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Riassunto del libro Insegnare a trasgredire
Tipologia: Dispense
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La differenza razziale ci costringeva a lottare per rivendicare l’integrità di quel legame. Non ci facevamo illusioni. Sapevamo che ci sarebbero stati ostacoli, conflitti e dolore. Sapevamo che nell’ambito del patriarcato capitalista e supremista bianco avremmo dovuto pagare un prezzo alto per questa amicizia, avremmo avuto bisogno di molto coraggio per difendere la nostra fede nella democrazia, nella giustizia razziale, nel potere trasformativo dell’amore. Consideravamo il nostro legame abbastanza forte e capace di affrontare questa sfida.” L’autrice continua poi: “Nella mia vita adulta ho conosciuto pochi bianchi davvero disposti a tutto per realizzare un mondo di uguaglianza razziale, persone bianche disposte a correre rischi, essere coraggiose, a vivere controcorrente. […] le nostre idee di cambiamento sociale non erano fantasia e le nostre azioni non erano plasmate da nessuna elaborata teoria politica post-moderna. Stavamo semplicemente cercando di cambiare il modo in cui la vita di tutti giorni, cosicché i nostri valori e modi di essere riflettessero il nostro impegno per la libertà. La nostra principale preoccupazione era la fine del razzismo“. Oggi viviamo in mezzo a quella confusione, immersi nel caos, incerti della possibilità di costruire e sostenere la comunità. Le figure pubbliche sono strenuamente impegnati a mantenere i sistemi di dominio: razzismo, sessismo, sfruttamento di classe e imperialismo. Ci insegnano a credere che il dominio sia “naturale“, che sia giusto che i forti regnino sui deboli, i potenti sugli inermi. È evidente che uno dei motivi principali per cui non abbiamo ancora sperimentato una rivoluzione di valori è che la cultura del dominio promuove necessariamente la dipendenza dalla menzogna e dalla negazione. Molti bianchi, infatti, sostengono che il razzismo non esiste più. Che emozione, sentire le persone parlare di diversità culturale! Per chi di noi vive ai margini (persone di colore, persone provenienti da contesti proletari, gay e lesbiche, ecc.), Per chi si è sempre sentito ambivalente rispetto alla propria presenza in istituzioni in cui la conoscenza è condivisa tramite modalità che riproducono colonialismo e il dominio, è stato elettrizzante immaginare che la visione della giustizia e della democrazia al cuore del movimento per i diritti civili sarebbe stata realizzata nell’accademia. Per molte persone, invece, fu difficile accettare l’idea che il riconoscimento della differenza richiede anche la volontà di accogliere il cambiamento in classe, per consentire mutamenti nei rapporti tra gli studenti. Molte persone furono prese dal panico. Quando questa paura si unì al rifiuto di cambiare, che caratterizzava la posizione della vecchia guardia, si fece spazio un contraccolpo collettivo dai risultati opposti. Improvvisamente, i docenti che avevano preso sul serio le questioni del multiculturalismo e della diversità culturale facevano marcia indietro, manifestavano dubbi, pronunciandosi in modo tale da ripristinare tradizioni faziose o rendere in efficaci i cambiamenti che avrebbero favorito la diversità nella rappresentazione e nelle prospettive all’interno delle facoltà e dei programmi. Alcune persone sono convinte che chi sostiene la diversità culturale voglia sostituire una dittatura del sapere con un’altra, passando da un modo di pensare tradizionale a un altro. Questa è, forse, la falsa percezione più sbagliata della diversità culturale. In tutte le rivoluzioni culturali ci sono periodi di caos e confusione, momenti in cui vengono commessi gravi errori. Se temiamo gli errori, gli sbagli, criticandoci a vicenda e costantemente, non renderemo mai w un luogo culturalmente diversificato, in cui le studiose, gli studiosi e i programmi formativi sappiano affrontare ogni dimensione di quella differenza. Dobbiamo accettare la natura prolungata della nostra lotta, essere disposti ad essere pazienti e vigili. Impegnarci nel lavoro di trasformazione dell’accademia, per farla diventare un luogo in cui la diversità culturali in forma ogni aspetto del nostro apprendimento, significa abbracciare la lotta e sacrificio. Non possiamo farci scoraggiare facilmente, né disperare di fronte al conflitto. Dobbiamo affermare la nostra solidarietà attraverso l’adesione collettiva a uno spirito di apertura intellettuale che celebri la diversità, accolta il dissenso e si rallegri della dedizione alla verità.
