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interrogazione latino, Appunti di Latino

tacito, vita e opere... appunti

Tipologia: Appunti

2025/2026

Caricato il 23/05/2026

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REGISTRAZIONE DEL 23 MARZO
Tacito è un autore dalla visione molto cupa e complessa, e verrà affrontato considerando
diversi aspetti della sua personalità storica e politica, pur non essendo propriamente uno
storico “oggettivo”, ma un autore che influenza profondamente la civiltà romana e la sua
ricezione successiva, sia in senso positivo sia attraverso strumentalizzazioni del suo
pensiero. Dal punto di vista biografico, le informazioni derivano da fonti dirette e indirette:
nasce intorno al 55 d.C. e muore probabilmente nel 117 d.C., quindi tra la fine del I secolo e
l’inizio del II, in età flavia e traianea; secondo alcune fonti nasce a Terni, ma più
probabilmente nella Gallia Narbonense, da una famiglia di rango equestre, cioè una classe
molto influente economicamente e politicamente, simile agli imprenditori moderni, capace di
finanziare guerre e campagne politiche pur senza nobiltà di sangue. Rafforza ulteriormente
la propria posizione sposando nel 78 la figlia di Gneo Giulio Agricola, importante statista e
comandante militare, e grazie a questo legame intraprende la carriera politica sotto
Vespasiano, Tito e Domiziano, senza però produrre opere letterarie fino alla morte di
quest’ultimo, segno che la scrittura per Tacito è possibile solo in condizioni di libertà. Diventa
pretore nell’88, membro del collegio dei quindecemviri sacris faciundis, si allontana da Roma
probabilmente per incarichi in Gallia o Germania, e nel 97, sotto Nerva, diventa consul
suffectus, pronunciando anche l’elogio funebre di Virginio Rufo; successivamente, sotto
Traiano, sostiene insieme a Plinio il Giovane l’accusa contro Mario Prisco per corruzione e
ricopre il ruolo di proconsole in Asia tra il 112 e il 113. Le sue opere principali, ordinate
cronologicamente, sono inizialmente due monografie storiche: l’Agricola, biografia
encomiastica del suocero che rappresenta il modello dell’uomo saggio e virtuoso, e la
Germania, monografia geo-etnografica sui popoli germanici, che descrive territorio, usanze e
costumi e che sarà poi strumentalizzata in epoca nazista; segue il Dialogus de oratoribus,
opera di attribuzione dubbia, di argomento retorico, in cui si affronta il tema della crisi
dell’oratoria; infine le due grandi opere storiografiche di impianto annalistico, le Historiae e
gli Annales, che riprendono la tradizione romana della narrazione anno per anno. Le
Historiae, composte tra il 100 e il 110, narrano il periodo dal 69 al 96 d.C., cioè dalla morte di
Nerone alla fine di Domiziano, mentre gli Annales, più estesi (circa 16-18 libri), trattano il
periodo dalla morte di Augusto fino a Nerone, quindi precedono cronologicamente le
Historiae: questa scelta mostra un procedimento “a ritroso”, come uno scavo archeologico,
per comprendere le cause del presente partendo dal presente stesso. Tacito si inserisce
nella tradizione storiografica romana, che dalle origini annalistiche si era arricchita con
innovazioni introdotte da autori come Sallustio, con la monografia, e Cesare, con i
commentarii, per poi tornare con Tito Livio a una forma annalistica tradizionale; Tacito unisce
entrambe le tendenze. Un elemento centrale della sua riflessione è il rapporto tra principato
e libertà: egli riconosce che il principato limita l’oratoria e la partecipazione politica, ma lo
considera una necessità storica per evitare il caos delle guerre civili, in una posizione simile
a quella di Niccolò Machiavelli, che pur preferendo la repubblica accetta il principato come
dato reale da migliorare; per questo il pensiero di Tacito è definito pessimista, perché non
crede in un ritorno al passato ma nell’accettazione della realtà con margini limitati di dignità
morale. Tra i temi fondamentali della sua opera vi sono anche la tecnica narrativa del ritratto,
già sviluppata da Sallustio e derivata dalla storiografia greca del IV secolo, che Tacito porta
a livelli altissimi nei ritratti di personaggi come Augusto, Seiano e Otone, e il tema degli
exitus illustrium virorum, cioè la morte degli uomini illustri, che diventa un elemento
ricorrente e significativo della sua visione storica, tanto che uno storico francese definì la sua
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REGISTRAZIONE DEL 23 MARZO

