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L’uomo e la libertà in Freud, Bergson e Popper Partendo da un’analisi primaria e introduttiva del tema della libertà secondo Umberto Galimberti, il concetto fondante di questo elaborato verrà poi trattato singolarmente a partire dal pensiero dei tre filosofi in questione. Successivamente si passerà a collegare questo tema trasversalmente con alcune delle altre discipline di studio. Contiene note a piè di pagina, bibliografia e sitografia.
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Matilde Lanzarotto, 3G 1 Maggio 2020
L’uomo e la libertà in Freud, Bergson e Popper
Partendo da un’analisi primaria e introduttiva del tema della libertà secondo Umberto Galimberti, il concetto fondante di questo elaborato verrà poi trattato singolarmente a partire dal pensiero dei tre filosofi in questione. Successivamente si passerà a collegare questo tema trasversalmente con alcune delle altre discipline di studio. Contiene note a piè di pagina, bibliografia e sitografia.
● “L’illusione della libertà”, di Umberto Galimberti ● La libertà umana secondo Bergson ● La libertà umana secondo Popper ● La libertà umana secondo Freud ● Riscontri del tema della libertà in altre materie trattate, con confronti trasversali secondo approcci differenti e con le teorie sopra enunciate ● Bibliografia e sitografia
Nella conferenza che Galimberti ha tenuto all’Università del Salento il 24 settembre 2016 egli parla di “illusione della libertà” analizzando questo tema attraverso il diritto, la storia e l’economia, oltre che la filosofia naturalmente, percorrendo un itinerario molto ampio e vario, che tratta questo concetto sotto diversi punti di vista. In questa sezione intendo analizzarne i punti che ho trovato più interessanti per svilupparne una riflessione. Ho scelto di partire da questo intervento perché tocca molte sfaccettature di questo tema, con cui si troveranno raffronti anche nei singoli filosofi presi in esame.
Galimberti ritiene che il diritto si fondi sul concetto di libertà tramandato dal cristianesimo, secondo cui l’uomo è libero perché creato da Dio, e per questo l’individuo è anche responsabile e dunque punibile per le sue azioni. Anche il diritto nasce in quest’ottica, quella di assicurare la libertà facendo rispondere gli uomini degli effetti e delle intenzioni che hanno causato le azioni. “Il diritto giudica a partire dall’intenzione, presupponendo che essa sia decisa dalla tua deliberazione, cioè dalla tua libertà di fare una cosa piuttosto che un’altra”.
I diritto romano stesso si fonda sul concetto di libertà: “Nel diritto romano c’erano i liberi, quelli che erano esonerati dal lavoro, libertas a laborem , e quelli che non erano liberi erano quelli che invece dovevano lavorare tutta la vita, cioè gli schiavi. Se poi qualche schiavo era intelligente e aveva una qualche virtù per cui potesse servire al padrone, allora veniva in parte liberato, lo si chiamava liberto .” È interessante partire da questa disciplina perché incanala il lettore nella questione trattata. Infatti già da questo punto si ha la percezione che la libertà decantata dalla legge, garantita al singolo per regolare la sua vita e i suoi diritti, in realtà sia una sorta di prigionia, o meglio che essa contenga una doppia faccia. E se la libertà contiene in sé anche la non libertà, essa non è chiaramente totale. Trovo che questo sia un inizio molto efficace per dimostrare gradualmente l'assenza totale di libertà, come afferma Galimberti all’inizio dell’intervento.
Assumendo poi un taglio storico , egli afferma che “Il concetto di libertà enunciato dagli inglesi nella Magna Carta è la libertas a lege , la libertà dalla legge, che era la prerogativa dei re, dei ricchi e dei nobili; e questo è un concetto che non è sparito, anche noi abbiamo avuto degli esempi di gente al
potere che cercava la libertà dal potere, e non la libertà nella legge.” Ecco quindi che viene presentato uno dei tanti aspetti ambigui e contraddittori della libertà, un tema troppo ampio per essere trattato unicamente. Libertà può voler dire sia essere liberi dentro ad un sistema, quello sociale e legislativo in questo caso, oppure essere totalmente liberi da qualsiasi sistema. Credo però anche solo il fatto che esista un sistema faccia sì che l'individuo non ne sia mai totalmente franco. I potenti di cui parla Galimberti sono uomini che hanno voluto uscire dal sistema, ed avere un potere quasi assoluto, indeterminato e non regolato da qualsiasi norma.
