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L'INTERVENTO EDUCATIVO NEI DISTURBI DELLO SVILUPPO - CLAUDIO VIO CRISTINA TOSO MARIA STELLA SPAGNOLETTI, Dispense di Pedagogia

L'INTERVENTO EDUCATIVO NEI DISTURBI DELLO SVILUPPO - CLAUDIO VIO CRISTINA TOSO MARIA STELLA SPAGNOLETTI

Tipologia: Dispense

2019/2020

In vendita dal 08/06/2020

LIA1987N
LIA1987N 🇮🇹

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CAPITOLO 1: L’INTERVENTO PSICOEDUCATIVO NEI DISTURBI DELLO SVILUPPO
1. MODELLI IN PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO
Attraverso l’osservazione si individuano le difficoltà insorte durante lo sviluppo del bambino e che in
base al funzionamento adattivo possono essere un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo, un danno
nello sviluppo cognitivo, emotivo, relazionale. Il funzionamento adattivo riguarda l’efficacia con cui i
soggetti affrontano le esigenze comuni della vita ed al grado di adeguamento agli standard relativi
all’autonomia personale previsti per la loro particolare fascia d’età, all’ambiente socio culturale ed il
contesto ambientale. Il funzionamento adattivo può essere influenzato da vari fattori e che includono
l’istruzione, la motivazione, le caratteristiche di personalità, le prospettive sociali e professionali. In tal
caso è necessario prendere in esame un “sintomo” (inteso come difficoltà o come disturbo) che è
presente nei contesti di vita e deriva da fattori causali diversi e studiare gli effetti in un particolare
momento considerando le implicazioni nello sviluppo della persona. In tal senso si definisce disturbo,
un’alterazione dello stato fisiologico e/o psicologico e/o relazionale di una persona che non
consentirebbe un funzionamento normotipico in relazione alle attese per l’età. Un altro approccio alla
psicopatologia dello sviluppo è quello di indagare le variazioni che si osservano durante l’evoluzione
psicologica del bambino e di identificare quando queste variazioni determinano una difficoltà
transitoria oppure un deficit ma soprattutto ipotizzare come queste difficoltà o deficit condizionano lo
sviluppo stesso.
1.2. L’APPROCCIO EMPIRICO AL DISTURBO DELLO SVILUPPO
Il primo approccio che chiamiamo empirico viene associato ai lavori di Watson (1913) è conosciuto con
il nome di modello stimolo (S) - risposta (R); secondo il modello gli stimoli e le risposte sono collegati
da rapporti casuali diretti e reciproci. La prima variante al modello è quella proposta da Skinner (1953)
(prof. di psicologia ad Harvard); egli ha voluto verificare cosa sarebbe successo se fosse stata presentata
una ricompensa (cioè un rinforzo) in coincidenza con la risposta emessa in seguito ad uno stimolo, in
base all’idea che questo tipo di analisi possa essere sufficiente a spiegare ogni forma di apprendimento,
anche quello linguistico. Questo modello è definito del “condizionamento operante” è diventato uno
schema fondamentale di riferimento non solo in ambiti disciplinari diversi ma ha trovato numerose
applicazioni all’interno delle neuroscienze comportamentali. Una possibile applicazione di questo
approccio è quella proposta dal modello di analisi ecologico comportamentale di Kanfer (1973). Per
poter effettuare una corretta analisi di un comportamento è necessario considerare le caratteristiche
degli stimoli (S), lo stato biologico dell’organismo (O), la relazione che lo stimolo riesce ad elicitare (R)
ma anche la frequenza con cui la risposta si manifesta, la contingenza della risposta (K) e le conseguenze
che la risposta fa registrare (C). questo modello è indicato con l’acronimo di SORKC in cui bisogna
considerare con analoga attenzione le variabili osservabili, le componenti ambientali (S, K e C) ma anche
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CAPITOLO 1: L’INTERVENTO PSICOEDUCATIVO NEI DISTURBI DELLO SVILUPPO

