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In questo documento troverai il riassunto completo del filosofo Kant. Ho trattato e sintetizzato tutto quello che l’argomento ha da offrire, dalla biografia sino alla dottrina passando per le opere. A partire dalla biografia troverai : L’interesse del filosofo per le Scienze Naturali La filosofia di base L’evoluzione della filosofia di Kant nella sua filosofia trascendentale. Indagando il pensiero di Kant ho descritto nel dettaglio: La critica della Ragion Pura La critica della Ragion Pratica La critica del Giudizio Ogni Critica viene descritta nel dettaglio, anallizzando opere e trattati del filosofo. La sintesi di tutti questi concetti ti permetterà di studiare il filosofo cogliendo l’essenza della sua filosofia. Potrai utlizzare il documento per ripassare o per seguire una traccia per la cura dell’esposizione.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Immanuel Kant nacque a Konigsberg nel 1724. Fu educato nel Collegium Fridericianum e dopo che uscì studiò filosofia, matematica e teologia all’Università di Konigsberg. Nel 1755 divenne docente presso quella università e nel 1770 fu nominato professore di logica e metafisica, posto che terrà fino alla morte. Muore a Konigsberg il 12 febbraio 1804. Nella sua attività letteraria possiamo distinguere tre periodi: Il primo che è l’interesse per le scienze naturali Il secondo è quello in cui prevale l’ interesse filosofico Il terzo si concentra sulla filosofia trascendentale Gli scritti del primo periodo, quelli riguardanti gli interessi naturalistici propri della formazione universitaria di Kant, hanno come opera principale Storia naturale universale e teoria dei cieli, dove Kant descrive la formazione dell’intero sistema cosmico. Nel secondo periodo Kant comincia a delineare temi e motivi che confluiranno nel criticismo. Alcuni temi importanti sono l’applicabilità del metodo matematico alla filosofia, identificazione del bene con la necessità morale che si collega all’avvicinamento di Kant all’empirismo inglese e la metafisica intesa come la scienza dei limiti della ragione umana. Nel terzo periodo Kant elaborò la sua filosofia critica attraverso la pubblicazione dei suoi tre maggiori scritti: Critica della ragion pura Critica della ragion pratica Critica del Giudizio
Il pensiero di Kant è detto criticismo, perché fa della critica lo strumento per eccellenza della filosofia. “Criticare”, secondo Kant, significa interrogarsi programmaticamente circa il fondamento di determinate esperienze umane. Il criticismo si configura come la filosofia del limite, cioè un’interpretazione dell’esistenza volta a stabilire il carattere finito o condizionato delle possibilità esistenziali. Il riconoscimento e l’accettazione del limite diviene la norma che dà legittimità e fondamento alle varie facoltà umane. Il kantismo si distingue dall’empirismo, non solo per il rifiuto degli esiti scettici di quest’ultimo, ma anche perché spinge a fondo l’analisi critica, fissando dei limiti di validità. Quindi per Kant i limiti della ragione tendono a coincidere con i limiti dell’uomo.
La Critica della ragion pura è un’analisi critica dei fondamenti del sapere. Agli occhi del filosofo, la scienza e la metafisica si presentavano in modo diverso. La prima appariva come un sapere fondato e in continuo progresso, la seconda, procedendo oltre l’esperienza, con il suo fornire ai filosofi varie soluzioni antitetiche, non sembrava aver trovato il cammino sicuro della scienza. Secondo Kant, si profilava l’improrogabile necessità di un riesame globale della struttura e della validità della conoscenza, che fosse in grado di rispondere in modo esauriente alla domanda circa lo statuto di scientificità di questi due campi del sapere.
