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Introduzione e nozioni base, Sintesi del corso di Psicologia dei Gruppi

Introduzione e nozioni base del Capitolo sul Capitalismo de Siamo ancora in tempo - Come una nuova economia può salvare il pianeta di Jason Hickel

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

Caricato il 24/05/2023

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raffaella-crapanzano 🇮🇹

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Siamo ancora in tempo - Come una nuova economia può salvare il pianeta
di Jason Hickel
Introduzione: benvenuti nell’Antropocene
Un’analisi dei dati globali pubblicata nel 2019 ha evidenziato che almeno il 10% delle specie
di insetti è a rischio di estinzione, probabilmente anche di più.
L’Ipbes (Piattaforma intergovernativa per la politica scientifica su biodiversità e servizi
ecosistemici), una task force specifica per monitorare la situazione climatica attuale, ha
dichiarato come, dal 1970, il numero di uccelli, mammiferi, rettili e anfibi si è più che
dimezzato. Un quarto delle specie è a rischio di estinzione.
Gli ecosistemi sono reti complesse. Sotto pressione, possono essere incredibilmente
resilienti, ma quando alcuni nodi essenziali iniziano a cedere, le conseguenze si
ripercuotono sull’intera rete della vita.
E’ così che si sono verificate le grandi estinzioni di massa del passato. A provocare questi
eventi non sono gli shock esterni: sono i collassi interni che li seguono a cascata. Proprio
per questo la crisi climatica è tanto preoccupante.
Cosa spiega l’inerzia della situazione globale a riguardo di ciò? Alcuni punteranno il dito
contro i colossi dei combustibili fossili che tengono i nostri sistemi politici stretti in una morsa.
Di sicuro c’è del vero in questo. Alcune grandi aziende, pur essendo a conoscenza dei
pericoli che comporta la crisi del clima da ben prima che il problema entrasse nel dibattito
pubblico, hanno foraggiato i rappresentanti politici che negavano apertamente le evidenze
scientifiche o cercavano di ostacolare un’azione significativa ogni volta che ne avevano
l’occasione. E’ in gran parte grazie ai loro sforzi che i trattati internazionali sul clima non
sono giuridicamente vincolanti. Hanno anche condotto una campagna di disinformazione
che ha avuto un successo straordinario e per decenni ha eroso il sostegno pubblico
all’azione per il clima, soprattutto negli Stati Uniti, l’unico paese effettivamente in grado di
guidare una transizione globale.
Quel che è in gioco, in sostanza, è il sistema economico che nel corso degli ultimi secoli ha
finito per imporsi più o meno a livello planetario: il capitalismo.
A distinguere questo sistema economico da quasi tutti gli altri nella storia è il fatto che ruota
intorno all’imperativo dell’espansione o “crescita” costante: livelli di estrazione, produzione e
consumo in continuo aumento, che misuriamo in termini di capitale.
Non la crescita per uno scopo particolare ma crescita fine a se stessa: ogni industria, ogni
settore, ogni economia nazionale deve crescere, di continuo, senza un punto di equilibrio
identificabile.
Questo tipo di crescita diventa presto micidiale.
Nel sistema capitalista, il Pil globale deve continuare a crescere almeno del 2 o 3% annuo,
che è il tasso minimo indispensabile perché le grandi aziende realizzino profitti aggregati.
Mano a mano che il Pil cresce, l’economia globale consuma ogni anno più energia e più
risorse e produce più scatti, al punto che stiamo ormai nettamente oltrepassando quelli che
gli scienziati hanno definito i “confini del pianeta”.
Il problema sono i paesi ad alto reddito, dove la crescita è ormai del tutto slegata da
qualsiasi concetto di bisogno e da molto tempo è di gran lunga superiore a quanto
necessario perché gli esseri umani possano prosperare. Il collasso ambientale globale è
dovuto quasi interamente all’eccesso di crescita nei paesi ad alto reddito, in particolare a un
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Siamo ancora in tempo - Come una nuova economia può salvare il pianeta