1. MODELLI IN PSICOPATOLOGIA DELLO SVILUPPO

Attraverso l’osservazione si individuano le difficoltà insorte durante lo sviluppo del bambino e che in base al funzionamento adattivo possono essere un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo, un danno nello sviluppo cognitivo, emotivo, relazionale. Il funzionamento adattivo riguarda l’efficacia con cui i soggetti affrontano le esigenze comuni della vita ed al grado di adeguamento agli standard relativi all’autonomia personale previsti per la loro particolare fascia d’età, all’ambiente socio – culturale ed il contesto ambientale. Il funzionamento adattivo può essere influenzato da vari fattori e che includono l’istruzione, la motivazione, le caratteristiche di personalità, le prospettive sociali e professionali. In tal caso è necessario prendere in esame un “sintomo” (inteso come difficoltà o come disturbo) che è presente nei contesti di vita e deriva da fattori causali diversi e studiare gli effetti in un particolare momento considerando le implicazioni nello sviluppo della persona. In tal senso si definisce disturbo, un’alterazione dello stato fisiologico e/o psicologico e/o relazionale di una persona che non consentirebbe un funzionamento normotipico in relazione alle attese per l’età. Un altro approccio alla psicopatologia dello sviluppo è quello di indagare le variazioni che si osservano durante l’evoluzione psicologica del bambino e di identificare quando queste variazioni determinano una difficoltà transitoria oppure un deficit ma soprattutto ipotizzare come queste difficoltà o deficit condizionano lo sviluppo stesso. 1.2. L’APPROCCIO EMPIRICO AL DISTURBO DELLO SVILUPPO Il primo approccio che chiamiamo empirico viene associato ai lavori di Watson (1913) è conosciuto con il nome di modello stimolo (S) - risposta (R); secondo il modello gli stimoli e le risposte sono collegati da rapporti casuali diretti e reciproci. La prima variante al modello è quella proposta da Skinner (1953) (prof. di psicologia ad Harvard); egli ha voluto verificare cosa sarebbe successo se fosse stata presentata una ricompensa (cioè un rinforzo) in coincidenza con la risposta emessa in seguito ad uno stimolo, in base all’idea che questo tipo di analisi possa essere sufficiente a spiegare ogni forma di apprendimento, anche quello linguistico. Questo modello è definito del “condizionamento operante” è diventato uno schema fondamentale di riferimento non solo in ambiti disciplinari diversi ma ha trovato numerose applicazioni all’interno delle neuroscienze comportamentali. Una possibile applicazione di questo approccio è quella proposta dal modello di analisi ecologico – comportamentale di Kanfer (1973). Per poter effettuare una corretta analisi di un comportamento è necessario considerare le caratteristiche degli stimoli (S), lo stato biologico dell’organismo (O), la relazione che lo stimolo riesce ad elicitare (R) ma anche la frequenza con cui la risposta si manifesta, la contingenza della risposta (K) e le conseguenze che la risposta fa registrare (C). questo modello è indicato con l’acronimo di SORKC in cui bisogna considerare con analoga attenzione le variabili osservabili, le componenti ambientali (S, K e C) ma anche

quelle personali (O e R) e quante volte compare C dopo R. Questo considera l’approccio comportamentale classico (Watson e Skinner) definito dal neocomportamentismo, sostituendo il concetto di causa nella relazione tra due eventi A > B con quello di funzione A = B. il termine di “funzione” è inteso come una serie di processi interni che non sono direttamente osservabili dall’organismo come se fosse un fattore centrale che può regolare sia l’evento A che la risposta B. scaturì il modello stimolo (s) – organismo (O) – risposta ® che prevedeva che tra due classi di eventi osservabili si inserisce una terza classe alla quale viene dato il nome di classe delle “variabili intermedie o variabili ad interventi”. Kanfer aggiunge alle componenti considerate anche la “frequenza” con cui l’evento si verifica. L’approccio empirico ha come oggetto lo studio dell’interazione tra l’individuo ed il suo ambiente: lo scopo è quello di descrivere queste interazioni, capire come si determinano e la loro probabilità di comparsa; attraverso il metodo delle scienze naturali che prevede di porre attenzione alla successione temporale degli eventi, essendoci in questo modo un legame di causa ed effetto tra i due eventi. Le cause che determinano il verificarsi di un determinato comportamento devono essere ricercate nell’ambiente di vita. Lo scopo è quello di ricercare la relazione funzionale tra gli eventi, per poterlo fare bisogna identificare e descrivere la classe di eventi stimolo che costituiscono gli antecedenti all’evento oggetto di studio e la classe di eventi che ne costituiscono le conseguenze (cioè come si sviluppa quel fenomeno in un determinato contesto). Gli stimoli si suddividono a seconda del loro significato per il soggetto ed esercitano una particolare funzione: elicitante se la risposta del soggetto è automatica ed involontaria; discriminativa, quando lo stimolo che precede il comportamento rende probabile che in quell’occasione la risposta si manifesti; rinforzante quando la risposta è maggiormente frequente. Uno degli ambiti in cui questo modello ha avuto negli ultimi 30 anni ampia applicazione è quello dell’educazione speciale soprattutto per le persone autistiche. Il protocollo di lavoro studiato da Lovaas ha suscitato molto scalpore nella comunità scientifica per le sue conclusioni perché ha potuto documentare, qualora l’intervento fosse precoce ed intensivo, una significativa riduzione dei sintomi del disturbo ma anche l’aumento delle capacità intellettive di questi pazienti. Il protocollo ha quindi aperto la strada verso gli approcci strutturati ed ecologici nel trattamento psicoeducativo dell’autismo. Lo scopo dell’anali comportamentale applicata all’educazione speciale ha almeno sei obiettivi:

  1. Aumentare comportamenti ed abilità;
  2. Facilitare l’apprendimento di nuove abilità e conoscenze;
  3. Mantenere nel tempo i comportamenti adattivi acquisiti;
  4. Generalizzare gli apprendimenti acquisiti in diversi contesti di vita;
  5. Ridurre le condizioni all’interno delle quali si verificano comportamenti problema;
  6. Ridurre la frequenza dei comportamenti problema.