Kant è convinto che la conoscenza umana e in particolare la scienza, offra il tipico esempio di principi assoluti, ossia di verità universali e necessarie. Infatti, la scienza presuppone, alla propria base, taluni principi immutabili che fungono da pilastri. Kant denomina principi di questo tipo giudizi sintetici a priori: Giudizi: perché consistono nell’aggiungere un predicato a un soggetto Sintetici: perché il predicato dice qualcosa di nuovo e di più rispetto al soggetto A priori: perché essendo universali e necessari non possono derivare dall’esperienza Quindi per Kant, i giudizi fondamentali della scienza non sono quindi né giudizi analitici a priori né giudizi sintetici a posteriori. GIUDIZI ANALITICI A PRIORI INFECONDI: il predicato non dice niente di nuovo rispetto al soggetto Simboleggiano la concezione razionalistica (e deduttivistica) della scienza UNIVERSALI E NECESSARI: non hanno bisogno di ricorrere all’esperienza GIUDIZI SINTETICI A POSTERIORI FECONDI: il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto Simboleggiano la concezione empiristica (e induttivistica) della scienza PARTICOLARI E NON NECESSARI: derivano dall’esperienza GIUDIZI SINTETICI A PRIORI FECONDI: il predicato dice qualcosa di nuovo rispetto al soggetto Simboleggiano la concezione criticistica della scienza UNIVERSALI E NECESSARI: non derivano dall’esperienza Pertanto, nella visione kantiana, la scienza risulta feconda in duplice senso: sia per quanto riguarda il contenuto o la materi, che le deriva dall’esperienza, sia per quanto riguarda la forma, che le deriva dai giudizi sintetici a priori.
Nell’ Estetica trascendentale , Kant studia la sensibilità e le sue forme a priori. La sensibilità non è solo ricettiva (accoglie i propri contenuti attraverso l’intuizione), ma anche attiva, in quanto organizza il materiale delle sensazioni tramite lo spazio e il tempo : Spazio: forma del senso esterno Tempo: forma del senso interno Tuttavia, poiché è unicamente attraverso il senso interno che percepiamo i dati provenienti dal senso esterno, il tempo si configura come la forma del senso esterno, cioè come la maniera universale attraverso la quale percepiamo tutti gli oggetti. Pertanto, se non ogni cosa è nello spazio, ogni cosa è però nel tempo.
Nell’” esposizione metafisica ”, Kant fa emergere il proprio punto di vista confutando la visione empiristica, la visione oggettivistica e la visione concettualista: Contro l’interpretazione empiristica, Kant afferma che spazio e tempo non possono derivare dall’esperienza, poiché per fare un esperimento dovremmo già presupporre le rappresentazioni originarie di spazio e tempo Contro l’interpretazione oggettivistica, Kant afferma che spazio e tempo non sono dei contenitori in cui si trovano gli oggetti, ma dei quadri mentali a priori entro cui connettiamo i dati fenomenici Infine, contro l’interpretazione concettualistica, Kant afferma che spazio e tempo non possono essere considerati come concetti, in quanto essi hanno una natura intuitiva e non discorsiva Nonostante Kant rifiuti l’oggettivismo di Newton, si avvicina allo scienziato inglese per la sua dottrina dello spazio e del tempo come coordinate assolute dei fenomeni.
Nell’” esposizione trascendentale ” Kant giustifica l’apriorità dello spazio e del tempo mediante considerazioni epistemologiche sulla matematica. Kant vede nella geometria e nell’aritmetica delle scienze sintetiche a priori per eccellenza: Sintetiche , in quanto ampliano le nostre conoscenze mediante costruzioni mentali che vanno oltre il già noto A priori , in quanto i teoremi geometrici e aritmetici valgono indipendentemente dall’esperienza Quindi per Kant la geometria e la scienza che dimostra a priori la proprietà delle figure mediante l’intuizione pura di spazio. L’aritmetica è la scienza che determina a priori la proprietà delle serie numeriche, basandosi sull’intuizione pura di tempo e successione. In quanto a priori, la matematica è anche universale e necessaria, immutabilmente valida per tutte le menti pensanti.
La seconda parte della dottrina degli elementi è la Logica trascendentale , cioè un tipo di logica che presenta una fisionomia originale rispetto a quella originale e che ha come oggetto di indagine
“l’origine, l’estensione e la validità oggettiva” delle conoscenze a priori che sono proprie dell’intelletto e della ragione.
