difendersi, e deve imparare a farlo, con i suoi modi: la sua vista corta che molto gli toglie dall’esterno, gli dà però una più acuta percezione della sua interiorità, e ciò si risolve nella ricerca della bellezza e della lingua della bellezza, che è esattamente ciò verso cui utopicamente sempre si protende il romanzo dell’educazione dell’artista o del poeta, la sua stessa estetica e poetica dell’esistere sono protese a questo, alla parola inaudita e perfetta. Fin da bimbo, gli occhiali, il non vedere, il vedere il proprio mondo interiore, l’essere messi da parte, o l’appartarsi, sono la condizione della ricerca, la ragione della direzione che essa prende, come ricerca d’esilio, in esilio, e la lingua stessa che egli usa è la lingua d’esilio e lingua esiliante al tempo stesso. Stephen si evolve attraverso il simbolismo per approdare, ironicamente, attraverso l’ironia, alla formulazione finale della sua metamorfosi: silenzio, astuzia, esilio sono dunque i suoi principi, di vita e du poesia. E pare proprio che in fondo in quella chiusa del romanzo di Joyce stia la chiave del tipo di smarrimento che spesso si trova nel romanzo di formazione del secolo scorso, ma anche più spesso, nelle tristi esperienze narrate nei romanzi infantili della fine dell’Ottocento, dal Piccolo Trott , a Poil de Carotte di Jules Renard, il cui protagonista è un ragazzo, un bambino non amato dalla madre, né dai fratelli, in una solitudine, un gelo atrocissimo, nel quale matura una capacità di difesa per giungere al disinganno che sigla spesso le storie di Bildung, o Verbildung del Novecento, le tristi adolescenze narrate da Moravia in Agostino , da Saba in Ernesto , dalla Morante ne L’Isola di Arturo. Poiché a noi non pare vero che il romanzo di formazione si esaurisca con la belle époque, tra il Conrad di Youth e il Ritratto dell’artista joyciano, e prima ancora, nel 1914, in esatta coincidenza con lo scoppio della prima guerra mondiale, poiché come si è visto, il genere trova nei narratori della prima guerra mondiale, un nuovo vigore, e ancora, evidentemente, nella seconda metà del Novecento, anche se, certo, non più con le caratteristiche, e le problematiche della fine Sette e di tutto l’Ottocento.
Il romanzo di formazione è ancora con noi, magari come Verbildung, come impossibilità.
Oltre a quelli citati, c’è un altro romanzo che è il Tamburo di latta di Gunther Grass che racconta di un nano, o di un bambino, Oskar Matzerath che a tre anni decide di non crescere più, e che darà voce alla propria protesta contro il mondo violento, feroce, crudele, spietato battendo sul suo tamburo di latta. Certo è la parodia del Bildungsroman è il Verbildungsroman, un romanzo diseducativo, diseducativo nei confronti della soggezione al potere, dell’adeguarsi alla società, dell’adeguarsi al vecchio e persistente modello borghese. E potremmo ricordare anche il Calvino del Barone rampante che racconta un rifiuto della Bildung, o una diversa concezione della stessa come conformarsi, non voler prendere forma per pressione esterna, per così dire, e dunque ribellione alla Bildung come dispositivo di potere. Il barone rampante è un romanzo di Verbildung, ed è la controcodificazione, il non conformarsi, per l’appunto al destino prescritto nella biblioteca del castello di Lotario. Ma così, il problema viene ugualmente posto, e viene delineata una diversa Bildung, ribelle ai dispositivi di potere che non tanto formano ma conformano, e sono lo stampo
precostituito di una forma alienata che distorce, deforma, ciò che si potrebbe divenire, sicchè in questa chiave di rovesciamento è la vecchia Bildung a essere chiaramente intesa come Verbildung, come male educazione, come deformazione e alienazione. Il romanzo di formazione non è finto, anzi la sensibilità che esso testimonia, l’esigenza alla quale esso risponde è traslata alla fiction televisiva o al cinema, ricordiamo per esempio Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore e La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, o pensiamo ancora a Quando sei nato non ti puoi nascondere sempre di Giordana che è la storia di un ragazzino bresciano, famiglia di imprenditori, che durante una gita in barca nel Mediterraneo, cade fuori bordo e viene ripescato proprio prima di annegare, da una carretta del mare che porta in Italia dei migranti clandestini. Come nella più ovvia delle storie di formazione borghese dell’Ottocento si attua dunque il passaggio attraverso lo underworld che però non restituisce Sandro al suo luogo, alla sua famiglia, alla sua identità. Questo certo avviene, ma non nella mente di Sandro, il quale alla fine si accorge che i due ragazzi con cui ha fatto amicizia, un fratello, Radu, e una sorella, Alina, non sono fratello e sorella, ma sono amanti, e Radu fa prostituire Alina ne è il lenone, certo per ragione di sopravvivenza. Il film si chiude con Sandro che va a cercare Alina, della quale è evidentemente innamorato, e la trova in uno dei luoghi di raccolta di clandestini, e scopre la verità, gli si aprono gli occhi. Una verità che produce un altro effetto di smarrimento, e di perdita. Sandro, per così dire, rimarrà a galleggiare sul mare del suo smarrimento, del suo spaesamento, di una perdita di identità, e di senso, maturata attraverso la conoscenza delle cose e dell’altro, ma una conoscenza amara e disillusa, dalla quale non sai quale altra strada di consapevolezza si possa aprire. Sandro comunque perde il tipo di identità prevista dal dispositivo formativo borghese, e la sua unica identità, e la affermazione di appartenenza, alla fine del tragitto, sarà l’implicita negazione della sua appartenenza borghese, e l’appartenenza invece allo spaesamento.