Tacito è un autore dalla visione molto cupa e complessa, e verrà affrontato considerando diversi aspetti della sua personalità storica e politica, pur non essendo propriamente uno storico “oggettivo”, ma un autore che influenza profondamente la civiltà romana e la sua ricezione successiva, sia in senso positivo sia attraverso strumentalizzazioni del suo pensiero. Dal punto di vista biografico, le informazioni derivano da fonti dirette e indirette: nasce intorno al 55 d.C. e muore probabilmente nel 117 d.C., quindi tra la fine del I secolo e l’inizio del II, in età flavia e traianea; secondo alcune fonti nasce a Terni, ma più probabilmente nella Gallia Narbonense, da una famiglia di rango equestre, cioè una classe molto influente economicamente e politicamente, simile agli imprenditori moderni, capace di finanziare guerre e campagne politiche pur senza nobiltà di sangue. Rafforza ulteriormente la propria posizione sposando nel 78 la figlia di Gneo Giulio Agricola, importante statista e comandante militare, e grazie a questo legame intraprende la carriera politica sotto Vespasiano, Tito e Domiziano, senza però produrre opere letterarie fino alla morte di quest’ultimo, segno che la scrittura per Tacito è possibile solo in condizioni di libertà. Diventa pretore nell’88, membro del collegio dei quindecemviri sacris faciundis, si allontana da Roma probabilmente per incarichi in Gallia o Germania, e nel 97, sotto Nerva, diventa consul suffectus, pronunciando anche l’elogio funebre di Virginio Rufo; successivamente, sotto Traiano, sostiene insieme a Plinio il Giovane l’accusa contro Mario Prisco per corruzione e ricopre il ruolo di proconsole in Asia tra il 112 e il 113. Le sue opere principali, ordinate cronologicamente, sono inizialmente due monografie storiche: l’ Agricola , biografia encomiastica del suocero che rappresenta il modello dell’uomo saggio e virtuoso, e la Germania , monografia geo-etnografica sui popoli germanici, che descrive territorio, usanze e costumi e che sarà poi strumentalizzata in epoca nazista; segue il Dialogus de oratoribus , opera di attribuzione dubbia, di argomento retorico, in cui si affronta il tema della crisi dell’oratoria; infine le due grandi opere storiografiche di impianto annalistico, le Historiae e gli Annales , che riprendono la tradizione romana della narrazione anno per anno. Le Historiae , composte tra il 100 e il 110, narrano il periodo dal 69 al 96 d.C., cioè dalla morte di Nerone alla fine di Domiziano, mentre gli Annales , più estesi (circa 16-18 libri), trattano il periodo dalla morte di Augusto fino a Nerone, quindi precedono cronologicamente le Historiae : questa scelta mostra un procedimento “a ritroso”, come uno scavo archeologico, per comprendere le cause del presente partendo dal presente stesso. Tacito si inserisce nella tradizione storiografica romana, che dalle origini annalistiche si era arricchita con innovazioni introdotte da autori come Sallustio, con la monografia, e Cesare, con i commentarii, per poi tornare con Tito Livio a una forma annalistica tradizionale; Tacito unisce entrambe le tendenze. Un elemento centrale della sua riflessione è il rapporto tra principato e libertà: egli riconosce che il principato limita l’oratoria e la partecipazione politica, ma lo considera una necessità storica per evitare il caos delle guerre civili, in una posizione simile a quella di Niccolò Machiavelli, che pur preferendo la repubblica accetta il principato come dato reale da migliorare; per questo il pensiero di Tacito è definito pessimista, perché non crede in un ritorno al passato ma nell’accettazione della realtà con margini limitati di dignità morale. Tra i temi fondamentali della sua opera vi sono anche la tecnica narrativa del ritratto, già sviluppata da Sallustio e derivata dalla storiografia greca del IV secolo, che Tacito porta a livelli altissimi nei ritratti di personaggi come Augusto, Seiano e Otone, e il tema degli exitus illustrium virorum , cioè la morte degli uomini illustri, che diventa un elemento ricorrente e significativo della sua visione storica, tanto che uno storico francese definì la sua

