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Insecurity di Rufino, Sintesi del corso di Sociologia

Insecurity di Annamaria Rufino

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019

Caricato il 13/06/2019

Luca762018
Luca762018 🇮🇹

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IN-SECURITY di Rufino
Prefazione !
La lettura del libro di Annamaria Rufino mostra quanto sia dicile dare una definizione esatta della violenza, Della paura o
dell'insicurezza. Come tutti i fenomeni umani fondamentali, se ne può parlare solo per "negazione" e mai direttamente. Per dare 1
un'idea, viene comparata questa procedura alla teologia del medioevo, caratterizzata dal non parlare mai direttamente di Dio, ma
sempre per negazione, Il che vuol dire che si tratta di una struttura antropologica proteiforme che impegna tutte le forme sociali.
Per fare qualche esempio, possiamo citare lo “scandalo della croce” nella tradizione cristiana, la mitica uccisione del Padre per
quel che concerne la prospettiva freudiana. È suciente ricordare che il desiderio aggressivo è una componente umana
essenziale.!
Riprendere il titolo del libro, In-Security, È necessario che la conoscenza, il sapere sappiano adattarsi alla complessità attuale.
Insicurezza, paura, violenza non sono uno qualcosa da distinguere, ma sono delle modalità di un'unica struttura di base. Si
potrebbe definire quest'energia, uno slancio vitale. Quello che Rufino chiama il “virus comunicativo” si annega proprio lì perché è
possibile trovare l’antidoto. Proprio questo risiede l'interesse maggiore del libro. Si insiste poi sulla distinzione weberiana tra “ciò
che è” e “ciò che dovrebbe essere”. Questa “logica del dovere essere” è molto spesso il fondamento di ogni sociologia.
Nell'analisi sociale conviene sempre riferisce a ciò che è. È in questo modo che la sociologia potrà evitare il moralismo, Perché ha
tutto da imparare da un punto di vista empirico in modo da attenersi alla realtà.!
Le società pre e post-moderne hanno saputo “ritualizzare l’insicurezza”, cioè trovare delle forme “passabili” all'energia. I diversi
eccessi, le varie feste, i carnevali sono configurazioni che hanno saputo far metabolizzare l'istinto aggressivo, che è proprio
dell'animale umano. Quel che la Rufino chiama “insicurezza nell’età medio-globale” mostra che la violenza può essere un
elemento dell'etica collettiva. I processi di iniziazione nelle società contemporanee, importanza dei giochi violenti nella Grecia
antica, tutto è lì a testimoniarlo si può pensare che l'insicurezza mediatica sia talvolta circa, manipolata. È importante riconoscere
in questi fenomeni degli “indici” di un ritorno del senso del collettivo, che fatica a trovare proprie forme, ma che esprime una
vitalità innegabile. Questa è l'intuizione del libro, come integrare nella maniera migliore insicurezza, come canalizzare libido ed
energia.!
Introduzione
-Non è semplice, oggi, parlare del mondo della comunicazione. Si possono solo arontare problemi e temi di carattere generale,
ovvero, gli elementi di “senso” chiuse significative. Si parte da una premessa che vede la Globalizzazione come l'ideologia del
21º secolo. In quanto ideologia ha rappresentato la fine di una successione di cicli storici plurisecolari, consegnandoci come
indicatore del nostro tempo, insicurezza. Essa si presenta, oggi, come la “periferia” dell'animo. La globalizzazione è stata ed è
un produttore di periferie, per eetto della crisi del sistema relazionale e della fine della dimensione spazio-tempo da cui
derivano distorsioni e confusioni. È questa la principale “cornice virtuale” cui si posso ricondurre i problemi di coesione sociale,
sovrapponibili a quelli dell'ordine, della sicurezza e dell'identità, tutti in qualche modo discendenti dalle dinamiche della
comunicazione globale.!
-Le dinamiche del sapere e della conoscenza sono le principali vittime della frammentazione medio-globale. La dimensione di
