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Riassunto del testo "L'istinto di narrare"
Tipologia: Sintesi del corso
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Si era presa in considerazione la teoria per la quale le scimmie immortali fossero in grado, in una stanza con una macchina da scrivere, di creare in un lungo periodo di tempo la copia esatta dell’Amleto teoria infondata. Decine di migliaia di anni fa, quando la mente umana era giovane e i nostri progenitori ancora poco numerosi, ci raccontavamo storie e oggi ci meravigliamo e discutiamo dei miti rispetto l’origine delle cose una dipendenza dalle storie che però sono impalpabili. Mentre il nostro corpo è ancorato in un punto specifico dello spazio-tempo, la nostra mente è sempre libera di vagare in mondi immaginari, e lo fa in continuazione anche senza capirne il perché. Una storia può insinuarsi in noi in una splendida giornata autunnale, farci ridere o piangere, renderci allegri o adirati, farci accapponare la pelle, alterare il modo in cui immaginiamo noi stessi e il nostro mondo. Com'è strano che quando siamo a contatto con una storia, che sia in un libro, in un film o in una canzone, ci lasciamo invadere da chi la sta raccontando. Il narratore ci penetra nel cranio e assume il controllo del nostro cervello. L’istinto di narrare tratta di come alcuni esploratori delle discipline scientifiche e umanistiche stiano utilizzando nuovi strumenti, modi di pensare, per spalancare alla conoscenza la vasta terra incognita dell’Isola che non c’è. Tratta di come le storie saturino le nostre vite, dell'ancestrale mistero delle narrazioni notturne create dalla nostra psiche che chiamiamo sogni. Tratta anche del presente incerto della finzione narrativa, del profondo mistero del narrare storie. CAPITOLO 1: IL POTERE AMMALIATORE DELLE STORIE La vita umana è talmente avvolta nelle storie da renderci desensibilizzati al loro strano e ammaliante potere. Ciò che dobbiamo fare è capire cosa nella nostra mente impedisce a noi di notare la straordinarietà di un libro che ha un determinato effetto. Ad esempio “nel cuore dell’oceano” di Philbrick dà forma a un racconto sul disastro accaduto che ispirò la stesura di Moby Dick: l’affondamento della baleniera Essex a causa di un capodoglio gigantesco. La mente umana cede impotente al risucchio di una storia, indipendentemente da quanto ci sforziamo di concentrarci, di opporre resistenza non siamo in grado di contrastare la forza di gravità esercitata dalla fantasia. Samuel Taylor Coleridge afferma che il lettore, nel momento in cui il narratore cattura la sua attenzione, vive una volontaria sospensione dall’incredulità. Anche se chiudiamo il libro l’immagine di ciò che abbiamo letto continuerà a permanere nella nostra immaginazione proprio perché la scena del libro ha preso vita nella mente. Gli autori ingannano i lettori inducendoli a compiere la maggior parte del lavoro di immaginazione: spesso la lettura è considerata un atto passivo ma non è così. Infatti, quando entriamo in contatto con una storia, la nostra mente continua a lavorare. Alcune volte gli scrittori creano una metafora pittura - scrittura. Gli scrittori disegnano, ci offrono contorni abilmente tracciati con qualche suggerimento su come riempirli ma è la nostra mente che colora, che fornisce la maggior parte delle informazioni alla scena. Quando leggiamo delle storie questo corposo sforzo creativo è continuamente in atto e procede instancabile al di fuori della nostra consapevolezza. Esempio: un personaggio di bell’aspetto, con uno sguardo fiero, con zigomi affilati. Da questi indizi costruiamo un essere umano che ha quegli occhi e zigomi, ma anche un certo tipo di naso e bocca, esiste in una realtà fisica che va oltre le informazioni che ci dà lo scrittore. Lo scrittore non è un architetto onnipotente della nostra esperienza di lettura, guida il nostro modo di immaginare ma non lo determina. Le parole dell’autore sono inerti e per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore cioè l’immaginazione del lettore (come nei film, perché nascono dalla sceneggiatura scritta da qualcuno ma è il regista che la fa vivere aggiungendovi i dettagli). Persi nell’Isola che non c’è È risaputo che sin da piccoli i bambini sono creature profondamente legate alle storie che si appassionano alle storie dei libri o dei video oppure le creano attraverso il gioco simbolico. Molti di loro nel periodo dell’infanzia giocano al “facciamo finta che” e togliere a loro la possibilità di accedere all’Isola che non c’è
sarebbe un atto di violenza. Le storie sono talmente fondamentali nell’esistenza infantile da essere in sostanza l’elemento che la definisce. I bambini producono storie, gli adulti non possono, ma possono continuare a praticare la finzione attraverso i romanzi, sogni e film ad esempio. Ad esempio: in “Peter Pan” di James Barrie i piccoli Darling si avventurano nell’Isola che non c’è ma alla fine sentono nostalgia di casa e ritornano nel mondo reale. La commedia suggerisce che i bambini ad un certo punto devono crescere, e crescere significa lasciarsi alle spalle lo spazio immaginario. Le storie ci accompagnano e la finzione non ci abbandona mai. Il libro non indaga l’esistenza, ma la centralità delle storie nella vita umana (anche durante una guerra ci si dedicava alle storie). Anche in un’epoca segnata dall’ansia per la scomparsa del libro come oggetto, l’editoria tradizionale rappresenta un grosso giro d’affari. Ogni anno il numero di libri di narrativa per adulti e bambini è superiore alla somma di tutte le altre categorie di libri non di finzione. Ci piace la narrativa, le biografie e in particolare le autobiografie. Leggiamo meno del passato (un americano legge circa 20 minuti al giorno) perché la pagina è stata soppiantata dallo schermo (un americano sta di fronte allo schermo 1900 ore all’anno). La tv rimane una tecnologia dispensatrice di finzione. Anche la musica veicola storie anche quando sono celate e travestite: Daniel Levitin afferma che, comprendendo tutti i sottofondi musicali in media ascoltiamo cinque ore di musica al giorno (i musicisti travestono le storie con la musica). Ci sono anche poi le storie che raccontiamo a noi stessi, nei sogni di notte prodotti dal nostro cervello la nostra coscienza è alterata, ma non assente. Alcuni studiosi ritengono che noi sogniamo anche di giorno, quando la mente, non concentrata, scivola in divagazioni. Alcuni studi suggeriscono che un sogno diurno dura 14 secondi e che ne produciamo 2000 al giorno; trascorriamo la metà delle ore di veglia, 1/3 della nostra esistenza elaborando fantasie. L’immaginazione è uno straordinario strumento della mente. Mentre il nostro corpo rimane bloccato in uno specifico qui e ora, la nostra