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La filosofia indiana: dalla lingua sanscrita alle grandi correnti di pensiero, Appunti di Filosofia Indiana

Una panoramica della lingua sanscrita e delle principali correnti filosofiche indiane, partendo dalla prima fase di trasformazione delle grandi correnti di pensiero fino alla fase post-coloniale. Vengono trattati i principali concetti come la caratteristica credenza della retribuzione delle azioni e la rinascita, la diagnosi del carattere insostanziale delle cose, le quattro nobili verità e l'ottuplice sentiero, la posizione mediana attraverso l'uso dello strumento logico-interpretativo 'tetralemma', l'esposizione della catena causale della 'coproduzione condizionata' e l'indicazione di una tecnica di meditazione in quattro stadi. Vengono presentati i canoni buddhista e il Jainismo, con particolare riferimento alla Bhagavadgita e al yoga dell'azione.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 24/06/2020

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- la letteratura dell'area indiana è immensa e comprende opere di natura molto diversa, scritte in
varie lingue. La lingua principale è il sanscrito, che ebbe funzione di lingua di cultura, altre lingue
sono il Pali (lingua del canone buddhista dei Theravada), l'Ardhamagadhi (lingua del canone
Jaina) e il tibetano.
-seguiremo convenzionalmente una partizione di comodo del pensiero indiano in cinque grandi
periodi:
1) la prima fase di trasformazione delle grandi correnti di pensiero (ottavo secolo a.C. - primo
secolo d.C.)
2) Il periodo classico (secondo-ottavo secolo d.C.)
3) Il periodo post-classico (secoli nono-quindicesimo d.C.)
4) Periodo Moghul (sedicesimo-diciottesimo d.C.)
5) Fase di colonizzazione europea e fase post-coloniale
-gli esponenti delle varie scuole di pensiero hanno ben presenti le posizioni di fondo delle altre
scuole e molta parte del loro lavoro filosofico consiste in tentativi di confutare razionalmente le
posizioni altrui. Le filosofie indiane sono inanzitutto il risultato di continui dibattiti tra le diverse
posizioni in concorrenza fra loro.
- ''O caro, al principio questo (universo) era soltanto l'Essere (sat), uno, senza secondo. A questo
proposito alcuni dicono: ''Al principio questo (universo) era soltanto Non-essere (asat), unico,
senza secondo. Di poi al Non essere nacque l'essere''. Ma come, o caro, potrebbe essere così? -
Soggiunse egli- Come dal Non-essere potrebbe essere sorto l'Essere? Essere soltanto questo
(universo) era al principio, o caro, uno, senza secondo.'' (Changdogya Upanisad)
- La qualità dell'interrogativo in esse contenuto e l'uso dei termin astratti (sat e asat) attestano la
presenza nell'India Upanisadica di un pensiero capace di formulare chiaramente problemi di
natura filosofica e assumere posizioni critiche rispetto alla tradizione. Uddalaka va considerato
fra i primi filosofi in senso assoluto, è una delle prime formulazioni a noi note di due problemi: a)
il rapporto tra essere e non-essere b) il rapporto tra essere e divenire.
-''il cibo mangiato si divide in tre parti: la più grossolana diventa escremento, la mediana carne,
la più sottile mente. L'acqua bevuta si divide in tre parti: la parte più grossolana diventa urina, la
mediana sangue, la più sottile respiro. Il tejas assorbito si divide in tre parti: la parte più
grossolana diventa osso (dello scheletro), la mediana midollo, la più sottile parola. Costituita di
cibo è la mente, o caro, costituito di acqua è il respiro, costituita di tejas è la parola.''
-Uddalaka è sostenitore dunque di una visione che potremmo definire naturistica, non vi è
discontinuità fra i principi naturali e le funzioni mentali. (per provare la sua teoria affama il figlio
per 15 giorni. Non è una bella cosa. Non imitatelo a casa.)
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Scarica La filosofia indiana: dalla lingua sanscrita alle grandi correnti di pensiero e più Appunti in PDF di Filosofia Indiana solo su Docsity!