opera come una sorta di “cimitero” di grandi figure politiche; la morte assume valore morale e simbolico, come nei casi di Seneca, Petronio e Trasea Peto. Un altro aspetto importante è il tacitismo, cioè l’interpretazione e spesso la strumentalizzazione del pensiero tacitiano in chiave politico-ideologica, evidente soprattutto nell’uso della Germania in epoca moderna. Il Dialogus de oratoribus , attribuito a Tacito ma discusso fin dal XVI secolo per ragioni stilistiche, presenta uno stile ciceroniano, ampio e armonico, diverso da quello conciso e frammentato tipico delle altre opere tacitiane, più vicino invece a Seneca; per questo alcuni lo considerano un’opera giovanile o spiegano lo stile come adeguamento al genere dialogico. Il dialogo, modellato su Cicerone, è ambientato tra il 75 e il 77 d.C. e vede come protagonista Curiazio Materno, portavoce del pensiero dell’autore, insieme ad altri interlocutori come Marco Apro e Messalla, e affronta il tema della decadenza dell’oratoria, già discusso anche da Quintiliano e da Petronio: mentre questi attribuivano la crisi a cause educative e scolastiche, Tacito individua una causa politica, cioè la perdita della libertà. L’oratoria, infatti, nasce dal confronto, dal conflitto e dalla partecipazione politica, tipici dell’età repubblicana, mentre in un sistema pacificato e autoritario come il principato perde vitalità; nel dialogo viene usata la metafora della fiamma, secondo cui l’eloquenza si alimenta di tensione e movimento e raggiunge il massimo splendore nei periodi di crisi, quando il confronto tra posizioni diverse stimola l’ingegno e la parola. Tuttavia, pur riconoscendo che la pace riduce lo spazio dell’oratoria, Tacito afferma che essa è comunque preferibile al caos, confermando la sua visione realistica e pessimistica: il principato è necessario, anche se limita la libertà, e l’uomo deve cercare di mantenere dignità e virtù all’interno di questo sistema.

MANCANO REGISTRAZIONI DEL 26 MARZO, 27 MARZO

REGISTRAZIONE DEL 9 APRILE

Tacito si colloca pienamente nella tradizione storiografica latina delle opere di impianto annalistico, cioè basate sulla narrazione degli eventi anno per anno, secondo un metodo già in uso fin dalla prima Repubblica, e le sue due grandi opere, Historiae e Annales , si inseriscono proprio in questa linea, anche nei titoli: “Historiae” richiama la tradizione greca della storiografia, collegandosi idealmente agli storici greci, mentre “Annales” è un termine tipicamente latino che deriva dalla pratica dei pontefici romani di registrare gli eventi anno per anno, e richiama opere come quelle di Tito Livio; allo stesso tempo il titolo Historiae richiama anche l’opera perduta di Sallustio, mostrando come Tacito si muova consapevolmente tra le due tradizioni. Le Historiae , composte tra il 100 e il 110 d.C., trattano un periodo molto vicino all’autore, cioè dalla morte di Nerone (68 d.C.) fino alla morte di Domiziano (96 d.C.), includendo l’anno dei quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano), e sono quindi in gran parte una storia “autoptica”, cioè basata su eventi vissuti direttamente o comunque compresi da Tacito in età matura; tuttavia, di quest’opera ci sono giunti solo pochi libri, che coprono una parte limitata del periodo. Successivamente Tacito torna indietro nel tempo e compone gli Annales , che narrano gli eventi dalla morte di Augusto (14 d.C.) fino a quella di Nerone (68 d.C.), cioè la dinastia giulio-claudia, mostrando un procedimento inverso rispetto a molti storici: non parte dalle origini per arrivare al presente, ma dal presente risale alle cause, come in uno scavo archeologico, per comprendere le radici del male storico che si è manifestato nel periodo flavio. Questo