immaginazione ci consente di muoverci liberamente nello spazio-tempo. Tutti possiamo vedere il futuro: non in senso chiaro e determinato ma abbozzato, probabilistico. Non è fiction ma è finzione Il wrestling professionistico è uno spettacolo caricaturale ed è più vicino al teatro che allo sport. Lo spettacolo (con coreografia preordinata) è costruito su soggetti ricorrenti, con eroi da amare e canaglie da odiare. La finta violenza del wrestling professionistico è eccitante e segue delle convinzioni narrative: ogni mossa è un passaggio nella trama di un melodramma. I promoter della boxe hanno capito che gli incontri non attirano l’interesse dei tifosi a meno che non ci siano intrighi e retroscena. Senza un retroscena orchestrato, un combattimento tende alla monotonia. Raccontare storie costituisce anche la colonna portante dello sport in televisione, delle serie TV, dei reality show e delle pubblicità. Infatti, quando si guardano anche le olimpiadi ci vengono presentati i concorrenti come eroi per i quali poi si tifa. Serie tv come “ Law and Order ” e reality show ci regalano storie. Sono programmi interrotti da spot pubblicitari che ci offrono ulteriori storie. Alcuni scienziati sociali fanno rientrare le pubblicità nella categoria “ fictional screen media ”; sono racconti in 30 secondi. Alcune campagne pubblicitarie ruotano intorno a personaggi ricorrenti presentati di volta in volta in situazioni nuove, senza citare il prodotto ma narrando episodi che lo evocano. Le storie toccano ogni aspetto della nostra vita : es. archeologi, politici, avvocati (i processi sono concepiti come storie, la scoperta dell’America molte volte come un mito a causa di aspetti carichi di omissioni o distorsioni). Anche tra amici e familiari raccontiamo storie. A noi stessi raccontiamo alcune delle storie migliori: gli scienziati hanno scoperto che i ricordi che utilizziamo per creare narrazioni relative alla nostra vita sono largamente intrisi di finzione. Ma perché siamo inzuppati di storie? La tribù delle storie Immaginiamo di essere nella preistoria e ci sono 2 tribù umane (Tribù della Pratica e delle Storie) che vivono fianco a fianco in Africa. Sono in competizione per le stesse risorse, dunque una tribù gradualmente si estinguerà e l’altra erediterà il pianeta. Entrambe le tribù lavorano (cacciatori-raccoglitori) per
di istruire. Attraverso le storie si riescono anche ad apprendere dei concetti senza necessariamente sperimentarli. O forse sono una sorta di collante sociale che unisce le persone intorno a valori comuni. Lo scrittore Jhon Gardner esprime efficacemente questa idea “la vera arte crea dei miti in base ai quali una società può vivere, ed evitare di morire queste e altre teorie sono tutte plausibili. Prima affrontiamo una diversa possibilità: le storie potrebbero non servire a niente in termini biologici. Droga per il cervello Viene presentato un racconto breve di Kessel (Invaders) in cui i Krel percorrono l’universo alla ricerca di cocaina. I terrestri sono perplessi così il Krel spiega che lui e la sua gente hanno un senso diverso dell’estetica. Per loro, la bellezza della molecola di cocaina è strepitosa; quindi, non si fanno di coca ma la ammirano come forma d’arte. Verso la fine della storia un alieno (Flash) fa una confessione: tutto quel parlare sulla bellezza della molecola erano fesserie. I Krel si fanno di coca per sballarsi. Il punto del racconto è che la finzione narrativa è una droga. Le storie sono una droga che usiamo per sfuggire alla noia e alle brutture della vita reale. Secondo la prospettiva di Kessel non andiamo a vedere un dramma, non leggiamo un libro per ampliare la mente o esplorare la condizione umana; lo facciamo per lo sballo. Alcuni studiosi, secondo la prospettiva di Kessel, sostengono che le storie non servono a niente, infatti per loro il cervello non è progettato per la narrazione, ma presenta delle anomalie che lo rendono vulnerabile alle storie; ci educano, danno piacere ma le storie non hanno finalità biologica. La narrazione potrebbe dunque essere un effetto collaterale del possedere l’immaginazione. Alcuni studiosi ritengono invece che, se l’attitudine alla narrazione fosse solo un piacevole fronzolo, l’evoluzione l’avrebbe eliminata da parecchio, in quanto spreco di energia. Il fatto che le storie siano un universale umano costituisce una forte evidenza di una finalità biologica. La forte attrazione verso la finzione narrativa è intrecciata con la mia attrazione verso i pettegolezzi, il sesso, le emozioni forti indotte dall’aggressione. Sarebbe difficile, in termini evoluzionistici, liberarsi delle storie senza fare violenza a tendenze psicologiche che sono funzionali e importanti. Nessuno sa per certo se le storie siano un adattamento dell’evoluzione o un suo effetto collaterale. Forse siamo attratti dalle narrazioni per una serie di ragioni evoluzionistiche diverse. Possono esserci in questa attitudine degli elementi che danno l’impressione di un progetto evoluzionistico, altri che sono effetti collaterali. E possono esserci elementi che oggi sono altamente funzionali ma non sono stati concepiti dalla natura a questo scopo, come la capacità di muovere le dita sulla tastiera di un pc. Il fare finta che dei bambini ci dà utili indizi sulla funzione della finzione. Il lavoro dei bambini Gli adulti hanno la tendenza a ricordare il gioco di immaginazione della loro infanzia come spazio paradisiaco, quando invece somiglia a un inferno. Il gioco dei bambini non è un’evasione dalla realtà ma un comportamento che affronta di petto i problemi della condizione umana. Le tematiche sono vaste e importanti. Il gioco di immedesimazione è molto serio perché i bambini entrano in un mondo in cui devono affrontare forze oscure, combattendo per la propria vita. Il gioco di finzione dei bambini riguarda chiaramente molte cose: mamma e papà, mostri ed eroi ecc. però allo stesso tempo è incentrato su una sola cosa: i problemi e le situazioni che generano ansie e preoccupazioni (problemi quotidiani o esistenziali). Vengono riportate alcune storie (p. 51) ideate da bambini in età prescolare e formulate all’istante dopo che la maestra ha domandato loro: mi racconti una storia? Queste storie sono brevi e discontinue. Sono tutta trama, segnate da una buffa creatività, unite da un forte legame: situazioni problematiche (es. piccolo Batman non trova la mamma). Il teorico del gioco Brian Sutton-Smith afferma “ Nelle storie narrate oralmente dai bimbi piccoli le azioni più tipiche comprendono l’essersi persi, essere portati via…i bambini si ritraggono un mondo in continuo mutamento, un mondo di anarchia, di disastri ”. Le tematiche relative a problemi terribili sono presenti anche nelle trascrizioni di momenti di gioco spontaneo.