Hooks: “L’enfasi di Freire sull’educazione come pratica della libertà aveva un senso davvero immediato per me. Consapevole del bisogno di alfabetizzazione fin dall’infanzia, ha portato con me il ricordo di insegnanti nere che erano state educatrici critiche capaci di fornirci i paradigmi liberatori. Questa prima esperienza di educazione libertaria mi ha reso perennemente insoddisfatta dell’istruzione ricevuta in contesti prevalentemente bianchi […] Il lavoro della pedagogia femminista e il lavoro e il pensiero di Freire convergono. Sebbene profondamente impegnata nella pedagogia femminista, ho preso i fili del lavoro di Paulo e l’ho intrecciato con quella versione della pedagogia femminista che si incarna nel mio lavoro di scrittrice e insegnante. L’intersezione tra il pensiero di Paulo E la pedagogia vissuta dei molti insegnanti neri della mia fanciullezza, è stata parte della missione educativa liberatoria per prepararci a resistere efficacemente al razzismo e alla supremazia bianca, ed ha avuto un profondo impatto sulla mia riflessione sull’arte e sulla pratica dell’insegnamento”. Hooks: “Ain’t I a Woman: Black Women and Feminism è stata la manifestazione concreta della mia lotta interiore nei confronti del mutamento che porta da sentirsi oggetto a soggetto. […] Il lavoro di Freire ha affermato il mio diritto definire la realtà in quanto soggetto resistente. I suoi scritti mi hanno dato modo di collocare la politica del razzismo negli Stati Uniti in un contesto globale, nel quale ho potuto collegare il mio destino a quello dei neri colonizzati che lottano ovunque per decolonizzare e trasformare la società. […] Il libro di Paulo, Pedagogia in Cammino, è stato importante per il mio lavoro, poiché costituisce un esempio cruciale di come un pensatore critico privilegiato può approcciare la condivisione di conoscenze e risorse con coloro che ne hanno bisogno. […] Nella società americana, in cui l’intellettuale - in particolare l’intellettuale nero - ha spesso assimilato hai tradito le preoccupazioni rivoluzionarie per mantenere il potere di classe, è fondamentale e necessario che gli intellettuali neri ribelli possiedono un’etica della lotta capace di influenzare la propria relazione con quelle persone nere che non hanno avuto accesso a modalità di conoscenza condivise in luoghi privilegiati”. Hooks continua rivelando aneddoti relativi al suo incontro con Freire all’università: “Venni a sapere in qualche modo del suo arrivo, solo per sentirmi dire che non c’erano più posti per prendere parte al workshop. Protestai! Mi dissero che non ero stata invitata ai vari incontri per paura che interrompessi la discussione di questioni importanti con le mie critiche femministe. Anche se, quando qualcuno rinuncio all’ultimo minuto, mi viene permesso di partecipare, avevo l’animo pesante perché avvertivo chiaramente questo tentativo se si sta di controllare la mia voce e di gestire l’incontro. Vivevo una lotta interiore perché in effetti volevo porre delle domande a Paulo Freire sul sessismo nella sua opera. Alcune persone mi diedero addosso svalutando l’importanza delle mie domande; Paulo intervenne, dicendo che erano domande cruciali, e rispose. […] La presenza di Freire mi ha ispirato. Ho riconosciuto in lui un comportamento cestista, ma accolgo queste contraddizioni come parte del processo di apprendimento, parte di quegli aspetti che lottiamo per cambiare. Nonostante le durissime critiche femministe il suo lavoro, Paulo riconosce di avere un ruolo nei movimenti femministi.”
Immaginate dunque il mio dolore di bambina. Non mi sentivo veramente connessa con le persone strambe, a quella famiglia che non solo non comprendeva la mia visione del mondo, semplicemente non voleva ascoltarla. Da bambina, non sapevo da dove venisse. E quando non cercavo disperatamente di appartenere a questa comunità familiare che non sembrava mai accettarmi a volermi, tentavo ostinatamente di scoprire quale fosse la mia appartenenza. Cercavo con tutte le mie forze di tornare a casa. […] Vivendo l’infanzia senza questo senso di casa, ho trovato un porto franco nella “teoria“, nel dare un senso a ciò che accadeva intorno a me. La teoria è diventata il punto di partenza dal quale poter immaginare futuri possibili, dove la vita poteva essere vissuta in modo diverso. Questa esperienza “vissuta“ del pensiero critico, della riflessione dell’analisi, è il luogo in cui mi sono sforzata di comprendere il dolore e farlo sparire. Fondamentalmente, da questa esperienza ho imparato che la teoria può essere un luogo di guarigione. […] Quando la nostra esperienza vissuta della teoria critica è fondamentalmente legata processi di auto guarigione e di liberazione collettiva, non esiste alcun divario tra teoria e pratica. La teoria non è intrinsecamente curativa, liberatoria o rivoluzionaria, assolve a questa funzione solo quando lo vogliamo, e orientiamo di conseguenza la nostra teoria verso questo scopo. Quando ero bambina, certamente non descrivevo i miei processi di pensiero e di critica come “teorizzazione“. Eppure, come suggerito in Feminist Theory , conoscere un termine non dà vita a un processo o una pratica; ci si può dedicare alla teoria senza al contempo conoscere e possedere un termine, proprio come possiamo vivere e agire la resistenza femminista senza mai usare la parola “femminismo“”. Il saggio di Katie King, Producing