L’intuizione sensibile è passiva e ci dà la materia della conoscenza; l’intelletto è attivo, ma non può lavorare se non su una materia datagli dai sensi; l’intuizione senza il concetto è cieca, il concetto senza intuizione è vuoto. I concetti sono “ funzioni ”, ovvero operazioni attive che consistono nell’ordinare o nell’unificare diverse rappresentazioni “sotto una rappresentazione comune”. I concetti possono essere: Empirici: costruiti con materiali ricavati dall’esperienza Puri: contenuti a priori nell’intelletto I concetti puri si identificano con le categorie, cioè con quei concetti basilari della mente che rappresentano le supreme funzioni unificatrici dell’intelletto. A differenza delle categorie aristoteliche (valore ontologico e gnoseologico), le categorie kantiane hanno una portata esclusivamente gnoseologico-trascendentale. La deduzione trascendentale delle categorie, è basata sul fatto che solo per esse è possibile l’esperienza. La deduzione delle categorie non consiste nella semplice prova che esse sono adoperate, in linea di fatto nella conoscenza scientifica, ma nella giustificazione che quest’uso è legittimo e quindi anche nella determinazione dei limiti di quest’uso. Il problema della deduzione perciò è questo: “che cosa ci garantisce, di diritto, che la natura obbedirà alle categorie?”. La soluzione kantiana, può essere articolata nei seguenti modi: L’unificazione del molteplice non deriva dalla molteplicità stessa, ma da un’attività sintetica che ha la sua sede nell’intelletto Kant identifica la suprema unità fondatrice della conoscenza, con quel centro mentale unificatore che egli denomina con l’espressione io penso ; infatti, secondo il filosofo, “l’io penso deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni, in caso contrario si darebbe in me la rappresentazione di qualcosa che non potrebbe essere pensata”. Il ragionamento kantiano consiste quindi nel mostrare che poiché tutti i pensieri presuppongono l’io penso e poiché l’io penso pensa tramite le categorie, ne segue che tutti gli oggetti pensati presuppongono le categorie. L’io penso si configura come il principio supremo della conoscenza umana e rappresenta ciò che rende possibile l’oggettività del sapere. Senza l’io penso e le categorie, saremmo chiusi nel cerchio della soggettività intellettuale e potremmo stabilire soltanto delle connessioni particolari e contingenti. L’io penso di Kant non è un io creatore, ma si limita a ordinare una realtà che gli preesiste. Nella Confutazione dell’idealismo, Kant afferma he l’interiorità non può essere concepita senza l’esteriorità.
Kant nell’ Analitica dei principi indaga il modo in cui si possono applicare le categorie, attraverso la dottrina dello schematismo. Com’è possibile che l’intelletto condizioni le intuizioni e, quindi, gli
La metafisica è un parto della ragione; questa, a sua volta, in partenza, non è altro che l’intelletto stesso, il quale, essendo la facoltà logica di unificare i dati sensibili tramite le categorie, è inevitabilmente portato a voler pensare, anche senza dati. Kant ritiene che questo voler procedere oltre i dati esperienziali, derivi dalla nostra inarrestabile voglia di andare verso il regno dell’assoluto e quindi verso una spiegazione globale e onnicomprensiva di ciò che esiste. Questa spiegazione fa leva sulle tre idee trascendentali che sono proprie della ragione: Idea di anima: l’idea di totalità assoluta dei fenomeni interni che unifica i dati del senso interno Idea di mondo: idea della totalità assoluta dei fenomeni esterni che unifica i dati del senso esterno Idea di Dio: totalità di tute le totalità e fondamento di tutto ciò che esiste che unifica i dati interni ed esterni La dialettica trascendentale vuole essere lo studio critico dei fallimenti del pensiero quando procede oltre gli orizzonti dell’esperienza possibile. Per dimostrare l’infondatezza della metafisica, Kant prende in considerazione le tre pretese scienze che da sempre ne costituiscono l’ossatura: Psicologia razionale (studia l’anima) Cosmologia razionale (indaga sul mondo) Teologia razionale o naturale (specula su Dio)
Kant ritiene che la psicologia razionale o metafisica sia fondata su un “ragionamento errato”, che consiste nell’applicare la categoria di sostanza all’io penso, trasformandolo in una realtà permanente chiamata anima. L’equivoco della psicologia razionale sta nella pretesa di dare tutta una serie di valori positivi a quella x funzionale e ignota che è l’io penso. Anche la cosmologia razionale, che pretende di far uso della nozione di mondo, inteso come la totalità assoluta dei fenomeni cosmici, è destinata a fallire. Infatti la totalità dell’esperienza non è mai un’esperienza, l’idea di mondo cade al di fuori di ogni esperienza possibile. I discorsi dei metafisici intorno al mondo nella sua totalità, cadono nelle antinomie, veri conflitti della ragione con sé stessa, che si concretizzano in coppie di affermazioni opposte. Kant divide le antinomie in matematiche e dinamiche e non potendo decidersi su di esse, si ha un difetto nella stessa idea del mondo che non può decidere né l’una né l’altra delle tesi in conflitto. Quindi le antinomie dimostrano l’illegittimità dell’idea del mondo.