Maschi e femmine Vivian Paley ha scritto molto sulle sue esperienze come insegnante di scuola d’infanzia. Nel suo piccolo capolavoro di antropologia infantile Boys and Girls, l’autrice descrive un esperimento durato un anno sulla psicologia di genere. Non aveva previsto di condurre un esperimento, il suo obiettivo era quella di far lavorare meglio la sua classe e aveva bisogno che i maschi si comportassero in modo più disciplinato. I bambini dominavano l’angolo dei mattoncini assemblabili mentre le bambine rimanevano nell’angolo delle bambole. Paley è nata nel 1929, la sua carriera ha attraversato cambiamenti enormi avvenuti nel tessuto culturale americano, non ultimo nell’ambito dei tradizionali ruoli di genere di uomini e donne. Eppure, in tutto quell’arco di tempo, il gioco di finzione era rimasto invariato. Dal 1950 le donne erano entrate nel mondo del lavoro, gli uomini avevano iniziato a fare i lavori di casa, ma nella classe di Paley il calendario sembrava essersi fermato. Bambini e bambine erano piccole incarnazioni degli stereotipi di genere. Paley detestava questo aspetto. Le bambine erano così femmine, e i bambini così maschi. Quando i maschi giocavano ai pirati o rapinatori e avevano bisogno di vittime queste erano le bambine che scoppiavano a piangere perché i maschi rovinavano i loro giochi di fantasia che stavano facendo. Il libro di Paley “Boy and Girls” è dedicato all’anno da lei trascorso a cercare di indurre i suoi alunni a comportarsi in una maniera più uniforme sotto l’aspetto dei sessi. Ed è una cronaca di fallimenti; nessuna delle sue intelligenti manipolazioni ha funzionato. L’esperimento è culminato nella dichiarazione della maestra di resa di fronte alla profondità strutturale dei generi. Decise di lasciare che le femmine si comportassero da femmine, ammettendo che questo non le riusciva difficile, poiché approvava il comportamento pro-sociale e calmo delle bambine. Più difficile era lasciare che i maschi si comportassero da maschi, ma fece anche questo “lasciamo che i bambini siano rapinatori o brutali abitanti dello spazio. È il gioco naturale, universale ed essenziale dei bambini maschi”. Melvin Konner nel suo monumentale “ The Evolution of Childhood ” dimostra che ci sono significative differenze di genere, in tutto il mondo, nel modo in cui giocano maschi e femmine. Decine di studi condotti nell’arco di 50 anni in numerose culture, hanno confermato ciò che Paley aveva osservato: bambini e bambine tendono ad autosegregarsi in base al proprio sesso; il gioco di immedesimazione è più frequente nelle bambine; i maschi tendono ad essere meno accoglienti delle femmine e queste differenze sono presenti e misurabili dai 17 mesi. Gli psicologi Dorothy e Jerome Singer così ricapitolano le ricerche che hanno rilevato differenze fra i sessi nel gioco infantile: generalmente i maschi hanno attività più vigorose, con giochi di avventura, guerra e ardimento, mentre i giochi delle bambine mettono in primo piano atteggiamenti teneri e protettivi. L’isola che non c’è abitata dai maschi è più pericolosa, con minacce di morte e distruzione disseminate ovunque. Il tempo che vi trascorrono è per la gran parte dedicato a cercare di combattere o sfuggire da queste minacce. Anche l’isola abitata dalle femmine ha i suoi pericoli; le situazioni difficili affrontate dalle bambine sono di un genere meno estremo, più incentrato sulle crisi domestiche della quotidianità. È importante sottolineare che il gioco femminile sembra meno problematico ma non lo è (rischi e zone oscure si annidano anche nell’angolo delle bambine). Quasi nessuno pensa che il gioco di immaginazione dei bambini sia una sorta di accidente casuale dell’evoluzione umana. Gli esperti di psicologia infantile concordano nel sostenere che il gioco di finzione serve a qualcosa, ha delle funzioni biologiche. Il gioco è diffuso in molti animali e in tutti i mammiferi, specialmente quelli più intelligenti. Il gioco infatti aiuta i giovani a simulare azioni per prepararsi alla vita adulta. I bambini che giocano stanno allenando il loro corpo e cervello per le sfide che affronteranno da grandi: stanno costruendo intelligenza sociale ed emozionale. Il gioco è molto importante: è il lavoro dei bambini. Le differenze fra i sessi nel gioco infantile rispecchiano il fatto che l’evoluzione biologica è lenta, mentre quella culturale è veloce. La prima non è stata al passo con i rapidi cambiamenti nella vita di uomini e donne che si sono verificati negli ultimi cento anni. Il gioco infantile sembra preparare le bambine per un’esistenza accanto al focolare e i bambini per agire nel mondo esterno. È la basilare suddivisione del lavoro: uomini che cacciano e combattono e donne che raccolgono frutti e allevano la prole, che ha
Una grammatica universale La finzione narrativa è incentrata sui problemi. Aristotele fu il primo a notarlo. Janet Burroway in Writing fiction sostiene che il conflitto è l’elemento fondamentale della finzione narrativa. Nella vita spesso il conflitto ha una connotazione negativa, invece nella finzione, che sia comica o tragica, il conflitto drammatico è essenziale perché in letteratura solo i problemi sono interessanti. Solo i problemi sono interessanti. Non è così nella vita ”. L’autore Charles Baxter , in un altro libro sulla finzione narrativa, dice “L’inferno è amico delle storie”. L’idea che le storie vertano sui problemi è un tale luogo comune da rasentare il cliché. Al di sotto della superficie di tutta la più disparata varietà di storie raccontate c’è una struttura comune. Bisogna pensare a questa struttura come a uno scheletro osseo; questo scheletro è per certi versi cartilaginoso: ha un margine di flessibilità. Ma è una flessibilità relativa e l’ossatura impone che le storie possano essere raccontate soltanto in una quantità limitata di modi. In tutto il mondo le storie riguardano persone, animali personificati con dei problemi. Le persone vogliono a tutti i costi qualcosa (sopravvivere, conquistare una ragazza), ma grossi ostacoli si ergono tra i protagonisti e ciò che vogliono. Tutte le storie, comiche, tragiche o romantiche, sono incentrate sugli sforzi di un protagonista per ottenere ciò che desidera. STORIA = personaggio + situazione difficile/problema + tentativo di superamento questa formula è alla base delle storie. Ci sono molti modi in cui le storie potrebbero essere formulate, invece anche se alla fine del racconto i personaggi vivono per sempre felici e contenti, prima devono guadagnarsi la loro buona sorte sfidando il disastro incombente. Più la situazione da affrontare è spinosa, più la storia ci piace. La finzione narrativa è considerata una forma d’arte altamente creativa anche se quasi tutti gli autori lavorano entro i rigidi confini della struttura centrata sul problema; scrivono storie intorno a uno schema di complicazione, crisi e soluzione. Negli ultimi cento anni alcuni autori, oppressi da queste costrizioni, hanno cercato di liberarsi dalle catene della struttura basata sul problema. Il movimento modernista è nato quando gli scrittori si sono resi conto, con orrore, di lavorare all’interno di consolidati recinti, dati da convenzioni e formule. Hanno cercato di prendere qualcosa di vecchio (il bisogno di raccontare) e di rinnovarlo. Il tentativo di trascendere la storia convenzionale fu eroico, ma si trattò di una ribellione destinata a fallire. Ad esempio, Finnegans Wake di Joyce è quasi impossibile da amare. È facile apprezzarne la genialità, la creatività linguistica; lo possiamo celebrare come atto di rivolta estetica, ma non possiamo appassionarci a questo romanzo come a una narrazione che ci trascina fuori di noi e ci mette addosso la smania di sapere come va a finire. Alcuni testi come Finnegans Wake nonostante non piacciano vengono comunque ristampati per essere studiati dagli universitari che fingono di leggerli. Come ha dimostrato il linguista Noam Chomsky, tutte le lingue umane hanno in comune alcuni principi costitutivi di base: una grammatica universale. E lo stesso vale per le storie nella