  • la letteratura dell'area indiana è immensa e comprende opere di natura molto diversa, scritte in varie lingue. La lingua principale è il sanscrito, che ebbe funzione di lingua di cultura, altre lingue sono il Pali (lingua del canone buddhista dei Theravada), l'Ardhamagadhi (lingua del canone Jaina) e il tibetano. -seguiremo convenzionalmente una partizione di comodo del pensiero indiano in cinque grandi periodi:
  1. la prima fase di trasformazione delle grandi correnti di pensiero (ottavo secolo a.C. - primo secolo d.C.)
  2. Il periodo classico (secondo-ottavo secolo d.C.)
  3. Il periodo post-classico (secoli nono-quindicesimo d.C.)
  4. Periodo Moghul (sedicesimo-diciottesimo d.C.)
  5. Fase di colonizzazione europea e fase post-coloniale -gli esponenti delle varie scuole di pensiero hanno ben presenti le posizioni di fondo delle altre scuole e molta parte del loro lavoro filosofico consiste in tentativi di confutare razionalmente le posizioni altrui. Le filosofie indiane sono inanzitutto il risultato di continui dibattiti tra le diverse posizioni in concorrenza fra loro.
  • '' O caro, al principio questo (universo) era soltanto l'Essere (sat), uno, senza secondo. A questo proposito alcuni dicono: ''Al principio questo (universo) era soltanto Non-essere (asat), unico, senza secondo. Di poi al Non essere nacque l'essere''. Ma come, o caro, potrebbe essere così? - Soggiunse egli- Come dal Non-essere potrebbe essere sorto l'Essere? Essere soltanto questo (universo) era al principio, o caro, uno, senza secondo.'' (Changdogya Upanisad)
  • La qualità dell'interrogativo in esse contenuto e l'uso dei termin astratti (sat e asat) attestano la presenza nell'India Upanisadica di un pensiero capace di formulare chiaramente problemi di natura filosofica e assumere posizioni critiche rispetto alla tradizione. Uddalaka va considerato fra i primi filosofi in senso assoluto, è una delle prime formulazioni a noi note di due problemi: a) il rapporto tra essere e non-essere b) il rapporto tra essere e divenire.
  • ''il cibo mangiato si divide in tre parti: la più grossolana diventa escremento, la mediana carne, la più sottile mente. L'acqua bevuta si divide in tre parti: la parte più grossolana diventa urina, la mediana sangue, la più sottile respiro. Il tejas assorbito si divide in tre parti: la parte più grossolana diventa osso (dello scheletro), la mediana midollo, la più sottile parola. Costituita di cibo è la mente, o caro, costituito di acqua è il respiro, costituita di tejas è la parola.'' -Uddalaka è sostenitore dunque di una visione che potremmo definire naturistica, non vi è discontinuità fra i principi naturali e le funzioni mentali. (per provare la sua teoria affama il figlio per 15 giorni. Non è una bella cosa. Non imitatelo a casa.)

-La continuità fra dimensione corporea e mentale non verrà negata nemmeno dalle correnti 'antimaterialistiche'. -'Allora Usasta discendente di Cakra disse: 'Parlami veramente di quella che è l'essenza presente in ogni cosa, ossia del Brahman visibile e direttamente percepito.' 'è il tuo Atman quello che è presente in ogni cosa.' 'Qual è, Yajnavalkya, (questo Atman) presente in ogni cosa?' 'Tu non puoi vedere chi è causa della vista, non puoi ascoltare chi è causa dell'ascolto, non puoi pensare chi è causa del pensiero, non puoi conoscere chi è causa del conoscere. Questo Atman è presente in ogni cosa. Al di fuori di esso non c'è che dolore.' Allora tacque Usasta discendente di Cakra.'

- In questo brano il maestro Yajnavalkya enuncia il principio definitorio dell'assoluto: da esso tutto dipende, esso non dipende da nulla. Secondo un'immagine che diventerà topos della letteratura filosofica, l'assoluto è come una lampada, la quale illumina tutto ma non viene illuminata da nulla. L'assoluto non può dunque essere oggetto del pensiero, perchè ciò che pensato dipende dal pensante.