REGISTRAZIONE 10 APRILE

Tacito è autore di due grandi opere storiografiche, le Historiae e gli Annales , che già nei titoli richiamano la duplice tradizione della storiografia romana: da un lato quella greca ( historia ), dall’altro quella latina degli annales , legata alla registrazione cronologica degli eventi anno per anno, tipica dei pontefici romani. Con questa doppia scelta Tacito si inserisce consapevolmente nella tradizione precedente, collegandosi sia ai modelli greci sia a quelli latini. Le Historiae , composte tra il 100 e il 110 d.C., trattano un periodo vicino all’autore, dalla morte di Galba (69 d.C., anno dei quattro imperatori: Galba, Otone, Vitellio, Vespasiano) fino alla morte di Domiziano (96 d.C.), quindi una storia in gran parte “autoptica”, cioè basata su eventi vissuti direttamente o comunque osservati in età matura. Gli Annales , invece, tornano indietro nel tempo e coprono il periodo dalla morte di Augusto (14 d.C.) alla morte di Nerone (68 d.C.), cioè la dinastia giulio-claudia. Questa scelta non è casuale: Tacito concepisce la storia come un’indagine sulle cause, quindi per comprendere la crisi e la degenerazione dell’età flavia bisogna risalire alle radici più lontane del potere imperiale.Nel proemio delle Historiae emerge chiaramente il suo metodo storico. Tacito afferma che gli storici dell’età repubblicana narravano le vicende del popolo romano “con pari eloquenza e libertà” ( eloquentia e libertas ). Qui introduce due principi fondamentali: lo storico deve curare la forma (eloquenza) ma soprattutto deve essere obiettivo (libertas). Tuttavia, con la fine della Repubblica, segnata dalla battaglia di Azio (31 a.C.), quando tutto il potere fu concentrato nelle mani di uno solo, questi grandi ingegni vennero meno: la libertà politica scompare e con essa anche la possibilità di una storiografia veramente libera. Tacito denuncia quindi che la verità ( veritas ) fu “calpestata in molti modi”: prima per ignoranza delle questioni politiche ( inscitia rei publicae ), cioè disinteresse dei cittadini verso la vita politica; poi per adulazione ( libido adsentandi ), cioè il desiderio di compiacere il potere; infine per odio verso i potenti. In entrambi i casi, adulazione e odio, viene meno l’obiettività. Da qui la famosa dichiarazione metodologica: lo storico deve scrivere sine ira et studio , cioè senza odio e senza passione, principio che rappresenta l’ideale tacitiano, anche se in realtà spesso non viene rispettato.Tacito riconosce anche la propria posizione: dichiara di aver fatto carriera sotto Vespasiano, Tito e Domiziano, quindi di non essere completamente indipendente, ma ribadisce che chi vuole essere onesto deve raccontare i fatti senza amore né odio. Inoltre afferma che avrebbe voluto trattare anche il principato di Nerva e Traiano, un’epoca da lui definita felice perché permette libertà di pensiero e di parola ( sentire quae velis et quae sentias dicere licet ), ma sceglie invece di affrontare un passato più drammatico, caratterizzato da guerre civili, violenze, corruzione e repressione. Dal punto di vista stilistico, Tacito utilizza una prosa densa e complessa, caratterizzata da brevitas, asindeto, arcaismi, variatio e forte carica drammatica. La sua storia non è mai solo racconto di fatti, ma interpretazione: introduce giudizi morali, parole chiave come libido , odium , ambitio , che rivelano il suo punto di vista. Questo lo allontana dal modello di Polibio, che proponeva una storiografia più pragmatica e oggettiva, basata sulle azioni ( praxeis ) e non sulle passioni. Negli Annales questa tendenza si accentua: Tacito non si limita a raccontare gli eventi, ma entra nella psicologia dei personaggi, trasformando la storia in un vero e proprio “romanzo del potere”. Un esempio emblematico è la figura di Nerone e il racconto del matricidio di Agrippina Minore. Tacito descrive Nerone come un principe dissimulatore, ipocrita, che usa i benefici ( beneficia ) per controllare e corrompere, tema collegabile anche alla riflessione di Lucio Anneo Seneca, il quale distingueva tra benefici autentici e benefici usati come strumenti di dominio. La figura di Agrippina è altrettanto complessa: donna ambiziosa e potente, cerca di controllare il figlio e di mantenere il potere attraverso alleanze

con il senato. La rottura tra madre e figlio segna l’inizio della tragedia. Tacito ricostruisce il matricidio in modo altamente drammatico: prima il tentativo fallito di naufragio presso Baia, poi l’assassinio finale nella villa, dove Agrippina, secondo la celebre scena, offre il ventre ai sicari dicendo “colpisci qui”, richiamando simbolicamente il tema tragico del matricidio già presente nella tragedia greca, ad esempio nell’ Orestea di Eschilo. Qui si vede chiaramente come Tacito trasformi la storia in teatro: descrizioni della natura, tensione narrativa, introspezione psicologica e ambiguità interpretativa (spesso usa formule come “come se”, “forse”, segno della sua soggettività). Questa drammatizzazione implica una perdita di oggettività: Tacito usa spesso congiuntivi, ipotesi, interpretazioni, segno che non sta semplicemente riportando fatti ma li sta ricostruendo e giudicando. La sua storiografia è quindi profondamente segnata da una visione pessimistica: il potere corrompe, la libertà è perduta, la verità è difficile da raggiungere. Tuttavia, proprio questa tensione tra ideale di obiettività e coinvolgimento morale rende la sua opera straordinariamente moderna e potente.In sintesi, Tacito unisce rigore storiografico e interpretazione morale, costruendo una narrazione intensa e drammatica che indaga le cause profonde della crisi romana, mettendo al centro il problema del potere e della libertà, e mostrando come la storia non sia solo successione di eventi, ma anche conflitto di passioni, interessi e valori.