Segue poi dicendo: “Nel 1500 ci si è resi conto che questa libertas a lege non funzionava un granché, creava delle disparità sociali, ma soprattutto non attutiva i conflitti. E allora si è pensato che sarebbe bene che tutti gli individui rinunciassero a una fetta della loro libertà a favore dello Stato, che non è una brutta cosa. […] Si conferisce una parte di libertà allo Stato e nasce l’assolutismo.” Il primo problema che si riscontra è proprio il fatto che la libertà dalla legge sia conseguibile solo agli individui più forti, ricchi e potenti, e che quindi le altre fasce della popolazione le siano escluse. Viene spontaneo pensare di ovviare a questo problema cedendo una parte di libertà a un organo superiore, in questo caso stato, che regoli le libertà affinché siano garantite per ogni cittadino. Galimberti sostiene che questo fenomeno non sia da considerarsi negativo, a meno che non si amplifichi e degeneri nel assolutismo. Come ho detto nello scritto riguardante i tre sistemi economici a confronto, l'assolutismo politico dello Stato nella storia è confrontabile con il sistema economico pianificato. Entrambe le organizzazioni hanno infatti molti effetti positivi purché le loro caratteristiche siano mantenute controllate.
“Poi questa libertà viene riproposta dalla Rivoluzione Francese, la quale dice “Liberté, Égalité, Fraternité” […] con l’ égalité si sono fondati i movimenti socialisti e poi comunisti, sulla liberté si sono fondati quelli liberali e conservatori” Penso che questo raffronto sia molto interessante, perché confronta due epoche storiche per certi versi molto diverse, ma ispirate agli stessi principi, analizzando lo sviluppo di alcuni ideali in forme politiche e partiti.
“E infine Marx dice che la libertà rivendicata dalla Rivoluzione Francese è una libertà solo formale” perché il fatto di essere tutti liberi e tutti uguali “non funziona bene” perché “la vera uguaglianza è quella economica, perché chi è ricco è più libero di chi è povero” Bisogna quindi, secondo Galimberti garantire prima l’uguaglianza e poi parlare di libertà a partire dal primo concetto. Mi trovo d'accordo con quest'idea, in quanto ritengo che, malgrado a volte si tenti di far sembrare il contrario, la struttura economica influenzi moltissimo la condizione umana. Anche in una società fondata sull'uguaglianza, essa non ha una stretta corrispondenza con la libertà, Galimberti infatti fa notare la scissione tra questi due termini, difficilmente unificabili in un unico concetto, che non hanno sicuramente un andamento direttamente proporzionale, come illustrato nell'esempio sopra citato.
Di nuovo in ambito economico inoltre, come visto nel lavoro concernente i tre differenti sistemi economici, si può parlare di libertà. Galimberti afferma che “Di fronte alle regole di mercato ti devi assoggettare”, sia in un’economia di mercato, in quanto, nonostante tu abbia la libertà di entrarci, è il mercato a decidere se puoi fare impresa o no, se vali o no, in base a quanto rendi e a quanto ti sai adeguare alle sue richieste e meccanismi, sia in un’economia di piano, dove la libertà del singolo è molto limitata perché lo Stato assume una posizione di centralità nella vita economica. A tal proposito il filosofo afferma “Non è che uno è libero di tenere aperta un’azienda che perde se il mercato dice che è fuori mercato. Dove va a finire la libertà? Non è libero di tenersi gli operai se non è più in grado di pagarli. Il mercato è una dimensione che decide la tua sorte, punto e a capo. E la tua libertà è semplicemente un adeguamento a quello che non puoi far altro che così ”
Egli attua poi un confronto tra pubblico e privato , e il rapporto umano con queste due aree: “La distinzione tra pubblico e privato sta a dire che tu privatamente puoi fare quello che vuoi, puoi drogarti, puoi avere l’amante, puoi uccidere persino la moglie, ma nel pubblico tu il lunedì devi essere
ulteriormente, per l'impossibilità di raggiungerle o per la vacuità del piacere che possono fornire all'animo umano. Delle illusioni Galimberti parla nel passo successivamente riportato. “Poi c’è il mondo come rappresentazione, il mondo dell’io, siamo noi che, non accettando di essere dei funzionari della specie e basta, ci inganniamo attraverso i nostri progetti e i nostri sogni, le nostre cose”