  • Due uccelli, stretti amici, abbracciano lo stesso albero. Uno di essi mangia la dolce bacca; l'altro, senza mangiare, guarda attentamente. (nota dell'autrice di questi appunti: COSA? COSA CAVOLO STA GUARDANDO?) -Questa immagine risale alla più antica testimonianza letteraria della cultura indiana, il RG-Veda. Vi si potrebbe vedere la decisiva opposizione teorica fra 'fruizione' (bhukti) e liberazione (mukti) che caratterizzerà tante correnti del pensiero indiano. L'immagine potrebbe anche essere interpretata come contrapposizione fra due atteggiamenti: quello del ritualista che, mosso dal desiderio, agisce in vista dei frutti dell'azione, e quello del rinunciante che è pienamente soddisfatto della ben diversa esperienza del Brahman, questa contrapposizione sarà al centro della dottrina dell'azione del Bhagavadgita.
  • Sramana-Brahmana: composto che sembra voler abbracciare l'insieme di tutte le figure religiose e spirituali. Brahmana indica gli appartenenti alla classe sacerdotale dedita alla scrupolosa conservazione dell'eredità vedica. Il termine Sramana indica invece i monaci itineranti che assumevano spesso la funzione di maestri spirituali. -Movimenti Sramanici per eccellenza furono il Buddhismo e il Jainismo. -Da parte Brahmanica la tradizione speculativa più rilevante fu quella di derivazione upanisadica.
  • è bene citare anche un terzo gruppo nella tradizione intellettuale: La corrente materialista dei Carvaka e Lokayata.
  • è assai verosimile che l'incontro-scontro tra tradizioni brahmaniche e movimenti srmana abbia caratterizzato la vita intellettuale dell'India settentrionale intorno alla metà del primo millennio a.C.

un'adesione radicale all'AHIMSA (non-volontà di nuocere) la cui giustificazione è da cercarsi alla connessione con la teoria del Karman e la volontà di interrompere il ciclo Samsarico. -Vardhamana Mahavira è stato l'asceta che ha fondato il Jainismo, si ritiene che abbia ottenuto il Kevala Jnana (onniescenza) a 43 anni -La dottrina Jaina è caratterizzata dalla problematica dell'azione e dei legami e viene riassunta in 7 argomenti di base: le anime o spiriti (JIVA), l'inanimato (AJIVA), l'afflusso o contaminazione, il legame, l'arresto del flusso, l'eliminazione, la liberazione. -Non c'è un dio creatore, la cui esistenza verrà sempre polemizzata dai Jaina.

  • Ogni azione produce un afflusso di particelle materiali verso i Jiva, sul quale si depositano. Questo conferisce agli spiriti una particolare 'colorazione' -La liberazione si ottiene attraverso un processo che si basa su 3 gioielli -retta visione, retta coscienza e retta condotta- ed è suddivisa in 14 stadi, al termine il Jiva ottiene la perfezione (SIDDHI) -Il fatto che ogni azione causi un afflusso karmico ha due conseguenze principali: la morte per fame causata dalla totale rinuncia all'agire e l'obbligo di eseguire il settimo passo dei 14 stadi per ottemprare al problema della colorazione del jiva. LA BHAGAVADGITA E LO YOGA DELL'AZIONE -Poema contenuto nel sesto libro Mahabharata, presenta il dialogo fra il guerriero pandava Arjuna e Krsna, il suo Auriga, che si presenta come volto della realtà suprema e impartisce ad Arjuna il suo insegnamento sul problema dell'agire, indicando tre discipline (YOGA): la disciplina della conoscenza (jnana-yoga), la disciplina dell'azione rinunciante in ottempranza al proprio dhamma (Karma-yoga) e la disciplina della devozione (Bhakti-yoga)
  • c'è chi sostiene che una sola di esse debba essere considerata essenziale tra le tre vie proposte da Krsna, chi le dispone in seguito l'una all'altra in ordine ascendente, chi le vede come distinte e parallele fra le quali ognuno deve scegliere la propria. -Ma se tutte le vie nel Bhagavadgita trovano una loro giustificazione, è il Karma-yoga ad affrontare più direttamente il problema dell'agire: il rifiuto di Arjuna si ricollega alla più vasta disputa sulla rinuncia all'agire > l'azione implica il frutto che costituisce un legame che carica il meccanismo retributivo del Karman che fa accadere il Samsara. La soluzione Karmayogica si fonda sull'assunto che il legame dipenda dall'intenzione con cui l'azione viene compiuta. L'unico modo per liberarsi dal 'legame dell'azione' è compiere un'azione rinunciante, cioè compiere un'azione rinunciando preventivamente al suo frutto. (nel caso di Arjuna combattere è diverso rispetto a combattere per la vittoria) -Il criterio dell'agire consiste per ciascuno nella necessità di conformarsi allo Sva-Dharma (al