finzione narrativa di tutto il mondo c’è una grammatica universale che vede gli eroi affrontare i problemi e combattere per superarli. Le storie si dipanano intorno a un piccolo numero di tematiche principali. Universalmente, le storie si focalizzano sulle grandi difficoltà della condizione umana. Trattano il sesso e l’amore, la paura della morte e le sfide della vita e trattano il tema del potere (desiderio di esercitare influenza ed eliminare l’avversario). L’autore pensa che la struttura basata sul problema riveli una delle funzioni principali dello storytelling: suggerisce che la mente umana sia stata modellata per le storie, così che possa essere modellata dalle storie. L’eroe si sacrifica al nostro posto Secondo teorici dell’evoluzione come Brian Boyd , Steven Pinker e Michelle Scalise Sugiyama , le storie costituiscono lo spazio nel quale gli individui si esercitano a utilizzare le competenze più importante della vita sociale umana (così come un pilota si deve esercitare prima di prendere il vero possesso dell’aereo e così come un violinista si esercita prima di entrare in uno stadio). Janet Burroway sostiene che il principale vantaggio offerto da questa pratica sia la possibilità di vivere delle esperienze surrogate, soprattutto emozionali, senza esporsi in prima persona: la letteratura offre sensazioni
per le quali non dobbiamo pagare prezzi. Ci consente di amare, condannare, perdonare, sperare, sognare, odiare, senza correre nessuno dei rischi che queste emozioni normalmente implicano. La psicologa e romanziera Keith Oatley considera le storie come simulatori di volo per la vita sociale umana. Se i simulatori di volo consentono ai piloti di addestrarsi in sicurezza, le storie ci preparano alle grandi sfide del mondo sociale. La finzione narrativa ci proietta in intense simulazioni di problemi che corrono in parallelo a quelli che affrontiamo nella realtà; ci offre l’opportunità di vivere esperienze forti rimanendo vivi. Per cui, secondo questo ragionamento, cerchiamo le storie perché ci piacciono, ma la natura ci ha progettati per amarle affinché potessimo fruire del vantaggio derivante dal fare pratica. La finzione narrativa è un’arcaica tecnologia di realtà virtuale specializzata nella simulazione di problemi umani. Ci sono prove a sostegno di questa teoria al di là della struttura incentrata sul problema? Simulare equivale a fare Negli anni ‘90 un gruppo di ricercatori italiani scoprì i neuroni specchio. Avevano impiantato degli elettrodi nel cervello di una scimmia per verificare quali fossero le regioni neurali responsabili di ordinare alla mano di raggiungere e afferrare una noce. Scoprirono che certe aree del cervello delle scimmie si attivavano non solo quando gli animali afferrano una noce, ma anche ogni volta che vedono un’altra scimmia o persona fare la stessa azione. Molti scienziati ritengono che possediamo delle reti neurali che si attivano quando eseguiamo una certa azione o sperimentiamo un’emozione, e anche quando osserviamo qualcun altro eseguire quell’azione o provare quella emozione; questo potrebbe spiegare perché gli stati mentali sono contagiosi. I neuroni specchio potrebbero essere alla base della capacità umana di creare nella mente potenti simulazioni di fronte a una finzione narrativa. Secondo un pioniere della ricerca su questi neuroni, Marco Iacobini , i film ci sembrano tanto autentici perché nel nostro cervello i neuroni specchio ricreano per noi il dolore che vediamo sullo schermo. Entriamo in empatia con i personaggi immaginari, sappiamo ciò che stanno provando, perché noi stessi sperimentiamo quelle identiche sensazioni. Come in ogni area scientifica emergente, abbondano le controversie. Alcuni scienziati sono convinti che comprendiamo ciò che accade nella mente di un’altra persona simulandolo a livello neurale, cioè rispecchiando la condizione del cervello di quella persona nel nostro stesso cervello. Altri sono più cauti. Ma, che i neuroni specchio si rivelino o meno la spiegazione definitiva, sappiamo da altri studi che le storie influiscono su di noi a livello fisico, non solo mentale (quando il protagonista di un racconto si trova in difficoltà le nostre pulsazioni aumentano, il respiro accelera). Gli scienziati informatici Reeves e Nass mostrano che le persone rispondono alle forme finzionali e ai videogiochi in modo simile a come rispondono a eventi reali. Il fatto di sapere che la finzione è finzione non impedisce al cervello di elaborarla emozionalmente come se fosse reale. Reagiamo in maniera così naturale agli stimoli derivanti dalla finzione narrativa, che gli psicologi, quando vogliono studiare un’emozione come la tristezza, spesso fanno guardare spezzoni di film strappalacrime. Le nostre risposte alla finzione narrativa vengono studiare a livello neurale. Quando in un film vediamo, ad esempio, qualcosa di pauroso il nostro cervello si attiva come se quella cosa stesse accadendo a noi, non solo a una figura sullo schermo un film possono farci sentire come se davvero percepissimo ciò che il protagonista sta vivendo. In uno studio alcuni neuroscienziati hanno esaminato la risonanza magnetica funzionale un gruppo di soggetti a cui veniva mostrato un breve clip con un attore che beveva da una tazza e faceva smorfie di disgusto. Hanno quindi esaminato i soggetti mentre lo sperimentatore leggeva a voce alta una sorta di breve copione, in cui chiedeva loro di immaginare di camminare per strada, imbattersi in un ubriaco che stava vomitando e che un po' di quel vomito finisse loro in bocca. Infine, hanno esaminato i soggetti mentre assaggiavano realmente una soluzione dal sapore disgustoso. In tutti e tre i casi si è attivata la stessa regione cerebrale (sede del disgusto). Questi studi sul cervello e la finzione sono coerenti con la teoria secondo cui le storie sono simulazioni di problemi. Infatti, leggendo un libro o guardando un film, molte volte sembra che le cose stiano accadendo direttamente a noi. Inoltre, durante la fruizione della finzione narrativa i nostri neuroni si attivano allo stesso modo in cui si attiverebbero se stessimo facendo la doccia e improvvisamente un killer strappasse la tenda. Sembra plausibile che la nostra immersione
degli psicoanalisti era in grado di decodificarli. (es. p 88). Oggi molti studiosi del processo onirico guardano colmi di sdegno l’eredità freudiana. Hobson , definisce la psicoanalisi un modello dell’interpretazione dei sogni stile “biscotto della fortuna”. La ricerca di una simbologia onirica nascosta, secondo i ricercatori che la pensano come lui, è stata una perdita di tempo. Hobson commentando il contrasto postulato da Freud tra contenuto manifesto (evidente) e latente (simbolico) dei sogni afferma “ il sogno manifesto è il sogno!”. Ma a cosa servono i sogni? Come le mani, potrebbero avere più funzioni. Vi sono alcune dimostrazioni del fatto che i sogni possano aiutarci ad archiviare nuove esperienze in maniera corretta nei rispettivi settori della memoria a breve e lungo termine. Molti psicologi ritengono che essi possano essere una sorta di autoterapia, che ci aiutano a gestire le ansietà provate da svegli; oppure, come ha suggerito Francis Crick , potrebbero aiutarci a ripulire la mente da informazioni inutili “ sogniamo per dimenticare ”. Altri ritengono che i sogni non abbiano alcuno scopo; secondo il ricercatore Owen Flanagan , i sogni non sono stati progettati dalla natura per svolgere una funzione. Un sogno è solo uno scarto del cervello. È un sottoprodotto di tutto il lavoro utile compiuto dal cervello durante il sonno. La teoria del sogno come prodotto collaterale è nota con l’acronimo RAT ( Random activation theory ), che si basa sull’ idea che il cervello ha un lavoro molto importante da svolgere la notte, specialmente durante il sonno REM. Questo lavoro notturno potrebbe essere uno dei motivi per cui dormiamo: affinché il cervello possa concludere tutte le incombenze di routine che di giorno non riesce a portare a termine. Ma tutti noi abbiamo dei circuiti neurali che esaminano le informazioni in