di Jason Hickel

Introduzione: benvenuti nell’Antropocene Un’analisi dei dati globali pubblicata nel 2019 ha evidenziato che almeno il 10% delle specie di insetti è a rischio di estinzione, probabilmente anche di più. L’Ipbes (Piattaforma intergovernativa per la politica scientifica su biodiversità e servizi ecosistemici), una task force specifica per monitorare la situazione climatica attuale, ha dichiarato come, dal 1970, il numero di uccelli, mammiferi, rettili e anfibi si è più che dimezzato. Un quarto delle specie è a rischio di estinzione. Gli ecosistemi sono reti complesse. Sotto pressione, possono essere incredibilmente resilienti, ma quando alcuni nodi essenziali iniziano a cedere, le conseguenze si ripercuotono sull’intera rete della vita. E’ così che si sono verificate le grandi estinzioni di massa del passato. A provocare questi eventi non sono gli shock esterni: sono i collassi interni che li seguono a cascata. Proprio per questo la crisi climatica è tanto preoccupante. Cosa spiega l’inerzia della situazione globale a riguardo di ciò? Alcuni punteranno il dito contro i colossi dei combustibili fossili che tengono i nostri sistemi politici stretti in una morsa. Di sicuro c’è del vero in questo. Alcune grandi aziende, pur essendo a conoscenza dei pericoli che comporta la crisi del clima da ben prima che il problema entrasse nel dibattito pubblico, hanno foraggiato i rappresentanti politici che negavano apertamente le evidenze scientifiche o cercavano di ostacolare un’azione significativa ogni volta che ne avevano l’occasione. E’ in gran parte grazie ai loro sforzi che i trattati internazionali sul clima non sono giuridicamente vincolanti. Hanno anche condotto una campagna di disinformazione che ha avuto un successo straordinario e per decenni ha eroso il sostegno pubblico all’azione per il clima, soprattutto negli Stati Uniti, l’unico paese effettivamente in grado di guidare una transizione globale. Quel che è in gioco, in sostanza, è il sistema economico che nel corso degli ultimi secoli ha finito per imporsi più o meno a livello planetario: il capitalismo. A distinguere questo sistema economico da quasi tutti gli altri nella storia è il fatto che ruota intorno all’imperativo dell’espansione o “crescita” costante: livelli di estrazione, produzione e consumo in continuo aumento, che misuriamo in termini di capitale. Non la crescita per uno scopo particolare ma crescita fine a se stessa: ogni industria, ogni settore, ogni economia nazionale deve crescere, di continuo, senza un punto di equilibrio identificabile. Questo tipo di crescita diventa presto micidiale. Nel sistema capitalista, il Pil globale deve continuare a crescere almeno del 2 o 3% annuo, che è il tasso minimo indispensabile perché le grandi aziende realizzino profitti aggregati. Mano a mano che il Pil cresce, l’economia globale consuma ogni anno più energia e più risorse e produce più scatti, al punto che stiamo ormai nettamente oltrepassando quelli che gli scienziati hanno definito i “confini del pianeta”. Il problema sono i paesi ad alto reddito, dove la crescita è ormai del tutto slegata da qualsiasi concetto di bisogno e da molto tempo è di gran lunga superiore a quanto necessario perché gli esseri umani possano prosperare. Il collasso ambientale globale è dovuto quasi interamente all’eccesso di crescita nei paesi ad alto reddito, in particolare a un

accumulo eccessivo da parte dei molto ricchi, mentre le conseguenze colpiscono in misura sproporzionata il Sud del mondo e i poveri. Questa è una crisi di disuguaglianza. L’energia pulita potrebbe contribuire a risolvere il problema delle emissioni, ma di sicuro non invertirà la deforestazione, la pesca eccessiva, l’impoverimento del suolo e l’estinzione di massa. Un’economia ossessionata dalla crescita, alimentata con energia pulita, ci catapulterà comunque nel disastro ecologico. L’aspetto sgradevole è che sembriamo avere scarse possibilità di scelta. Il capitalismo dipende fondamentalmente dalla crescita. Se l’economia non cresce, precipita nella recessione: i debiti si accumulano, le persone perdono il lavoro e la casa, la vita va a rotoli. I governi devono arrabattarsi per mantenere in crescita l’attività industriale nel tentativo perpetuo di tenere a bada la crisi. Siamo in trappola. La crescita verde non esiste. la nostra capacità di pensare e perfino il nostro linguaggio si fermano ai limiti del capitalismo, oltre i quali si apre un abisso terrificante. Nel 2020 un sondaggio dell’Edelman Trust Barometer ha indicato che la maggior parte delle persone (56%) concorda con l’affermazione: “Il capitalismo fa più male che bene”. Uno studio scientifico dei sondaggi ha rivelato che le persone, quando devono scegliere tra la protezione dell’ambiente e la crescita, “danno priorità alla tutela dell’ambiente nella maggior parte dei sondaggi e dei paesi”. Ciò che conta non è la crescita: è il modo in cui il reddito e le risorse vengono distribuiti. E oggi sono distribuite in modo molto ma molto iniquo. Gli scienziati hanno detto chiaramente che l’unica possibilità concreta di invertire il collasso ambientale è che i paesi ad alto reddito si attivino per rallentare il ritmo folle di estrazione, produzione e scarto. Riducendo l’utilizzo di risorse si eliminano le pressioni sugli ecosistemi e si da alla rete della vita la possibilità di rinsaldsarsi, mentre riducendo l’utilizzo di energia potremo compiere più facilmente una rapida transizione alle rinnovabili. Questa si chiama “decrescita”: una riduzione pianificata dell’utilizzo di energia e di risorse per ristabilire l’equilibrio tra l’economia e il mondo vivente in maniera sicura, giusta ed qua. Come si mette in pratica? Il primo passo da compiere è superare la convinzione irrazionale che tutti i settori dell’economia debbano crescere all’infinito. Possiamo decidere che cosa vogliamo far crescere e quali settori devono decrescere drasticamente. Possiamo ridurre anche quelle parti dell’economia che servono puramente a massimizzare i profitti invece che a soddisfare i bisogni umani, come l’obsolescenza programmata, in base alla quale i prodotti sono fabbricati in modo da diventare inutilizzabili dopo breve tempo, o le strategie pubblicitarie volte a manipolare le nostre emozioni e farci pensare che ciò che abbiamo sia inadeguato. Si tratta di passare a un tipo di economia totalmente differente: un’economia che innanzitutto non abbia bisogno della crescita. Per arrivarci, dobbiamo ripensare tutto, dal sistema del debito al sistema bancario, liberare le persone, le aziende, gli stati e anche l’innovazione stessa dai vincoli soffocanti dell’imperativo della crescita per essere liberi di concentrarci su obiettivi più ambiziosi. Un’economia postcapitalista: più equa, più giusta e più solidale. Il capitalismo stesso è soltanto un sintomo. Il vero problema si trova a un livello molto più profondo, nel regno dell’ontologia: nella nostra teoria. Chi di noi oggi vive in una società capitalista è stato indotto a credere che esista una distinzione fondamentale tra gli esseri umani e la natura: gli esseri umani sono separati e stanno al di sopra della natura; gli esseri umani sono soggetti dotati di spirito, intelletto e capacità di agire, mentre la natura è un oggetto inerte e meccanico.