Prima di rispondere al quesito se esista un romanzo di formazione nell’Italia dell’Ottocento, è inevitabile cercare di intendersi su che cosa possa esser considerato romanzo di formazione. Allora, come per ogni definizione di un genere, cominciano le difficoltà. E’ inaccettabile misurare una definizione su un modello preciso, sia pur un classico illustre e autorevole come i Lehrjahre di Goethe, individuando magari i temi distintivi di ogni possibile romanzo di formazione nel superamento del conflitto tra autodeterminazione e socializzazione, che trovano al punto di incontro dei loro percorsi la “maturità”, o la “riconciliazione dell’individuo problematico, guidato dall’ideale interiormente vissuto, con la concreta realtà sociale”, la “mediazione tra un idealismo astratto, tutto teso verso l’azione, e un romanticismo tutto risolto nella tensione contemplativa”.
Semmai queste definizioni verranno ottimamente per quel singolo romanzo di formazione, ma estrapolarle come definizione generale e onnicomprensiva di un genere sarebbe un’operazione indebitamente costrittiva, che annullerebbe la varietà multiforme delle manifestazioni fenomeniche, ciascuna delle quali possiede una sua peculiare fisionomia, legata a numerosi fattori contestuali, che vanno dalla situazione storica, politica e culturale, alla cultura personale dell’autore, alla sua visione del mondo, e così via. La realtà concreta è sempre infinitamente più varia di ogni codificazione. Se si determina a priori un modello teorico, avviene poi inevitabilmente che, esplorando gli oggetti concreti, si scopre che essi presentano varianti più o meno consistenti, ma comunque decisive ai fini del senso, per cui si è indotti a concludere che quel modello serve poco per una loro effettiva, approfondita comprensione.
Non resta allora che muoversi alla ricerca di una eventuale Bildungsroman italiano del XIX secolo sulla base di una definizione che sia la più ampia, generica e aperta possibile, stabilendo dei confini che da un lato, delimitino un campo all’interno dell’intera produzione narrativa dell’epoca, ma dall’altro siano tanto estesi da esser capaci di comprendere in sé il maggior numero di manifestazioni particolari legate da un nucleo tematico comune: alla ricerca di narrazioni in cui un giovane, partendo da una condizione iniziale di
L’operaio Renzo, filatore di seta, è un giovane pieno di buone qualità, ma è insidiato da una componente ribelle della sua personalità, dall’illusoria convinzione che l’oppresso abbia non solo il diritto ma anche la reale possibilità, con la sua azione, di ottenere giustizia, e questo lo conduce a correre gravi pericoli nella sua prima avventura nella Milano in preda alla sommossa. E’ questa la prima prova fondamentale del suo percorso di formazione: dalle sue amare esperienze impara a rinunciare ad ogni agonismo, ad abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio. Conquista che viene confermata dalla seconda prova, vissuta attraversando il flagello della peste, di fronte al cui orrore, con l’aiuto illuminante dell’Aiutante fra Cristoforo, impara che solo Dio giudica e non è giudicato, che Lui solo può fare giustizia, e in tal modo si purifica da ogni residuo di rabbia e di agonismo violento nei confronti dell’Antagonista. Alla fine del suo travagliato percorso Renzo coincide esemplarmente con l’immagine del popolo laborioso e paziente, fiducioso nell’aiuto dell’ “unico amico de’ tribolati”, che è prevista dal progetto manzoniano. C’è in Renzo un’ostinazione critica verso il mondo com’è, che deve giungere alla fine ad un adattamento alla realtà data, inserito in un’idea di armonia sociale: è questo un altro punto di contatto del “romanzo di formazione” manzoniano con l’archetipo goethiano del Bildungsroman.