Infine egli cita Freud che afferma “L’io non è padrone in casa propria” per le esigenze della specie a cui obbedisce pedissequamente: Galimberti fornisce quindi un esempio sulla maternità, che riporto testualmente. “Prendete una donna, e guardate il suo profilo dal punto di vista dell'io e dal punto di vista della specie. Questa donna mette al mondo dei figli, e deve mettere in gioco la trasformazione del suo corpo, il trauma della nascita, la soppressione del suo tempo, la disponibilità continua e ininterrotta per l'allattamento e la cura infantile. Dal punto di vista del suo io è una perdita secca, ma per la specie è la condizione della sua vita, della sua e della specie. Questo dissidio c'è, questa lacerazione c'è, e le mamme odiano anche i figli -e le capisco benissimo-, il mito dell'amore materno è una brutta storia che colpevolizza le donne, le donne amano i figli ma li odiano anche. C'è anche dell'aggressività con questa persona che ti ha portato via sostanzialmente tutto.” Anche questo esempio può sembrare macabro ed esagerato, però io ritengo abbia un fondo di verità e che sicuramente faccia riflettere molto sull'evento straordinario che è la maternità. Questo evento naturale che costituisce forse la gioia più grande per la vita di una donna può rivelare in realtà la sua natura ambivalente. Da un lato Infatti obbedisce alle leggi della specie ma non a quelle della condizione umana della donna. Egli deve infatti essere pronta a sacrificare molto di sé in vista di questa nascita e della cura del bambino, e viene preparata fin da bambina a questo momento, come se fosse naturale e quasi d'obbligo sacrificare qualcosa di sé per la vita di qualcun altro. Questo potrebbe essere uno dei tanti motivi che concorrono a non far sentire realizzata una donna nel momento in cui essa non possa avere dei figli. Ritengo però che,nonostante esso sia Indubbiamente un momento centrale nella vita di una donna, dipenda molto da come la donna lo vive e dai sentimenti che nutre verso il figlio.
“Liberi da che? Freud ci dice che entro i 6 anni si formano definitivamente le nostre mappe cognitive ed emotive. [...] Il nostro modo di conoscere sarà deciso dal modo con cui si sono formate queste mappe, il nostro modo di sentire sarà deciso dal modo con cui si sono formate queste mappe.” Questo concetto è interessante da analizzare perché punta i riflettori anche su temi quali la libertà di opinione la libertà che l'uomo può raggiungere grazie alla cultura. Da questa visione sembra infatti che nemmeno quello che conosciamo, apprendiamo e crediamo ci possa aiutare nel formare un pensiero libero, perché tutto ciò risulta comunque deciso da qualcun'altro, o meglio è quasi predestinato per certi versi.
E infine egli chiude l’intervento affermando che “la tua identità confligge con l’ipotesi della tua libertà. […] La fiducia sociale dipende dal fatto che siccome ti conosco, e conosco la tua identità, di te mi fido, cioè ipotizzo che non puoi rubare, ipotizzo che non puoi fare scelleratezze, perché la tua identità non te lo consente, tu sei "quello lì che non fa scelleratezze". La fiducia sociale si fonda sul fatto che tu non sei libero, perché la tua identità ti marchia e fa prevedere che il tuo comportamento sia quello che tu mostri. [...] L'identità è incompatibile con la libertà, punto e a capo. E allora siccome l'identità ce l'abbiamo tutti, non so, andate a trovare voi un posto per dire che siete liberi.” L’assunto proposto da Umberto Galimberti è estremamente innovativo e logicamente deducibile dai concetti enunciati prima. Inutile quindi pensare che l'uomo, come singolo, sia libero. Per dimostrare questo il filosofo porta come esempio la “fiducia sociale”. Il ruolo che la nostra identità ci ha ritagliato nella collettività è qualcosa di identificativo della nostra persona, perché contiene una serie di caratteri della nostra indole, ma da questi noi non siamo liberi, ma determinati da una serie da fattori che determina anche il nostro trattamento nella società. Il profilo che noi ci creiamo di fronte alla gente ci imprigiona, facendo in modo che la persona che abbiamo di fronte si fidi o diffidi di noi in base a queste caratteristiche, quindi in base al fatto che non siamo liberi. E se non siamo liberi dalle caratteristiche del nostro io non siamo liberi né verso gli altri né verso noi stessi. Questo è l'approdo massimo a cui
arriva il filosofo, l'assoluta e totale assenza di libertà nell’individuo per l’incompatibilità tra soggettività e libertà.