Anche la teologia razionale, risulta priva di valore conoscitivo. Dio, secondo Kant, rappresenta l’ideale della ragion pura, cioè quel supremo “modello” personificato di ogni realtà. La tradizione ha elaborato una serie di prove dell’esistenza di Dio, che Kant raggruppa in tre classi: Prova ontologica : pretende di ricavare l’esistenza di Dio dal semplice concetto di Dio come essere perfettissimo, affermando che, Egli non può mancare dell’attributo dell’esistenza. Kant obbietta che non risulta possibile “saltare” dal piano della possibilità logica a quello della realtà ontologica, in quanto l’esistenza è qualcosa che possiamo constatare solo per via
empirica. Di conseguenza, la prova ontologica è: impossibile se vuol derivare da un’idea una realtà; contraddittoria se nell’idea del perfettissimo assume “sottobanco”, quell’esistenza che vorrebbe dimostrare Prova cosmologica: afferma che “se qualcuno esiste, deve anche esistere un essere assolutamente necessario; poiché io stesso esisto, deve quindi esistere un essere assolutamente necessario”. Secondo Kant, il primo limite di questo argomento consiste in un uso illegittimo del principio di causa, in quanto esso pretende di innalzarsi, oltre l’esperienza. Il secondo limite dell’argomento risiede nel suo fondarsi su una serie di forzature logiche e nel suo inevitabile ricadere nella prova ontologica. In tal modo, la prova ontologica finisce per implicare quella ontologica, che da puri concetti vuol fare scaturire presuntuosamente delle esistenze. Prova fisico-teologica: fa leva sull’ordine, sulle finalità e sulla bellezza del mondo per innalzarsi a una Mente ordinatrice, identificata con un Dio creatore, perfetto e infinito. Anche questa prova, secondo Kant, risulta interamente minata da una serie di forzature logiche e dall’utilizzazione mascherata dall’argomento ontologico. Essa parte dall’esperienza dell’ordine del mondo, ma pretende di elevarsi subito all’idea di una causa ordinante trascendente, dimenticando che l’ordine della natura potrebbe essere una conseguenza della natura stessa e delle sue leggi immanenti. Quindi Dio è pensato non solo come causa dell’ordine del mondo, ma anche come causa dell’essere stesso del mondo. Ma si può compiere tale operazione solo a patto di identificare la causa ordinante con l’Essere necessario creatore. Inoltre la prova fisico-teologica pretende di stabilire, l’esistenza di una causa infinita e perfetta, ritenuta proporzionata a esso. Non possiamo arrogarci il diritto di affermare che la Causa del mondo è infinitamente perfetta. E ciò avviene perché noi, saltando l’abisso che separa il finito dall’infinito, identifichiamo l’ipotetica causa ordinante con l’idea della realtà perfettissima di cui parla l’argomento ontologico.
Le idee della ragion pura possono e devono avere, secondo Kant, una funzione regolativa. Infatti ogni idea è una regola che spinge la ragione a dare al suo campo d’indagine, che è l’esperienza, non solo la massima estensione, ma anche la massima unità sistematica. Le idee varranno come condizioni che impegnano l’uomo nella ricerca naturale. Alla vecchia metafisica Kant oppone una nuova metafisica “scientifica” o “critica”, concepita come “scienza dei concetti puri. Di questa nuova metafisica fanno parte: Metafisica della natura Metafisica dei costumi Quindi, la metafisica è accettata da Kant nella forma di una scienza dei principi a priori del conoscere o dell’agire.