vita medio-globale ha indebolito, infatti, società e individui, accreditandosi proprio attraverso la perdita di valori, quali, in primis,
la solidarietà sociale, i sistemi relazionali, soprattutto rispetto alle istituzioni primarie come la famiglia, e alla formazione che, in
particolare negli ultimi due secoli, Aveva assolto il compito di rendere condivisibile e visibile il “sapere” che sostanziava
l'esistenza di tutti. Sullo stesso piano di complessità caotica vengono poste le cosiddette “autostrade informatiche” e
comunicative, entrambi i veicoli di frammentazione, di devianza e violenza. Tutto ci spinge “fuori”, Dalle città, dalle relazioni,
dalle identità. Non c'è più nessun villaggio dove rifugiarsi nell'età medio-globale. McLuhan aveva profetizzato l'esistenza del
villaggio globale.!
-Alla cultura naturale, tattile, orale e scritta, si è aggiunta quella visiva tout court, vi sono ora media che paradossalmente
impongono la partecipazione.!
-Un “nomadismo tribale” avvolge ognuno nell'immaginario collettivo che spingere con forza a ripiegarsi su se stessi e così la
violenza ci appare il vero dato archetipale dell'immaginario medio-globale, Dove la storia non è più il destino dell'umanità, ma
solo ciò che ci viene comunicato. L’istituzione Totale medio-globale ci ore estemporaneità dei social, generatori inconsapevoli
e della violenza terroristica. Le masse molte ricerche ascoltano e dimenticano.!
MODELLI E LORO EFFICACIA
Siamo tutti “cresciuti” con la convinzione che il mondo si potesse costruire a partire da immagini, simboli, interpretazioni; e che
questa idea di costruzione avesse come strumento fondativo la “condivisione” positiva di scelte e ambiti operativi oltre che
valoriali. Le ideologie “classiche”, a partire dall'800, si erano spinte oltre i fatti e la storia, avevano spinto, cioè, la conoscenza oltre
i dati per proporre interpretazioni “totali”, onnicomprensiva, proiettate oltre la realtà concreta. Il mondo dell'informazione moderna
contribuisce a creare immaginari collettivi diusi. La stampa, schermi, il cinema, la televisione hanno “aspirato” progressivamente
la nostra capacità di ricezione critica e di partecipazione, fino a destrutturarla. Un virus comunicativo si è introdotto nei
programmi. Il cinema, il giornale, il cellulare hanno sfiorato i confini del “villaggio globale”. Nessun media richiede la
“partecipazione dell'utente”. Vicino il tempo in cui non chiederemo alcun riscontro; non ne senteremo il bisogno e il mercato della
notizia non ne avrà. La globalizzazione si è articolata come un'Ideologia Totale, senza limitazioni e, in quanto tale, ha destrutturato
la capacità interpretativa del mondo, trasformando la società globale in una super-massa. Di qui il prevalere del senso di
insicurezza che genera paura, che diviene sovrapponibile ad un pericoloso mix di ragione e istinto. Perciò, come modello totale, la
medio-globalità costituisce un'inversione di tendenza rispetto alla nostra tradizione storica, ovvero, a quanto noi abbiamo
immagazzinato come conoscenza e come sapere. Pericoloso per chi ragione e istinto non sono incanalabili o governabili, ma
perché entrambi appaiono molteplici nella loro natura e nella loro articolarsi. La globalizzazione e la comunicazione globale non
producono “conoscenza” o sapere, ma “narrazioni” che dominano i fatti. La transizione medio-globale non solo ha enfatizzato la
dissolvenza dell'idea di sistema, ma ha spinto il focus dell'osservazione dal problema del rischio a quello dell'insicurezza.
L’insicurezza percepita in modo diuso e incontrollabile, si è trasformata nell'indicatore utilizzato per misurare i difetti ingranaggio
tra sistema istituzionale e sociale. I deficit di connessione si sovrappongono ai deficit di fiducia. Verificare il vuoto di fiducia, da
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IN-SECURITY di Rufino