Per analizzare il concetto di libertà riferita all’uomo nel pensiero di Bergson è opportuno riassumere brevemente ciò che egli pensa riguardo alla coscienza , fulcro della sua analisi e argomentazione filosofica. Parlando di coscienza , la si deve relazionare al concetto di durata , caratteristica principale della prima. Bergson lega all’idea di durata la sua difesa della libertà e la critica al determinismo (e la sua presunzione di spiegare la vita della coscienza). Nella coscienza non sono mai presenti due “eventi identici”, quindi anche la determinazione di eventi successivi uguali ai precedenti è impossibile, ed è errato anche solo tentare ogni sorta di “profezia”. La coscienza infatti non è catalogabile e divisibile in stati distinti come suoi sottosettori, perché «l’io è una unità in divenire», dove «nulla vi è di identico, niente vi è di prevedibile». Sia coloro che credono nel determinismo sia^1 coloro che, invece, difendono il libero arbitrio sono in errore perché applicano alla coscienza le categorie tipiche di ciò che è invece esterno alla coscienza, cercando di “bloccarla” in schemi a lei estranei, per la sua natura continuamente in cambiamento. Indagando le cause determinanti dell’azione (nel caso dei deterministi) o ponendo la causa della libertà nella volontà (nel caso dei sostenitori del libero arbitrio) si cade in errore perché si presuppone un’idea di coscienza come somma di atti distinti , concetto che collide con l'andamento incondizionato della coscienza. Per questo motivo Bergson scrive «siamo liberi quando i nostri atti emanano dalla nostra personalità intera, quando la esprimono». La libertà dipende quindi dalle nostre azioni , ed esse dipendono a loro volta dal nostro carattere. Ciò significa che i nostri atti dipendono da noi, da quello che siamo e che siamo diventati. «Se coincidiamo con quel che siamo, allora siamo liberi» 2 A questa riflessione si potrebbe obiettare che a volte, anzi spesso, i nostri atti non provengono dalla radice profonda del nostro io, nel caso delle abitudini o dell’influenza dei fenomeni esterni, percui esse potrebbero essere facilmente prevedibili. In quel caso capiamo dal filosofo che la libertà è assente. Nel caso in cui invece i nostri atti siano dettati dal profondo di noi stessi, se sono espressioni della nostra persona nella sua totalità, la loro libertà è incontrastabile. Dunque più restiamo in superficie (per riprendere il concetto pirandelliano di persona-personaggio ) limitandoci ad essere persona , una maschera della nostra vita, più le nostre azioni saranno prevedibili e la nostra libertà nullificata. Se al contrario l’uomo ha coraggio di recitare nella sua vita come personaggio , distanziandosi dalla collettività a costo di esserne isolato, se ha la capacità di scendere in profondità e di essere sé stesso fino in fondo, dando gloria alla sua individualità, le sue azioni saranno imprevedibili e dunque libere. Il pensiero di Henri Bergson collide quindi profondamente con l’idea di Galimberti secondo cui l’identità e la libertà sono inconciliabili.