Sex, Theory, and Culture: Gay/Straight ReMappings in Contemporary Feminism , offre un esempio molto utile di come la produzione accademica di teoria femminista, formulata in contesti gerarchici, spesso consente ad alcune donne - in particolare a donne bianche, privilegiate e molto note - di attingere alle opere di studiose femministe meno note o addirittura sconosciute, senza dare il giusto riconoscimento a queste fonti. King afferma che tale teoria prende le mosse da idee tratte da fonti meno note. La produzione della teoria femminista è un fenomeno complesso, che raramente si tratta di una pratica individuale e di solito emerge dal confronto con fonti collettive. Il lavoro delle donne di colore, dei gruppi emarginati e di alcune donne bianche (ad esempio, lesbiche, femministe pro-sex), specialmente quando è scritto in un modo che lo rende accessibile a un vasto pubblico di lettrici e lettori, è spesso delegittimato in contesti accademici, anche se quel lavoro consente e promuove la pratica femminista. Sebbene venga spesso appropriato dalle stesse persone che stabiliscono standard critici restrittivi, è proprio il tipo di lavoro che secondo loro non rappresenta la teoria. Chiaramente, l'uso che queste persone fanno della teoria è, in questo caso, strumentale. La usano per creare gerarchie di pensiero superflue e concorrenti, che riscrivono la politica del dominio designando alcune opere come inferiori, superiori o più o meno degne di attenzione. King sottolinea che "la teoria trova usi diversi in luoghi diversi". A che serve una teoria femminista che assale la fragile psiche di donne che lottano per liberarsi dal giogo opprimente del patriarcato? A cosa serve una teoria femminista che le affossa letteralmente e le vede uscire incerte, con sguardi confusi, dagli ambienti scolastici - sentendosi umiliate, sentendosi come se si trovassero da qualche parte, in un salotto o in una camera da letto, nude, con chi le ha sedotte o le sedurrà, che le costringe per di più a un'interazione umiliante, che le spoglia del loro senso del valore? Perché lo scopo di tale teoria è proprio quello di dividere, separare, escludere, mantenere una distanza. E poiché questa teoria continua a essere utilizzata per mettere a tacere, censurare e svalutare svariate voci teoriche femministe, non possiamo semplicemente ignorarla. Tuttavia, nonostante venga utilizzata come strumento di dominio, può anche portare con sé idee, pensieri e visioni importanti che potrebbero, se usate in modo diverso, svolgere una funzione guaritrice e liberatoria. Al tempo stesso, non possiamo ignorare il pericolo che rappresenta per la lotta femminista, una lotta che deve essere radicata in una teoria che informa, modella e rende possibile la pratica femminista. Le occasioni in cui le donne pensatrici nere o di colore si riuniscono per discutere rigorosamente di questioni di razza, genere, classe e sessualità sono poche. “Sono spesso rimasta in silenzio” afferma Hooks. Molti nazionalisti neri abbracciano avidamente la teoria e il pensiero critico come un'arma necessaria nella lotta contro la supremazia bianca, ma all'improvviso dimenticano l'importanza della teoria quando si tratta
“[…] Anche io critico l’uso dell’essenzialismo e della politica dell’identità come strategia di esclusione o dominio, diventa sospettosa quando le teorie definiscono questa pratica dannosa suggerendo che si tratti di una strategia impiegata solo dai gruppi marginalizzati. Il mio sospetto è radicato nella consapevolezza che una critica dell’essenzialismo non interroga le pratiche critiche di altri gruppi che impiegano le stesse strategie in modi differenti, e il cui comportamento escludente viene fermamente sostenuto da strutture di dominio istituzionalizzate che non lo criticano o controllano. Allo stesso tempo, sono preoccupata che le critiche alla politica dell'identità non diventino la nuova modalità elegante di mettere a tacere gli studenti appartenenti a gruppi marginalizzati. Fuss sottolinea che "il confine artificiale tra chi fa parte di un gruppo e chi no, spesso imbriglia la conoscenza, impedendone la disseminazione". Mi turba il mancato riconoscimento del fatto che razzismo, sessismo ed elitismo modellino la struttura delle classi, creando un contesto realmente predeterminato che separa chi è esperto da chi non lo è, spesso già attivo ancor prima dell'inizio di qualsiasi riflessione in classe. Fuss sostiene che "la legge non scritta della classe è quella di non fidarsi di coloro che non possono portare l'esperienza come fondamento indiscutibile della loro conoscenza. Tali leggi non scritte rappresentano forse la minaccia più grave per le dinamiche di classe, in quanto suscitano sospetto in coloro che ne sono inclusi e senso di colpa (a volte rabbia) tra chi non lo è". Questa strategia pedagogica è radicata nel presupposto che tutti portiamo in classe una conoscenza esperienziale, e che questa conoscenza può davvero migliorare la nostra esperienza apprendimento. Se l'esperienza è ammessa in classe come modalità di conoscenza che coesiste con altre in modo non gerarchico, la possibilità che possa essere usata per zittire le altre persone si riduce. Hooks: “Nelle istituzioni in cui ho insegnato, il modello pedagogico prevalente è autoritario, gerarchico in modo coercitivo e spesso dominante”. Fuss afferma di essere diffidente nei confronti dei tentativi