entrata, le filtrano confrontandole con schemi preesistenti e si dispongono in schemi narrativi. Secondo la RAT, questi circuiti narrativi hanno una falla: non riescono ad imparare che lo sferragliare del cervello nel sonno è privo di significato. Al contrario, trattano quel rumore di fondo come le informazioni che affluiscono durante le ore di veglia, cercando di trasformarlo in una narrazione coerente. La RAT è una teoria irriverente che sfida tutti i canoni della psicologia e saggezza popolare. È però una teoria ingegnosa, in grado di organizzare tutta una serie di dati caotici relativi ai sogni. Perché i sogni sono strani? Tutti i più bizzarri elementi dei sogni possono essere ingurgitati dai disperati tentativi della mente di ricavare narrazioni ordinate a partire da input casuali. Mentre tutti convergono sul fatto che alcuni aspetti dei sogni possano essere elementi collaterali, la RAT è lontana dall’essere unanimemente condivisa. I critici sostengono che per quanto i sogni siano strani, non lo sono abbastanza dall’essere spiegati con la RAT. Il ricercatore finlandese Revonsuo ritiene che ricordiamo meglio i sogni più strani, e tendiamo a non rilevare il fatto che i sogni sono principalmente realistici e coerenti; scrive: “ la bizzarria è una caratteristica costante dei sogni, ma costituisce una deviazione di poco conto se confrontata alla solida e sofisticata organizzazione dello sfondo ”. Revonsuo sottolinea che i sostenitori della RAT hanno una fiducia ingiustificata nella direzione in cui punta la casualità. La RAT assume semplicemente che determinati stati cerebrali causano le proprietà dei sogni. Ad esempio, i sostenitori affermano che i sogni sono intensamente emozionali perché il sistema limbico e l’amigdala, che sono entrambi legati alle emozioni, sono attivati durante il sonno REM. Ma la RAT non prende in considerazione una spiegazione ugualmente plausibile: i centri emozionali del cervello sono attivati perché il sognatore sta sognando emozionalmente. C’è anche l’ atonia , la paralisi del sonno che si genera durante la fase REM. Si pensa che si verifiche perché i nostri antenati facevano del male a sé stessi e ad altri mettendo in atto i propri sogni. Se ci capita di sognare una rissa, il cervello non sa che sta solo sognando, pensa che sta realmente lottando e inonda il corpo di comandi. L’unica ragione per cui il nostro corpo dormiente non risponde a questi comandi è che non li riceve. Tutti i comandi motori vengono intercettati da un meccanismo inibitorio situato nel tronco encefalico. Ma questo blocco dei movimenti non avrebbe senso dal punto di vista della RAT. Secondo la teoria, determinate parti del nostro cervello improvvisano narrative insensate pensando a caso negli inutili spezzoni generati nel sonno da altre parti del cervello. Tutto bene, se non per il fatto che i centri motori del cervello hanno l’allarmante tendenza a trattare le storie notturne come se fossero reali e a rispondere in
maniera appropriata. Per cui, dal punto di vista della RAT, i sogni sarebbero molto più che inutili, sarebbero pericolosi. L’evoluzione ha progettato una soluzione che consente alla mente di inscenare in sicurezza le sue simulazioni, come se i sogni servissero realmente a qualche scopo importante che necessita di essere protetto. L’aspetto più controproducente per la RAT è il fatto che il sogno non sia esclusivo degli umani, bensì presente anche in altri animali. Il sonno rem, i sogni e i meccanismi inibitori situati nel tronco encefalico che rendono sicura l’esperienza onirica a quanto pare si sono conservati in specie differenti, a suggerire che i sogni debbano essere importanti. I gatti di Jouvet Negli anni ‘50 uno scienziato, studioso di onirologia, Michel Jouvet , già sapeva che in molti animali sono presenti il sonno REM e l’atonia. Ma sognavano? Jouvet si procurò un certo numero di gatti randagi, individuò in essi il tronco cerebrale e diede inizio al suo lavoro. Voleva distruggere nei gatti il meccanismo di “blocco dei movimenti” che produce atonia durante la fase REM. Jouvet voleva danneggiare il tronco encefalico quanto bastava per distruggere i meccanismi dell’atonia senza uccidere i gatti (idea: se i gatti sognavano i segnali motori dal cervello avrebbero raggiunto i muscoli, e i gatti avrebbero messo in atto i loro sogni). Collocò i felini sopravvissuti in gabbie, li collegò a strumenti che ne monitoravano i segni vitali e l’attività cerebrale, mentre una telecamera li riprendeva durante il sonno. Risultato: i gatti sognano. Pochi minuti dopo essere entrati nella fase REM, gli animali sembravano svegliarsi di colpo ma i loro occhi non vedevano, non rispondevano all’offerta di cibo. Esibivano comportamenti di attacco saltando su prede invisibili ma anche comportamenti difensivi. L’esperimento mostrò non solo che i gatti sognano, ma che sognano cose ben specifiche. Lo scienziato affermò che un gatto presenta durante il sonno dei comportamenti caratteristici della sua specie: orientamento, stato di allerta, attacco, paura. Jouvet non ha scoperto che i gatti sognano tutte le azioni caratteristiche della loro specie, quanto invece che sembrano sognare un ristretto sottoinsieme di problemi della vita felina, come mangiare senza essere mangiati. Per il gatto, il mondo dei sogni è qualcosa di più vicino all’inferno che al paradiso, vi predominano sensazioni di paura e aggressività. Jouvet pensò che i sogni, probabilmente, fossero comuni in tutto il regno animale e che hanno uno scopo. Iniziò a considerare la possibilità che servissero per fare pratica. Nei sogni, gli animali ripassano le risposte ai problemi che sono i più pertinenti per la loro sopravvivenza. Il sogno è un simulatore di realtà virtuale in cui le persone e gli animali affinano le risposte da dare alle grandi sfide della vita. Come teoria dei sogni, l’idea di Jouvet non si impose immediatamente, perché negli anni 50 gravava ancora l’ombra di Freud. Per i freudiani i sogni sono soddisfazioni dissimulate di desideri repressi. Ma la teoria di Jouvet, convalidata da numerosi studi, è vicina all’opposto della teoria freudiana della soddisfazione di desideri inconsci. Si sognano mostri Il mondo dei sogni è diverso da ciò che quasi tutti pensiamo. Come afferma Hobson nei sogni “ ondate di intensa emozione, soprattutto paura e rabbia, ci costringono a correre via o a lottare contro predatori immaginari. Nella coscienza sognante combatti e fuggi è la regola, ed è così sempre, notte dopo notte, con rarissimi momenti di tregua nella quiete prima della successiva tempesta immaginaria ”. La maggior parte dei ricercatori di onirologia concordato con Hobson: il mondo dei sogni non è un posto felice. Negli studi scientifici i sogni possono essere registrati in due modi:
La schizofrenia è stata definita “ il grande mistero della psichiatria ”. Gli schizofrenici sono in preda a una varietà di credenze bizzarre, deliri e allucinazioni. Spesso sentono delle voci aliene, hanno manie di grandezza: pensano di essere importanti per gli alieni o cospiratori da diventarne il bersaglio privilegiato. Il ritratto della Banda fatto da Matthews è una brillante opera di finzione. Ha fatto di sé stesso il protagonista militante di un dramma articolato con implicazioni storiche internazionali, ha inventato un cast di cattivi. Se avesse confezionato i suoi deliri persecutori in forma di romanzo, avrebbe potuto fare un sacco di soldi. Quando Matthews aveva 30 anni, il cervello decise, autonomamente, di creare un’intricata finzione narrativa, ed egli trascorse il resto della vita dentro alla storia. Verrebbe la tentazione di cercare le analogie fra la creatività dello schizofrenico delirante e quella dell’artista. Per centinaia di anni, la relazione tra follia e genio artistico è stata una sorta di cliché culturale. Lord Byron scrisse dei poeti "noi del mestiere siamo tutti matti". John Dryden proclamava " le grandi menti sono di sicuro alla follia molto vicine, e spazi esigui separano i loro confini ". E Shakespeare scrisse nel Sogno di una notte di mezza estate