REGISTRAZIONE 13 APRILE

Questa tematica della storiografia tacitiana, che nel nostro libro viene definita come “patologia del potere”, indica il modo in cui Tacito interpreta il potere politico, soprattutto nella ricostruzione dei principi della dinastia giulio-claudia: il potere appare come una vera e propria malattia, quasi un morbus , cioè una degenerazione morale. Si tratta quindi di una lettura fortemente moralistica della storia, in cui il potere viene assimilato a una forma patologica che corrompe l’uomo. Oggi possiamo comprendere questa impostazione anche facendo un confronto con l’analisi moderna, ma dobbiamo ricordare che la storiografia antica spesso mescolava indagine storica e riflessione etica. Tacito non parte esplicitamente da un’impostazione medica, ma, penetrando il passato e basandosi su fonti non sempre oggettive – come testimonianze indirette, lettere, narrazioni biografiche e racconti di sopravvissuti alle persecuzioni – costruisce una narrazione in cui emergono soprattutto gli aspetti più oscuri e negativi dei principi, in particolare di Nerone, anche perché su di lui pesa la damnatio memoriae, cioè la condanna all’oblio. Questa pratica, presente anche in epoche moderne nei confronti dei grandi dittatori, comporta una trasmissione storica fortemente negativa della figura colpita. Proprio Nerone diventa per Tacito l’esempio più evidente di questa “patologia del potere”, cioè dell’attaccamento morboso e dell’esasperazione dell’autorità. Tuttavia, è importante osservare che i capitoli dedicati a Nerone sono tra i più riusciti della storiografia tacitiana dal punto di vista narrativo: risultano estremamente coinvolgenti, quasi romanzeschi, come si vede nel racconto del matricidio di Agrippina, e confermano il giudizio di Quintiliano sulla capacità stilistica di Tacito. Per dimostrare la crudeltà e la degenerazione del potere di Nerone, Tacito segue diverse linee narrative: una prima è quella degli assassinii attribuiti direttamente o indirettamente al principe, tra cui l’uccisione di Britannico nel 55 d.C. e quella di Agrippina subito dopo; una seconda è quella delle morti illustri, cioè suicidi imposti come quelli di Seneca e Petronio, a cui si aggiunge anche quello di Trasea Peto; una terza riguarda la persecuzione dei cristiani e il grande incendio di Roma. È però fondamentale chiarire che l’interpretazione di Tacito è sempre una interpretazione di parte e non necessariamente corrisponde alla verità storica. Nel racconto dell’incendio di Roma, ad esempio, Tacito introduce subito un dubbio: non si sa se l’incendio

Il percorso all’interno soprattutto degli Annales è quello degli exitus illustrium virorum , cioè le morti di uomini illustri, termine al plurale di quarta declinazione ( exitus illustrium virorum ). In realtà, nel percorso che cerchiamo di fare di questi exitus illustrium , perché poi possiamo avere anche altre morti illustri di seconda importanza, inseriamo sicuramente quella di Seneca e quella di Petronio, che abbiamo già ampiamente analizzato quando abbiamo introdotto le figure dell’uno e dell’altro, del filosofo e del poeta satirico.Si tratta di morti avvenute spesso per scelta libera, ma in realtà con un forte paradosso: nella legislazione del principato, soprattutto in età imperiale, esisteva il reato di lesa maestà , punito con la pena capitale, ma spesso era concessa una “via alternativa”, cioè il liberum mortis arbitrium , la scelta autonoma della morte. Di fatto si trattava di un suicidio imposto, una forma di suicidio obbligato ma formalmente volontario.Questo fenomeno è attestato come una consuetudine che si afferma soprattutto sotto i principi giulio-claudi, in cui la costituzione dello Stato, dopo le riforme del principato, si modifica profondamente rispetto alle forme repubblicane precedenti.Questo percorso degli exitus illustrium virorum attraversa soprattutto gli Annales più che le Historiae , e si collega in particolare al tema della tragedia del potere, cioè al principato di Nerone come manifestazione estrema e quasi epifanica della patologia del potere nella storia. Tacito, infatti, appare poco scientifico dal punto di vista della storiografia moderna, ma estremamente potente dal punto di vista emotivo e drammatico: egli non ricerca tanto la verità documentaria quanto la rappresentazione del male della storia.Uno degli strumenti più importanti della sua arte è il ritratto, che costituisce un altro percorso fondamentale della sua storiografia. Si tratta di una tecnica coerente con il suo stile moraleggiante e drammatico, orientato alla rappresentazione delle passioni più che alla semplice narrazione dei fatti. Nella storiografia latina il ritratto è fortemente presente, a differenza della storiografia greca, dove si trova piuttosto nella biografia, ad esempio in Plutarco. La storiografia latina, invece, è spesso una contaminazione tra storia e biografia. Un modello importante è Sallustio, nei ritratti di Giugurta o Catilina, in cui emerge la tecnica della paradossalità: anche il nemico viene rappresentato con tratti quasi affascinanti. Il vizio viene descritto come se fosse una virtù, dando alle qualità negative uno spessore di eccezionalità.Questo paradosso si manifesta in figure come Seiano o altri personaggi del potere, dotati di grande intelligenza e capacità politica, ma destinati alla rovina morale e politica.Accanto a Seneca, una figura importante è quella di Trasea Peto, che contribuisce a illuminare ulteriormente la tragedia del potere neroniano. Trasea è un senatore, appartenente alla componente intellettuale e aristocratica che dovrebbe, almeno teoricamente, fornire un sostegno morale al potere imperiale.Tacito racconta un episodio relativo alla morte di Agrippina: la tradizione è incerta, alcuni affermano che Nerone avrebbe guardato il cadavere della madre lodandone la bellezza, altri lo escludono. Agrippina viene cremata la notte stessa, con riti modesti; per lungo tempo non riceve sepoltura dignitosa, e solo in seguito ottiene un piccolo tumulo presso Miseno.Un liberto, Nestore, si uccide dopo la sua morte, ma non si sa se per fedeltà o per timore. Agrippina stessa aveva previsto la propria fine e avrebbe risposto ai presagi che prevedevano il matricidio con la frase: “mi uccida purché regni”.Nerone, dopo il delitto, appare inizialmente smarrito, poi riceve omaggi da centurioni e tribuni che lo elogiano per essersi liberato del pericolo materno. Anche le città campane celebrano la sua salvezza con offerte e delegazioni.Tacito descrive Nerone in uno stato psicologico instabile, tra paura e finzione: egli si mostra addolorato per la morte della madre, ma in realtà cerca di giustificarsi. Nel messaggio al Senato attribuisce la colpa ad Agrippina, accusandola di complotti e ambizioni di potere, come il desiderio di governare insieme al figlio e di imporre la propria autorità anche sulle istituzioni.Questa costruzione del discorso serve a spostare la colpa e a creare una legittimazione politica del matricidio.