di censurare il racconto delle storie personali in classe in quanto non "adeguatamente 'teorizzate'", ma in questo capitolo rivela di non credere, in fondo, alla condivisione dell'esperienza personale come valore aggiunto alle discussioni in classe. Le esperienze di Fuss in classe riflettono come "la lotta per far ascoltare la propria voce" sia parte integrante della sua pratica pedagogica. La maggior parte dei suoi commenti e osservazioni sull' essenzialismo in classe si basano sulla sua esperienza. Fuss attinge alla sua particolare esperienza per esprimere generalizzazioni totalizzanti. Hooks: “La mia esperienza in classe è diversa da quella di Fuss perché parto da un punto di vista "altro", marginalizzato a livello istituzionale, e non intendo qui assumere una posizione essenzialista. Molte docenti nere non rivendicherebbero questo posizionamento”. Le strategie pedagogiche determinano in che misura gli studenti imparano a interagire più intensamente con idee e problemi che apparentemente non sono in relazione diretta con la loro esperienza. I docenti possono utilizzare nozioni essenzialistiche per limitare le voci di particolari studenti; per questo motivo dobbiamo vigilare costantemente sulle nostre pratiche pedagogiche. Tutti gli studenti, non solo quelli di gruppi marginalizzati, sembrano maggiormente desiderosi di partecipare attivamente alla discussione in classe quando la percepiscono come personale. Va ricordato che ci sono studenti che possono non sentire il bisogno di riconoscere che la propria partecipazione entusiasta sia stimolata dalla connessione di un determinato argomento con le esperienze personali. Fuss si domanda: “Esattamente, cosa può essere considerato ‘esperienza’?”. Possiamo riflettere su questo problema domandandoci se i professori e gli studenti che vogliono condividere l’esperienza personale in classe possano farlo, senza promuovere posizionamenti esistenzialisti ed escludenti. Giroux sostiene che i professori devono imparare a rispettare il modo in cui gli studenti vivono le proprie esperienze e il loro bisogno di parlarne in classe. Gli studenti hanno ricordi, famiglie, religioni, sentimenti, lingue e culture che forniscono loro una voce unica. “Condivido con la classe la convinzione che se la nostra conoscenza di un argomento è limitata e qualcun altro porta la propria esperienza personale, dobbiamo imparare con umiltà e rispetto da coloro che portano un dono così grande. L’esperienza è una modalità di conoscenza e può influenzare ciò che sappiamo e spesso l’esperienza si manifesta in classe come memoria“.
devono approfondire il proprio attaccamento collettivo alla rabbia e all'ostilità nei confronti delle donne bianche. Abbiamo bisogno di spazi esclusivi in cui esprimere apertamente, almeno in parte, quella rabbia repressa e quell'ostilità, in modo da poterne rintracciare l'origine, farla nostra ed esaminare le possibilità di trasformare la rabbia interiorizzata in energia costruttiva e di autoaffermazione, che può essere usata in modo efficace per resistere al dominio femminile bianco e per stringere legami significativi con alleate bianche. Solo quando la nostra visione sarà chiara saremo in grado di distinguere i gesti sinceri di solidarietà dalle azioni radicate nella malafede. Lasciar andare parte del dolore può fare spazio al coraggio dell’incontro, senza paura né senso di colpa. Dobbiamo analizzare le motivazioni per le quali perdiamo improvvisamente la capacità di esercitare abilità e cura quando ci confrontiamo oltre i confini di razza e classe. Quando riusciremo a dare vita a questo spazio femminile in cui valorizzare la differenza e la complessità, la sorellanza basata sulla solidarietà politica verrà finalmente alla luce.
più difficile applicarla alle relazioni personali. Carolyn che le donne nere che "lottano insieme" occupandosi di sessismo e razzismo, sono in grado di sviluppare importanti strategie di sopravvivenza e resistenza, che vanno condivise all'interno delle comunità nere, specialmente poiché - dissero - la donna nera che riesce a superare tutto questo e riscopre sé stessa "ha in mano la chiave della liberazione".
Ron afferma che come insegnanti, nel corso degli anni, abbiamo posto la nostra enfasi sull’affermare chi siamo nell’ambito della mediazione che richiede di stare con altre persone in classe e ottenere qualcosa in quel contesto. Non solo trasmettere informazioni o fare affermazioni, ma lavorare con le persone. A parer mio è interessante come sia proprio negli spazi privati che si verificano le molestie sessuali (uffici e simili), di come si possa sperimentare la vendetta dei repressi. Con Ron abbiamo parlato di Focault come esempio di qualcuno che in teoria sembrava sfidare le opposizioni binarie semplicistiche e la separazione tra mente e corpo, ma nella sua pratica di vita come insegnante, ha chiaramente tracciato una separazione tra lo spazio in cui si considerava come l’intellettuale praticante e lo spazio in cui si trovava come corpo. È evidente che lo spazio della cultura elevata era quello in cui esisteva con la mente, e lo spazio della strada e della cultura della strada era dove sentiva di poter essere più espressivo in quanto corpo. Quando in classe iniziamo a parlare del corpo, e di come viviamo nei nostri corpi, sfidiamo automaticamente il modo in cui il potere si è strutturato in quel particolare