proprio Dharma) -La Bhagavadgita si presenta quindi come una sorta di registrazione riassuntiva di alcuni dei principali problemi che caratterizzano l'universo filosofico religioso della tradizione Brahmanica: il tema del distacco dal desiderio (Kama), tema della fedeltà al proprio Dharma, il tema del riconoscimento dell'identità tra il sé (atman) e la realtà assoluta, il tema dell'abbandono amoroso e totale alla divinità. -Teoria della disputa e della medicina: la disputa filosofica e il dibattito pubblico rivestivano un'importanza eccezionale; si deve pensare a dei veri e propri tornei dialettici organizzati presso le corti regali. -La riflessione sul dibattito arrivò ad una vera e propria teoria della disputa e delle sue procedure. Una sorta di manuale di questo nuovo sapere è il Carakasutra. -Distinzione fra 'forza dell'argomentazione' e 'argomentazione della forza' > ne troviamo proposta nel MILINDAPANHA (dialogo fra il re e Nagasena): 'il re disse: 'Venerando Nagasena, vuoi discutere con me?'. 'Se tu, gran re, discuterai come fanno i saggi, io discuterò con te. Se invece vuoi discutere come fanno i re, allora no'. 'Come discutono i saggi venerando?'. 'Gran re, nella discussione dei saggi si hanno lo svolgimento e la ricapitolazione, il convincere e il concedere: si raggiungono accordi e disaccordi. E i saggi non si irritano per questo. Così discutono i saggi'. 'E come discutono i re?'. 'Quando i ree discutono , e essi approvano un argomento e puniscono chi non lo approva, così discutono i re.' -Ayurveda (medicina) > contribuì allo sviluppo di concezioni e dottrine riguardanti la fisiologia del complesso psico-filosofico, le forze naturali, le vie per superare il dolore. Contenuta nel Carakasamhita. -l'ambito medico costituì un terreno ideale per la codificazione del sapere e lo stile di ragionamento che finì per oltrepassare la teoria della disputa, contribuendo a dare origine alla logica e all'epistemologia che diventeranno dominanti nella filosofia indiana 'classica' -discussione amichevole : la contesa > scopo da tenere presente vantaggio personale / elenco delle buone qualità del disputato / consigli su come valutare l'avversario / indicazioni su quali atteggiamenti tenere. -NYAYA > affronta problemi epistemologici e logici, alla sua origine vediamo la teoria della disputa. Il Nyaya è una scuola di pensiero che risponde all'interrogativo 'quali sono i mezzi di conoscenza?' -I 4 Pramana: percezione, inferenza (deduzione), comparazione analogica e parola autorevole.

  • alla domanda 'Qual è la struttura dell'inferenza valida?' il Nyayasutra risponde: affermazione preliminare della tesi / PROBANS (provare) / esemplificazione / applicazione / asserzione

-Il Samkhya è una dottrina dualista che distingue due principi, reali ed eterni: il purusa e la prakrti. Il primo è coscenzialità pura, non soggetta a modificazioni, assolutamente inattiva. La seconda è pura ma inconsapevole, è il principio che da immanifesto dà origine per evoluzione/trasformazione a tutto ciò che è manifesto. Il Purusa non è uno, esiste una pluralità indefinita di purusa per ogni individuo. -Ogni purusa è in contatto con la prakrti. -Scopo della dottrina è descrivere il mezzo per far cessare la ' l'oppressione dovuta al dolore'. Tale mezzo, si dice esplicitamente, non è quello rivelato dai Veda (cioè non la pratica rituale sacrificale).