Tacito, pur utilizzando fonti indirette, inserisce anche elementi non verificabili, quasi da “gossip storico”, per rendere più drammatica la narrazione.Segue un periodo di prodigi e segni straordinari: una donna partorisce un serpente, un’altra muore colpita da un fulmine durante un rapporto con il marito, il sole si oscura, e Roma viene colpita da numerosi fulmini. Tuttavia, secondo Tacito, questi eventi non hanno effetto, segno che gli dei non intervengono più nella storia.Nerone continua a governare e a commettere delitti. Per rafforzare la propria immagine, richiama dall’esilio alcune figure e concede amnistie, cercando di mostrarsi clemente dopo la violenza del matricidio.Dopo l’uccisione di molti uomini illustri, Nerone arriva a colpire anche la virtù stessa, cioè Trasea Peto. Il suo processo viene motivato con una lunga lista di accuse: abbandono del Senato, mancanza di partecipazione politica, ostilità verso il principe.Trasea viene accusato di sedizione perché non partecipa alle cerimonie pubbliche e non giura fedeltà all’imperatore. Il suo atteggiamento viene interpretato come un atto politico di opposizione.Nel Senato regna il silenzio e la paura, mentre i delatori costruiscono accuse. Tacito mostra qui il sistema della delazione come strumento di controllo del potere.Trasea riceve il divieto di incontrare Nerone e decide di chiedere un processo formale. Il Senato è diviso tra chi vorrebbe proteggerlo e chi teme la repressione. Alcuni lo considerano un esempio di dignità, altri temono che la sua presenza possa provocare violenza.La narrazione diventa profondamente interna e psicologica: Tacito entra nei pensieri dei personaggi, nei timori di Nerone, nella tensione del Senato. Il ritratto storico diventa quasi una rappresentazione teatrale.Il risultato è una storia dominata da paura, servilismo e rassegnazione, in cui alcuni si adeguano al potere, altri resistono silenziosamente, altri ancora scelgono l’opposizione.Infine, Tacito mostra il contrasto tra libertà e schiavitù, innocenza e colpa, rendendo le morti degli uomini illustri quasi delle morti “sacre”, in cui il linguaggio diventa solenne e quasi religioso.Questa analisi permette di comprendere lo stile di Tacito: una storiografia drammatica, psicologica, moralizzante, capace di trasformare la storia in una rappresentazione teatrale del potere e della corruzione.