Durante la fase rivoluzionaria dal 1350 al 1550 le èlite subirono quella che gli storici hanno definito una crisi di “disaccumulazione cronica”. Per i nobili era diventato più difficile ammassare i profitti di cui godevano sotto il feudalesimo. I nobili, la Chiesa e la borghesia mercantile unirono le forze in un tentativo organizzato di mettere fine all’autonomia contadina e comprimere i salari. Lo fecero non re imponendo la servitù della gleba ma cacciando i contadini dalle loro terre attraverso una campagna di sfratti violenta che interessò l’intero continente. Quando ai beni comuni furono recintati e privatizzati a beneficio delle élite. Divennero, proprietà. La comunità contadine non si arresero senza combattere, naturalmente. Ma senza successo. Nell’arco di tre secoli: fu una catastrofe umanitaria. Le persone vennero lasciate senza casa e senza cibo. Karl Marx insisteva nel chiamarla “accumulazione primitiva”. Ma l’ascesa del capitalismo necessitava di manodopera. Una volta distrutte le economie di sussistenza e recintare le terre comuni, la gente non aveva altra scelta che vendere il proprio lavoro in cambio di un salario: non per guadagnare qualcosa in più ma semplicemente per sopravvivere. Qualsiasi salario, per quanto basso, era meglio di che morire. L’affermazione del capitalismo è avvenuta grazie a violente organizzate, impoverimento di massa e sistematica distruzione delle economie di sussistenze autosufficienti. La gente non accolse a braccia aperte questo nuovo sistema, tutt’altro: si ribellò e il periodo tra il 1500 e il primo decennio dell’Ottocento, fino a Rivoluzione Industriale inoltrata, fu una delle epoche più sanguinose e tumultuose della storia mondiale. Si assistette ad un calo demografico in tutta l’Europa occidentale. Con la Rivoluzione industriale, i contadini espropriati si riversarono, disperati e storditi, nelle città, fornendo quella manodopera a buon mercato che alimentava il capitalismo industriale che spiccò il volo. Quando gli europei cominciarono a colonizzare le Americhe, nei decenni dopo il 1942, non erano mossi dall’afflato romantico dell’esplorazione e della scoperta, come ci raccontano a scuola. La colonizzazione fu una risposta alla crisi di disaccumulazione della classe dominante originata dalle rivoluzioni contadine in Europa. Era un “rimedio”. Nei decenni che inaugurarono l’ascesa al capitalismo, recinzione e colonizzazione erano intimamente legate. Queste sono le fondamenta del capitalismo. La crescita ha sempre fatto leva su processi di colonizzazione: distruggendo le economie autosufficienti, avevano creato non solo una massa di lavoratori, ma anche una massa di consumatori, persone interamente dipendenti dal capitale per il loro cibo, i loro abiti e altri beni essenziali. A causa delle recinzioni delle terre demaniali, i contadini europei (quelli che erano rimasti nelle aree rurali, invece di emigrare verso le città), si ritrovarono assoggettati a un nuovo regime economico potendo contare solo su un affitto temporaneo e venivano assegnati in base alla produttività (intensificando la produzione). La produzione non era più qualcosa che serviva a soddisfare i bisogni, non era più legata all’autosufficienza locale: era organizzata intorno al profitto. I principi dell’homo oeconomicus furono istituiti durante il processo di recinzione. Questi sistemi di competizione forzata generarono uno spettacolare aumento della produttività. Il possidente terriero e filosofo inglese John Locke. Qualsiasi incremento della produzione totale, diceva, era un contributo al “bene più grande”, il miglioramento dell’umanità. Oggi lo stesso identico alibi viene usato abitualmente per giustificare nuovi cicli di recinzione e colonizzazione ma invece di “miglioramento” parliamo di “sviluppo” o “crescita”. Praticamente qualsiasi cosa può essere giustificata, se contribuisce alla crescita del Pil.