Resiste ancora nel giovane, la convinzione di essere ormai in grado di “governarsi meglio in avvenire” grazie all’esperienza, di poter così evitare i “guai”, convinzione che rivela in lui un residuo di fiducia nella “virtù” dell’uomo, nella possibilità da parte sua di controllare il reale e di porre riparo ai colpi di “fortuna”; ma anche questa imperfezione è superata con l’aiuto di Lucia, che lo aiuta a concludere che i “guai” vengono anche “senza colpa”, che nemmeno la vita “più cauta e innocente” può erigere un riparo contro di essi, e solo la “fiducia in Dio” li può addolcire e rendere “utili per una vita migliore”. Quella di Renzo è la formazione del proletario, funzionale ad un progetto globale di società. Ma non bisogna trascurare il fatto che l’approdo di Renzo è anche un’ascesa sociale, dalla condizione di operaio salariato a quella di imprenditore indipendente (oltre alla promozione culturale: Renzo farà studiare i figli, perché non siano indifesi come lui dinanzi alle insidie della cultura delle classi dominanti). La Bildung di Renzo, presenta anche, la formazione del futuro borghese, con le sue virtù di intraprendenza e di accorto calcolo nel promuovere l’iniziativa economica, per di più in un campo, quello dell’industria, destinato a costituire il nucleo della modernità. Anche questa visuale prospettica sulla futura borghesia fa parte del “progetto” consegnato da Manzoni alla nascente società italiana col suo romanzo. Però in questa conclusione si può scorgere una contraddizione: se da un lato Manzoni, cristianamente, fa abbandonare al suo eroe ogni superbia laica, tipica dell’universo mentale della borghesia moderna, fiduciosa nella forza demiurgica dell’uomo, dall’altro lato celebra proprio le forze creative dell’iniziativa individuale borghese. Un percorso di formazione nei Promessi sposi coinvolge anche Lucia. E’ un percorso che riguarda anche Renzo, ma il limite iniziale di Lucia è che è prigioniera di una visione essenzialmente idilliaca della realtà, poiché, prima di essere colpita dal trauma della sventura, proietta nella ristretta cerchia della sua vita quotidiana, segnata dallo spazio, della chiesa e del villaggio. Con la visione idilliaca si fonde una concezione eudemonistica della Provvidenza, la convinzione che Dio preservi sempre gli innocenti dal male, guidandoli infallibilmente a buon fine. C’è per lei, quindi, il rischio di un “riposo morale”, da Manzoni deprecato. La quotidianità, nel suo fluire tranquillo, normale e banale, non è un valore agli occhi di Manzoni, né sul piano etico né su quello artistico: la sola vicenda privata di Renzo e Lucia, la loro eventuale vita quieta e senza scosse nella cornice del villaggio, sarebbe insignificante, priva di ogni interesse, quindi essa deve essere problematizzata dall’irruzione della storia, affinché i personaggi siano strappati dalla loro coscienza idillica e dal loro “riposo morale”, e in tal modo la loro esistenza divenga degna di essere fatta oggetto di rappresentazione letteraria. E’ questo il punto in cui vengono a convergere i due generi, romanzo di formazione e romanzo storico. Attraverso la sua esplorazione del negativo del mondo Lucia impara che Dio può sconvolgere la serenità degli innocenti, e che proprio la sventura è provvidenziale perché “utile per una vita migliore”. Questa acquista coscienza della reale tragicità del vivere conferisce così alle virtù innate dell’eroina fondamenti più profondi e più matura consapevolezza.