Un altro fulcro del pensiero di Bergson è costituito dall' intuizione e dall'idea della vita come flusso continuo, che analizzo sinteticamente per contestualizzare e motivare il pensiero. L’ intuizione è «la visione dello spirito da parte dello spirito», essa dunque è immediata come l' istinto e consapevole come l' intelligenza , che singolarmente non riescono a dare la realtà. L’ intuizione è un processo reale dove le cose appaiono “prive di tutti i limiti con i bisogni quotidiani e le urgenze dell'azione”. Questo processo è in grado di svelare la durata della coscienza e il tempo reale, e ci “rende deboli di quella libertà che siamo noi stessi”. Analizzando questo concetto in riferimento alla libertà si può affermare che l'intuizione, immergendo l’uomo nel fiume della vita, gli fa avvertire la sua libertà.
Bergson analizza inoltre l'uomo dal punto di vista sociale , ritenendo che egli segua in genere la via già esplorata da altri individui e codificata nelle regole della sua società, adeguandosi a queste norme ed esaltandone gli ideali, nel tentativo di conformarvisi. Alla base della società c'è quindi solamente l' abitudine di contrarre abitudini , unico fondamento dell'obbligazione morale dell'uomo. Ed infatti
(^1) G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi 3 , Editrice La Scuola 1983, p. (^2) G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi 3 , Editrice La Scuola 1983, p.
mentis che lo ingloba in un pensiero organizzato e identico a tutti gli altri individui, e che la sua autonomia sia solo apparente. Successivamente vedremo anche Seneca esprimersi su questo punto, concependo una possibilità di libertà priva di condizionamenti dottrinali per il sapiens , e Tacito, che ne scopre l’impossibilità durante l’epoca del principato. Naturalmente, affinchè l’individuo sia libero nel formulare idee è necessario che egli possa prendere parte alle decisioni da prendere, e deve quindi vivere in uno Stato democratico. All’interno di esso il governato può quindi criticare apertamente i propri governanti e sostituirli “senza spargimento di sangue”, al fine di perfezionare determinate istituzioni. L’ elasticità della forma di Governo è un altro carattere fondamentale perché l'individuo sia libero: il regime infatti non dev'essere rigido, fisso e immobile, ma deve sapersi modificare all'occorrenza quando le condizioni precedentemente imposte si verificano errate o non più adatte alle quelle attuali. Esso dev'essere quindi suscettibile a riforme per risolvere conflitti e tensioni sociali.
Per Popper, inoltre, i più grandi ideali umanitari sono costituiti dalla giustizia e della libertà. Nella gerarchia che egli formula quest’ultimo concetto si colloca un “gradino” sopra il primo, poiché solo in una società libera si può tendere anche alla giustizia. Egli dice infatti «In una società chiusa, in una tirannide o in una dittatura, dove la critica non è possibile, nemmeno la giustizia sarà raggiunta: qui ci sarà sempre la classe privilegiata dei servi del tiranno», pensiero che personalmente condivido e che dovrebbe essere il primo articolo di una ipotetica “nuova Costituzione” dei Paesi in cui la libertà non è assicurata all’uomo, motivo per cui egli vive anche condizioni di ingiustizia profonda.
(^7) G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi 3 , Editrice La Scuola 1983, p.
(^8) P. Legrenzi, Storia della psicologia , Edizioni Il Mulino, Bologna 1980, p. (^9) P. Legrenzi, Storia della psicologia , Edizioni Il Mulino, Bologna 1980, p.
uguaglia ogni cosa, mentre la fortuna distribuisce male i beni comuni e assoggetta gli uni agli altri uomini nati con gli stessi diritti. Dopo la morte nessuno è più soggetto all’arbitrio altrui; [...] E’ la morte, aggiungo, che fa sì che si possa conservare un animo indipendente e padrone di sè stesso»^13
Un’altra tematica per cui si possa parlare di libertà in Seneca è il tempo. Dato che la morte si avvicina continuamente noi, utilizzare il tempo che ci è concesso nel modo più proficuo è essenziale per la vita del saggio. La libertà in questo caso si configura come dominio del tempo, sia nella dimensione interiore, dedicandosi alla conoscenza del proprio animo e agli studia , sia rendendosi utili al prossimo nell’ambito sociale e politico con impegno per il bene comune. Al di là delle occupazioni con cui l’uomo riempie la propria vita, il fulcro del discorso consiste proprio nella padronanza di sé e dei propri giorni.