1.3.1 TECNICHE DI BASE PER FAVORIRE L’APPRENDIMENTO DI NUOVE ABILITA’ INDIVIDUATE

DAL MODELLO ECOLOGICO – COMPORTAMENTALE

RINFORZO

È una chiave dell’apprendimento, viene chiamato rinforzo un evento che ha la capacità di modificare la frequenza con cui compare un determinato comportamento e che lo incrementa perché il suo utilizzo rende più probabile il suo verificarsi. Si possono indicare almeno tre tipi di rinforzo in base alle caratteristiche dell’evento o dell’oggetto utilizzato per modificare la frequenza di un comportamento. Si tratta di rinforzi concreti (commestibili), sensoriali (che danno sensazioni piacevoli) e sociali (ricevere attenzione e segni di approvazione) e poi tra questi ci sono quelli simbolici (quando si ottengono dei punti che al termine della raccolta permettono di ottenere qualcosa di interessante). Nonostante l’avvento della psicologia limiti il ruolo nei processi di apprendimento, si crede che il raggiungimento di uno scopo di un’aspettativa e di acquisire nuove forme di adattamento sono risultati che possono essere considerate forme implicite di gratificazione e quindi di rinforzo. TECNICA DEL CONCATENAMENTO DELLE AZIONI (CHAINING) Il concatenamento (Chaining) è la scomposizione di un comportamento difficile in piccole parti, si tratta di una strategia utilizzata per l’insegnamento di abilità soprattutto di tipo complesso (come il vestirsi) che richiedono un regolare susseguirsi di tre fasi:

  1. Suddivisione dell’abilità in sottocomponenti (task analysis – analisi del compito);
  2. Costruzione della catena di obiettivi per raggiungere il risultato atteso;
  3. Strutturazione di un programma di concatenamento dei sottocomponenti. Esistono due modalità: anterogrado e retrogrado. La procedura di chaining anterogrado che prevede una frammentazione dell’azione in tutti i suoi passi in base all’analisi del compito, la quale prevede che oltre alla scomposizione delle azioni necessarie a svolgere un determinato compito, si debba anche verificare che il soggetto sia in grado di svolgere quel compito, anche se risulta scomposto in più azioni. Mentre nella modalità del chaining retrogrado si comincia con l’insegnare l’ultima risposta della catena comportamentale e si finisce con la prima, il motivo sta nel fatto che l’ultima risposta emessa è più vicina al rinforzo personale e consente di erogare al soggetto la gratificazione dovuta quando l’azione è compiuta.

TECNICA DELL’AIUTO (PROMPTING)

Il Prompt (suggerimento) ha diverse modalità di espressione: aiuto di tipo fisico, gestuale e verbale. Questi tre tipi di aiuto hanno tra di loro un rapporto gerarchico: il primo rappresenta quello più esplicito e risponde al più alto grado di dipendenza dell’utente dall’operatore. Il secondo è necessario quando si ritenga fondamentale dare delle indicazioni per attirare l’attenzione su un determinato oggetto. L’aiuto verbale è il grado più basso in cui ci si limita a ricordare l’esecuzione di alcuni passi. Un uso esagerato di facilitazioni può generare dipendenza o regressione sul piano evolutivo ed è per questo motivo che è importante adeguare la tecnica ai livelli di competenza dell’utente ma soprattutto diversificare la gamma delle facilitazioni in ragione delle reali capacità della persona a cui è rivolto l’intervento. ATTENUAZIONE DELL’AIUTO (FADING) Il fading è l’insieme delle procedure che portano a ridurre gli aiuti e le facilitazioni che sono state necessarie per il conseguimento del compito. Con gli aiuti verbali ci sarà una riduzione della consegna verbale ed una progressiva riduzione del tono di voce. Mentre le facilitazioni di tipo fisico sono in genere le più difficili da attenuare, il suggerimento è quello di utilizzare nelle prime fasi dell’intervento gratificazioni o rinforzi che sono pregnanti per il soggetto. Il Chaining, il prompting ed il fading sono metodiche molto utili, la loro applicazione si presta per compiti la cui caratteristica sia la “sequenza temporale”. MODELLAGGIO (SHAPING) La sua caratteristica fondamentale è quella di conseguire l’abilità obiettivo adeguandosi ai livelli di acquisizione. Il comportamento dell’utente è gradualmente modellato fino ad eseguire il comportamento previsto. Questa tecnica molto spesso viene utilizzata in associazione alle tecniche già descritte in precedenza attraverso un utilizzo combinato. MODELLAMENTO (MODELING) Questo prevede l’apprendimento di comportamenti nuovi sia attraverso l’osservazione ma permette anche di migliorare comportamenti già in possesso.