Le confessioni di un Italiano hanno come protagonista un uomo comune, e anche nel romanzo di Nievo la realtà quotidiana diviene degna di essere assunta a oggetto di rappresentazione letteraria solo se è proiettata sul più vasto scenario della storia e da essa acquista senso. Ma se il percorso di Renzo approda a una rinuncia all’azione diretta nella sfera della storia e viene a chiudersi nei limiti esclusivi dell’esistenza
privata, sia pur riscattata dalle angustie della quiete idillica, lasciando spazio solo all’azione nella sfera dell’intraprendenza economica, il percorso di formazione di Carlo Altoviti è più tortuoso, meno lineare. Innanzitutto è più problematica la collocazione sociale dell’eroe. Se Renzo è un operaio che alla fine conquista una promozione sociale, Carlino attraversa, tutti gli strati della società: la sua condizione iniziale di orfano abbandonato e raccolto per carità dai parenti, che lo trattano come un servo, lo colloca all’ultimo gradino della scala sociale, poi l’eroe, grazie agli studi, riesce gradualmente ad elevarsi alla funzione di cancelliere, per poi arrivare di colpo, in seguito a una romanzesca agnizione, alla condizione aristocratica, sino a sedere nel Maggior Consiglio. Ma con la fine della repubblica di Venezia la sua figura acquista tratti più decisamente borghesi, con la sua carica di intendente delle finanze della Repubblica italiana, tratti confermati infine dall’approdo alla condizione di commerciante e uomo d’affari. Guardando al punto di partenza la formazione di Carlino appare dunque come conquista di una solida figura sociale, e guardando al punto d’arrivo risulta sostanzialmente come la formazione di un borghese. Ciò che caratterizza il percorso di Carlino è il perpetuo conflitto tra privato e pubblico, l’intersecarsi continuo tra educazione sentimentale e educazione politica. L’amore per Pisana, se è fondamentale per la maturazione psicologica dell’uomo, distoglie sistematicamente l’eroe dai suoi doveri pubblici, o perché è concentrato tutto nelle sue pene o perché è inebriato dalla felicità della passione appagata. Solo il sublime sacrificio finale di Pisana, che la trasforma quasi in una santa, avrà sull’eroe una funzione catartica, contribuendo a dargli serietà e fermezza virile. Un momento fondamentale della formazione giovanile dell’eroe nasce proprio dalla sua disperazione per le infedeltà di Pisana, che lo portano quasi sulla soglia della morte. Lo salva la presenza ideale di una “guida”, il vecchio Martino, che nei suoi confronti ha sempre svolto una funzione paterna, e che ora dopo la morte con le sagge parole del suo testamento spirituale lo spinge a prendere coscienza dei propri doveri. Si tratta di una vera e propria prova di iniziazione che consiste in una morte simbolica e in una rinascita a nuova vita. Dopo di che l’eroe è sottoposto a un’altra prova decisiva, viene conteso tra un principio del male, il subdolo gesuita padre Pendola, e un principio del bene, il giovane giacobino Amilcare Dossi: novello Ercole al bivio, l’eroe deve scegliere tra reazione clericale e laico progressismo democratico, e sceglie correttamente la seconda via. E’ il momento davvero decisivo della sua formazione, che segnerà tutta la sua vita successiva. Carlino alternerà fasi di idealismo politico astratto, quasi fanatico, e fasi di saggio moderatismo, ma la sua scelta patriottica non avrà mai deviazioni. In questo si manifesta l’intento pedagogico e civile che è proprio delle Confessioni, e che più in generale è un aspetto strettamente legato al racconto di formazione in positivo. Il percorso conoscerà da parte di Carlino momenti di disimpegno, di vera e propria fuga dalla storia e di chiusura esclusiva nel privato, come il periodo di amori smemorati con Pisana durante l’agonia della repubblica veneta o quello trascorso con la famiglia negli anni inerti della Restaurazione, più volte poi, in varie età della vita, Carlino abbandonerà il grande mondo dove pulsa la storia per tornare nel piccolo mondo di Fratta, ma nei momenti decisivi della storia nazionale sarà sempre presente, nella Repubblica Partenopea nel ’99, nel ’21, persino, ormai vecchio, nel ’48. Negli ultimi anni, non potendo sostenere personalmente l’impegno della lotta politica, lo delegherà ai propri figli. Il suo approdo sarà una vecchiaia patriarcale, in seno alla famiglia, confortata dalla sicurezza della propria coscienza e dalla prospettiva del prossimo riscatto nazionale. La conclusione si salda così circolarmente con l’inizio: “Io nacqui veneziano… e morrò per la grazia di Dio italiano…”. Le Confessioni si offrono dunque come il tipico romanzo di formazione italiano, narrando una Bildung individuale che racchiude in sé il senso di processo storico. Il romanzo di formazione italiano preunitario prende fortemente l’impronta dal contesto storico in cui nasce, la rivoluzione nazionale, e non può che essere rappresentazione della formazione della coscienza di un cittadino e di un patriota.