Altra forma di liberazione data della morte è la separazione dal corpo. In Epistulae ad Lucilium leggiamo infatti «Sarò messo in catene: ebbene? Ora sono forse libero? A questo grave peso del mio corpo la natura mi ha legato. Morirò: vuoi dire: cesserò di potermi ammalare, cesserò di poter essere incatenato, cesserò di poter morire.» Ancora una volta la morte pone fine a tutto, anche alla prigionia dell’anima e dalla possibilità di morire, che incatena l’uomo in vita per il suo continuo avvicinarsi. Anche in questo caso la morte rende schiavi in vita, quando deve ancora giungere, ma, come la filosofia, sa affrancare l’uomo da ogni forma di assoggettamento. E ancora: «La morte o ci consuma o ci spoglia [del corpo]: se liberati [dal corpo], restano le cose migliori, essendo sgravati di un peso; se consumati, nulla più resta, parimenti scompaiono i beni e i mali» 14. La liberazione è totale nel momento in cui l’individuo di può affrancare anche dalla morale , dai parametri che stabiliscono ciò che è buono e ciò che non lo è.
Tacito è il secondo autore della letteratura latina per il quale vorrei spendere qualche riga. Il motivo di questa scelta è data dal fatto che Tacito ce ne parla in modo concreto, distaccandosi dalle sentenze e dalle “verità” che ci fornisce Seneca, in modo più teorico. Un’opera in cui affronta questo tema è il Dialogus de oratoribus , in cui in realtà Tacito parte parlando della decadenza dell’oratoria attraverso la voce dei suoi tre protagonisti, Messalla, Apro e Curiazio Materno. A un certo punto quest’ultimo interviene indicando quelle che ritiene le “vere cause” della decadenza dell’eloquenza: «quest’ultima non può fiorire se non in tempi di libertà politica, libertà che d’altronde porta con sé, inevitabilmente, la licenza e il disordine e anche il sangue delle discordie. In uno Stato, viceversa, tranquillo e bene ordinato, quale può garantire soltanto l’istituzione del principato, i cittadini godono i vantaggi della pace: ma la fiamma dell’eloquenza non può far altro che spegnersi, per mancanza di alimento» 15. Ecco che qui la libertà è concepita diversamente da Popper, per esempio. La pace non rende l’uomo libero, sono le discordie, l’atmosfera dinamica e viva, non stantia, che rende l’uomo completo e libero di dire. La libertà è qui infatti vista come libertà di parola , essenziale per la completa attuazione della soggettività umana. Nelle sue opere storiografiche e annalistiche Historiae e Annales egli analizza inoltre molti governi passati, e la libertà di esprimersi dell’individuo viene sempre presa come parametro di analisi. Rispetto al pensiero di Galimberti, Tacito è divergente: egli sostiene che in un regime diverso da quello del principato l'identità dell'individuo non collide con la sua libertà, ma può invece possa esprimerla appieno. Se è in grado di affermare i suoi pensieri apertamente, egli afferma la sua identità e la sua autonomia a gran voce, soprattutto attraverso l'esercizio dell'eloquenza. E ancora il pensiero di Bergson ha per certi versi delle corrispondenze con l'idea di Tacito. Egli ritiene infatti che le azioni dell'uomo siano libere nel momento in cui scaturiscono dal suo animo
(^13) Seneca, Consolatio ad Marciam 20, (^14) Seneca, Epistulae ad Lucilium 24, 17- (^15) G. Pontiggia, M. C. Grandi, Bibliotheca Latina 3 , Principato, Milano 2014, p. 344
incondizionato, cosa che anche Tacito ritiene attuabile in un governo diverso da quello narrato e da lui sperimentato.
