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Breve introduzione sull'arte oratoria e retorica, accenni alla prosa tecnica. Analisi della figura di Seneca padre per arrivare a Seneca figlio con descrizione della vita, opere, stile e riflessione filosofica.
Tipologia: Appunti
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Durante l’età augustea si ebbe una grande fioritura di autori romani che si dedicarono ai più disparati generi letterari, come ad esempio la storiografia; il noto autore Tito Livio infatti temeva fortemente il clima di competizione e tensione che stava nascendo a Roma. Alcuni autori che possiamo incontrare, oltre a Livio, sono Asinio Pollione, il futuro imperatore Claudio, Pompeo Trogo e Seneca padre, che spianerà poi la strada a suo figlio chiamato anche lui Seneca. Asinio Pollione scrisse le Historiae che comprendono una narrazione di 17 libri nei quali parla essenzialmente delle guerre civili, arrivando fino alla battaglia di Filippi del 42 a.C. (che vedeva coinvolti gli uomini schierati dalla parte di Cesare e quelli invece dalla parte di Bruto e Cassio). Pompeo Trogo invece si dedicò alla scrittura delle Historiae Philippicae (letteralmente “Le storie di Filippo”); il titolo ci anticipa la parte di racconto dedicata alle vicende in Macedonia e alla descrizione dei popoli che nacquero dalla conquista di Alessandro Magno. In generale quest’opera presenta le storie dei singoli popoli che si sono sviluppati sin dall’antichità specificandone la loro cultura, i loro costumi e le loro tradizioni (tra questi abbiamo ad esempio i Greci, gli Assiri e i Persiani). La differenza sostanziale che troviamo con Livio è sicuramente il fatto di non porre al centro della narrazione la città di Roma, bensì di accostarla alle altre come una città qualunque. Anche Augusto si dedica alla scrittura ma non compone un’opera letteraria vera e propria, bensì un’epigrafe la cui collocazione finale sarebbe stata nel Mausoleo del Campo Marzio fatto erigere in suo onore. Il titolo del libro era Res gestae divi Augusti e vi troviamo tutte le singole tappe della vita dell’imperatore, dalle battaglie, alla carriera e agli onori, mettendo particolare attenzione alle imprese militari conseguite con successo. Lo stile richiamava alla sua figura, quindi avido e conciso.
Nonostante ciò non si perse completamente traccia di queste ma furono mantenute in vita nelle scuole dove i retori, ovvero gli insegnanti, continuavano a divulgare il loro sapere. Sfortunatamente però l’accesso a queste scuole era riservato solo alle élites culturali. Tipicamente in questi ambienti si mettevano in scena delle orazioni fittizie che servivano agli oratori (che potevano essere politici o studenti di retorica) per prepararsi alle possibili situazioni in cui si sarebbero potuti trovare fuori dalla scuola. Queste esercitazioni presero il nome di DECLAMAZIONI e con il tempo furono portate anche alla luce del sole sulla falsariga di esibizioni teatrali. In queste occasioni la partecipazione popolare era enorme e ciò garantiva anche un’interessante occasione di dibattito sociale e culturale.