Non sarà un caso, invece, che nell’età postunitaria, esauritasi la spinta della rivoluzione nazionale, i romanzi in cui sia chiaramente ravvisabile un percorso di formazione in positivo siano opere rivolte all’infanzia, quindi programmaticamente destiate a uno scopo didattico ed educativo, formare il cittadino del nuovo Stato: Pinocchio , in cui l’essere informe e subumano, attraverso un accidentato percorso di prove, accompagnato da Aiutanti e Oppositori, impara a diventare un ragazzo per bene, con un modesto seppur decisivo salto di classe. La critica ha costantemente sottolineato, che la simpatia dell’autore va all’impertinente scavezzacollo, all’irregolare, al ribelle e fa riflettere il fatto che nel primo Pinocchio , sul
Si uccide anche l’eroe della Vita di Alberto Pisani di Dossi, dopo aver inseguito romanticamente la realizzazione di un ideale artistico e amoroso. Però qui la negatività dell’esito del percorso di formazione del giovane è come duplicata e potenziata dalla curiosa conclusione: Alberto trafuga il cadavere dell’amata morta e, vedendo la donna rivivere miracolosamente, al pensiero che rivivrà per un altro le scarica contro la pistola, poi la rivolge contro di sé, cadendo morto sul corpo di lei. Suona come feroce sberleffo parodico di ogni soluzione romanticamente autodistruttiva, e corona così la parodia che stravolge tutta la Bildung impossibile dell’eroe.
Sostanzialmente un suicidio, ma in questo caso di tragica serietà, è anche lo sbocco del percorso di Guido, il protagonista di Entusiasmi di Sacchetti, che, viste deluse le sue ingenue accensioni patriottiche con il fallimento del ’48, e quelle sentimentali con il tradimento della moglie, quasi a riscattare con un gesto disperato la sconfitta totale espone il tricolore su un campanile, gridando “Viva l’Italia”, e si fa così abbattere a fucilate dagli austriaci appena rientrati in Milano.
Ucciso dalla folle femme fatale è ancora Corrado Silla di Malombra , dopo il suo percorso diviso tra la “donna che salva” e la “donna che perde”.
Un suicidio conclude Giacinta di Capuana. Segnata irreparabilmente dallo stigma sociale di uno stupro subito da bambina, attraverso le dure prove della lotta contro il pregiudizio la giovanissima Giacinta si forma, si rafforza, da smarrita adolescente diviene una donna dal carattere determinato e audace, dai fermi propositi. Sida la società ipocrita che la emargina, sposando per le apparenze un nobile spiantato ma dandosi tutta all’uomo che ama, e che considera il suo vero marito, già dalla sera stessa delle nozze. E, nonostante gli infiniti pettegolezzi che la circondano, finisce per creare intorno a sé, nella piccola città di provincia, una vera e propria corte mondana, che la elegge a regina. Per un verso quindi il processo di formazione della giovane sembra creare una vera eroina, vittoriosa nello scontro con una società retrograda, ma per un altro verso la forza di Giacinta rivela risvolti psichici distorti e morbosi: contro ogni logica non ha voluto sposare l’uomo amato perché si sente impura, ha il terrore che un giorno possa esserle rinfacciata la sua colpa, nonostante Andrea sia un uomo mediocre e debole, si attacca a lui ossessivamente, trasformandolo nell’unica ragione della propria vita, e, ai primi segni di stanchezza e di noia da parte di lui, la sua ossessione diviene decisamente patologica, una sorta di lucida follia. La delusione, accresciuta dalla morte della figlia, le provoca sofferenze insostenibili, e alla fine la induce a cercare la liberazione nel suicidio con il veleno. Così il percorso di formazione che nella prima metà del romanzo sembrava dovesse portare al trionfo della forte eroina, si rovescia alla fine in una tragica sconfitta, in un ennesimo approdo di morte.
Un’altra sconfitta si pone al termine dell’esperienza dell’eroina in Un matrimonio in provincia di Maria Antonietta Torriani, ma giocata su tutt’altra tonalità: l’ingenua e sprovveduta Denza, dopo aver compiuto la propria infelice educazione sentimentale attraverso la relazione, fatta solo di sguardi e timide dichiarazioni, con un giovane fisicamente sgraziato e per nulla attraente, ma oggetto dei suoi infiniti sogni, pur di non restare zitella sposa il partito propostole dalla famiglia, un attempato notaio possidente di risaie, tra le cui nebbie l’eroina dovrà finire a vivere. La conclusione sembra consuonare con l’obiettivo di un Bildungsroman che si rispetti, l’abbandono di sogni vaghi e inconcludenti in nome di un’integrazione saggia e matura nella realtà di fatto. Al contrario, dietro il tono volutamente dimesso di un ironico understatement, si profila un avvilente scacco esistenziale: “Così, dopo tutti quegli anni d’amore, di poesia, di sogni sentimentali, fu concluso il mio matrimonio”.