  • L’apprendimento osservativo riesce a spiegare l’acquisizione di comportamenti complessi in tempi brevi. Nella moderna teoria dell’apprendimento sociale, la conoscenza può essere molare e significa che è possibile acquisire dei comportamenti complessi nella loro interezza senza avere la necessità di ridurli in sotto unità e questo perché hanno un loro significato solo se considerati come unità;
  • Viene introdotto il concetto di feedback, si tratta di un’informazione di ritorno sul comportamento che contribuisce a modificarlo, in cui l’errore non va evitato ma risulta utile perché diventa una fonte d’informazione sul proprio operato;
  • Viene ridotto il ruolo dell’ambiente nel processo di modificazione del comportamento, in questo caso si parla di un determinismo reciproco in cui il comportamento ed il contesto ambientale dipendono l’uno dall’altro e nella nuova teoria è presente un agente attivo che modella il comportamento attraverso le conseguenze prodotte;
  • È necessario esaminare i processi cognitivi che sottostanno all’apprendimento osservativo. La teoria dell’apprendimento sociale porta con sé molte conseguenze sul piano educativo e che sono:
  • Effetto modellante : in cui molti apprendimenti relativi si costruiscono attraverso processi di osservazione e di imitazione;
  • Effetto inibitorio : un modello in cui il comportamento viene represso o punito e che porterà ad un effetto inibitorio nell’osservatore perché chi osserverà non metterà in atto lo stesso comportamento;
  • Effetto alone : acquisire dei comportamenti che appartengono alla stessa classe del comportamento emesso (non una imitazione… esempio Carlo è impegnato in attività di solidarietà ed è probabile che anche un amico di Carlo parteciperà ad attività di solidarietà). 1.6. APPROCCIO DELLA PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO ALLA CLINICA È difficile comprendere il funzionamento cognitivo, sociale ed emotivo perché le influenze sui comportamenti dei soggetti possono essere molteplici. L’approccio è orientato alla comprensione delle relazioni tra le caratteristiche individuali e l’esposizione alle esperienze ambientali, alle cure ricevute, allo scopo di prevedere comportamenti, reazioni emotivo – relazionali, nelle varie fasi della vita. In tale caso Carlson, Sroufe ed Egeland effettuarono uno studio con lo scopo di approfondire le relazioni tra prime esperienze di adattamento al contesto e funzionamento sociale in adolescenza. Lo studio esaminò un campione di 185 bambini di età compresa tra 12 e 18 mesi ed anche le loro madri; vennero raccolte informazioni sulla relazione genitore – bambino, sulle misure comportamentali di abilità sociali (come i rapporti con i coetanei) e di valutazione della salute emotiva (come la curiosità, il piacere di fare nuove esperienze, tollerare i cambiamenti), ed i risultati hanno evidenziato una relazione di tutti questi

fattori attraverso le fasi dello sviluppo esaminate. I fattori che possono influenzare lo sviluppo di una persona sono numerosi, in tale caso si tratta di identificare quelle variabili che caratterizzano lo sviluppo della persona fin dai primi anni di vita e che ne condizionano le acquisizioni sul piano cognitivo, affettivo e relazionale. Si possono identificare tre gruppi principali di fattori che concorrono a definire l’evoluzione normale o patologica di una persona: i fattori specifici, i fattori ambientali e le esperienze effettuate nei periodi sensibili dello sviluppo ( come la qualità dell’attaccamento nel primo anno di vita, l’acquisizione del linguaggio nel secondo anno di vita, la fase della socializzazione secondaria all’ingresso nella scuola dell’infanzia, la presenza dei requisiti prossimi all’apprendimento all’ingresso nella scuola primaria). I fattori specifici che spiegano una parte del funzionamento comportamentale, cognitiva ed affettiva di una persona si possono identificare: il temperamento, ossia l’insieme delle tendenze innate dell’individuo a reagire agli stimoli ambientali in un determinato modo, il saper essere flessibile in situazioni di tensione o di stress, la presenza/assenza di un deficit sensoriale o ritardi nello sviluppo, l’assetto neurobiologico, fattori genetici e fisiologici. È importante saper riconoscere le caratteristiche di un temperamento c.d. difficile: bambini che sono spesso capricciosi, smaniosi, poco accomodanti, polemici e che discutono ogni regola che viene data dai genitori, hanno difficoltà ad inserirsi nel gruppo dei coetanei e molto spesso sono descritti dagli insegnanti come problematici. Ma sono interessanti anche quei bambini con un temperamento c.d. facile: si tratta di persone tranquille, che non danno problemi magari anche curiosi verso le cose nuove che si presentano, socievoli, allegri e affettuosi. Capire come questi bambini sono in grado di superare le avversità, le fasi dello sviluppo, permettendo di comprendere quanto rilevante siano le inferenze di natura ambientale sulla crescita e sulle scelte dell’individuo. I fattori ambientali sono esperienze o situazioni a cui il bambino viene esposto nelle diverse fasi della crescita. I fattori secondo Werner e Smith sono tre: due riguardano il contesto ed il terzo può essere identificato come fattore specifico e prevedono la presenza di un adulto di riferimento, di un contesto che favorisca l’acquisizione di radicare convinzioni morali e religiose e la presenza di uno stile attributivo interno. Ma gli approcci in psicopatologia molto spesso non hanno tenuto conto delle normali tappe evolutive, della multifattorialità nella determinazione di un problema e della loro variabilità sia nei tempi e sia nelle modalità di acquisizione, adottando spesso categorie diagnostiche così come sono conosciute per l’età adulta. Un altro studio da tenere in considerazione è quello di Moffitt secondo il quale l’attenzione non va posta tanto sull’esordio del problema ma piuttosto sul concetto di continuità/discontinuità del comportamento, in questo modo: la continuità viene intesa come la caratteristica principale di chi presenta comportamenti persistenti nel tempo (come ad esempio un comportamento antisociale) e la discontinuità come la caratteristica di chi ha comportamenti limitativi a una fase dello sviluppo (come ad esempio l’aggressività comparsa solo in adolescenza). All’interno delle traiettorie evolutive è necessario tener presente anche i fattori di rischio individuali (come il temperamento) e quelli ambientali (come relazioni familiari e degrado sociale). L’approccio attuale della psicopatologia dello sviluppo si orienta verso l’adozione di un modello di funzionamento circolare, di tipo bio – psico – sociale, in cui assume rilievo sui seguenti presupposti:

  1. Prima di definire gli obiettivi è necessario costruire una rete di relazioni, basata sulla fiducia e su un programma che espliciti tempi e modalità di lavoro; l’obiettivo principale è la condivisione degli obiettivi. È necessario saper analizzare la resilienza familiare e le risorse disponibili.
  2. L’esame delle abilità del bambino in relazione alla fase di sviluppo per poter mettere a fuoco strategie e sollecitazioni in grado di favorire un processo di crescita ottimale;
  3. Rendere esplicite le procedure dell’azione psicoeducativa in relazione sia al funzionamento del soggetto sia alle conoscenze scientifiche disponibili in merito al disturbo;
  4. Predisporre un ambiente facilitante che sia organizzato attraverso i passaggi indicati nei punti precedenti, anche con l’aiuto di relazioni di supporto allo sviluppo, in grado di favorire l’acquisizione di senso di sicurezza e di benessere. CAPITOLO 2: LA CLASSIFICAZIONE INTERNAZIONALE DEL FUNZIONAMENTO, DELLA DISABILITA’ E DELLA SALUTE: ICF E ICF – CY 2.1. INTRODUZIONE DELLA TERMINOLOGIA Il linguaggio è l’espressione della cultura di una particolare società; ed uno dei campi che negli ultimi trent’anni ha subito maggiori modifiche nell’uso della terminologia è quello della disabilità, in quanto è stata sempre più forte l’esigenza di condividere con tutte le figure che a diverso titolo si occupano di disabilità, sia professionisti che non, creando un linguaggio standardizzato e comune, che non riguardasse solo l’ambito medico – clinico. L’uso di un linguaggio condiviso è fondamentale per la scelta degli interventi che vedono il coinvolgimento di differenti figure professionali, e soprattutto l’interesse di garantire lo sviluppo globale della personalità dei soggetti con necessità educative particolari, valorizzando le capacità presenti e favorendo una migliore espressione di sé stessi ed una qualità di vita superiore. L’intervento psico educativo si impegna ad offrire risposte specifiche a problemi personali particolari in determinati contesti di normalità e non. Il compito strategico dell’intervento psicoeducativo è quello di distinguere nel soggetto le componenti legate al deficit, andando a ricercare tutte le condizioni utili a ridurre la disabilità, lo svantaggio la difficoltà conseguente alla relazione con il contesto di vita sociale e culturale.