Come possiamo intendere dal nome, questa prosa si dedica a temi tutt’altro che letterari, infatti il fulcro è occupato dalle scienze antiquarie. Il motivo di questo tema è dovuto ad un sempre maggiore interesse verso lo studio del passato, proprio per valorizzare la storia di Roma. Tra gli autori più importanti troviamo Marco Verrio Flacco che scrisse i Fasti (che furono sicuramente fonte d’ispirazione per Ovidio), Varrone e sicuramente Marco Vitruvio Pollione con la sua grandiosa opera De Architectura. Pollione, essendo sia un architetto che un ingegnere, con la collaborazione di Augusto, si dedica alla scrittura di questo manuale per portare nuovamente in vita la scienza dell’architettura articolando il progetto in dieci libri, ognuno dei quali trattava un argomento a sé stante. Lo stile che emergeva era quello relativo alle parti espositive dove si distinguevano numerosi tecnicismi e termini specifici che furono di fondamentale importanza per gli architetti del Quattrocento e Cinquecento (come ad esempio Leon Battista Alberti). LIBRO I: fondazione delle città LIBRO II: tecniche architettoniche e materiali LIBRI III e IV: edifici sacri LIBRO V: edifici pubblici LIBRO VI: case private LIBRO VII: decorazione degli edifici LIBRO VIII: opere idrauliche e acquedotti LIBRO IX: marchingegni per misurare il tempo (ad esempio meridiane) LIBRO X: macchine per usi civili e militari
Seneca nacque a Cordoba, come il padre, nel 4 a.C. avendo alle spalle un sostanzioso retroscena economico che gli permise di ricevere un’eccellente educazione presso diverse scuole di Roma, dove appunto vi si spostò nei primi anni della giovinezza. Studia inizialmente in una scuola dove le lezioni erano tenute da un ex-retore che dava uno stampo stoico pitagorico all’intera struttura; questa sua prima istruzione lo segnerà dal punto di vista filosofico poiché svilupperà in seguito un’inclinazione particolare alla filosofia stoica. Successivamente si recò in Egitto per un breve periodo, come fecero altri autori in Asia Minore, ma tornò subito a Roma per avvicinarsi all’attività forense (riguardante la società e la vita civile) e ovviamente alla scrittura. Ottenne un successo talmente notevole (soprattutto nell’arte dell’oratoria) che l’imperatore Caligola (terzo imperatore romano) lo condannò a morte, tanto grande era la sua gelosia, ma fortunatamente riuscì a salvarsi. Gli avversari di Seneca non si arrendevano, infatti fu condannato nuovamente stavolta alla relegatio nel 41 a.C. a causa del sospetto adulterio con la sorella di Caligola (Giulia). Superata anche questa difficoltà, Seneca accompagna Nerone come nuovo imperatore, sul trono, instaurando inizialmente un rapporto pacifico che coincide con il periodo del buon governo, tuttavia col tempo questo va peggiorando e anche la relazione con Seneca si deteriora tant’è che lui stesso decide di allontanarsi dall’ambito politico e di ritirarsi a vita privata. Questo periodo, oltre ad essere ricordato come quello più fiorente per la produzione letteraria, è noto anche per l’accusa mossa allo scrittore di aver preso parte alla congiura di Pisone; accusa del tutto infondata in quanto Seneca sapeva a malapena della sua esistenza. Venne quindi condannato a morte ma lui, per la vergogna, si tolse la vita e morì nel 65 a.C..
Con la stesura di queste lettere, Seneca continua ed incrementa la sua riflessione filosofica infatti, essendo state scritte nel periodo del ritiro dalla vita politica, riuscì a sviluppare una grandiosa coscienza individuale che si riversò nelle sue opere. Quest’opera consiste in una raccolta di lettere (che non si sa se fossero state autentiche o fittizie) di vario argomento che prendono ispirazione da due noti filosofi, Platone e soprattutto Epicuro. Seneca decise di portare quindi nella cultura latina un nuovo genere epistolare, che non si basasse più solo su uno scambio quasi “scolastico” di lettere tra mittente e destinatario, ma che rappresentasse lo spunto necessario per creare un rapporto di FORMAZIONE ed EDUCAZIONE spirituale. Tutto ciò era possibile se nel colloquium con l’amico si parlava delle conquiste dello spirito riflettendo su queste, così da acquisire giorno dopo giorno una conoscenza tale che ci avrebbe portato poi alla sapienza. Queste lettere avevano anche uno scopo parenetico, ovvero didascalico, che miravano quindi ad istruire ed incitare al bene il lettore. Lo stile su cui vengono impostate richiama quello che il padre utilizzò nelle sentenze, ovvero quello asiano, pieno di parallelismi, ripetizioni e giochi di parole.