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Riassunto del libro "La giudeofobia in Russia" di De Michelis
Tipologia: Sintesi del corso
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semplicemente una coppia di opposti che si escludono a vicenda, difformi negli intenti e nella sostanza? O verità e falsità hanno più punti in comune di quanto si possa a prima vista ipotizzare considerando l’una l’immediata negazione dell’altra? Solo da questi pochi quesiti è chiaro che il provoca-torio ossimoro di una verità del falso appartiene a qualsiasi studio che ha come oggetto i meccanismi e gli esiti della contraffazione. Se il vero, che sembra imporsi come indiscusso, è il rovescio del falso, la loro giustapposizione ha come effetto immediato la distanza, così che la verità appare improvvisamente quale assai discutibile principio di identificazione. È del tutto evidente quanto l’era digitale, alla quale siamo ormai avvezzi, abbia aumentato a dismisura le occasioni di falsificazione, assoluta-mente immediate, a portata di mano, invitanti. Da qui la ragione dell’odierna congiuntura tanto favorevole a ricerche, convegni e saggi sul tema e da qui l’esigenza di inoltrarsi in sempre nuove domande e percorsi. Come si sa, il plagio ha mietuto vittime fra studiosi, scrittori e politici, è divenuto una pratica tanto diffusa in ambito universitario da rendere necessari chiarimenti pubblici circa i confini esistenti fra autorialità e bene comune, si è autoeletto a formula di successo rendendo famosi scrittori in erba, disinvolti navigatori nel mondo del web. Un problema ovviamente complesso, da approfondire e da spiegare, ancora più problematico poi se si allarga la cerchia e si pensa a insigni scrittori accusati di plagio (per esempio Brecht) che hanno ricusato ogni condanna appellandosi all’arbitrio creativo, caparbiamente libero di attingere da ogni dove: a essere rivendicato può essere l’impegno didattico della ripetizione, il gesto della riscrittura e del montaggio, ma anche l’originalità di una pratica della falsificazione, dove acume critico e dialogo con voci altrui possano risultare concretamente vincenti contrastando in fieri ogni astratta individualità creatrice. Proprio a cospetto di tali rivendicazioni autoriali si rende sempre più necessario parlare, studiare, interrogarsi sulle mutevoli identità della falsificazione. Per affrontare il falso bisogna, come si è detto, interrogarsi sulla verità. Perché in fin dei conti falsificare implica una sostituzione di identità che da un lato si confronta con momenti strutturali (cioè identificativi) di un’opera e dall’altro pone al centro il problema della distanza. Distanza che permette la riproduzione ma che diventa altresì rivelatrice della non identità. Come ha affermato con sapienza di connaisseur Federico Zeri, il falsario immetterà sempre nell’oggetto falsificato un dettaglio rivelatore che lo profila, seppure in maniera nascosta, come appartenente a un’epoca diversa. A insinuarsi, nello spazio ristretto di una copia il cui scopo è la conformità totale con l’originale, è la disparità storica, funzionante come inconsapevole traccia di un divario incolmabile da qualsiasi perfezione imitativa. Perciò, chi è professionalmente investito del ruolo di smascherare il falso, sarà tenuto a smontare l’oggetto, a scrutarlo fin nei dettagli esercitando quel metodo prossimo all’autopsia che, fin dagli albori settecenteschi, ha fatto da trait d’union fra la scienza della natura (si pensi all’Histoire naturelle di Buffon) e la nascita della storia dell’arte (il pensiero va, ovviamente, a Winckelmann). Solo un’osservazione perspicace o una lettura ripetuta e riflessiva consentirà di scorgere quegli elementi rivelatori che rendono palese l’inganno. Tuttavia, se si parte dal presupposto che il falso ha a che fare con la verità, non si potrà né dovrà ridurre il senso della ricerca a una mera caccia alle fonti veritiere o a un’azione più o meno eclatante di smascheramento. A essere chiamati in causa sono l’attenzione dello studioso e dell’interprete, la sua esperienza e la sua conoscenza, la sua mente e i suoi occhi.