Prefazione La lettura del libro di Annamaria Rufino mostra quanto sia difficile dare una definizione esatta della violenza, Della paura o dell'insicurezza. Come tutti i fenomeni umani fondamentali, se ne può parlare solo per "negazione" e mai direttamente. Per dare 1 un'idea, viene comparata questa procedura alla teologia del medioevo, caratterizzata dal non parlare mai direttamente di Dio, ma sempre per negazione, Il che vuol dire che si tratta di una struttura antropologica proteiforme che impegna tutte le forme sociali. Per fare qualche esempio, possiamo citare lo “scandalo della croce” nella tradizione cristiana, la mitica uccisione del Padre per quel che concerne la prospettiva freudiana. È sufficiente ricordare che il desiderio aggressivo è una componente umana essenziale. Riprendere il titolo del libro, In-Security , È necessario che la conoscenza, il sapere sappiano adattarsi alla complessità attuale. Insicurezza, paura, violenza non sono uno qualcosa da distinguere, ma sono delle modalità di un'unica struttura di base. Si potrebbe definire quest'energia, uno slancio vitale. Quello che Rufino chiama il “virus comunicativo” si annega proprio lì perché è possibile trovare l’antidoto. Proprio questo risiede l'interesse maggiore del libro. Si insiste poi sulla distinzione weberiana tra “ciò che è” e “ciò che dovrebbe essere”. Questa “logica del dovere essere” è molto spesso il fondamento di ogni sociologia. Nell'analisi sociale conviene sempre riferisce a ciò che è. È in questo modo che la sociologia potrà evitare il moralismo, Perché ha tutto da imparare da un punto di vista empirico in modo da attenersi alla realtà. Le società pre e post-moderne hanno saputo “ritualizzare l’insicurezza”, cioè trovare delle forme “passabili” all'energia. I diversi eccessi, le varie feste, i carnevali sono configurazioni che hanno saputo far metabolizzare l'istinto aggressivo, che è proprio dell'animale umano. Quel che la Rufino chiama “insicurezza nell’età medio-globale” mostra che la violenza può essere un elemento dell'etica collettiva. I processi di iniziazione nelle società contemporanee, importanza dei giochi violenti nella Grecia antica, tutto è lì a testimoniarlo si può pensare che l'insicurezza mediatica sia talvolta circa, manipolata. È importante riconoscere in questi fenomeni degli “indici” di un ritorno del senso del collettivo, che fatica a trovare proprie forme, ma che esprime una vitalità innegabile. Questa è l'intuizione del libro, come integrare nella maniera migliore insicurezza, come canalizzare libido ed energia. Introduzione

- Non è semplice, oggi, parlare del mondo della comunicazione. Si possono solo affrontare problemi e temi di carattere generale,

ovvero, gli elementi di “senso” chiuse significative. Si parte da una premessa che vede la Globalizzazione come l'ideologia del 21º secolo. In quanto ideologia ha rappresentato la fine di una successione di cicli storici plurisecolari, consegnandoci come indicatore del nostro tempo, insicurezza. Essa si presenta, oggi, come la “periferia” dell'animo. La globalizzazione è stata ed è un produttore di periferie, per effetto della crisi del sistema relazionale e della fine della dimensione spazio-tempo da cui derivano distorsioni e confusioni. È questa la principale “cornice virtuale” cui si posso ricondurre i problemi di coesione sociale, sovrapponibili a quelli dell'ordine, della sicurezza e dell'identità, tutti in qualche modo discendenti dalle dinamiche della comunicazione globale.