2.1.1. IL PROBLEMA DELLA TERMINOLOGIA E DELLA CLASSIFICAZIONE DELLA DISABILITA’

In passato erano utilizzati termini quali “idiota”, “imbecille” e “deficiente” che non avevano una connotazione dispregiativa con la quale invece sono utilizzati oggi ma erano termini ritenuti scientifici in quanto impiegati da figure professionali (medici, psichiatri, psicologi, pedagogisti) per riferirsi a persone aventi delle disabilità intellettive di diversa entità. Si pensi al termine “mongoloide”, il quale nasceva per indicare la presenza di determinati connotati fisici in persone simili agli abitanti della Mongolia ma il suo utilizzo è diventato negativo. Tutti questi cambiamenti hanno evidenziato la necessità da parte delle principali comunità scientifiche di vocaboli nuovi che evidenziassero lo studio sia dei nuovi metodi di classificazione e sia di intervento. Anche i termini handicap ed handicappato hanno evidenziato i loro limiti perché troppo generici e con una connotazione negativa e puntavano troppo l’attenzione sui deficit della persona. Oggi si preferisce usare il termine “disabilità” nel senso di funzionamento e non in una accezione di tipo globale. Da quando le Nazioni Unite crearono l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS – World Health Organization) nel 1948 l’obiettivo di questo organismo fu quello di promuovere la salute come “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e non inteso come assenza di disabilità o infermità”. L’OMS definisce la salute come “benessere globale della persona, considerata in una visione innovativa caratterizzata dalla multidimensionalità, dall’interazione tra più variabili e fattori, legata al funzionamento umano a tutti i livelli (biologico, personale e sociale). Risulta riduttivo definire la salute solo come: uno stato di assenza di malattia; qualcosa che riguarda alcune parti della persona, perché in realtà si riferisce ad uno stato di piena forma dell’intera persona; riferita al funzionamento di un solo livello, quando invece è necessario considerarli tutti (biologico, personale, sociale e spirituale); separata dal contesto o dall’ambiente in cui la persona vive, perché salute e ambiente si influenzano a vicenda. Quindi la disabilità non viene più considerata come malattia, disordine o disturbo ma come “la conseguenza o il risultato di una complessa relazione tra la condizione di salute di un individuo e una serie di fattori personali e ambientali che rappresentano il contesto di riferimento in cui la persona vive ed esprime le proprie capacità.” (OMS). 2.2. PRINCIPALI SISTEMI DI CLASSIFICAZIONE Negli anni l’uso di certi vocaboli è cambiato in base al sistema di classificazione utilizzato.

evidenziare i possibili punti di forza, risorse e funzionamenti adeguati che sono presenti nell’individuo e che fungono da risorse ponte per poter impostare un possibile intervento. 2.3. MODELLO BIO – PSICO – SOCIALE: ICF E ICF – CY Nel 1997 l’OMS si è impegnata in un’attività di revisione dell’ICIDH – 2. Nel 2001 in seguito ad una serie di sperimentazioni nate dallo sforzo fi una task force di 91 paesi coordinati dall’OMS è stato approvato a livello internazionale l’uso della versione nota come Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute, con l’intento principale di elaborare uno strumento che potesse fornire importanti informazioni relative alla disabilità che non sono di facile reperibilità all’interno dei manuali diagnostici e proponendo un linguaggio comune. Il primo passo in avanti che si fece fu rivedere l’handicap come fenomeno sociale, inserito all’interno di un preciso contesto culturale ed ambiente; la classificazione sposta l’oggetto di interesse della menomazione alla salute, evitando di descrivere gli individui solo in termini criticità. L’elemento di novità è il passaggio da una visione esclusivamente medica di disabilità a un approccio di tipo bio – psico – sociale: la salute di una persona non viene vista solo in ottica sanitaria ma anche sociale, inserita in un contesto che permette di spiegare alcuni fattori protettivi e di rischio. Secondo il modello bio – psico – sociale lo stato di salute dipende da tre elementi: l’integrità delle funzioni e strutture corporee, la capacità di svolgere delle attività e la possibilità di partecipare alla vita sociale. All’interno di questa nuova concezione di salute e disabilità è necessario comprendere come le persone utilizzino le proprie risorse individuali. 2.4. ELEMENTI DI NOVITA’ E FUNZIONI DELL’ICF “Il problema della salute e della disabilità, due aspetti dello stesso fenomeno, sta nel riconosce la nostra condizione umana che, per alcuni comporta disabilità nel presente ma che, per tutti, può comportarla nel futuro. L’enfatizzare ciò che abbiamo in comune, come esseri umani, rende più facile il rispetto e l’adattamento alle cose che ci rendono diversi”. Il modello proposto nell’ICF presenta diversi elementi di novità, infatti è universale, interattivo e integrativo. L’applicazione è universale perché parte dal presupposto che ognuno di noi può incorrere nel corso della vita in situazioni, eventi e momenti che limitano le dimensioni di attività e partecipazione. Da qui è possibile evidenziare una serie di vantaggi nell’assunzione di tale visione:

  1. L’introduzione di due termini fondamentali come “attività” e “partecipazione” amplia la prospettiva di classificazione;
  2. La valutazione dello stato di salute come livello ottimale di funzionamento all’interno di un dato dominio di salute, cioè delle aree di vita che sono correlate alla nozione di salute;
  3. La definizione di una base scientifica per comprendere la condizione di salute;
  1. L’uso di un linguaggio comune che migliora la comunicazione tra esperti ed utenti;
  2. Permettere a livello mondiale il confronto di dati ed esperienze in vari paesi, condizioni sanitarie, servizi e periodi diversi;
  3. Favorire un sistema di codifica organico di interazione fra gli organismi che si occupano di condizioni di salute;
  4. Considerare le finalità che riguardano le indagini statistiche per gli studi demografici, di ricerca per la valutazione dei risultati dei servizi sociosanitari, di tipo clinico per la valutazione, dei processi educativi;
  5. Tentare di superare la contrapposizione tra modello medico e modello sociale della disabilità. Utilizzando un codice standard viene tracciato un profilo della salute completo degli individui e della disabilità in tutte le aree della vita; vengono anche elencati i fattori ambientali e le caratteristiche del mondo che possono influire sulla vita delle persone, in virtù del rapporto dinamico ed interattivo che l’individuo intrattiene con l’ambiente che lo circonda. Il suo impiego:
  • Non classifica le persone ma descrive la situazione di ciascun individuo in base a dei domini della salute e degli stati ad essa correlati;
  • Non considera le circostanze che non sono riferibili direttamente allo stato di salute come fattori socioeconomici, di razza, sesso, cultura e religione;
  • Non classifica le conseguenze delle menomazioni ma le componenti della salute;
  • Non formula una diagnosi ma descrive il funzionamento dell’individuo;
  • Crea un background utile per l’integrazione delle informazioni, in modo da ottenere una visione del funzionamento globale dell’individuo. Le informazioni che sono fornite da ICF e ICF – CY trovano applicazione in diversi ambiti:
  • Statistico : per il monitoraggio e la raccolta dei dati utili a documentare la prevalenza di certe condizioni;
  • Di ricerca : per standardizzare le caratteristiche del campione di riferimento, selezionare le misure di assessment e definire i risultati;
  • Clinico : le categorie dell’ICF possono offrire un quadro riassuntivo dei risultati della fase di assessment, chiarire le informazioni diagnostiche ed essere lo spunto per la progettazione degli interventi. L’uso congiunto di ICD e ICF accresce la qualità dei dati e delinea accuratamente il profilo di funzionamento;
  • Di politica sociale : come nel caso del diritto all’istruzione dei bambini;
  • Amministrativo : in cui i codici dell’ICF possono essere utilizzati per ottenere informazioni circa l’idoneità alla fruizione di certi servizi e/o rimborsi;

dimensione dei problemi manifestati, riconoscendo che il qualificatore può variare con il trascorrere del tempo;

  1. Partecipazione : con lo sviluppo, le situazioni di vita del bambino cambiano per numero e per complessità, passando da relazioni esclusive con le principali figure di attaccamento a quelle con altri adulti significativi e con i coetanei, in generale l’ambiente sociale appare una variabile determinante che caratterizzava tutto il periodo evolutivo;
  2. Fattori ambientali : i cambiamenti all’interno degli ambienti, fisici e sociali dipendono ancora una volta dal percorso di sviluppo e crescita, perché correlati all’aumento delle competenze e dell’indipendenza, determinando una diversificazione graduale da ambienti che sono connessi alla famiglia, alla casa, alla scuola, al contesto più ampio della società. I fattori ambientali assumono un impatto significativo sulle funzioni del soggetto in crescita ed in particolare situazioni negative causano esiti più negativi nei bambini rispetto agli adulti. 2.4.2. STRUTTURA DELL’ICF La classificazione ICF è divisa in due parti: la prima si occupa di funzionamento e disabilità e la seconda dei fattori contestuali. Queste due sezioni sono suddivise in:
  3. Funzioni e strutture corporee (ex menomazioni), attività (ex disabilità) e partecipazione (ex handicap).
  4. Fattori contestuali, di tipo ambientale e personale. 2.4.3 COMPONENTI E CAPITOLI Si definisce componente una delle parti che costituisce la struttura della classificazione ICF. Le componenti possono essere lette in due modi: possono essere usate per indicare problemi o possono

indicare gli aspetti non problematici della salute della persona e degli stati collegati e contribuire a definire il termine “funzionamento”. Ogni componente viene articolata in diverse parti che sono definite “capitoli”. 2.4.4. CODIFICA NELL’ICF: CODICI E QUALIFICATORI L’ICF è uno strumento di classificazione basato su codici alfanumerici “a grappolo” che riconduce a specifiche definizioni. Il processo di codifica prevede la selezione di codici e l’attribuzione agli stessi di qualificatori, attraverso i quali il codice assume un preciso significato. L’ICF in un codice standard crea un completo profilo di funzionamento, delle disabilità e della salute degli individui in tutte le aree della vita. Inoltre elenca i fattori ambientali e le caratteristiche del mondo che possono influire sulla vita delle persone. I passaggi per operare una corretta codifica:

I qualificatori hanno una scala numerica e sono apposti subito dopo il codice, separati da un punto; davanti al qualificatore per i fattori ambientali si mette il segno “+” per indicare un facilitatore, oppure il segno “-“ in caso di barriera. QUALIFICATORE UNIVERSALE: 0 = NESSUNO/ASSENZA 1 = LIEVE 2 = MODERATO 3 = NOTEVOLE 4 = COMPLETO Esempio: per descrivere una grave menomazione nel recepire il linguaggio verbale si utilizzerà il codice b16700 (codice di quarto livello) a cui aggiungere il qualificatore “.4” per indicare la menomazione completa. Se ci troviamo nella felice situazione che prodotti e tecnologie per l’istruzione come ad esempio un software dedicato possono costruire un facilitatore medio all’istruzione per un alunno che sarà indicato con “ei30.+2”. 2.5. ICF E LA PROGETTAZIONE DELL’INTERVENTO PSICOEDUCATIVO L’ICF rappresenta un modo nuovo, una cornice più ampia in base alla quale rileggere i bisogni dell’individuo rispetto al suo stato di salute e di funzionamento e per questo è uno strumento importante per la costruzione di un intervento psicoeducativo che ha lo scopo di ridurre gli svantaggi presenti e favorire uno sviluppo globale della persona. Il punto di partenza è la costruzione di un’alleanza, una rete di operatori e famiglia, basata sulla condivisione del progetto e degli interventi da mettere in atto: per quanto non sia sempre possibile intervenire direttamente sulla patologia/menomazione che determina la disabilità, le principali figure sono chiamate alla progettazione di un lavoro sulla dimensione di svantaggio personale comunicativo con l’obiettivo di rimuovere le barriere fisiche, psicologiche e sociali che si frappongono tra il bambino e le fasi di strutturazione della sua identità. Infatti l’intervento psicoeducativo in generale mira ad arricchire la persona disabile sia in senso trasversale e quindi esteso per tutte le aree dell’azione formativa ma anche in senso longitudinale quindi articolato nel tempo. Il progetto dovrebbe fornire:

  • Il consolidamento di una positiva immagine di sé;
  • L’acquisizione di livelli diversificati di autonomia;
  • La strutturazione di un processo di apprendimento che rispetti i ritmi individuali;
  • Lo sviluppo di tutte le potenzialità del soggetto;
  • La partecipazione sociale all’interno di una società inclusiva;
  • La visione del bambino/adolescente presente e futura, immaginando l’adulto che potrà essere. A partire dalla scuola si ricorda che il modello ICF consente di costruire un profilo di funzionamento degli alunni e di impostare una didattica in relazione ai diversi bisogni educativi speciali, quella che l’autore definisce una didattica della “speciale normalità”. L’ICF diventa uno strumento utile per collaborare con gli operatori sociosanitari per la costruzione della diagnosi funzionale educativa (DF), nella stesura del profilo dinamico funzionale (PDF) e del Piano Educativo Individualizzato (PEI) con l’obiettivo di programmare percorsi costruiti ad hoc sul bambino disabile o con bisogni educativi speciali (BES) e volti a miglioramento della qualità di vita e alla promozione delle pari opportunità. Attraverso l’ICF è possibile rilevare di ogni studente i suoi punti di forza, cioè le abilità che possiede in modo adeguato (capacità); quanto è in grado di esprimerle (performance) attraverso l’interazione positiva con i fattori ambientali; quali sono i deficit cioè quali sono le aree che dimostrano uno sviluppo inadeguato rispetto a quelle che sono le aspettative. Infine è possibile ricavare uno sguardo d’insieme delle relazioni di influenza tra i vari ambiti di funzionamento dell’alunno. Il modello alla base dell’ICF è un modello antropologico a cui bisogna riferirsi per progettare e costruire percorsi che permettano la piena realizzazione della personale capacità. A questo proposito si ricorda che l’intesa Stato – Regioni del 20 marzo 2008 che ha come oggetto la presa in carico dell’alunno disabile, stabilisce che: “la diagnosi funzionale è redatta secondo i criteri del modello bio – psico – sociale alla base dell’ICF dell’OMS”. L’uso della classificazione ICF all’interno della progettazione personalizzata offre una base metodologica scientificamente rigorosa per analizzare la presa in carico del bambino; fotografa la condizione attuale tenendo in considerazione gli aspetti di partecipazione ed ambientali; permette di lavorare sul funzionamento della persona oltre l’inquadramento nosografico (relativo alla nosografia: la classificazione della malattia per organi ed apparati…). L’ICF fornisce un enorme contributo quindi nel delineare le aspettative:
  1. A lungo termine : stabilire idealmente in una prospettiva temporale, il livello di sviluppo che si ipotizza raggiungibile da uno a più anni. In una prospettiva di vita bisognerebbe tener conto che questi alunni diventeranno anche persone adulte. È opportuno definire obiettivi anche rispetto a dimensioni esistenziali dell’età adulta;
  2. A medio termine : definendo l’obiettivo effettivo quello su cui si inizia a lavorare e per il quale si deve pensare quali materiali, tecniche ed interventi saranno più efficaci. Si tratta di competenze/abilità raggiungibili dai bambini in alcuni mesi o in un periodo di tempo che non supera l’anno scolastico.