  • Il Samkhya è ritenuto uno dei darsana più antichi e conserva anche nel periodo 'classico' molti tratti di arcaicità. Il Samkhyakarika costituisce una sintesi e una rielaborazione delle dottrine precedenti.
  • Se i purusa cessassero di esistere anche il prakrti resterebbe inattivo, il processo creativo è causato dalla compresenza di due principi: l'attività della cieca prakrti è dovuta al movimento incessante dei suoi tre costituenti fondamentali, i tre guna che, senza la presenza del purusa, resterebbero in una condizione di equilibrio inattivo.
  • I guna sono: sattva (bianco, luminoso, tranquillo, intelleggibile), rajas (rosso, eccitato, dinamico, instabile) e tamas (oscuro, inerte, errore) -Viene formulata l'importante teoria della pre-esistenza dell'effetto nella causa, o più precisamente, della produzione dell'effetto come trasformazione della causa materiale. Tutto ciò che si produce esiste come stato latente nella sua causa materiale. (esempio: dal chicco di riso non nasce qualcosa di diverso dal riso) -Dalla teoria della pre-esistenza si deduce quindi che tutti i derivati sono pre-esistenti nella prakrti. -Il purusa è coscenzialità pura mentre la prakrti non è dotata di coscienza. -I filosofi del Samkhya elaboreranno la teoria del mutuo riflesso per spiegare la relazione fra Buddhi e Purusa. L'ONTOLOGIA DEL NYAYA-VAISESIKA -Vaisesika: sistema realista e pluralista, il Vaisesika classifica ciò che esiste in termini di sei padartha (categorie): sostanza, qualità (guna), azione o movimento (karman), universalità, particolarità, inerenza. -A un secondo livello l'analisi scompone ulteriormente alcune delle sostanze in atomi, eterni e invisibili. L'atomismo è un tratto caratteristico del Vaisesika.

-Nel corso del primo millennio il Vaisesika tende a fondersi con il Nyaya.

  • Secondo il Vaisesika gli oggetti forniti dalla percezione sensoriale sono costituiti in ultima analisi da atomi che sotto la spinta di una forza invisibile si aggregano, dapprima in diadi e poi in triadi di diadi, raggiungendo così la soglia della visibilità. -Il Vaisesika e il Nyaya affermano in generale che le totalità composte di parti costituiscono qualcosa di diverso e nuovo rispetto alla semplice somma delle parti. -l'esistenza dell'intero è provata dal fatto che possiamo 'tenerlo e spingerlo'. Rispetto cioè al semplice ammasso delle parti, l'intero è dotato di qualità ulteriori e distintive. -Questa teoria è in contrasto con la pre-esistenza, implicando che qualcosa non c'era nella giunga all'esistenza: dunque il prodotto non pre-esiste nella causa materiale. -Il Nyaya Vaisesika non indietreggia di fronte alla conseguenza e sostiene apertamente che l'effetto non è reale già nella causa. Dato che prima della sua produzione non si dà alcuna percezione dell'effetto se ne conclude che prima della sua produzione l'effetto è solo irreale. Tentativo di affrontare il problema del divenire alternativo all'idea che il divenire sia solo una trasformazione di una sostanza che resta tuttavia eternamente identica a se stessa. DIGNAGA ' ci sono due mezzi di conoscenza (pranama) e cioè la percezione sensoriale (pratyaksa) e l'inferenza (anumana), perchè gli altri, come la parola autorevole, l'analogia, etc sono contenuti in questi due'
  • Opposizione a Nyaya: mezzi di conoscenza (pranama) sono solo percezione sensoriale e inferenza, gli altri contenuti in questi due. (Grazie, lo so che c'è scritto anche sopra, ma ho fumato un po' e sono rincoglionita.) -Per Dignaga la percezione sensoriale è un mezzo di conoscenza valido in quanto essa fornisce una conoscenza pura, immediata, libera da ogni costruzione mentale. Sono costruzioni menttali e linguistiche che causano l'errore. Oggetto senza percezione sensoriale è infatti 'caratteristica propria' del percepito. Ogni atto percettivo è puntuale, così come è puntuale la conoscenza che esso produce, tuttavia questa conoscenza, secondo Dignaga si accompagna sempre alla percezione di sè in quanto percepiente: l'atto percettivo è così distinto in due momenti (percezione immediata dell'oggetto e autocoscenza del percepiente) che Dignaga chiama 'le due forme del conoscere' -Oltre al Pratyaksa, Dignaga accetta come mezzo di conoscenza indiretto l'inferenza, che però, coinvolgendo l'attività della mente, rischia sempre di essere inficiata da costruzioni mentali. Il primo passo da lui compiuto consiste nel distinguere l'inferenza per se stessi da quella per un altro. La prima è priva delle preoccupazioni comunicative proprie, e lo schema inferenziale è a tre membri.

