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L'Illuminismo L’Illuminismo fu un vasto movimento culturale, nato in Francia verso la metà del Settecento e poi diffusosi in tutta Europa, che esaltava valori come la libertà di pensiero, la tolleranza e il progresso mentre rifiutava il fanatismo religioso e la superstizione, frutto dell’ignoranza. L’Illuminismo esaltava il lume della ragione contro il buio dell’ignoranza. Caratteristica fondamentale del movimento, infatti, fu la fede assoluta nella ragione (intelligenza umana) come unico strumento di conoscenza della realtà e come mezzo per condurre l’umanità verso il progresso, verso un futuro di crescente benessere e felicità. L’esaltazione della ragione comportava il rifiuto della religione: secondo gli illuministi la religione, che metteva Dio al centro dell’universo e toglieva valore alla vita terrena considerandola solo un periodo di prova in funzione della vita ultraterrena, mortificava le capacità creative dell’uomo e il libero pensiero. Al massimo gli illuministi accettavano una religione naturale, il Deismo, che identificava Dio con l’ordine supremo della natura ma condannavano ogni forma di fanatismo religioso che teneva gli uomini nell’ignoranza e nella paura (per questo essi condannavano il Medioevo considerandolo un’età di tenebre e di barbarie). Per condurre l’umanità fuori dalle tenebre del passato, gli illuministi si proponevano di diffondere il sapere e le conoscenze. L’opera alla quale affidare questo compito fu l’Encyclopédie (Enciclopedia o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri). L'Encyclopédie, diretta da Diderot in collaborazione con D'Alambert, uscì dal 1751 al 1772. Essa riassumeva le idee illuministiche per diffonderle e raccoglieva tutto il sapere umano con lo stesso scopo di ampia diffusione. Poiché l’obiettivo dell’Enciclopedia era la pubblica utilità, l’interesse generale della comunità, ampio spazio vi avevano anche le conoscenze tecniche e scientifiche. La fede nella ragione, comune a tutti gli uomini, comportava un’altra conseguenza: l’affermazione dell’uguaglianza naturale di tutti gli uomini e il riconoscimento della parità dei diritti e dei doveri di tutti cittadini. Gli illuministi, quindi, si adoperarono per fondare una società più equa e più giusta. Essi si resero conto che le leggi e le istituzioni tradizionali garantivano le disuguaglianze sociali cioè il privilegio di pochi e la miseria e l’oppressione del popolo; un campo di intervento importante per loro fu quindi quello del diritto. Nel Settecento l’esercizio della giustizia era affidato a istituzioni in competizione tra loro: i signori, i Re, il Tribunale dell’Inquisizione, ciascuno di essi poteva processare e condannare, anche a morte, con grande libertà, non esisteva nessuna garanzia per gli accusati, la tortura era praticata in modo sistematico, la confessione della colpa sotto tortura aveva valore di prova. Tutto questo perché chi esercitava la giustizia pretendeva di farlo in nome di un’ispirazione divina. Gli illuministi cercarono di sottrarre il diritto alla sfera della religione e si fecero promotori di riforme della giustizia presso i vari sovrani europei. Essi dimostrarono che le leggi e i sistemi giudiziari non sono regole di natura divina ma sono il risultato di accordi tra gli individui. Decisiva fu in questo campo l’opera di Montesquieu "Lo spirito
delle leggi" del 1748 in cui l’autore esamina i sistemi legislativi di vari paesi dimostrando che la loro diversità si basa su usi e costumi di ogni popolo e sostiene che le leggi vanno adeguate ai bisogni delle popolazioni. Montesquieu inoltre propone come garanzia di giustizia e libertà individuale la separazione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) che vanno distribuiti tra istituzioni diverse (mentre nelle monarchie assolute essi sono concentrati nelle mani del sovrano). Viene così fondato uno dei principi fondamentali del pensiero politico e giudiziario contemporaneo. L’Illuminismo in Italia. Anche la cultura italiana fu rinnovata dalla diffusione delle idee illuministiche. Anche in Italia gli illuministi vollero dare alla cultura un'utilità pratica per permetterle di incidere concretamente sulla realtà e quindi rivolsero la loro attenzione agli aspetti della vita economica e giuridica. La capitale dell’Illuminismo italiano fu Milano nella quale si riunivano molti intellettuali che, nel 1761, fondarono l’Accademia dei Pugni dalla quale nacque il primo periodico politico- culturale, la rivista Il caffè (1764). Tra gli illuministi lombardi i più importanti furono Pietro Verri e Cesare Beccaria i quali con le loro riflessioni sull’inutilità della tortura e sull’inefficacia della pena di morte fondarono due importanti principi del diritto moderno. Pietro Verri, fondatore dell’Accademia dei Pugni, nelle sue "Osservazioni sulla tortura" analizzò i processi contro gli untori (individui accusati di diffondere la peste cospargendo di una sostanza giallastra le superfici con cui le persone entravano in contatto, ad esempio le maniglie delle porte) considerati colpevoli per la peste milanese del 1630 e dimostrò che la tortura è inutile al fine di scoprire la verità. Cesare Beccaria, socio dell’Accademia e collaboratore del Caffè, nel suo saggio "Dei delitti e delle pene" sostenne la necessità di distinguere il reato, che è una violazione delle leggi umane, dal peccato, che riguarda solo la sfera religiosa. Beccaria poi condannò la pena di morte come una inciviltà gestita dallo Stato: proprio perché non punisce in nome di Dio, lo Stato non può togliere la vita. L’altro grande centro dell’Illuminismo italiano fu Napoli dove prevalsero gli studi di economia (per favorire l’aumento della ricchezza e del benessere pubblico), di diritto e di storia. I più importanti illuministi napoletani furono Antonio Genovesi, che diede vita all’economia politica, Gaetano Filangieri che si occupò di diritto e difese la libertà di stampa e Vincenzo Cuoco fondatore della storiografia che analizza gli eventi storici "a caldo" cioè recenti.