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Capitolo 1 – Aspetti storici dell’interpretazione Quello dell’interprete è un mestiere (distinzione tra mestiere= pratica, ha a che fare con la competenza e si impara per via teorica e professione= competenze teoriche) recente, nato con la nascita della lingua, che non si può datare: è il tempo che fa il linguaggio. Ad oggi esistono 6000 lingue.
Anche Cortés , un secolo dopo, nella sua conquista militare ed evangelica, utilizzò gli indigeni come interpreti e una dei suoi chiavi diventa addirittura la sua amante e interprete personale: Doña Marina (chiamata anche La Malinche ), rivestendo un ruolo molto importante nella conquista del Nuovo Mondo. Agli inizi dell’800 , Darwin dà inizio ad un’epoca in cui la sete di potere lascia il posto alla sete di scienza. Per le sue ricerche, incontra molte popolazioni ed è sempre accompagnato da qualcuno delle tribù locali e da un gaucho , che parlava la lingua indiana e lo spagnolo. Seguendo il suo esempio, molti esploratori e colonizzatori in Africa del Nord e Islanda Occidentale , si fanno accompagnare da guide e interpreti. In passato, l’interpretazione non veniva considerata come una vera e propria professione ma piuttosto come un’ attività richiesta ad hoc ai cittadini, come soldati, indigeni e schiavi, dai membri delle classi sociali più elevate, infatti, gli interpreti erano persone coraggiose che si prestavano ad imprese audaci. Inizia a venir considerato un lavoro dal 1680 circa, quando viene scritto il 1° manuale sulle regole che deve seguire un interprete , ovvero la Recopilación de Leyes de las Indias , che contiene informazioni riguardo orario di lavoro, salario e ammende, oltre alle regole, le cui principali erano: chiarezza, obiettività, vietato bere/mangiare con le persone con cui lavoravano, vietato accettare doni.
Capitolo 2 – Processo interpretativo e propedeuticità dell’interpretazione consecutiva
Capitolo 3 – Aspetti pratici della professione
Capitolo 4 – Forme dell’interpretare
Capitolo 5 – Nuove tecnologie applicate all’interpretazione
2. le interfaccia dedicate più in voga sono due: - KUDO è stata sviluppata da ex capi cabina dell’ONU e prevede due canali , uno per la riunione e uno per il team interpreti con due chat distinte , in modo da vedere sullo schermo la riunione in corso con il parlante del momento (cosa utilissima) e al tempo stesso interagire via chat con i colleghi delle altre cabine. Essendo una piattaforma dedicata permette il rélais e la consolle assomiglia in tutto e per tutto alla consolle della cabina fisica per la simultanea perché sono visibili nella barra degli strumenti i canali di ingresso e di uscita delle lingue, le lingue di rélais, il microfono e il tasto di passaggio microfono per dare l’allerta al collega collegato da remoto dell’imminente cambio turno, mentre l’interfaccia utente assomiglia a quella di Teams; - ABLIO è stata sviluppata da un gruppo di interpreti delle istituzioni europee e somiglia a KUDO in molte delle sue funzionalità. Compare la finestra della conferenza, il tasto per il cambio lingua, il rélais e la chat degli interpreti e necessita una connessione cablata USB o LAN per mantenere il segnale stabile.
l’intenzionalità (consapevolezza e attenzione) non è sempre presente e si ha come risultato una sorta di “parlarsi addosso”, per il grado di astrattezza, per la velocità incomprensibile e intraducibile dei fatti enunciati ma anche per il non rispetto dei turni di parola, creando disagio all’interprete che non riesce più a tradurre adeguatamente. La conferenza non è solo trasmissione di informazioni o di un testo, ma è anche un fatto che lega il testo all’occasione, in cui il come influenza il che cosa. Nel senso che il pubblico ha l’opportunità di interagire con l’oratore ponendo domande (per sapere di più sulla materia di cui l’oratore è un’autorità, sulle sue opinioni e su lui stesso) e può entrare in una forma di complicità con lui. È quindi un’esperienza unica e ben diversa dalla semplice lettura di un testo, ed è per questo che la gente vi partecipa.