-I Mimamsaka non ammettono l'esistenza di un dio creatore, perchè comprometterebbe l'eternità dei Veda. Compiendo i riti eternamente prescritti si interviene sulla catena causale del karman e si può quindi godere di rinascite migliori. -Il postulato dell'eternità e dell'autosufficenza dei Veda fa di questa scuola un sistema metafisico impenetrabile alla critica. Se il Veda è eterno, anche il linguaggio in cui è espresso deve essere eterno. Il suono diventa quindi un'entità latente e non prodotta che si attualizza di volta in volta nell'espressione udibile perchè è ubiqua e può attualizzarsi ovunque. Contro la teoria dello sphota i Mimamsaka insistono sull'eternità della parola in quanto successione di fonemi, poichè essi stessi sono eterni e ubiqui. L'eternità del Veda implica che anche i significati siano eterni e universali e non prodotti convenzionali. -Il più antico commento giunto a noi è quello di Sabara, che a sua volta fu commentato dai due principali filosofi del Mimamsaka, che diedero origine a due diverse tradizioni in forte opposizione fra di loro perfino sui punti dottrinalmente essenziali. I primi sostengono che le parole di una frase esprimono in primo luogo i significati che sono loro propri e solo in un secondo tempo questi si combinano a formare il significato della frase. I secondi sostengono invece che il significato di ogni singola parola venga immediatamente modificato, nel momento stesso in cui viene pronunciata, da quelle parole che si trovano in relazione sintattica con essa. IL KEVALADVAITA VEDANTA DI SANKARA -La 'seconda Mimamsa' ha come oggetto il Brahman e si fonda sull'esegesi della parte dei veda relativa al brahman, ovvero le Upanisad, la sezione più speculativa e finale dei Veda. -Difficilmente si potrebbe affermare che il Vedanta è una scuola, le differenze che fra i vari indirizzi che rivendicano il nome Vedanta sono enormi, nonostante tutti accettino la triplice base di testi autorevoli costituita, Upanisad, Brahmasutra e Bhagavadgita. -Il punto di partenza della dottrina di Sankara è il Brahman. Solo il Brahman è reale, non duale, eterno, privo di qualificazioni, non soggetto a cambiamento e assoluto. Esso è causa efficente e sostanziale del mondo e precondizione dell'esistenza in quanto identico all'atman, è essenzialmente e primariamente coscienzialità. L'atman-brahman non può essere essa stessa oggetto di coscienza, l'atman-brahman si potrebbe definire come pura soggettività. -Nell'introduzione di Sankara al suo commento ai Brahmasutra viene analizzato il concetto di sovrapposizione. L'argomento spiega: purtroppo è connaturato all'uomo sovrapporre sul soggetto (io) l'oggetto (non-io) e gli attributi dell'oggetto. Ciò è sbagliato (tono greve ndr). le due sfere sono assolutamente distinte come 'luce' e 'buio', e solo a causa dell'ignoranza noi operiamo l'erronea sovrapposizione dell'una sull'altra. [...] In realtà l'atman non conosce, non agisce e non fruisce.