spazio istituzionalizzato. […] La nostra nozione romantica del professore è così legata all'idea della mente transitiva, una mente che, in un certo senso, è sempre in contrasto con il corpo. Parte del motivo per cui tutti nell'ambito della cultura, e gli studenti in generale, hanno la tendenza a considerare professori come persone che non lavorano è certamente legato a quell'idea di corpo immobile. Parte della separazione di classe tra ciò che facciamo e ciò che la maggior parte delle persone in questa società fa (servizio, lavoro, lavoro di cura) è che le altre persone muovono i loro corpi. La pedagogia libertaria richiede davvero che si lavori in classe, sia con i limiti del corpo, che insieme, attraverso e contro quei limiti: gli insegnanti possono insistere sul fatto che non importa se stai dietro al podio o alla scrivania, ma in realtà importa eccome”. Ron aggiunse: “Quando ti allontani dal podio e cammini, improvvisamente il tuo odore, il modo in cui ti muovi, diventa molto evidente per gli studenti. Inoltre, porti con te il potenziale, anche se non garantito, di un certo tipo di relazione faccia a faccia e di rispetto per "ciò che dico" e "ciò che dici". Studente e docente si guardano reciprocamente. E nella prossimità fisica, improvvisamente quello che devo dire non proviene da dietro questa linea invisibile, questo muro di demarcazione che implica che tutto ciò che proviene da questo lato della scrivania è oro, è verità, o che tutto ciò che è detto là fuori è semplicemente detto per essere valutato da me, che l'unico Modo possibile in cui posso rispondere è dicendo “bene“, “giusto“ e così via. Quando ti muovi, il lavoro in classe si fa più evidente”. L’autrice affermò: “È significativo che quelli di noi che cercano di criticare i pregiudizi in classe sono stati costretti a tornare al corpo per parlare di noi stessi come soggetti nella storia. Siamo tutti soggetti nella storia. Dobbiamo tornare allo stato di esseri incarnati per decostruire il modo in cui il potere viene tradizionalmente utilizzato in classe, negando la soggettività ad alcuni gruppi e accordandola ad altri. Riconoscendo la soggettività e i limiti dell'identità, interrompiamo quell'oggettivazione che è così necessaria in una cultura del dominio. […] È affascinante osservare i modi in cui la cancellazione del corpo si collega alla cancellazione delle differenze di classe e, soprattutto, alla cancellazione del ruolo delle strutture universitarie come luoghi di riproduzione di una classe privilegiata di valori, dell'elitismo. Tutte queste questioni vengono smascherate quando la civiltà occidentale e la formazione canonica vengono messe in discussione e interrogate rigorosamente. Questo è esattamente ciò che gli accademici conservatori trovano minaccioso: la possibilità che tali critiche smantellino l'idea borghese del "professore" e che, di conseguenza, il nostro significato e il nostro ruolo di insegnanti in classe finiscano per essere radicalmente cambiati. È anche molto importante sottolineare che alcuni professori possono tentare di decostruire i pregiudizi tradizionali ma allo stesso tempo condividere le medesime informazioni attraverso la postura del corpo, il tono, la scelta delle parole e così via, che perpetuano quelle stesse gerarchie e pregiudizi che stanno criticando. […] L'esempio che mi viene in mente è quello di una docente di inglese bianca, entusiasta di includere Toni Morrison nel suo programma, ma che non intende affrontare la questione della razza quando parla del libro, perché la considera molto più destabilizzante del suo ruolo di docente rispetto alla modifica del programma”. Ron rispose: “I professori che in effetti evocano la necessità della tradizione potrebbero parlarne diversamente. Tradizione dovrebbe essere una parola meravigliosa, una parola ricca. Tuttavia è spesso usata nel senso negativo di ripetere la tradizione del potere dello status quo. Questo aggrapparsi al passato è imposto dalla profonda convinzione nella legittimità di tutto ciò che è venuto prima. Gli insegnanti che
hanno queste convinzioni fanno davvero fatica a sperimentare e rischiare con il proprio corpo - l'ordine sociale. Vogliono che l'aula resti come è sempre stata”. L’autrice riprende parola: “Mi preme sottolineare che molti docenti, che apparentemente non sembrano avere difficoltà ad abbandonare le idee antiquate, e che abbracciano nuovi modi di pensare, possono comunque restare caparbiamente legati ai vecchi modi di praticare l'insegnamento, come i loro colleghi più conservatori, È un problema cruciale. Anche quelli di noi che sperimentano pratiche pedagogiche progressiste hanno paura di cambiare. Il punto importante qui è che ci vuole un impegno feroce, una volontà di lotta, per fare in modo che il nostro lavoro di insegnanti rifletta la pedagogia progressista. Le pratiche pedagogiche progressiste vengono criticate sia dall'esterno che all'interno. Bloom e D'Souza hanno raggiunto un pubblico di massa e hanno dato un'impressione distorta della pedagogia progressista. Trovo terrificante che i mass media non solo abbiano dato al pubblico la sensazione che ci sia stata davvero una sorta di rivoluzione nell'istruzione in cui i bianchi conservatori sono stati completamente screditati, quando in realtà sappiamo che i cambiamenti sono stati minimi, che solo un piccolo gruppo di docenti sostengono la pedagogia