Implicitamente, ma in maniera rigorosa e responsabile, a essere coinvolti sono la filologia e l’atto critico in generale, inclini per vocazione a definire lo statuto dell’opera individuandolo nei canoni e nei generi, nella tradizione e nell’intertestualità, nella funzione dell’autore, nelle condizioni di nascita e accoglienza alla quale sarà desti-nata. Insomma, l’esercizio che ogni falso esige e impone al critico come all’interprete è in fin dei conti quello della comparazione, gesto primario di qualsiasi esegesi. La pratica del paragone renderà immediatamente palese come il falso implichi un orizzonte metodologico e tematico quanto mai eterogeneo e vasto, obbligando il critico a confrontarsi con una molteplicità di forme (dalle manipolazioni alle copie, dai travestimenti ai plagi e ai pastiche) che impediscono qualsiasi approccio normativo o rigidamente unitario. Perché in ognuna di queste occasioni il metodo della falsificazione sarà differente e in maniera diversa lo stesso prototipo, oggetto di imitazione, manifesterà le proprie sembianze, rivelate in maniera più o meno subdola. Basti pensa-re ai numerosi casi in cui a essere falsa è la copia di un originale inesistente. Anche qui – valgano, uno per tutti, i canti di Ossian di cui si è invaghita mezza Europa in quel Settecento così prodigo di avventurieri come di falsari – ci si appella a un archetipo astratto che agisce attraverso i criteri elementari della tipizzazione, dell’accumulazione e della ridondanza. Poiché il falso, è bene tenerlo sempre presente, si inscrive in prima istanza – lo si attui per motivi ideologici, politici o economici – nell’orizzonte di attesa dei fruitori, nel loro gusto che si attesta e cambia col tempo, determinando le scelte del falsario, ma anche l’intrusione della sua mano estranea all’atto primario della creazione. Tutto ciò sia che il prototipo sia esistente o no. In entrambi i casi il falso si confronta con prodotti canonici, gioca con le aspettative, riempie vuoti lasciati nei testi o nelle curve della storia, sfruttando l’onda di un successo e l’accoglienza del pubblico. Così, più che opposti, vero e falso appaiono contigui, paradossalmente uniformi, come suggella ogni letteratura che non può che essere prodotto della finzione. È perciò che lo studio dei falsi, o di una fenomenologia del falso, richiede allo stesso tempo attenzione filologica e fantasia, passione per il dettaglio e immersione in quella sottile dialettica oppositiva e integrativa insieme che unisce il falso alla verità.
inestricabilmente intrecciati in molti campi della comunicazione umana e non solo: si pensi, ad esempio, alle capacità mimetiche di alcuni insetti che si fingono fiori o foglie per catturare le loro prede o per sfuggire ai predatori. Tra gli esseri umani una delle alterazioni del vero più significativa e frequente è la menzogna. Ne esistono vari tipi e sfumature, tante quante la fantasia umana ha saputo inventarne, ma tutte hanno al loro interno uno specifico e particolare “vero” che ne palesa la reale funzione. Tra alcuni casi archetipici possiamo annoverare la falsa gentilezza, o menzogna “pietosa”; la menzogna per vanità, che nasconde un senso di inferiorità; infine la calunnia, cioè la menzogna come volontà di nuocere. Quest’ultimo caso è di particolare interesse perché, nella falsa accusa, la volontà di colpire equivale ad una mirata e subdola aggressione, e l’unica difesa possibile consiste nel rapido svelamento della “vera” motivazione in essa nascosta. Per le calunnie molto ingegnose questa difesa può essere difficile, e questo è esattamente il caso dei cosiddetti Protocolli dei savi di Sion (Protokoly sionskich mudrecov) di cui si è occupato Cesare G. De, che ha tracciato la complessa e intricata genealogia di un «manoscritto inesistente», cioè di uno degli apocrifi più celebri del XX secolo. Lo studioso, con le armi della filologia e della riflessione critica, ha messo ordine nella vasta letteratura sull’argomento e, sulla base del testo e della sua tradizione, ha svelato
geopolitici, più spesso e più prosaicamente di procurarsi un illecito guadagno – «retrodatare, confermare o semplicemente inventare fondazioni, diritti di possesso di terre, privilegi fiscali, esenzioni giurisdizionali» (p. 98). E non solo nel passato: Reinhard Markner ricostruisce nel dettaglio la losca vicenda della corrispondenza (falsa) tra Mussolini e Churchill, un “giallo” che precede di pochi anni il più noto scandalo dei falsi diari di Hitler. Ma la falsificazione/manipolazione della verità può riguardare il contenuto del documento stesso, che in sé non è contraffatto: come ci ha raccontato Antonio Carile, il più importante strumento di lotta politica a Bisanzio era quello della diffamazione: il documento non è falso, ma dice falsità, con lo scopo preciso di alterare i fatti a vantaggio di qualcosa e più spesso di qualcuno, in genere l’autore stesso dello scritto. Parimenti “falsate”, ma non “false”, sono le carte geografiche oggetto della relazione di Franco Salvatori e Alessandro Ricci, sulla «rappresentazione addomesticata» come fattore d’identità. La narrazione