REGISTRAZIONE 17 APRILE

Cose necessarie: l’ utopia poi appunto tratteremo sebbene in modo molto controverso. Dedica un libricino tra i suoi Moralia , che sono la raccolta di tutte le opere etico-filosofiche e così via, che arrivano proprio a un “libricino”, perché Plutarco visse molti anni a Roma, un po’ come Polibio, ma sotto Adriano, quindi anche dopo Tacito stesso, e dedica un libricino alla fortuna dei Romani. Quindi proprio uno studio, diremmo oggi, sul concetto di fortuna della civiltà romana. E qui fa una differenza che è sostanziale per capire cos’è la fortuna per tutti gli storici di Roma, perché anche con Cesare abbiamo trovato la stessa concezione: la fortuna romana è una divinità la cui funzione essenziale è promuovere le qualità personali dell’individuo. Questo emerge anche nella concezione cesariana: la fortuna è un attivatore della virtus. Se l’uomo è dotato di virtus , cioè di una forte qualità morale e personale, allora la fortuna – cioè la circostanza favorevole – permette alla virtus di emergere. Ma se l’uomo non è dotato di virtus, anche con la fortuna favorevole non emerge e non ottiene il successo che gli spetta.Questo è un concetto fondamentale che distingue la fortuna romana da quella greca. Il concetto di fortuna a Roma è sempre inteso in funzione di interventi localizzati nel tempo e nello spazio: si parla della fortuna di un combattimento, di un generale, di un evento preciso. Il concetto astratto di fortuna viene sempre concretizzato nella sua manifestazione specifica. In questo si riconosce l’intelligenza pragmatica e prudente dell’uomo romano, che vive nel presente dell’azione. La fortuna non è quindi un dato immutabile o fissato a priori,

poi approfondire e soffermarsi su quello che è il valore di questa orazione, sia dal punto di vista della qualità dell’orazione, perché è importante capire che anche per Tacito qualsiasi discorso ha un valore retorico, dato che lo storico è interessato anche a questo aspetto. L’opera Dialogus de oratoribus ne è una testimonianza: come tutti gli uomini impegnati nella formazione politica, nell’arena giudiziaria e nella retorica, coniugano gli interessi della produzione letteraria con quelli della riflessione sulla lingua e sulla comunicazione. Questo discorso rivela alcune cose che possiamo approfondire come spunto di riflessione, da sviluppare poi in modo autonomo ma circoscritto, perché favorisce l’integrazione tra più saperi e temi di studio. Intanto il tema della cittadinanza è attuale: già cominciamo con questo incipit. L’intensificarsi dei fenomeni migratori pone il problema se sia conveniente e giusto estendere la cittadinanza agli stranieri, perché la diversità della loro cultura viene considerata da molti una minaccia alla stabilità della società. Non entriamo nel merito della disputa, che è complessa e attraversa approcci umanitari, filosofici, politici ed economici, ma cerchiamo di capire come rispondono gli antichi e quale vantaggio abbia la risposta romana. L’uomo da sempre si relaziona con l’altro: il filosofo Emmanuel Lévinas definisce l’incontro con l’altro come l’evento fondamentale dell’esperienza umana. Per questo Kapuściński, citando Lévinas, afferma che l’altro può essere il nostro nemico, il nostro Dio o il nostro interlocutore, perché la percezione dell’altro dipende dalla nostra identità. Da questa deriva anche la conoscenza di noi stessi: se manca un’identità forte, l’altro può essere visto come nemico da cui difendersi oppure come figura superiore da idealizzare. Solo con una forte identità si può riconoscere l’altro come interlocutore, senza paura e con possibilità di crescita reciproca. Chi nella storia ha capito i benefici dell’inclusione, soprattutto i Romani, è perché avevano un approccio concreto e pragmatico. I Romani non fanno nulla di astratto: l’inclusione è sempre legata a vantaggi politici ed economici. Questo emerge anche dalla tradizione storica: ad esempio Tito Livio racconta come Roma si sia ampliata grazie all’integrazione con altri popoli. Romolo, infatti, offrì asilo a tutti i fuggitivi, ex finitimis populis turba omnis sine discrimine , liberi e schiavi, creando la nuova Roma. Questo costituisce un primo elemento fondamentale: il superamento della discriminazione, che nel mondo antico riguardava soprattutto liberi e schiavi, mentre oggi assume altre forme. Il racconto liviano mostra Roma come città aperta al nuovo, dove si sperimentano attività e forme di vita innovative. Il termine asylum (dal greco asylon , inviolabile) indica proprio il luogo sacro e protetto, identificabile con il Campidoglio, dove chiunque poteva rifugiarsi. Anche nel mito di fondazione questo elemento è presente: Romolo accoglie profughi e stranieri, che portano con sé una zolla di terra da unire a quella romana, simbolo di mescolanza dei popoli. Anche la scelta di Enea come eroe fondatore è significativa: non è un romano, ma un esule troiano. Attraverso di lui Roma riconosce una propria origine migratoria e multiculturale. Enea, con il padre Anchise e il figlio Ascanio, porta i Penati e garantisce la continuità futura del popolo romano. Come afferma Paolo Leale, il dominio romano è una “miscela di integrazione”: il piccolo villaggio dei pastori sul Palatino diventa capo del mondo proprio grazie all’integrazione. Anche il diritto europeo contemporaneo riprende questi principi: l’Unione Europea garantisce asilo e protezione internazionale, e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 sancisce il diritto di cercare asilo. In Italia, l’articolo 10 della Costituzione garantisce il diritto d’asilo allo straniero cui sia impedito nel proprio paese l’esercizio delle libertà democratiche. Già Roma antica, però, aveva un sistema inclusivo: la cittadinanza era estesa in modo pragmatico e funzionale. A supporto di questa idea si possono citare anche studi scientifici moderni, come quelli pubblicati su riviste di genetica (ad esempio Science , 2019), che mostrano come la popolazione del centro Italia sia sempre stata un crocevia genetico di popolazioni europee e mediterranee. Questo conferma la natura storicamente