- Le dinamiche del sapere e della conoscenza sono le principali vittime della frammentazione medio-globale. La dimensione di

vita medio-globale ha indebolito, infatti, società e individui, accreditandosi proprio attraverso la perdita di valori, quali, in primis, la solidarietà sociale, i sistemi relazionali, soprattutto rispetto alle istituzioni primarie come la famiglia, e alla formazione che, in particolare negli ultimi due secoli, Aveva assolto il compito di rendere condivisibile e visibile il “sapere” che sostanziava l'esistenza di tutti. Sullo stesso piano di complessità caotica vengono poste le cosiddette “autostrade informatiche” e comunicative, entrambi i veicoli di frammentazione, di devianza e violenza. Tutto ci spinge “fuori”, Dalle città, dalle relazioni, dalle identità. Non c'è più nessun villaggio dove rifugiarsi nell'età medio-globale. McLuhan aveva profetizzato l'esistenza del villaggio globale.

- Alla cultura naturale, tattile, orale e scritta, si è aggiunta quella visiva tout court , vi sono ora media che paradossalmente

impongono la partecipazione.

- Un “nomadismo tribale” avvolge ognuno nell'immaginario collettivo che spingere con forza a ripiegarsi su se stessi e così la

violenza ci appare il vero dato archetipale dell'immaginario medio-globale, Dove la storia non è più il destino dell'umanità, ma solo ciò che ci viene comunicato. L’istituzione Totale medio-globale ci offre estemporaneità dei social, generatori inconsapevoli e della violenza terroristica. Le masse molte ricerche ascoltano e dimenticano.

MODELLI E LORO EFFICACIA

Siamo tutti “cresciuti” con la convinzione che il mondo si potesse costruire a partire da immagini, simboli, interpretazioni; e che questa idea di costruzione avesse come strumento fondativo la “condivisione” positiva di scelte e ambiti operativi oltre che valoriali. Le ideologie “classiche”, a partire dall'800, si erano spinte oltre i fatti e la storia, avevano spinto, cioè, la conoscenza oltre i dati per proporre interpretazioni “totali”, onnicomprensiva, proiettate oltre la realtà concreta. Il mondo dell'informazione moderna contribuisce a creare immaginari collettivi diffusi. La stampa, schermi, il cinema, la televisione hanno “aspirato” progressivamente la nostra capacità di ricezione critica e di partecipazione, fino a destrutturarla. Un virus comunicativo si è introdotto nei programmi. Il cinema, il giornale, il cellulare hanno sfiorato i confini del “villaggio globale”. Nessun media richiede la “partecipazione dell'utente”. Vicino il tempo in cui non chiederemo alcun riscontro; non ne senteremo il bisogno e il mercato della notizia non ne avrà. La globalizzazione si è articolata come un'Ideologia Totale, senza limitazioni e, in quanto tale, ha destrutturato la capacità interpretativa del mondo, trasformando la società globale in una super-massa. Di qui il prevalere del senso di insicurezza che genera paura, che diviene sovrapponibile ad un pericoloso mix di ragione e istinto. Perciò, come modello totale, la medio-globalità costituisce un'inversione di tendenza rispetto alla nostra tradizione storica, ovvero, a quanto noi abbiamo immagazzinato come conoscenza e come sapere. Pericoloso per chi ragione e istinto non sono incanalabili o governabili, ma perché entrambi appaiono molteplici nella loro natura e nella loro articolarsi. La globalizzazione e la comunicazione globale non producono “conoscenza” o sapere, ma “narrazioni” che dominano i fatti. La transizione medio-globale non solo ha enfatizzato la dissolvenza dell'idea di sistema, ma ha spinto il focus dell'osservazione dal problema del rischio a quello dell'insicurezza. L’insicurezza percepita in modo diffuso e incontrollabile, si è trasformata nell'indicatore utilizzato per misurare i difetti ingranaggio tra sistema istituzionale e sociale. I deficit di connessione si sovrappongono ai deficit di fiducia. Verificare il vuoto di fiducia, da