Un analogo destino femminile, soffocato e isterilito dall’oppressione della famiglia piccolo borghese di provincia, è al centro di Teresa di Anna Zuccari. L’eroina poco più che adolescente, attraverso la relazione amorosa del tutto casta con un giovane brillante, vive una vera e propria educazione sentimentale, che la fa crescere come donna, la riscatta dall’ambito asfittico della vita domestica. Ma, vittima dell’autoritarismo ottuso del padre, che impedisce le nozze con l’uomo da lei amato, Teresa, nel suo percorso doloroso di formazione, impara che la sua condizione di donna le impone la rassegnazione al suo destino. Matura così in lei la coscienza dell’ingiustizia che pesa suo sesso, costretto sempre ad accettare ciò che vogliono gli altri,
mentre agli uomini è concesso di scegliersi liberamente il loro cammino nella vita. Alla donna si prospetta o il ridicolo dello zitellaggio o la vergogna del matrimonio di convenienza: ma a tale soluzione l’eroina non si è mai piegata, in nome del valore dei sentimenti autentici, da lei difeso sempre ad oltranza. Teresa diviene così nel suo intimo una ribelle al convenzionalismo ipocrita che continua a opprimerla. Esteriormente però la sua vita si svolge monotona e vuota, e lei sfiorisce malinconicamente chiusa in casa, nell’assistere prima la madre inferma poi il padre paralizzato. Dopo la morte dei genitori, ormai libera, può lasciare il paese e andare a congiungersi con l’uomo che continua ad amare, e con questo compie finalmente un gesto di rivolta contro le convenzioni sociali. Però, d’altra parte, il ricongiungimento non è la realizzazione dei suoi sogni, coltivati per tanti anni, poiché va a vivere con Egidio, povero, solo e malato, solo per fargli da infermiera: non muta neanche ora il suo destino di dedizione oblativa. Per cui il romanzo, nonostante il gesto finale di sfida, si conclude sostanzialmente con una sconfitta, l’ultima di una lunga serie sperimentata dall’eroina.
In Vita e avventure di Riccardo Joanna della Serao si seguono tutte le tappe di una formazione giovanile, ma poi il percorso abbraccia anche la maturità e la vecchiaia del protagonista. Egli, conquistato il successo nel giornalismo dopo le frustrazioni sociali e le ambizioni dei vent’anni, giunge a un primo approdo fallimentare quando è ancora molto giovane, poiché prende coscienza del fatto che il suo è un lavoro del tutto mercificato, che le sue belle energie si disperdono a causa delle donne e si trova in una disperata solitudine. Si lancia quindi nell’avventura di fondare un suo giornale inseguendo un ambizioso progetto politico, ma, poiché nel suo ardore idealistico ha trascurato gli aspetti finanziari, il suo sogno grandioso si scontra con la realtà della mancanza di fondi, e allora ha la tentazione del suicidio, ma alla fine cambia idea per viltà e si risolve semplicemente a chiudere il giornale in perdita. Anni dopo, direttore di un quotidiano a vastissima diffusione, ha rinunciato a tutti gli ideali giovanili e, senza scrivere più nulla, pensa solo a incrementare le vendite facendo un giornale di basso livello, compiacendo con cinico disincanto gli interessi degli azionisti e abbracciando opportunisticamente tutte le opinioni politiche. Dopo tante lotte generose, stanco e desideroso di pace, vorrebbe ritrarsi fuori della vita come semplice spettatore e ha la tentazione di vendere il suo giornale per una cifra astronomica, ma rinuncia per l’orgoglio di aver raggiunto le centomila copie, gustando la sua apoteosi. Lasciatasi sfuggire l’occasione, le vendite declinano, ed egli si ritrova vecchio, povero, pieno di debiti, sempre più stanco, cinico e indifferente dinanzi al disastro della sua esistenza, sino all’inerzia totale della coscienza. Il succo della lunga esperienza fatta è nell’amara lezione tenuta al giovane ed entusiasta aspirante giornalista, in cui vede rivivere il se stesso ventenne, per dissuaderlo dall’intraprendere la professione, come aveva fatto con lui il padre in punto di morte. Il percorso del protagonista termina così con un’avvilente sconfitta umana, non nobilitata neppure dal coraggio di morire.
Al suicidio si torna con l’ Emiliano Raeli di De Roberto. L’eroe, diviso interiormente da un dissidio insanabile, è alla ricerca ansiosa di soluzioni all’enigma della vita, ma si intossica di filosofia e approda allo scetticismo, non sapendo più in che cosa credere. Sperimenta anche l’impotenza creativa, ed è bloccato nell’immediatezza della vita dagli eccessi del pensiero, gli è preclusa la vita del sentimento, prova disgusto per il sesso, ma si getta nei piaceri per macchiare di fango i suoi ideali che gli paiono ormai assurdi. E arriva al suicidio allo scoprire la profanazione di cui è stata vittima la donna di cui si è finalmente innamorato.
