







Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
L’immigrazione nella storia L’immigrazione nel XXI secolo L’immigrazione in Italia nel XXI secolo
Tipologia: Tesine universitarie
1 / 13
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!








Il secolo XIX è caratterizzato da un forte movimento migratorio dall’Europa verso i nuovi continenti: America e Australia. In questo periodo 7 milioni di italiani sbarcarono nel continente americano. Gli inizi del secolo XX sono caratterizzati da migrazioni di rifugiati, soprattutto per problemi raziali, verso gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Per gli italiani che approdano negli Stati Uniti durante gli inizi del secolo, vi sono nuove leggi sull’immigrazione (ad esempio la Literacy Act e la legge sul sistema delle quote). Ma per gli italiani emigranti vi sono una serie di leggi restrittive emanate durante il periodo fascista. Leggi che concretizzano una politica fascista di chiusura verso il processo dell’emigrazione con l’approvazione nel 1925 di un testo unico convertito in legge. Durante il fascismo gli italiani erano considerati persone che esportavano la cultura italiana nei paesi d’approdo, e che non dovevano fare più riferimento al commissario generale dell’emigrazione, ma all’istituzione di un ministero denominato appunti degli esteri. In Italia durante la dittatura fascista, solo le persone considerate realmente disoccupate potevano richiedere il passaporto per emigrare, ma senza farsi raggiungere dalla famiglia. Non va dimenticato che i flussi migratori e immigratori sono stati sempre caratterizzati nei periodi storici da vari fattori interagenti economici ed extraeconomici che hanno determinato le migrazioni spontanee o organizzate, dirette verso aree scarsamente popolate o da colonizzare, o caratterizzate da estreme situazioni sociali di sopravvivenza. In tutti i casi, sono le politiche sull’immigrazione dei paesi d’approdo che rispecchiano sempre l’identità nazionale di ogni stato-‐nazione, che definiscono il modo in cui avviene l’inserimento delle persone immigrate, contribuendo a caratterizzare anche la politica economica a livello globale. Sono soprattutto le migrazioni contemporanee, legate all’attuale processo di industrializzazione a sostegni di un’economia monetaria, a caratterizzare sempre più spostamenti umani da aree agricole o depresse verso aree industrializzate, periferiche e urbanizzazione. L’esigenza a emigrare coincide sia con i bisogni di natura economica e sociale, e sia con esigenze di raggiungere uno spazio o attuare un cambiamento di stato o di condizione sociale. Nel far fronte a questa esigenza, sono le stesse società degli emigranti a organizzare delle vere e proprie reti di relazioni nei paesi d’approdo, determinando relazioni e connessioni tra individui e gruppi, creando veri e propri sistemi organizzativi a livello macro e micro. Altri fattori nella storia dell’umanità che riguardano cambiamenti nelle organizzazioni nel mondo del lavoro, sono responsabili di inversioni di rotte del fenomeno migratorio.