progressista”. Ron: “I pensatori conservatori sono riusciti a sostenere le loro argomentazioni al di fuori dell'università e persino a convincere gli studenti che la qualità della loro istruzione diminuirà a fronte dei cambiamenti. Ad esempio, penso che molti studenti confondano l'assenza di un formalismo tradizionale e riconoscibile con la mancanza di serietà”. Hooks: “Molte docenti femministe, ad esempio, iniziano la loro carriera sforzandosi di istituzionalizzare pratiche pedagogiche più radicali, ma quando gli studenti non sembrano “rispettare la loro autorità“, pensano che queste pratiche siano in efficaci e inaffidabili, e ritornano alle pratiche tradizionali”. Ron: “ È molto difficile comunicare con gli studenti perché molti di loro sono già convinti di non poter rispondere alla richiesta di coinvolgimento in classe, perché sono già stati addestrati a considerarsi come quelli senza autorità, senza legittimità. L’aspetto meno legittimo ai loro occhi è quello di riconoscere la responsabilità degli studenti nel processo di apprendimento”. Hooks: “Per educare alla libertà, quindi, dobbiamo sfidare e cambiare il modo in cui si pensa al processo pedagogico. Ecco perché la critica del multiculturalismo tenta di blindare un’altra volta la classe, per fermare questa rivoluzione nel modo di imparare. E come se le persone sapessero che focalizzarsi sulla differenza ha il potenziale di rivoluzionare l’aula, e non vogliono che questa rivoluzione abbia luogo”. Ron: “ attraverso le risate, potrebbe aver luogo uno scambio reciproco. Stai ridendo, gli studenti stanno ridendo e chi passa, guarda dentro l’aula e afferma: “Bene, sei in grado di fargli ridere. E con questo? Chiunque può fare il giullare“. Assumono questo atteggiamento perché l’idea di reciprocità, di rispetto, non viene mai presa in considerazione. Per dimostrare la tua serietà accademica, gli studenti devono essere praticamente morti, silenziosi, addormentati, non svegli, eccitati e ronzanti in tutta la classe. […] Quello che dico io agli studenti e di non confondere l’informalità con la mancanza di serietà, di rispettare il processo”. Hooks: “Un giorno non potevo andare a lezione, e sono stata sostituita da una persona molto più tradizionalista e autoritaria: gli studenti si sono perlopiù adattati a quella pratica pedagogica. Quando sono tornata e ho chiesto: "Bene, cosa è successo in classe?" gli studenti mi hanno raccontato che questa persona aveva davvero umiliato uno studente, usando il suo potere con forza per zittirlo. "E voi come avete reagito?" chiesi. Ammisero di essere rimasti seduti in silenzio. Queste confessioni mi hanno fatto capire quanto sia profondamente radicata negli studenti la percezione che i professori possano e debbano essere dittatori”. Ron sostiene che probabilmente le loro reazioni siano state influenzate dall’abitudine mentre l’autrice sottolinea ruolo dell’abitudine come fondamentale, poiché cambiare le strutture esistenti è terribilmente difficile perché l’abitudine alla repressione è la norma. L’educazione come pratica della libertà non riguarda solo la conoscenza libertaria, ma la pratica libertaria in aula. “Tanti di noi hanno criticato quegli studiosi bianchi che a parole sostengono la pedagogia critica ma che non cambiano le loro pratiche in classe, affermando il privilegio di razza, classe e genere senza interrogare la propria condotta. […] Ancora una volta, la questione è se sia possibile o meno sovvertire la politica di dominio in classe semplicemente utilizzando materiale diverso o avendo un punto di vista diverso, più radicale. Stiamo dicendo, per l’ennesima volta, che argomenti diversi e più radicali non danno vita a una pedagogia libertaria, che una
bei voti a molto a che fare con la paura del fallimento. L’insegnamento progressista cerca di sradicare quella paura, negli studenti come nei docenti. Per me, la classe impegnata cambia costantemente: gli studenti hanno compreso che non dovevano pensare come me, che non ero lì per riprodurre me stessa. Se ne sono andati con un senso di impegno, con un senso di sé come pensatori critici, entusiasti dell’attività intellettuale“. Ron sostiene che il compito degli insegnanti sia quello di dare agli studenti il potere in modo tale che abbiano la capacità di valutare correttamente la loro crescita accademica. Hooks continua: “Anche quando inciampava ubriaco, e teneva la stessa lezione della settimana precedente, non glielo dicevamo perché non volevamo minare la sua autorità, la sua immagine di sé. Non abbiamo superato la fase della negazione: eravamo semplicemente complici”. Secondo Ron, sovente la complicità si manifesta perché docenti e studenti hanno paura delle sfide, perché implicano un impegno maggiore. “La pedagogia impegnata è fisicamente estenuante!”