multiculturale di Roma. Anche la lingua latina nasce da una mescolanza di idiomi, e Roma si costruisce attraverso continue integrazioni: Romolo e Tito Tazio condividono il potere, i Sabini si fondono con i Romani. Questa integrazione è anche verticale: nel periodo repubblicano esiste il conflitto tra patrizi e plebei, risolto progressivamente con leggi come la Lex Canuleia del 445 a.C., che abolisce il divieto di matrimonio tra classi sociali. Il discorso di Canuleio, tramandato da Livio, evidenzia come Roma valorizzi la capacità individuale più della nascita. Successivamente i plebei ottengono anche il diritto di accesso alle magistrature. Tuttavia non mancano momenti di chiusura, come la repressione dei Baccanali nel 186 a.C., che mostra la paura romana delle innovazioni religiose. Ma nel complesso Roma mantiene una struttura flessibile e inclusiva. Tentativi di estensione della cittadinanza si ritrovano anche in Caio Gracco e nella guerra sociale, fino alla concessione progressiva dei diritti. Cicerone difende poi Archia, poeta straniero, sulla base dell’importanza culturale della cittadinanza. Nel 48 d.C., con Claudio e il discorso riportato da Tacito negli Annales , si arriva a un punto fondamentale: i Galli della Gallia Comata chiedono l’accesso al Senato. I senatori si oppongono, ma Claudio ribatte ricordando che anche molte famiglie aristocratiche romane non sono di origine romana. Sottolinea che Roma ha sempre integrato popoli nemici e vinti, trasformandoli in cittadini. Il discorso è importante non solo politicamente ma anche retoricamente: è un’orazione costruita con grande abilità. Tacito, infatti, mostra sempre che ogni discorso pubblico ha valore letterario e stilistico. Il Dialogus de oratoribus conferma questa attenzione alla retorica. Claudio evidenzia che l’inclusione non è solo umanitaria ma anche economica e politica: aumenta le entrate fiscali e rafforza l’esercito. È una scelta pragmatica, tipicamente romana. Il discorso viene poi inciso su tavole bronzee (la Tabula Claudiana ritrovata a Lione), a conferma della sua importanza giuridica e storica. Claudio afferma che ciò che oggi è nuovo domani sarà tradizione, mostrando una visione dinamica della storia. Seguì il decreto del Senato: i Galli ottennero la cittadinanza. Questo conferma la capacità romana di integrare popoli diversi, a differenza delle poleis greche, che tendevano all’esclusione. Storici come Dionigi di Alicarnasso e Polibio sottolineano proprio questa superiorità organizzativa romana.Roma, grazie alla sua ampia base di cittadini, riesce anche a superare disastri militari come Canne, ricostruendo l’esercito attraverso gli alleati. In Grecia, invece, città come Atene e Sparta limitavano fortemente la cittadinanza, creando sistemi meno flessibili. Anche la democrazia ateniese, pur avanzata, era ristretta e comportava problemi logistici ed economici. Roma invece concede cittadinanza anche ai figli di matrimoni misti e permette l’inclusione tramite atti giuridici rapidi, anche attraverso il pater familias. Questa apertura si sviluppa fino all’età imperiale e culmina nell’editto di Caracalla del 212 d.C., che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero. È un atto motivato anche da ragioni economiche e fiscali. Anche se le fonti antiche non gli danno grande rilievo, Cassio Dione lo interpreta come scelta pragmatica: più cittadini significano più tasse. Tuttavia, è anche una svolta storica fondamentale.Infine, bisogna distinguere: Roma non è una democrazia moderna, perché esistono schiavi, disuguaglianze giuridiche e differenze di status. Tuttavia garantisce un processo a tutti e un sistema giuridico relativamente inclusivo. In conclusione, il percorso mostra come concetti oggi moderni come cittadinanza, inclusione e integrazione abbiano radici antiche. Roma dimostra che la diversità può essere una forza. Anche oggi, di fronte ai fenomeni migratori e ai cambiamenti culturali, il problema resta attuale: la storia romana mostra che l’incontro con l’altro non è solo una minaccia, ma anche una possibilità di crescita e trasformazione delle civiltà.