Il secolo passato vede un’Europa alle prese con un fenomeno migratorio che doveva rispondere ai bisogni di manodopera dopo il secondo conflitto mondiale. Francia, Belgio, Gran Bretagna e Germania furono i paesi europei che accolsero un notevole numero di persone immigrate dall’Europa meridionale (principalmente l’Italia) con l’intento di ricostruire ciò che era andato distrutto. Negli anni sessanta ci fu una grossa espansione economica, tanto che il movimento migratorio raggiunse nei paesi sopra citati il 10% del totale degli occupati. La Germania accolse molta manodopera proveniente anche dai paesi del Mediterraneo orientale come ad esempio i turchi. In l’Italia durante i primi anni del dopoguerra si sviluppò un tipo di emigrazione definita nuova, verso quei paesi in via di sviluppo, dove venivano chiamate imprese italiane a eseguire lavori per infrastrutture e opere ad alta competenza tecnologica. A partire dagli anni settanta la popolazione emigrante dovette farei conti con la crisi economica che in quegli anni afflisse gran parte dell’Europa industrializzata. Le migrazioni non subirono però nessun arresto, anzi si intensificarono diventando illegali, ma l’immigrazione, soprattutto in Germania, Belgio e Francia, fu notevolmente scoraggiata da politiche restrittive verso le persone immigrate. A partire dagli anni settanta inizia quel periodo che possiamo definire di ristrutturazione delle attività produttive in quei paesi, come l’Italia, storicamente emigratori. La conseguenza di tale politica fu che la manodopera autoctona cominciò a occupare ruoli più specializzati, mentre i ruoli più umili e rischiosi furono destinati alle persone immigrate richiedenti lavoro. La fine degli anni ottanta, e gli inizi degli anni novanta, sono caratterizzati da una forte crisi economica dei paesi sotto sviluppati del terzo mondo, e nello stessp tempo da una ripresa delle economie capitalistiche: l’immigrazione, da quei paesi sopraffatti dalla fame e dalle malattie, si acutizza in maniera inarrestabile e incontrollabile verso l’Europa occidentale senza però essere motivata da una domanda di manodopera nei paesi d’approdo, ma prodotta solo e unicamente da forze espulsive dai paesi di provenienza. Il processo migratorio di fine millennio è inserito in un contesto economico europeo non certo florido, che vede l’Italia non in grado strutturalmente di fare fronte al fenomeno di immigrazione inevitabile ed importante sul proprio territorio e meno diretto verso paesi come la Germania e Francia sia per l’adozione da parti di questi di politiche restrittive, ed anche per il conflitto presente nei Balcani.
Nel nostro mondo odierno, soggetto a cambiamenti culturali grandiosi di portata quanto di celerità, due fenomeni si rivelano determinanti: le migrazioni e la globalizzazione. Questi fenomeni acquistano sempre di più una forte incidenza in tutti gli aspetti socio-‐culturali a destare un’assoluta esigenza di soffermarci per capire la realtà in cui viviamo, lo vogliamo o no. Il fenomeno della globalizzazione è diventato così rilevante negli ultimi anni che rimane difficile definirlo. Eppure dagli anni 90, se ne parla tanto in tutti sensi possibili che la società odierna si definirebbe bene come la società della globalizzazione. Tra tutti gli ambiti nel quale viene adoperato questo termine e tutti i significati che gli vengono attribuiti, si può dire che la globalizzazione è l’estensione a livello planetario di un modello unico di cultura, di un unico pensiero, di un modello unico di economia. A guardare solo nel secolo scorso, vediamo due tappe essenziali che ne hanno determinato la decisiva emergenza: la definizione del potere e dell’equilibrio del mercato economico dai vincitori dopo la seconda guerra mondiale, e in seguito, il crollo del blocco del muro di Berlino con la conseguente fine della politica bipolare. La globalizzazione è in fine la celebrazione di questo travolgimento di tutte le barriere che intralciavano la formazione di un unico mercato mondiale. Così che oggi si può notare un aumento del volume del commercio mondiale che produce di conseguenza nuove possibilità di benessere materiale. Ma questo trionfo della mondializzazione del mercato non avviene senza difficoltà strutturale al riguardo della politica, della cultura, della sicurezza, della geografia... In questa prospettiva, il fenomeno della globalizzazione apre le porte a quello delle migrazioni, e gli è strettamente legato. E’ un fatto, ormai ampiamente riconosciuto, che nell’epoca della globalizzazione il fenomeno migratorio è destinato ad acquistare sempre più i caratteri della normalità, a perdere cioè i caratteri dell’evento eccezionale o transitorio”. Questo è il contesto sociale in cui ci ritroviamo e a cui dobbiamo far fronte con grande senso di vivere. Per cui non si può permettere di guardare a questi fenomeni sociali con leggerezza o con indifferenza, perdendosi in qualche ideologia, poiché ci sono varie idee pronte a sollecitarci ad atteggiamenti gregari.