Il capitalismo è dipeso dalla creazione e dal mantenimento di condizioni di “scarsità artificiale”. La scarsità era artificiale nel senso che non c’era nessun reale esaurimento delle risorse. C’erano ancora tutte le risorse ma improvvisamente le persone non avevano più piena libertà di accedere a queste risorse e questa veniva fatta rispettare attraverso la violenza dello stato. Gli stessi sostenitori del capitalismo consideravano necessario impoverire le persone per generare crescita. Nel 1804, Maitland (conte di Lauderdale), sottolinea l’esistenza di un rapporto inverso fra quelle che vengono chiamate “ricchezze private” e quella che viene chiamata “pubblica ricchezza”. La ricchezza pubblica consiste in tutto ciò che l’uomo desidera, come utile e dilettevole e riguarda beni che hanno un valore d’uso anche quando sono abbondanti come l’aria, l’acqua e il cibo. Le ricchezze private consistono in beni con un certo grado di rarità. Più qualcosa è scarso, più denaro si può estorcere alle persone che ne hanno bisogno. Il paradosso di Lauderdale: più le ricchezze private aumentano, più la ricchezza pubblica scenda. La cultura pagana in tutta Europa, considerava il mondo vivente - piante e animali, montagne, foreste, fiumi e pioggia - come qualcosa di incantato, ricolmo di spiriti ed energia divina. Il cristianesimo cercò di reprimere queste idee ma non riuscì mai a distruggerle completamente: fra i contadini rimasero molto diffuse. Possiamo ripercorrere le tracce delle ontologie animistiche fino al Rinascimento fin quando nel Cinquecento, c’erano due potenti fazioni della società europea preoccupate dalla rinascita delle idee animistiche e determinate a distruggerle: la Chiesa con i re e gli aristocratici e i capitalisti. Francis Boston, il padre della scienza moderna, si impegnò attivamente per distruggere l’idea di un mondo vivente e sostituirla con una nuova etica che non solo autorizzava, ma celebrava lo sfruttamento della natura. Raffigurò la natura, e la materia stessa, come qualcosa di subdolo, disordinato, selvaggio e caotico, una bestia che doveva essere forzata e mantenuta in ordine. Per Bacon, la scienza e la tecnologia dovevano servire come una struttura di dominio. Sosteneva che la scienza doveva torturare la natura per strapparle i suoi segreti e con il sapere acquisito, avrebbe avuto il potere di conquistarla e soggiogarla, di scuoterla sino alle fondamenta. Cartesio affermò, pochi anni dopo, che esisteva una dicotomia di fondo fra mente e materia. Gli esseri umani sono i soli fra tutte le creature ad avere menti, segno del loro speciale legame con Dio. Al contrario, il resto della creazione è solo materiale non pensante. Per dimostrare le sue tesi, il filosofo francese cominciò a dissezionare animali vivi. Era un tentativo esplicito di disincantare il mondo. Durante l’Illuminismo il pensiero dualista per la prima volta nella storia divenne dominante. Una volta che la natura era stata ridotta ad oggetto, ogni vincolo etico era stato rimosso: la terra divenne una proprietà, gli esseri viventi divennero cose. Gli ecosistemi divennero risorse. Cartesio riuscì non solo a separare la mente dal corpo, ma anche a stabilire una relazione gerarchica fra i due. La mente era chiamata a dominare il corpo per lo stesso fine. Nella teologia calvinista in voga nel cristianesimo occidentale dell’epoca, il profitto diventò il segno del successo morale, la prova della salvezza. La povertà veniva vista come segno di fallimento personale. L’homo oeconomicus è il prodotto di cinque secoli di riprogrammazione culturale.