che pazzi e poeti sono composti sol di fantasia. La psicologa Kay Redfield Jamison ha scritto di come lei stessa ha affrontato il proprio disturbo bipolare, sostiene che vi sia una forte connessione tra malattia mentale e creatività letteraria. In studi condotti su scrittori la malattia mentale risulta prevalente. Ad esempio, gli autori di narrativa hanno una probabilità dieci volte superiore rispetto alla popolazione generale di essere affetti dal disturbo bipolare, e i poeti una probabilità quaranta volte superiore. Potrebbe esserci qualcosa nel tipo di vita degli scrittori - solitudine, frustrazione, lunghe divagazioni nell'immaginazione - che scatena la malattia mentale? Forse. Ma studi condotti sui familiari degli scrittori rivelano la presenza di una componente genetica. Le persone affette da malattie mentali tendono ad avere più artisti nelle loro famiglie. E gli artisti tendono ad avere più malattie mentali nelle loro (insieme a più alti tassi di suicidio, ricoveri in strutture sanitarie e dipendenza da sostanze). Anche la nostra mente combatte costantemente per estrarre significato dai dati che vi affluiscono attraverso i sensi. Benché le storie che le persone sane di mente raccontano a sé stesse raramente vadano a finire male come accade nelle spettacolari sceneggiature degli schizofrenici paranoidi, in realtà spesso vanno storte. È una parte del prezzo che paghiamo per avere una mente narrante. Un cervello diviso in due Nel 1962, la narratività della mente fu involontariamente individuata, se non scoperta, quando un chirurgo di nome Joseph Bogen persuase un paziente affetto da una forma grave di epilessia a sottoporsi a una rischiosa procedura sperimentale. Scisse il cervello in due: l'emisfero sinistro e il destro non erano più in grado di comunicare fra loro. L’azzardo chirurgico fu un successo: il paziente aveva ancora delle crisi epilettiche anche se meno gravi e meno frequenti. L'uomo dal cervello diviso non mostrava alcuna differenza in nessuno dei suoi processi mentali. Prima delle apparecchiature per la fMRI (risonanza magnetica funzionale) e di altre metodologie avanzate di brain imaging, i pazienti cosiddetti split-brain (= con il cervello diviso) erano una manna dal cielo per le neuroscienze. In larga misura grazie a questi pazienti gli scienziati hanno potuto isolare e studiare il funzionamento dei due emisferi cerebrali. Hanno scoperto che il cervello sinistro è specializzato in compiti come parlare, pensare e formulare ipotesi, mentre il cervello destro è inabile al discorso o a compiere compiti cognitivi complessi; tra le sue funzioni c'è il riconoscimento facciale, la focalizzazione dell'attenzione e il controllo di compiti visivo-motori. Il pioniere nella ricerca neuroscientifica sullo split- brain è Michael Gazzaniga , il quale, con i suoi collaboratori, ha individuato dei circuiti neurali specializzati dell'emisfero sinistro la cui funzione è trovare un senso alla marea di informazioni che il cervello riceve in continuazione dall'ambiente esterno. Il compito di questa serie di circuiti neurali è quello di individuare ordine e significato in quel flusso e organizzarlo in un resoconto coerente dell'esperienza di una persona: in una storia, in altre parole. Gazzaniga ha denominato 'interprete' questa struttura cerebrale. A causa della particolare disposizione delle connessioni neurali, è risultato che il lato destro del corpo umano è controllato principalmente dall'emisfero sinistro e il lato sinistro dell'emisfero destro. Ma nei soggetti split brain le informazioni che entrano da un occhio vengono trasmesse solo nell’emisfero opposto, lasciando
l’altro al buio. ESPERIMENTO: è stata mostrata una zampa di pollo al cervello sinistro di un soggetto split brain e un paesaggio innevato al destro. Poi gli sperimentatori hanno chiesto al soggetto di scegliere fra una serie di immagini messe di fronte a lui. È risultato che il lato destro del corpo è controllato dall’emisero sinistro e il lato sinistro dall’emisfero destro. infatti, con la mano destra il soggetto ha scelto un’immagine di un pollo mentre con la sinistra ha scelto una pala di neve. Al soggetto è stato chiesto perché avesse scelto quelle due immagini. Il soggetto era in grado di rispondere correttamente per quanto riguarda la zampa di pollo (mostrata all’emisfero sinistro, parte del cervello in cui ha sede il linguaggio verbale). Ma il lato destro è muto, per cui alla domanda “ perché hai scelto la pala?” non è stato in grado di rispondere correttamente, perché gli era stata mostrata l’immagine di un paesaggio innevato. Alla domanda ha risposto “ perché per pulire il pollaio serve”. Se mostravano all’emisfero destro di un soggetto split-brain un’immagine buffa, il soggetto rideva. Quindi lo sperimentatore domandava “ perché ridi?”, il cervello sinistro, incaricato di rispondere non ne aveva la minima idea. Questo non impediva al cervello sinistro di inventare una spiegazione. L'emisfero sinistro è il classico sapientone; quando non sa quale sia la risposta giusta a una domanda non riesce ad ammetterlo. È anche un incessante fornitore di spiegazioni e pur di non lasciare qualcosa di inesplicato è disposto a fabbricare una storia. La sindrome di Sherlock Holmes S. Holmes è un genio nell’investigazione criminale, ha l’'inquietante capacità di osservare un determinato fatto, che sia un cadavere o una manciata di indizi, e intuire l'intera storia che ha portato a quella certa cosa. In sostanza, il metodo abituale di Sherlock Holmes sta nel costruire le narrazioni esplicative più certe ed esaustive partendo dagli indizi più ambigui. Holmes coglie una delle tante possibili interpretazioni di un indizio e arbitrariamente persevera nel considerarla corretta. Questa diventa poi la base di una moltitudine di interpretazioni analogamente inverosimili che tutte insieme concorrono a una nitida, ingegnosa ma assai improbabile spiegazione complessiva. Ognuno di noi ha nel proprio cervello uno Sherlock Holmes in miniatura. Il suo compito è ragionare all'indietro da ciò che possiamo osservare nel momento presente e dimostrare quali serie di cause comuni hanno portato a determinare effetti particolari. L'evoluzione ci ha dato uno “Holmes interno” perché il mondo reale è pieno di storie ed è bene riconoscerle. L'attitudine narrativa della mente è un essenziale adattamento evoluzionistico, che ci consente di esperire la nostra vita come qualcosa di coerente, ordinato e dotato di senso, e non come un caos travolgente. Ma la mente narrante è imperfetta. È allergica all'incertezza, alla casualità e alle coincidenze. È assuefatta ai significati e, se non riesce a trovare degli schemi significativi nel mondo esterno, cercherà di imporveli. In parole povere, è una fabbrica che, quando può, produce storie vere, ma quando non può sforna menzogne. Rapimento geometrico La mente umana è predisposta per individuare schemi e propende per i falsi positivi anziché per i falsi negativi. Lo stesso software mentale che ci rende molto vigili nel riconoscere figure e visi umani, ci fa vedere animali nelle nuvole o il volto di Gesù nei segni lasciati dalla griglia sul pane tostato. Secondo gli psicologi, questo fa parte di un “disegno della mente” che ci aiuta a percepire schemi significativi nell'ambiente che ci circonda. La nostra fame di schemi significativi si traduce in una fame di storie. Come afferma James Wallis “ il nostro cervello ha una naturale predisposizione non solo ad amare le narrazioni e imparare da esse ma anche a crearle. Nello stesso modo in cui la nostra mente vede uno schema astratto e vi individua un volto, la nostra immaginazione vede uno schema di eventi e vi individua una storia ”. Vi sono studi scientifici a sostegno delle parole di Wallis, i quali dimostrano come automaticamente estraiamo storie dalle informazioni che riceviamo e come, se non ce ne sono, siamo felici di inventarne una. Se si dà a una persona un’informazione casuale che non rientra in alcuno schema, quella persona avrà una capacità limitata di non intesserla in una storia.