. Hooks: “Più la classe impegnata diventa sovraffollata, più rischia di diventare uno spettacolo, un luogo di intrattenimento. Quando ciò accade, il potenziale trasformativo di quell’aula viene inficiato e l’impegno dell’insegnante mi risulta indebolito. Ma creare una comunità di apprendimento è abbastanza difficile per un docente senza questa ulteriore complicazione! L’aula non è il luogo della celebrità; è il luogo dell’apprendimento. Se i docenti non insegnassero sempre nello stesso tipo di istituzione, ciò migliorerebbe le nostre pratiche di insegnamento. Io tenevo che dopo aver insegnato per così tanto tempo in facoltose scuole private, e aver insegnato a studenti che avevano beneficiato di strutture privilegiate di supporto educativo prima di entrare all’università, non sarei stata in grado di lavorare come docente impegnata in un diverso tipo di istituzione. Insegnai al City College, un’istituzione pubblica frequentata da molti studenti provenienti da contesti non privilegiati, è stata, ed è tuttora, una sfida costante. Eppure all’inizio avevo paura. […] Il fatto che la maggior parte di questi studenti si sentisse a proprio agio nell’ambito di luoghi e culture al di fuori degli Stati Uniti ha influenzato profondamente il loro modo di leggere i testi. Il modello industriale di processo educativo non avrebbe incoraggiato un cambiamento nelle pratiche di insegnamento. Dedicarsi ad altri in ambiti differenti potrebbe migliorare la nostra capacità di insegnamento”. Secondo Ron, le università devono iniziare a riconoscere che l’educazione di uno studente sia qualcosa di più del tempo passato in classe, che la maggior parte degli studenti lavora, dalle venti alle quaranta ore alla settimana e che siano così tanti modi in cui si possa sostenere la creazione di una comunità di apprendimento. Hooks: “Io vorrei che le istituzioni capissero che gli insegnanti hanno bisogno di prendere delle pausa dall’insegnamento, e che il tempo lontano dall’insegnamento non deve essere sempre l’anno sabbatico in cui ti affanni per scrivere un libro, ma potrebbe durare due anni, o tre. È necessario porre maggiormente l’accento sulla condivisione del lavoro e sulla possibilità di cambiare mansione per creare un ambiente in cui sia possibile sostenere l’insegnamento impegnato. Ron: “Questa idea spaventa molti insegnanti. Sono preoccupati che ciò significhi lavorare di più, e non lavorare diversamente, con più entusiasmo e più impegno. Gli insegnanti impegnati sono consapevoli della propria vita individuale ma anche del loro coinvolgimento verso le altre persone, mentre credo che gli insegnanti tradizionali trasformino quella stessa consapevolezza in un diritto alla privacy, di modo che, una volta ottenuto il ruolo, si attua un vero ripiegamento di sé. Essere di ruolo offre a molti di noi l'opportunità di nascondersi. Molti non capiscono che essere un insegnante significa stare con le persone“.
del dominio; negli Stati Uniti, è la maschera che nasconde la perdita di un gran numero di altre lingue, di tutti i suoni delle diverse comunità native che non sentiremo mai e tante altre dimenticate. […] Quando mi rendo conto di quanto tempo ci è voluto perché gli americani bianchi riconoscessero le diverse lingue dei nativi americani e accettassero che quelli che i loro antenati colonizzatori definivano grugniti privi di senso erano davvero un linguaggio, è difficile non avvertire costantemente nell'inglese standard il suono del massacro e della conquista. "Questa è la lingua dell'oppressore, ma ne ho bisogno per parlarti". Quando immagino il terrore degli africani a bordo delle navi schiaviste, venduti all'asta, il suono stesso dell'inglese doveva essere terrificante. Africani trasportati bruscamente in un mondo in cui il suono stesso della propria lingua madre non aveva significato? Li immagino ascoltare l'inglese parlato come lingua dell'oppressore, ma immagino anche che si rendano conto che questa lingua debba essere posseduta, presa, rivendicata come spazio di resistenza. Forse, il momento in cui hanno capito che la lingua dell'oppressore, se riappropriata e pronunciata dalle lingue dei colonizzati, poteva essere uno spazio di unione. In quel riconoscimento c'era la comprensione che era possibile ricreare un'intimità, che si poteva dare forma a una cultura di resistenza che avrebbe reso possibile il recupero dal trauma della schiavità. Imparare l'inglese è stato rivendicare il proprio potere personale in un contesto di dominio. Attraverso una lingua condivisa, i neri potevano trovare nuovamente un modo di fare comunità e un mezzo per dare vita alla solidarietà politica necessaria per resistere. Gli schiavi neri prendevano frammenti di inglese, mettevano insieme le loro parole in modo tale che il colonizzatore fosse costretto a ripensare il significato della lingua inglese. Quando gli schiavi cantavano “nobody knows the trouble I see", l'uso della parola “nobody” aggiunge un significato più ricco alla frase rispetto a “no one" poiché il corpo (body) dello schiavo è il luogo concreto della sofferenza. Nell’uso scorretto e nell'errata collocazione delle parole, c'era lo spirito della ribellione che rivendicava la lingua come luogo di resistenza. Esiste una connessione ininterrotta tra l'inglese riappropriato dagli schiavi africani deportati e i diversi linguaggi vernacolari utilizzati oggi dai neri. In entrambi i casi, la rottura con l'inglese standard ha consentito e consente ribellione e resistenza. Nel trasformare la lingua dell'oppressore e creare una cultura di resistenza, i neri hanno dato vita a un discorso intimo capace di dire molto più di quanto fosse consentito entro i confini dell'inglese standard. Il potere di questo discorso risiede nella creazione di uno spazio per la produzione di culture ed epistemologie alternative, modi di pensare e conoscere differenti e cruciali al fine di creare una visione contro-egemonica del mondo. Nella cultura popolare nera contemporanea, la musica rap è