Imperativi ipotetici: prescrivono dei mezzi in vista di determinati fini (“se vuoi…devi…”). Questi imperativi a loro volta si dividono in regole dell’abilità (norme tecniche per raggiungere un certo scopo); consigli della prudenza (forniscono mezzi per ottenere la felicità o il benessere Imperativo categorico: ordina il dovere in modo incondizionato, ossia a prescindere da qualsiasi scopo (“devi”). L’imperativo categorico, infatti, ha i connotati della legge, ovvero un comando esplicito che vale per tutte le persone e per tutte le circostanze. Poiché dire legge è dire universalità, essa si concretizza nella prescrizione di agire secondo una massima che può valere per tutti: “Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale”. (formula-base dell’imperativo categorico) L’imperativo categorico è quel comando che ci ricorda che un comandamento risulta morale solo se, la sua massima appare universalizzabile. La seconda formula dell’imperativo categorico afferma di rispettare la dignità umana che è in te e negli altri, evitando di ridurre il prossimo o te medesimo a semplice mezzo del tuo egoismo e delle tue passioni. La terza formula dell’imperativo categorico prescrive di agire in modo tale che “la volontà, in base la massima, possa considerare contemporaneamente sé stessa come universalmente legislatrice. Questa formula è uguale alla seconda, ma sottolinea in particolare l’autonomia della volontà, che è il frutto spontaneo della volontà razionale, non un imperativo esterno e schiavizzante.
L’ imperativo etico risiede in una legge formale-universale, la quale afferma che quando agiamo bisogna tener conto gli altri e rispettare la dignità umana che è in noi e nel prossimo. Quindi il formalismo kantiano sta nella scoperta della fonte perenne della formalità che alimenta i costumi morali dei popoli nel divenire storico, restando essa stessa immune da ogni mutamento. Il cuore della moralità kantiana sta nel dovere per il dovere, ossia nello sforzo di attuare la legge della ragione solo per ossequio a essa. Quindi non dobbiamo agire per la felicità, ma solo per il dovere. Da qui deriva il rigorismo di Kant che esclude dal recinto dell’etica emozioni e sentimenti, che sviano la morale. Nell’etica del filosofo si riconosce un solo sentimento: il rispetto per la legge. Secondo Kant, infatti, non basta che un’azione sia fatta esteriormente secondo la legge. La morale implica una partecipazione interiore, ovvero non è morale ciò che si fa, ma l’intenzione con cui lo si fa , essendo la volontà buona , l’unica cosa incondizionatamente buona al mondo. Il dovere e la volontà buona innalzano l’uomo oltre le leggi naturali; lo fanno partecipare al mondo intellegibile in cui vige la libertà. Quindi, la vita morale è la costituzione di una natura sovrasensibile, nella quale la legislazione morale prende il sopravvento sulla legislazione naturale.
La rivoluzione copernicana morale, attuata da Kant, consiste nell’aver posto nell’uomo e nella sua ragione il fondamento dell’etica, al fine di salvaguardarne la piena libertà e
purezza. Di conseguenza Kant polemizza contro tutte le morali eteronome, cioè contro quei sistemi che pongono il fondamento del dovere all’esterno dell’uomo e facendo scaturire la morale, non da una pura “forma” dell’imperativo categorico, ma da principi materiali. In particolare, Kant si scaglia: Contro il razionalismo, egli afferma che la morale si basa unicamente sull’uomo e sulla sua dignità di essere razionale finito Contro l’empirismo, egli afferma che la morale si fonda unicamente sulla ragione.