Ordine Mondiale, investigava sull’assassinio di Kennedy e incitava le folle alle marce della verità per l’ settembre. Jones figura come un egomaniaco paranoide, ovunque vada è sicuro di essere seguito da qualcuno o una spia o agenti dei servizi segreti che lo sorvegliano sembra che tra i deliri degli psicotici e le fantasie dei teorici del complotto vi siano differenze di grado, non di genere. Nelle teorie cospiratorie, abbiamo la mente narratrice che opera al suo peggio. Ciò che davvero sbalordisce di queste teorie non è il loro essere strane, bensì il loro essere comuni; infatti se digitiamo su Google "complotto" otteniamo milioni di risultati, scoprendo che c'è una teoria cospiratoria praticamente su ogni cosa. C’è una teoria del complotto per tutte le celebrità morte giovani (es. principessa Diana assassinata perché portava in grembo un bambino arabo), sull’Olocausto (non è mai avvenuto), sull’atterraggio sulla Luna (non avvenuto) un numero sbalorditivo di persone crede a queste storie e circa il 36% degli americani pensava che il governo fosse complice dell’attentato dell’11.01. David Aaronovitch spiega nel suo libro che " le teorie cospiratorie hanno origine e ampia circolazione fra i ceti medi e istruiti. L'idea di una classe rurale o proletaria ignorante, influenzata dai preti, che alle credenze religiose e alle superstizioni sostituisce nozioni ugualmente inverosimili sul funzionamento della società, si rivela essere completamente errata. Sono tipicamente i professori, gli studenti universitari, i manager, i giornalisti e i funzionari pubblici ad avere ordito e diffuso le cospirazioni ". Le teorie cospiratorie non sono dunque il terreno di una frangia estrema di fanatici, è un tipo di pensiero riflesso del bisogno compulsivo della mente narrante di avere esperienze dotate di senso. Le teorie del complotto offrono risposte definitive a un grande mistero della condizione umana, forniscono una soluzione al problema del male. Nel mondo immaginario dei fautori di queste teorie, non esiste cattiveria casuale. Per questo tipo di menti, le mostruosità non si limitano a succedere. La Storia non è semplicemente un evento odioso dietro l'altro. Per questa ragione, le teorie complottistiche sempre consolatorie nella loro semplicità. Le cose brutte non accadono a causa di una turbolenta complessità in cui agiscono astratte variabili storiche e sociali. Accadono perché individui malvagi vivono unicamente allo scopo di insidiare la nostra felicità. E gli individui malvagi si possono combattere, forse persino sconfiggere, solo se si è in grado di decifrare la loro storia nascosta.
potere della magia (in forma di rituali e preghiere) - ne consegue che la spiritualità deve essere radicata davvero molto a fondo nella natura umana. Ma perché l'evoluzione ci ha fatti diventare religiosi? Le tendenze religiose sono o un adattamento evoluzionistico, o un effetto collaterale dell'evoluzione, o una qualche combinazione delle due cose. La più comune spiegazione secolare della religione è che gli umani inventano degli dei per conferire ordine e senso all'esistenza. Gli umani nascono curiosi, e sentono il bisogno di trovare delle risposte per le grandi domande senza risposta ciò implica la religione come prodotto collaterale. Nella finzione sacra, troviamo le confabulazioni per eccellenza della mente narratrice. Alcuni studiosi dell'evoluzione, come Daniel Dennet e Richard Dawkins , si concentrano con insistenza sul lato oscuro del comportamento religioso e sono convinti che la religione sia il risultato di un tragico difetto dell'evoluzione. Secondo questi autori, la mente è vulnerabile alla religione nello stesso modo in cui un computer è vulnerabile ai virus. Entrambi vedono la religione come un parassita mentale, come un virus della mente. Secondo entrambi, l'esistenza umana sarebbe di gran lunga migliore se il parassita mentale della religione potesse semplicemente venire sradicato. Tuttavia, la spiegazione della religione come effetto collaterale coglie qualcosa di più vero: gli esseri umani evocano divinità e spiriti per colmare un vuoto, una mancanza di spiegazione. Il biologo David Sloan Wilson avanza l'ipotesi che la religione sia emersa come componente stabile di tutte le società umane per una ragione semplice: le fa funzionare meglio. I gruppi umani che casualmente possedevano un istinto verso la fede hanno prevalso sui concorrenti non religiosi in maniera così decisiva che le tendenze religiose sono diventate un tratto profondamente radicato nella nostra specie. Wilson sostiene che la religione fornisca ai gruppi molteplici vantaggi. Anzitutto, definisce un gruppo come tale. Il sociologo Emile Durkheim che la religione:
della finzione narrativa potrebbe sottolineare che le storie fanno funzionare meglio le società poiché ci spronano a comportarci eticamente. Per associazione apprendiamo che, quanto più simili siamo ai protagonisti, tanto più adatti saremo a ottenere le ricompense tipiche dei protagonisti stessi. Gli esseri umani vivono porzioni significative della loro esistenza all'interno di storie fittizie: in mondi in cui la bontà viene generalmente approvata e ricompensate e la cattiveria condannata e punita. Questi schemi non solo riguardano la psicologia umana, ma la rafforzano. Jemeljan Hakemulder passa in rassegna decine di studi scientifici che indicano come la finzione narrativa abbia effetti positivi sullo sviluppo morale e sul senso di empatia dei lettori. La prova che la giustizia poetica è basilare nell’impulso verso la finzione narrativa deriva dal gioco di immaginazione dei bambini, secondo David Helkind il gioco di finzione infantile ha chiare connotazioni morali: i buoni contro i cattivi. È continuamente presente la collisione tra bene e male. Markus Appel ha studiato che la finzione narrativa potrebbe essere in parte responsabile dell'idea ottimistica che il mondo sia, un luogo giusto. Il fatto che ci prendiamo a cuore questa questione potrebbe rappresentare un elemento importante di ciò che concorre a far funzionare le società umane. Prima dell'invenzione della scrittura, una storia nasceva solo nel momento in cui c'erano nello stesso posto un narratore e delle persone che ascoltavano. E solo con l'invenzione della stampa i libri sono diventati sufficientemente accessibili da consentire l'alfabetizzazione di massa. Per millenni, le storie sono state esclusivamente orali. Un narratore o un attore attiravano un pubblico di uditori, li sincronizzavano mentalmente ed emotivamente e presentavano a tutti loro lo stesso messaggio. Nei secoli più recenti, la tecnologia ha modificato la natura collettiva delle storie, senza tuttavia distruggerla. Oggi assimiliamo le narrazioni ma siamo comunque coinvolti in un'attività regolatrice a livello sociale (si può guardare un film sul divano mentre milioni di altre persone fanno la stessa identica cosa, provando le stesse emozioni). Quella che viviamo è un'esperienza collettiva , solo dislocata nello spazio e nel tempo. Le storie continuano ad adempiere alla loro antica funzione di creare un legame sociale, rafforzando una serie di valori comuni e i fili della cultura comune. Le storie acculturano i giovani, definiscono gli individui. Le storie incoraggiano ad un buon comportamento, riuniscono gli individui intorno a valori condivisi e li unificano per Marshall McLuhan è il villaggio globale. La tecnologia ha saturato con gli stessi media persone molto lontane fra loro rendendole cittadini di un villaggio grande quanto il mondo. Le storie, sacre e profane, sono forse la principale forza coesiva della vita umana. Come ha affermato John Garden , le storie sono fondamentalmente serie e benefiche, la forza che contrasta il disordine sociale, la tendenza delle cose a scompaginarsi. Le storie sono il centro senza il quale il resto non potrebbe tenersi insieme.