diventata uno degli spazi in cui il linguaggio vernacolare nero viene utilizzato in un modo che invita la cultura dominante ad ascoltare e a trasformarsi. Tuttavia, uno dei rischi di questo tentativo di traduzione culturale è la banalizzazione del linguaggio vernacolare nero. Quando i ragazzini bianchi imitano questo linguaggio come se fosse il linguaggio di chi è stupido o di chi vuole soltanto intrattenere o far ridere, il potere sovversivo di questo linguaggio viene depotenziato. Quando ho iniziato a incorporare il vernacolo nero nei saggi critici, gli editori mi rimandavano il lavoro in inglese standard. L'uso del vernacolo implica che possa essere necessaria la traduzione in inglese standard se si desidera raggiungere un pubblico più inclusivo. Quando gli studenti del mio corso sulle scrittrici nere hanno iniziato a parlare usando lingue e discorsi diversi, le lamentele degli studenti bianchi non mi hanno sorpreso. Il vernacolo nero era quello che scatenava le reazioni più evidenti: per gli studenti bianchi sentire le parole dette ma non comprenderne il significato era particolarmente inquietante. Da un punto di vista pedagogico, li ho incoraggiati a pensare a quel momento come un momento di formazione, per avere non solo l'opportunità di ascoltare senza “padronanza”, ovvero senza possedere la parola attraverso l'interpretazione, ma anche per ascoltare parole non inglesi. Ora che il pubblico della scrittura e del discorso femminista è più diversificato, è evidente che dobbiamo cambiare il modo convenzionale di pensare al linguaggio, creando spazi in cui voci diverse possano parlare con parole diverse dall'inglese o tramite discorsi frammentari e vernacolari. Cambiare il modo in cui pensiamo al linguaggio e il modo in cui lo usiamo, altera necessariamente il modo in cui sappiamo ciò che sappiamo. Per curare la scissione fra mente e corpo, abbiamo emarginato e oppresso le persone che tentano di recuperare noi stessi e le nostre esperienze nel linguaggio. Cerchiamo
Negli ultimi anni, la crescente consapevolezza delle differenze di classe negli ambiti accademici progressisti ha dato l'opportunità a studenti e docenti impegnati nella pedagogia critica e femminista di creare spazi all'interno dell'accademia dove è possibile affrontare questioni relative al privilegio di classe. Tuttavia, nessun intervento può minare lo status quo se non siamo disposti a mettere in discussione il modo in cui il nostro posizionamento personale e il nostro processo pedagogico risultano spesso modellati dalle norme della classe borghese. La mia consapevolezza di classe è stata continuamente rafforzata dagli sforzi fatti per rimanere vicina ai miei cari che permangono in posizioni materialmente svantaggiate. Ciò mi ha aiutato a utilizzare strategie pedagogiche in grado di creare rotture nell'ordine stabilito e promuovere modalità di apprendimento che sfidano l'egemonia borghese. La pedagogia critica e quella femminista costituiscono due paradigmi alternativi di insegnamento che hanno davvero enfatizzato il problema della voce. Tale questione è emersa come centrale, proprio perché era chiaramente evidente che razza, sesso e privilegio di classe conferivano maggior potere ad alcuni studenti più che ad altri, garantendo maggior "autorevolezza" ad alcune voci più che ad altre. Nei miei corsi, invito gli studenti a scrivere brevi testi che leggono ad alta voce, in modo che tutti abbiano la possibilità di ascoltare prospettive uniche e l'opportunità di fermarsi e ascoltarsi l'un l'altro; anche la semplice esperienza fisica dell'ascolto, dell'ascolto concentrato di ogni singola voce rafforza la nostra capacità di apprendere insieme. Ascoltare le voci reciproche, i pensieri individuali e talvolta associare queste voci all'esperienza personale ci rende più consapevoli l'uno dell'altro. La condivisione di esperienze e narrazioni “confessionali" in classe aiutano a stabilire un impegno comune per l'apprendimento. Quando la consapevolezza della differenza di classe porta a cambiamenti all'interno dell'aula, alcuni studenti possono sentirsi minacciati. I giovani studenti sono più desiderosi di negare l'impatto delle differenze di classe e della classe nella nostra società. Gli studenti provenienti da contesti sociali privilegiati si sentono infastiditi dagli scambi più accesi che possono aver luogo in aula. Tuttavia, quelli di noi che provengono dalla classe operaia possono considerare la discussione più profonda e più ricca quando suscita risposte intense”.
Avendo compreso che i miei studenti si sentivano insicuri di fronte alle espressioni di cura e amore in classe, ho ritenuto necessario insegnare qualcosa sull'argomento. Una volta ho chiesto agli studenti: "Perché credete che l'attenzione che rivolgo a un particolare studente non possa essere estesa a ciascuno di voi? Perché pensate che non abbia abbastanza amore o cura da dare?". Al giorno d'oggi l'insegnamento e l'apprendimento appassionato non trovano spazio nell'istruzione superiore. Anche quando gli studenti desiderano disperatamente essere toccati dalla conoscenza, i docenti temono ancora la sfida, permettono alle loro paure di perdere il controllo di prevalere sul loro desiderio di insegnare. Allo stesso tempo, chi insegna le solite vecchie materie nel modo classico è spesso annoiato interiormente, incapace di riaccendere le passioni che provava un tempo”.