Per quanto riguarda la letteratura italiana e inglese, ho scelto di portare un argomento con un taglio differente dai precedenti (Seneca e Tacito), ma che comunque trovo inerente al tema di questo scritto. L'affascinante figura dell'inetto, che troviamo sia in Svevo che in Pirandello per quanto riguarda la letteratura italiana, e in James Joyce per quanto riguarda quella inglese, hanno stimolato in me una riflessione da un punto di vista differente. La differenza sostanziale sta nel fatto che gli autori latini precedentemente citati guardavano alla libertà dell'individuo da un punto di vista “esteriore”, analizzando cioè le dinamiche umane sempre in rapporto al mondo, come nel caso della libertà di parola o di partecipare alla vita politica. In questa sezione invece vorrei analizzare il tema della libertà dal punto di vista dell'animo umano, che poi ha ripercussioni sull'ambiente esterno. Il soggetto in questione vive innanzitutto una condizione di disagio interiore, un senso di inadeguatezza alle aspettative del mondo in cui vive e di incapacità a compiere delle scelte. Le “avventure” dei vari personaggi di cui parlerò sono diverse, ma esprimono tutte le diverse peculiarità della personalità di questi individui. Dove troviamo il concetto di libertà nell’inetto? Egli mi è sempre parso una figura assolutamente “non libera”, schiava di molti processi mentali contorti e reconditi all’interno della sua mente. Egli continua a crearsi delle convinzioni e delle certezze, con molta fatica vista la sua insicurezza cronica, e puntualmente esse collidono con il mondo circostante, scaraventandolo negli angoli più bui della sua interiorità. Questi personaggi sono schiavi dentro sé stessi, dentro i blocchi e le paure che contengono, come sosteneva Freud e come ha ripreso Galimberti nella conferenza, dicendo “L’io non è padrone in casa propria”.
Vorrei partire da Italo Svevo , dato che di Pirandello ho già parlato nella sezione relativa all’intervento di Galimberti. Nei romanzi Una vita , Senilità e La coscienza di Zeno i personaggi sono innanzitutto insoddisfatti della loro vita e del loro impiego: sia Alfonso Nitti che Emilio Brentani sono letterati mancati costretti a lavorare in banca. Nel mondo in cui vivono essi si innamorano sempre di alcune donne, come Annetta, Angiolina e Ada, che quasi mai corrispondono il sentimento. Un esempio della non-libertà di Alfonso Nitti è rappresentato dall’episodio in cui egli, sul punto di sedurre la ragazza amata, si “autocensura” e scappa. In questo momento il suo animo gli ha ricordato la prigionia in cui vive, gli ha ricordato di non “allargarsi” eccessivamente fuori dai confini entro cui deve vivere. Questo episodio mi ha ricordato la teoria dei sogni di Freud, secondo cui la mente censura (e fa finire il sogno) proprio nel momento in cui il soggetto sta per compiere qualcosa di eccessivo, proibito o irrealizzabile. Ho anche pensato che Alfonso forse sia scappato per tutelarsi, cioè per preservarsi da un possibile fallimento, nonostante egli tenesse ormai “in pugno” la ragazza, su cui esercitava il tipico fascino dell’intellettuale. Questo blocco verso la dimensione relazionale con l’altro sesso si riscontra molto spesso in queste figure. In questo caso ciò conduce Alfonso al suicidio quando, ritornato a Trieste dopo la fuga, egli trova la ragazza già sposata e non ha il coraggio di duellare con suo fratello. In Senilità il protagonista, Emilio Brentani, sempre per la condizione di illibertà in cui vive, si autoinganna all’interno dell’intreccio del romanzo. Per esempio egli si autoconvince di non provare un sentimento d’amore per Angiolina, la ragazza amata, e di volerla solo educare con un atteggiamento paternalistico verso la “retta via”, per correggere le sue abitudini lascive. L’esempio più eclatante della prigionia dell’io all’interno del suo mondo interiore si trova nel romanzo La coscienza di Zeno , soprattutto per l’approccio psicanalitico che Zeno assume nella narrazione. Vorrei riportare alcune frasi esplicative da questo romanzo. " Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente ." Qui notiamo la sua insicurezza e il senso di insoddisfazione che lo affligge,
sarebbe stato diverso. Sarebbe stata una donna sposata. La gente l’avrebbe trattata con rispetto e non com’era stata trattata sua madre. Persino a diciannove anni compiuti temeva la violenza paterna.