una parte, e il bisogno di garanzie, dall'altra, sembrerebbe a prima vista un compito evidente. Ma questo “vuoto” scaturisce da dinamiche specifiche che si susseguono in Progress e, proprio in quanto “solo” narrate, non sono contestualizzabili. Di certo, stanno segnando la storia della società. Sono dati reali e evidenti, eppure non è facile comprendere il perché della dissolvenza della fiducia e della perdita di efficacia delle garanzie su cui sono stati costruiti i sistemi istituzionali moderni. Gli interventi correttivi messi in campo dalle istituzioni sono prevalentemente di tipo strumentale, non percepibili come funzionali alla soluzione dei problemi e, in quanto tali, incapaci ad attecchire su un tessuto sociale sfibrato. Questo tessuto sfibrato costituisce una conseguenza del momento storico che vive in mondo intero dove tutte le dinamiche (economiche, sociali, sanitari, lavorative) sembrano essere caratterizzate da “transitorietà” del vivere e dell’operare. In tutte le epoche storiche le fasi trasformative hanno determinato insicurezza, e le transizioni o i mutamenti hanno determinato l'attore e fratture. Ma anche vuoti: comunicativi, operativi, cognitivi e conoscitivi. La decisione di intervenire per difendere la fase di transizione e condurla in binari stabili, spesso, ha determinato costi di attuazione anche umani oltre che politici ed economici. È stato, anzi, frequente che i grandi cambiamenti siano stati possibili con un grossi sacrifici umani, ma lo sono stati anche da un punto di vista istituzionale come le fasi di transizione che si sono concretizzate per eventi bellici, Ho le fasi di trasformazione istituzionale che hanno determinato profondi mutamenti sistemici come la nascita dello Stato di Diritto e, oggi, dai flussi migratori, dal terrorismo. In questi casi intere categorie di persone hanno “pagato” il costo della transizione per il raggiungimento dell'equilibrio. La creazione di nuove connessioni tra segmenti sistemici ha consentito di delineare e rimodulare le originare articolazioni organizzative e relazionali, dando un senso sempre più definito alle risposte di tipo securitario. Oggi, in cui tutto sembra possibile per l'estrema labilità e ampiezza dei limiti individuali dei singoli segmenti, la gestione della transizione rende molto più difficile la realizzazione di tali meccanismi ordinativi e compensativi, tanto più in presenza di gravi emergenze. E il nostro sembra essere il tempo delle emergenze. Il modello occidentale si è risolta proprio nel momento in cui ha raggiunto la sua massima estensione. Tale inefficacia dei meccanismi compensativi dei “modelli vincenti” ha contribuito, oggi, alla diffusione dell'insicurezza e a reazioni dei strutturanti e distruttive di vario genere. La trasformazione intrasistemica di tipo medio-globale si può configurare come una spirale, dove non è possibile individuare chi e cosa cambiare o possa determinare il cambiamento. Ne deriva una dimensione di vita indefinita, dove l'insicurezza dominante e dove si annidano meccanismi incomprensibili che contribuiscono a rendere tutto più difficile e oscuro. Torniamo al punto centrale: l'incontestabilità di una diffusa percezione di insicurezza. L’insicurezza non è di facile individuazione e definizione. Nello stesso tempo, è una dimensione poliedrica e frequente tra individui e istituzioni, cui bisogna porvi rimedio. Essa si abbina a molteplici termini, con cui si confonde e che confonde chi ne è vittima e chi ne è è osservatore e possibile risolutore. Un binomio frequente insicurezza-paura. In questa accezione si potrebbe individuare il concetto di “ordine” un comune denominatore. L'ordine, Tuttavia, un concetto altrettanto complesso su cui è difficile trovare un'interpretazione concorde. La diversa percezione che tutti abbiamo dell'ordine e la diversità applicativa di interventi da parte delle istituzioni giocano un ruolo fondamentale nell'interpretazione del concetto/dimensione di insicurezza-paur più o meno, negli stessi termini dell'ordine, possiamo valutare il concetto di mancanza-assenza che consente di misurare il grado di consapevolezza della reazione in- securitaria. Ma ordine e mancanza sono strettamente correlati in quanto a misurazione quanti e qualitativa dell'insicurezza e possono determinare esercizi insicurezza. I due termini fondamentali che ci consentono di individuare gli ambiti problematici che producono insicurezza nella medio globalità sono: percezione e comprensione. L’insicurezza, infatti, è un meccanismo complesso, riferibile a processi simultanei di tipo percettivo, intuitivo e emotivo. La complessità di tali processi ha un impatto determinante sull'azione di coordinamento delle azioni adottate necessarie per commutare la percezione dell'insicurezza in un meccanismo di “apprendimento positivo”. Lavorare sugli aspetti percettivi è il compito più oneroso, proprio in uno momento in cui l’azione “correttiva” sembra slegata da ogni riferimento contestuale. In questo senso, diviene inevitabile il rovesciamento della prospettiva di approccio e di analisi, al fine di superare i limiti cognitivi che condizionano negativamente le possibilità di intervento e di individuare una nuova dimensione di questione e solidarietà sociale che consenta di arginare e controllare l’insicurezza.