L'immigrazione in Italia, se ci si riferisce allo stato unitario, appare come un fenomeno relativamente recente, che ha cominciato a raggiungere dimensioni significative all'incirca nei primi anni settanta, per poi diventare un fenomeno caratterizzante della demografia italiana nei primi anni del XXI secolo. Secondo Eurostat, nel 2012 l'Italia era il terzo Paese europeo per numero assoluto di stranieri residenti, con 4,8 milioni, dopo Germania (7,4 milioni) e Spagna (5, milioni) insieme al Regno Unito (4,8 milioni). In termini percentuali invece si collocava all'undicesimo posto. L'Italia, per gran parte della sua storia dall'unità in poi, è stato un paese di emigrazione e si stima che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone(con una punta massima nel 1913 di oltre 870.000 partenze), al punto che oggi si parla di grande emigrazione o diaspora italiana. Per tutto questo periodo, il fenomeno dell'immigrazione era stato invece pressoché inesistente, ove si eccettuino le migrazioni dovute alle conseguenze della seconda guerra mondiale, come l'esodo istriano o il rientro degli italiani dalle ex-‐colonie d'Africa. Tali fenomeni tuttavia avevano un carattere episodico e non presentavano sostanziali problemi d'integrazione dal punto di vista sociale o culturale. L'Italia rimase tendenzialmente un paese dal saldo migratorio negativo; il fenomeno dell'emigrazione cominciò ad affievolirsi decisamente solo a partire dagli anni sessanta, dopo gli anni del miracolo economico. In particolare, nel 1973 , l'Italia ebbe per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (101 ingressi ogni 100 espatri), caratteristica che sarebbe diventata costante, amplificandosi negli anni a venire. È da notare tuttavia che in tale periodo gli ingressi erano ancora in gran parte costituiti da emigranti italiani che rientravano nel Paese, piuttosto che da stranieri. Il flusso di stranieri cominciò a prendere consistenza solo verso la fine degli anni settanta, sia per la "politica delle porte aperte" praticata dall'Italia, sia per politiche più restrittive adottate da altri paesi. Nel 1981 , il primo censimento Istat degli stranieri in Italia calcolava la presenza di 321.000 stranieri, di cui circa un terzo "stabili" e il rimanente "temporanei". Un anno dopo, nel 1982 veniva proposto un primo programma di regolarizzazione degli immigrati privi di documenti, mentre nel 1986 fu varata la prima legge in materia con cui ci si poneva l'obiettivo di garantire ai lavoratori extracomunitari gli stessi diritti dei lavoratori italiani. Nel 1991 il numero di stranieri residenti era di fatto raddoppiato, passando a 625.000 unità. Negli anni novanta il saldo migratorio ha continuato a crescere e, dal 1993 (anno in cui per la prima volta il saldo naturale è diventato negativo), è diventato il solo responsabile della crescita della popolazione italiana. Nel 1990 veniva emanata la cosiddetta legge Martelli, che cercava per la prima volta
intercorrono tra un censimento e l'altro. La popolazione straniera presenta un'età media decisamente più bassa di quella italiana; nel 2009 i minorenni erano 932.675 (il 22% del totale) mentre gli stranieri nati in Italia (le cosiddette seconde generazioni) erano ormai 573 mila, cioè il 13,5% del totale degli stranieri. In particolare, gli stranieri nati in Italia nel 2010 hanno rappresentato il 14% del totale delle nascite, un'incidenza circa doppia rispetto a quella degli stranieri sul totale della popolazione residente. I dati delle statistiche ufficiali basate sulla residenza, come è ovvio, non comprendono i numerosi stranieri che dimorano illegalmente sul territorio nazionale. La Fondazione Ismu-‐Iniziative e studi sulla multietnicità con una sua ricerca del 1º gennaio 2008 stima la presenza di un 17,9% in più di immigrati irregolari presenti sul territorio italiano (circa 650.000). Analizzando le