prigionia in sé stessa. La sua mente elabora continuamente pensieri contrapposti, nel caos che si genera nell’inetto affetto dalla cosiddetta paralysis , o will disease , ovvero la “malattia della volontà”:
suo essere: quella vita di sacrifici e di meschinità sfociata nella finale follia! [...] Fuggire! Sì, assolutamente! Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva
dove sarebbe dovuta salpare, vede in quella massa d’acqua tutte le sue paure, che non ha il coraggio di attraversare. Quel mare mi è sembrato una sorta di “ponte” verso la vita ideale, che per l’inetto è irraggiungibile. Questa scena mi ricorda la fuga da Annetta di Alfonso, e penso che anche in questo caso ci si possa collegare alla teoria dell’autocensura che Freud formula per i sogni, ma che è viva e lampante in questa scena in cui Eveline scappa da qualcosa di “troppo bello per essere vero” e per lei
guance esangui e fredde e in quella sua disperata confusione di rivolgeva a Dio chiedendogli di guidarla, di indicarle la cosa giusta da fare. [...] Se partiva, l’indomani si sarebbe ritrovata sul mare con Frank, diretta a Buenos Aires. I biglietti per la traversata erano pronti. Come tirarsi indietro dopo tutto quello che Frank aveva fatto per lei? L’angoscia le salì dietro come una nausea, e continuò a formulare con le labbra una preghiera fervente. Una campana le rintoccò sul cuore. Sentì che Frank le stringeva la mano: «Vieni!». Tutti i mari del mondo le si riversarono sul cuore. Lui voleva trascinarla in essi, la voleva annegare. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro. No! No! No! Era impossibile. Le mani strinsero frenetiche il ferro. [...] Rivolse verso di lui il viso pallido, sembrava quello di un animaletto inerme. E i suoi occhi non gli diedero alcun segno di amore o d’addio o di
precedentemente: l’esito di quell’annientamento della sua libertà è l’apatia, la mancanza di sentimenti e di volontà, e quindi di totale prigionia. Nel momento in cui lei può liberarsi, avverte la paura di quella libertà e preferisce il suo contrario, sicuro, protetto e triste. Questo concetto ricorda un esempio visto a lezione: un uccellino in gabbia desidera ed escogita per tutta la vita il modo per uscirne, ma quando la gabbia si apre, egli teme la libertà perché non conosce un mondo diverso da quello in cui ha vissuto. L’uccellino quindi non esce, come Eveline non salpa sulla nave, per il timore di non essere in grado di vivere un mondo davvero libero, che non ha mai conosciuto.
Ci sarebbero molti altri esempi di cui parlare dall letteratura inglese, Uno di questi è Manfred di Lord Byron , uomo solitario che cerca la libertà in una vita appartata in luoghi remoti, aridi e lontani dal mondo, avvertendo la sua distanza dalla società in cui vive. Un altro esempio che però tratta la libertà dal punto di vista storico e sociale oltre che individuale, è contenuto nel romanzo 1984 di George Orwell. Per non appesantire eccessivamente questo elaborato, ho scelto di parlare di Eveline perchè ritengo che la figura dell’inetto affronti questo tema in maniera originale per il taglio psicologico assunto, fulcro dell’analisi sull’uomo effettuata anche da Sigmund Freud.
BIBLIOGRAFIA :
G. Reale, D. Antiseri, Il pensiero occidentale dalle origini ad oggi 3 , Editrice La Scuola 1983
Le garzantine, Enciclopedia tematica, Filosofia , RCS Quotidiani S.p.a, Milano 2006
G. J. Craig, Lo sviluppo umano , Edizioni Il Mulino 1980
(^16) J. Joyce, Dubliners. Traduzione di Francesco Franconeri, Giunti Editore S.p.A., Milano 1993
P. Legrenzi, Storia della psicologia , Edizioni Il Mulino, Bologna 1980
G. Pontiggia, M. C. Grandi, Bibliotheca Latina 3 , Principato, Milano 2014
J. Joyce, Dubliners. Traduzione di Francesco Franconeri, Giunti Editore S.p.A., Milano 1993
https://www.youtube.com/watch?v=lJ6udkwoMZ4 Umberto Galimberti presenta: L'illusione della libertà. Evento organizzato da Università del Salento, Comune di Taviano, il Teatro della Busacca e Vico degli Scettici. Taviano (LE) auditorium comunale "Aldo Tundo" 24 settembre 2016