MODELLO COMUNICATIVO

La narrazione giornalistica, come produttore difatti, di cui è difficile verificare la fondatezza della notizia, è, perciò, accreditabile come “ideologia” destrutturalmente. La dispersione della contestualità della notizia produce frammentazione e semplificazioni destabilizzanti e si attiva contro valori, norme e identità. La percezione del dato sfuma in immagini e parole cui si fatica a dare un volto e un senso, la comunicazione, allora, rimane mera informazione. Ma ritorniamo al dato più importante: l'insicurezza. La paura e insicurezza all'anno 1000 volti. La percezione dell'assenza di risposta, come chiave di lettura dell'immenso mondo dell'insicurezza, nasce dai molteplici fattori di rischio di cui è tessuto il mondo di oggi. Ma è nel difetto di relazione tra sistema sociale e le stesse istituzioni che si annida l’eziogenesi dell'insicurezza e della paura. Ma proviamo ad orientarci nell'analisi dei problemi che interagiscono in modo determinante con l'equilibrio sociale globale. Occorrerebbe confrontarsi sui problemi che danno il volto alla paura e all'insicurezza, nell'ipotesi che si possano individuare modalità interpretative e possibili soluzioni. I dati reali non suscitano tutti se ci si ferma ad osservare il disagio sociale, soprattutto a fronte di un'informazione spesso percepita come “terroristica”. Lo spazio lasciato vuoto dalle istituzioni è occupato dalla comunicazione, che non va riferita esclusivamente ai mass media in senso stretto. Infatti l'azione “deve” avere un senso funzionale proprio alla stabilità e alla crescita, in funzione sicuritaria e garantista, con la responsabilità di tutti. Perciò ad essere chiamati in causa dovrebbero essere tutti, anche i cittadini. L’apologia dell'insicurezza si sovrappone spesso alla percezione di assenza di consapevolezza, di cui tutte le istituzioni dovrebbero essere dotate circa le ragioni del loro intervento e della loro azione. Ma, sembra, che le istituzioni non vedano il vuoto di senso. Oggi, il mondo del sapere e della formazione, la sanità, la giustizia, cioè lo Stato in tutte le sue articolazioni, si è trasformato in comunicatore co-responsabile dell'insicurezza e della paura. La corresponsabilità rende ancora più complessa l'analisi dei fenomeni, perché allontana la possibilità di individuare una bella definita responsabilità. La medio-globalità ha restituito forza “assoluta” al potere ed eroso l'autorevolezza delle istituzioni.

È NECESSARIO!

Parlando insicurezza e di paura, il primo indicatore che dirimente è la necessità. Un'azione coordinata inconsapevole delle “reti” di intervento potrebbe correggere un insieme arido di comunicazione e di interpretazione oltre che di consapevolezza dei sistemi sicuritari, contribuendo a modificare positivamente la prospettiva di analisi: un'azione dinamica, in risposta alla complessità della