Un romanzo di formazione in negativo è a suo modo anche il Piacere di d’Annunzio. Al centro della vicenda si colloca, la serie errore-traviamento-morte-rinascita dell’eroe, che, dopo la grave ferita riportata in duello, vagheggia una redenzione interiore attraverso il culto dell’arte e l’amore di una donna che ha lo stesso nome della Vergine. Tuttavia Andrea Sperelli non sa compiere il percorso di salvazione intravisto, che sarebbe la formazione del vero artista inghiottito nuovamente dal piacere arriva a profanare proprio la donna salvifica, seducendola e poi usandola come surrogato sanzione del suo vergognoso fallimento è nella scena finale dell’asta: la profanazione degli oggetti preziosi di Maria Ferres da parte di gente spregevole e volgare è l’obiettivazione della profanazione compiuta da Andrea stesso, con il proprio libertinismo cinico mascherato da alibi estetizzanti, sulla purezza della donna, sui suoi sentimenti elevati e autentici.
Un nuovo suicidio è quello di Alfonso Nitti, in Una vita di Svevo. L’eroe, disgustato dalla lotta che scorge intorno a sé nella società, in particolare nell’ambiente della banca, e in cui anch’egli si è fatto coinvolgere
Analogamente l’ Arabella di De Marchi, dopo aver sacrificato la propria vocazione autentica al chiostro sposando un uomo rozzo e infedele per salvare la famiglia dalla rovina, dopo aver tentato invano di riconquistare la propria dignità e libertà ribellandosi alla schiavitù familiare, dopo aver concluso desolatamente che il destino migliore per lei sarebbe stato la monacazione e la rinuncia al mondo, scopre finalmente che cosa sia l’amore. Ma per lei la piena realizzazione personale nel sentimento è ormai impossibile, perché il giovane amato per sfuggire alla giustizia ingiusta è costretto a fuggire in America. Anche Arabella è tentata, quasi inconsciamente, in una sorta di delirio febbrile, dal suicidio, sotto le ruote di un treno. Ma De Marchi scarta questa soluzione, e la fa morire di tifo. E’ comunque l’ennesima conclusione di morte a sugellare una sconfitta nel percorso esistenziale di un personaggio giovane.
Se ha ragione Franco Moretti a indicare il romanzo di formazione come “forma simbolica della modernità”, allora questo processo di formazione in negativo potrà essere visto come forma simbolica del modo in cui la modernità è vissuta dall’Italia all’indomani dell’unità. Se nei giovani protagonisti del romanzo italiano del primo Ottocento in cerca della propria formazione si può scorgere la proiezione delle aspirazioni della nuova nazione che si sta formando, la serie ossessiva di fallimenti e di morti che costella il romanzo del secondo Ottocento getta un’ombra inquietante su quelle prospettive, rivela una delusione profonda, una sfiducia, un senso di fallimento di tutti gli ideali che avevano dato slancio alla rivoluzione nazionale. Anche là dove la delusione postrisorgimentale non è tematizzata direttamente, gli eroi sconfitti di questi romanzi sono evidentemente la proiezione simbolica, in immagini letterarie, di quella delusione che storicamente è documentata a ogni livello nella coscienza italiana dopo l’unità. Delusione vissuta in modo particolarmente doloroso dagli scrittori, che pativano, con maggiore o minore consapevolezza, la crisi del ruolo intellettuale indotta dall’ingresso, seppur faticoso e denso di contraddizioni e di conflitti, della nazione italiana nella modernità.
La nostra modernità narrativa trova nel Novecento un importante banco di prova nel romanzo di formazione e nelle sue declinazioni. Non vi è dubbio che il genere si sia irreversibilmente sottratto alle ipotesi di un’integrazione organica ed equilibrata del giovane/della giovane negli statuti sociali del suo tempo, Franco Moretti con profonde ragioni socio-culturali ha potuto isolare due esemplari di fine Settecento di felice crescita individuale e sociale nel Wilhelm Meister e in Orgoglio e pregiudizio. Di lì in avanti Moretti segue itinerari sempre più conflittuali e ambigui, per arrestarsi deliberatamente alle soglie della più radicale negatività primo-novecentesca, dove il genere perderebbe plausibilità e coesione davanti all’evidente disgregazione dell’individuo e della crescita.
Ma pur in queste forme precarie e difficoltose, il genere attraversa anche il Novecento con volti continuamente cangianti, tra asimmetrie e dissonanze, incrociandosi con altri generi, secondo codici manipolati, incorporando altre storie ed esperienze, raccontando nuovi tasselli culturali, di società, di costume, di stile, di linguaggio. Se la formazione è di per sé un viaggio, complicato di ardua o impossibile conclusione, anche il percorso attraverso il genere, è un viaggio attraverso idee, modi stilistici, contesti storico-culturali del secolo più veloce e contraddittorio della nostra storia.