7. PERSONE D'INCHIOSTRO CHE CAMBIANO IL MONDO Viene descritta parte della biografia di Hitler. Uno dei massimi biografi di Adolf (Adolfus), Ian Kershaw , afferma che il dittatore è stato uno dei pochi individui di cui si possa dire con certezza assoluta: senza di lui, la storia avrebbe seguito un altro corso. Gli storici hanno discusso ipotesi al riguardo, domandandosi se il 1900 sarebbe potuto essere un secolo meno cruento se Hitler fosse stato ammesso alla scuola d’arte o se quella sera del 1906 non fosse andato a vedere il Rienzi (opera lirica di Wagner che trattava la vicenda di Cola di Rienzo, rivoltoso romano autoproclamatosi tribuno della plebe) con l’amico August Kubizek. Gli storici nutrono dubbi sul libro di memorie di Kubizek (Adolf Hitler, il mio amico di gioventù) tuttavia l’episodio del Rienzi pare essere autentico (dopo aver assistito all’opera Hitler confessa all’amico che il Rienzi gli aveva proclamato il proprio destino: guidare il suo popolo fuori dalla schiavitù verso la libertà). Hitler riferì questa storia anche ai suoi generali. Gli storici non negano che le saghe mitologiche di Wagner, con divinità e cavalieri germanici, con le loro rappresentazioni del bene e male, abbiano contribuito a plasmare la personalità di Hitler. Wagner era sostenitore del nazionalismo tedesco estremo che scrisse della necessità di una grande soluzione per la minaccia ebraica prima che i nazisti mettessero in pratica la loro. Hitler idolatrava Wagner definendo la sua musica, la sua religione. Hitler viveva le opere di Wagner, credeva di essere lui stesso un eroe wagneriano, si vedeva come un cavaliere moderno costretto a una lotta contro il male. Gli scritti
politici del musicista contavano tra le letture preferite di Hitler e come lui stesso sosteneva “ chiunque voglia comprendere la Germania nazionalsocialista deve conoscere Wagner ”. Persone d’inchiostro I personaggi della finzione narrativa non sono nient'altro che gocce d'inchiostro sulla carta. Si muovono attraverso il nostro mondo in carne e ossa e vi esercitano un potere reale ciò è vero al massimo grado per le narrative finzionali di genere sacro. Le persone d'inchiostro della Scrittura hanno una presenza reale, viva nel nostro mondo, influenzano i nostri comportamenti e le nostre usanze e trasformano le società e la storia. Nel 1835, Edward Bulwer-Lytton scrisse un romanzo intitolato Rienzi. Il giovane Richard Wagner ne fu ispirato e ne trasse il soggetto per il libretto della sua opera. Wagner portò sul palcoscenico quelle persone d'inchiostro e narrò la loro vicenda con arie d'opera. Quelle arie cambiarono Adolf Hitler e, attraverso Hitler, il mondo. L'undicesima edizione della Encyclopaedia Britannica attribuisce un vasto potere all'arte letteraria, dicendo che ha avuto sul destino umano lo stesso effetto del controllo del fuoco, anche se non tutti la pensano così ( Auden scrisse che la poesia non fa accadere nulla e Oscar Wilde che tutta l'arte è completamente inutile). Le persone non sono stupide, riconoscono la differenza tra realtà e fantasia e non si lasciano manipolare così facilmente. Nel 1852, la storia della terribile lotta di Eliza Harris (schiava che riesce a fuggire in Canada salvando il figlio), insieme a quella di un altro schiavo della tenuta Shelby, lo zio Tom, fu ripubblicata in volume (nel XIX secolo il libro più venduto dopo la Bibbia). "La capanna dello zio Tom" spaccò in due l'opinione pubblica americana perché mostrando la crudeltà della schiavitù, alimentò le simpatie abolizioniste nel Nord e, dipingendo la schiavitù come un'istituzione infernale gestita da bruti, contribuì a galvanizzare il Sud nella difesa della schiavitù stessa. La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe esercitò un fortissimo impatto sulla cultura americana. In gran Bretagna il successo del romanzo contribuì a far sì che gli inglesi, i cui interessi economici erano nel sud, rimanessero neutrali. La questione interessante non è se in certi casi le storie cambino le persone o influenzino la storia, ma se questi cambiamenti siano prevedibili e sistematici. Uno scettico potrebbe dire che gli aneddoti non fanno una scienza. Negli ultimi decenni, grossomodo in corrispondenza con la nascita della televisione, la psicologia ha avviato una ricerca approfondita sugli effetti delle narrazioni sulla mente umana. I risultati degli studi hanno dimostrato che la finzione narrativa ci plasma la mente. Le storie ci insegnano dei fatti relativi al mondo reale; influenzano la nostra logica morale e ci segnano con paure, speranze e ansietà che alterano il nostro comportamento. La ricerca mostra che le storie ci condizionano, modellano la nostra mente senza che ne siamo consapevoli. Più siamo affascinati dalle storie, più potente è l'influenza che esercitano su di noi. Quasi tutti siamo convinti di sapere come separare la fantasia dalla realtà: crediamo di tenere le informazioni ottenute dalle narrazioni finzionali in quarantena, isolate dai magazzini delle conoscenze generali, anche se in realtà non sempre è così. Nello stesso scomparto mentale, mischiamo informazioni ottenute da fonti sia finzionali sia non finzionali. Attraverso le storie non si trasmettono solo informazioni statiche. Tolstoj pensava che il lavoro di un artista fosse quello di contagiare il pubblico con le sue idee e le sue emozioni: più forte è il contagio e migliore è l'arte in quanto arte nella finzione narrativa i sentimenti e le idee sono altamente contagiosi, e le persone tendono a sopravvalutare il proprio esservi immuni. Anche storie di terrore lasciano il segno. Come afferma lo psicologo Raymond Mar , i ricercatori hanno ripetutamente riscontrato che gli atteggiamenti dei lettori tendono a diventare più congruenti con le idee espresse in un'opera di finzione narrativa. Gli effetti della violenza presentata nei mass media sono stati oggetto di centinaia di studi negli ultimi quarant'anni. Negli esperimenti di laboratorio, adulti e bambini si comportano in maniera più aggressiva dopo aver visto un telefilm violento. E alcuni studi a lungo termine suggeriscono che ci sia una relazione fra la quantità di finzione violenta consumata nell'infanzia e l'effettiva probabilità di comportarsi in modo violento nel mondo reale. Non solo le attitudini verso sesso e violenza vengono plasmate dalla finzione narrativa, ma anche i profondi credi e valori morali degli individui sono modificati dalla finzione narrativa che questi consumano; le rappresentazioni finzionali di persone “bianche” dopo aver visto un film di famiglia “dei neri” hanno un atteggiamento più positivo verso loro.