Kant prende in considerazione l’assoluto morale o sommo bene. Tuttavia la virtù, pur essendo il bene supremo, non è ancora quel sommo bene cui tende la nostra natura, ma consiste nell’addizione di virtù e felicità. Ma così virtù e felicità non sono mai congiunte e così costituiscono l’antinomia etica per eccellenza, poiché l’essere virtuosi e la ricerca della felicità sono due azioni distinte e opposte. Secondo Kant, l’unico modo per uscire da tale antinomia è di “postulare” un mondo dell’aldilà, in modo che si realizzi ciò che nell’aldiquà è impossibile. I postulati etici di Kant sono quelle esigenze interne della morale che vengono ammesse per rendere possibile la realtà della morale stessa. I postulati di Kant sono: Postulato dell’immortalità dell’anima : esistenza dell’anima che dopo la vita terrena, va verso l’infinito, poiché la santità, rendendo degni del sommo bene, non è realizzabile nel nostro mondo Postulato dell’esistenza di Dio: la credenza in una “volontà santa ed onnipotente”, che faccia corrispondere la felicità al merito Postulato della libertà: è la condizione stessa dell’etica, infatti Kant afferma che se c’è la morale deve, per forza, esserci la libertà
I postulati kantiani non possono affatto valere come conoscenze, poiché le sue condizioni di validità comportano la ragionevole speranza dell’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima. Si assiste anche al rovesciamento del rapporto tra morale e religione. Infatti, Dio, per Kant, non sta all’inizio e alla base della vita morale, ma eventualmente alla fine, come suo possibile completamento. Infine si può affermare che nella Critica della ragion pratica si delineano: un mondo fenomenico della scienza e un mondo noumenico dell’etica.
Secondo la relazione: bello è la forma della finalità di un oggetto. Una cosa è bella quando è armonica (proporzionata nelle sue parti), la bellezza è armonia tra le varie parti dell’oggetto Secondo la modalità: bello è l’oggetto di un piacere necessario. La bellezza, per essere tale, deve provocarmi piacere necessario
Secondo Kant, la deduzione dei giudizi estetici puri viene spiegata attraverso il rapporto tra l’immaginazione e l’intelletto che genera un senso di armonia, spiegando l’universalità estetica e giustificando la presenza di un senso comune. Da qui l’antinomia del gusto che dice che se il giudizio non si basa sopra i concetti , in quanto non è un giudizio di conoscenza, si basa però su quella facoltà del Giudizio che è comune ad ogni uomo. Kant è dunque pervenuto a una vera e propria rivoluzione copernicana estetica, incentrata sulla tesi secondo cui il bello, è il frutto di un incontro del nostro spirito con esse, cioè qualcosa che nasce solo per la mente e in rapporto alla mente. Kant afferma anche che l’eteronomia estetica distruggerebbe l’universalità e la libertà del giudizio di gusto. Quindi, ogni piacere può provocare in noi un valore estetico disinteressato, comunicabile a tutti noi e non dipendente dai mutevoli stati d’animo dell’individuo.
Mentre il bello era un giudizio estetico rivolto a ciò che ha una forma, il sublime è un giudizio estetico nei confronti di ciò che è informe (cielo stellato, tempesta marina ecc..). Kant distingue due tipi di sublime: Sublime matematico: è un sentimento rivolto a qualcosa di infinitamente grande rispetto all’uomo Sublime dinamico: è un sentimento rivolto a qualcosa di infinitamente potente rispetto all’uomo. I due caratteri del sublime sono caratterizzati dalla stessa dialettica di dispiacere-piacere, impotenza-potenza. Kant parla anche del “ bello artistico ” in quanto la natura è bella quando ha l’apparenza dell’arte e l’arte è bella quando ha l’apparenza o la spontaneità della natura. La spontaneità dell’arte bella proviene dal genio che ha delle proprie prerogative:
I giudizi teleologici sono i giudizi della finalità. Si tratta di giudicare, di ricercare la finalità nella natura e nelle cose che ci circondano. È un giudizio più oggettivo del giudizio estetico, infatti, l’io attribuisce la finalità all’oggetto. Non è un giudizio conoscitivo, ma io vedo l’oggetto, lo penso, lo colgo come avente una finalità. I giudizi teleologici vengono definiti da Kant oggettivi in quanto l’uomo ha l’esigenza di vedere i fenomeni come se avessero un fine in sé stessi.
È proprio la finalità il collegamento tra la libertà della Critica della ragion pratica e il determinismo della Critica della ragion pura. Infine, Kant arriva a dire che l’uomo sembra essere lo scopo ultimo della natura.