In primo luogo, se esiste, una specificità novecentesca, vanno ricordati alcuni suoi caratteri che investono il piano storico, della comunicazione e del linguaggio, delle idee, della cultura, del costume stesso, e, in forme mediate, della rappresentazione artistico-letteraria.
Come ricordano gli storici Marco Revelli e Giovanni De Luna, una folla di definizioni si è abbattuta su questo secolo: dall’ormai celebre “secolo breve” responsabile di una nuova periodizzazione 1914-1991, tra Grande Guerra e caduta del muro di Berlino e fine dell’Unione Sovietica, all’anche più efficace “età degli estremi” o “dei grandi cataclismi”, al “secolo degli opposti”, al “secolo della paura o dell’odio”, al “secolo delle guerre”, al “secolo nucleare”, al “secolo di Auschwitz”, al “secolo del progresso e catastrofe”.
Ma naturalmente, il Novecento è stato anche il secolo, della velocità e della vertiginosa e sempre rinnovata simultaneità, il secolo che ha conosciuto il sovvertimento dei concetti tradizionali di spazio e di tempo, che ha visto subentrare dagli anni Settanta al passaggio industriale delle ciminiere la rivoluzione elettronica, è stato il secolo dei media e delle masse, il secolo dei consumi, del mercato, della globalizzazione, dell’interculturalità.
Conviene interrogarsi su alcuni concetti di base, ruotanti intorno al romanzo di formazione, a partire dalla definizione di adolescenza e giovinezza. Per primo Philippe Ariès negli anni Sessanta ha definito i giovani come soggetto sociale, situando la comparsa del fenomeno in epoca moderna all’interno della nuova autocoscienza della famiglia borghese ottocentesca, dopo l’avvento dell’industrializzazione e della rivoluzione francese. Nello stesso periodo si colloca una delle stagioni più intense e prodigiose del romanzo moderno, e si sviluppa lo stesso romanzo di formazione. Oltre al significato biologico, la giovinezza è una più complessa costruzione socio-culturale, perciò molto mutevole nel contesto e nel tempo, data la celerità dei mutamenti, il Novecento nelle sue varie epoche, e come Ariès per primo mette in luce nella rassegna paradigmatica compiuta su quattro generazioni francesi tra Otto e Novecento:
La nozione di generazione e giovinezza è instabile sia per il legame ovvio con il cotesto sia perché è di per sé età di movimento e transito più di altre, collocata fluidamente tra infanzia ed età adulta, in attesa del passaggio, necessario ma non necessariamente adempiuto, dall’assenza alla conquista di autorità e potere.
Jean Claude Schmitt scrive che caratteristica primaria della condizione giovanile è infatti la liminalità, sfuggente anche perché spesso gravata di valori e usi simbolici, osservata non di rado dalla società adulta con attenzione ambigua, insieme guardinga e carica di attese, con sguardo incrociato e ambivalente. Così Schmitt definisce l’età della giovinezza una condizione provvisoria.
Come è complesso e metodologicamente problematico gestire una storia dei giovani ed è necessario adottare modelli concettuali non univoci, che consentano flessibilità tra le costruzioni simboliche e culturali e le determinazioni materiali del fenomeno e conservino nel contempo la molteplicità dei punti di vista e lo spessore dei momenti storici e sociali differenti, così è complesso gestire l’itinerario di un genere letterario sull’arco esteso, dinamico, discontinuo del Novecento letterario, tra rappresentazioni formali e connessione a storia e società.
Nella sua generalità comunque il rilievo dei giovani come soggetti socio-culturali attivi si enfatizza tra fine Ottocento e Novecento, e i salti generazionali, un tempo più lenti e inavvertiti, si fanno più bruschi e veloci, anche per la generale accelerazione impressa da modernità e modernizzazione.
Nel primo Novecento si diffondono i primi studi sulla giovinezza, da una famosa inchiesta francese Les jeunes gens d’aujourd’hui alle indagini di Ortega y Gasset, che distingue epoche “cumulative” (con pacifiche transizioni padri-figli) ed epoche “polemiche” (dai forti conflitti generazionali), a quelle del sociologo Karl Mannheim, che lega la scansione generazionale alla socializzazione. Il Novecento conosce epoche “polemiche”: dall’incandescente periodo anteguerra delle Avanguardie che formula opposizioni e conflitti, alla “gioventù della guerra” interventista e spesso proto-fascista, alla catastrofe bellica, dove incappa la