zone di provenienza, si nota come negli ultimi anni ci sia stato un deciso incremento dei flussi provenienti dall'Europa orientale, che hanno superato quelli relativi ai paesi del Nordafrica, molto forti fino agli anni novanta. Ciò è dovuto in particolare al rapido incremento della comunità rumena che, in particolare nel 2007, è all'incirca raddoppiata, passando da 342.000 a 625.000 persone e rappresentando quindi la principale comunità straniera in Italia. Ciò è dipeso, verosimilmente, dall'ingresso della Romania nell'Unione europea che ha facilitato i flussi e dall'affinità linguistica. Al 1º gennaio 2011 i romeni, con quasi un milione di residenti, rappresentano la prima comunità straniera (oltre un quinto degli stranieri presenti in Italia). Accanto ad essi le principali comunità straniere presenti in Italia sono quella albanese, marocchina, cinese ed ucraina. Al 1º gennaio 2011 , circa la metà dei residenti stranieri proviene da Paesi dell'Europa orientale, in particolare un quarto da Paesi di quella regione che hanno aderito all'Unione europea tra il 2004 ed il 2007. Un discorso a parte merita la comunità zingara sul territorio italiano, ripartita tra Rom (più diffusa al Centro-‐Sud e con maggiore propensione alla sedentarizzazione) e in minor misura Sinti (soprattutto al Nord, ma con forte tendenza al nomadismo). Stime approssimative riportano 120.000 unità, di cui circa 70.000 di cittadinanza italiana. Nel 2012 secondo il 22° Dossier Statistico Immigrazione2012 in Italia vi sono 5.011.000 cittadini stranieri regolarmente soggiornanti (pari all'8,2% della popolazione totale). A inizio 2013 secondo i dati l'Istat ed Eurostat (ma anche secondo l'ambasciata rumena a Roma, il Ministero italiano per le Pari Opportunità, la Caritas Italiana e quindi secondo la relazione a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS del 22 marzo 2013) in Italia risiedono 1.072.342 cittadini rumeni (che costituiscono circa il 21% della popolazione straniera in Italia e circa l'1,7% sul totale della popolazione residente in Italia); ciò fa sì che in Italia risieda quasi il 45% dei circa 2,5 milioni di cittadini della Romania espatriati, residenti nell'Unione europea. Inoltre secondo i dati dell’agenzia di statistica europea Eurostat, tra il 2010 e il 2012
la collettività romena in Italia è aumentata del 20,8%, superando nelle statistiche ufficiali, come già detto sopra, di gran lunga il milione di presenze (1.072.342). Distribuzione degli stranieri sul territorio italiano: Nel 2010 , gli stranieri residenti in Italia risultavano significativamente più giovani dei cittadini italiani, con un'età mediana di 32,5 anni contro 44,3. Si tratta della quarta comunità straniera più giovane tra i Paesi dell'Unione europea contro la seconda popolazione nazionale più vecchia (dopo la Germania). La presenza di allievi privi di cittadinanza italiana è in costante aumento nel sistema scolastico italiano, rappresentando oggi il 9%, con punte prossime al 10% nella scuola dell'obbligo. La loro presenza però è concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali e in particolare in alcune aree urbane, cosicché in talune scuole la percentuale è significativamente più elevata. Questi alunni rappresentano oltre 200 paesi, sebbene il 45% di loro provenga da soli 3 stati (Romania, Marocco e Albania). Circa l'81% di loro proviene da 19 stati (Romania, Albania, Marocco, Cina, Moldavia, Filippine, India, Ucraina, Ecuador, Peru, Tunisia, Pakistan, Macedonia, Egitto, Bangladesh, Senegal, Nigeria, Polonia, Ghana). Quasi la metà di questi alunni, oltre 371.000, sono nati e cresciuti in Italia, parlano l'italiano come prima lingua e/o sono bilingui, essi hanno lo status di "straniero" in base ad una legislazione basata principalmente sullo “Ius sanguinis e non sullo ius Percentuale di stranieri sul totale della popolazione regionale nel 2011.