può essere falsata dall’invenzione di fatti inesistenti come dall’alterazione e dall’omissione di quelli reali: la nevrastenia di Mejerchol’d, ci racconta Donatella Gavrilovich, è piegata a dimostrare l’influsso nefasto di un padre “capitalista” sulla psiche del figlio, che invece nella sua autobiografia non tace i risvolti “ormonali” del proprio malessere. La “falsità” si misura dunque con il criterio delle sue intenzioni. Quanto è falsa la moneta barbara che imita modelli bizantini, ma che non mente sul suo peso in oro? È più o meno falsa della moneta svalutata che esce dalla zecca di Stato con una quantità di metallo prezioso inferiore al dovuto? Patrizia Serafin ha spiegato come per un numismatico il sintagma “moneta falsa” non abbia un significato unico e ben definibile, e come esistano molte diverse tipologie di monete false – il falso antico, il falso cinquecentesco, il falso moderno – contraddistinte da una varietà di “intenzioni del falso”. “Falsi”, del resto, sono anche, quasi sempre, i di-scorsi che gli storici mettono in bocca ai personaggi delle loro narrazioni. Il falso “verosimile” costituisce il ponte tra la storia e la letteratura, e avalla la teoria della contiguità tra le due: se la verità non è la serie casuale di fenomeni che si offrono alla nostra osservazione, ma risiede nella loro ratio profonda, chi “inventi” una verità superiore, noumenica, starà dicendo falsità? Ovvero: il verosimile è più vero del vero? E dunque: la letteratura è superiore alla storia? e la storia è letteratura? Si tratta di un tema molto vicino al festeggiato, autore di un saggio che si interroga su realismo socialista, veridicità e letteratura russa antica mettendo a confronto lo Statuto del Congresso del 1934, in cui il realismo socialista viene adottato come dottrina, e la caratteristica sinsemia della letteratura antico-russa, contraddistinta dalla compresenza, su due livelli distinti (spirituale e storico) ma armonizzanti tra loro, di valori semantici attinenti al vero assoluto e alla bassa realtà fenomenica. Chiunque si occupi di cultura russa sa bene come l’esistenza di due diversi termini per indicare la verità, istina e pravda , corrisponda a una tradizionale contrapposizione tra ciò che l’uomo sa e crede vero, e ciò che invece è “vero” in senso assoluto. Ma forse l’uomo moderno ha perso la fede nell’assoluto, e, come spiega Tonino Griffero, tende a considerare “vere” le proprie sensazioni e le atmosfere del suo vivere quotidiano: «è difficile, come vedremo, poter considerare un errore la “prima impressione” atmosferica, e quindi largamente insoddisfacente parlare di sentimenti (d’ora innanzi atmosfere) illusori, pseudosentimenti e sentimenti falsi» (pp. 144-145). Dalla filosofia alla letteratura, ritroviamo il tema trattato da Luca Bevilacqua, che utilizza «l’esprit de mystification» per interpretare tanto un testo concreto, quanto in generale la poetica di Baudelaire, ovvero «il senso dell’antinomia tra “vero” e “falso”: autenticità dell’espressione (o del sentimento) e menzogna. Naturalezza e artificio» (pp. 17-18).
Ma esiste, per i letterati, una particolare declinazione del concetto di falso: il plagio. Lo tratta, in un contributo che tocca da vicino uno dei temi più importanti nella produzione scientifica del festeggiato, Michael Hagemeister. Lo studioso nega che i Protocolli dei savi di Sion si possano definire «a forgery», preferendo considerarli «a piece of fiction created through plagiarism» (p. 168). Il plagio – questo concetto così indissolubilmente legato alla modernità
l’aspetto politico, si inizia a pensare a uno stretto legame tra massoni ed ebrei, profilando e denunciando l’esistenza di un’intesa mondiale contro altari e troni. Sul versante letterario, un esempio può essere dato dal romanzo di Bulgarin, Mazepa , dove l’ebrea Marija Lomitkovskaja spiega al cosacco Ognevik che non è tanto la forza a reggere il mondo, quanto l’astuzia dei giudei, del clero e delle donne (cioè denaro, pregiudizi e passioni). E ancora, nel racconto Esterka lo scrittore raffigura un “tremendo tribunale ebraico”, convocato di notte per emettere la condanna a morte dell’eroina: precisamente questa idea di un qualche “governi segreto ebraico” sta alla base della giudeofobia russa. Sotto Alessandro II, nella pubblicistica antiebraica emerge la figura di Jacob Brafman, veemente sostenitore della pericolosità del kahal nei suoi scritti. Nelle sue opere egli vuole dimostrare come il kahal , inizialmente la forma di autogoverno delle comunità ebraiche dell’Europa orientale, sia divenuto una sorta di potenza occulta che, attraverso una cospirazione planetaria, attua il programma di dominazione del mondo e dirige la mano armata del nichilismo, realizzando così il progetto di disgregazione fisica e morale dell’Impero russo. Nel solco tracciato da Brafman, a rafforzare l’idea del complotto mondiale ebraico, concorre in Russia un testo di origine tedesca destinato a una fama bieca e duratura, Biarritz , un romanzo “storico” con alle spalle una matrice letteraria gotica dell’ex funzionario delle poste prussiane Herman Goedsche (in arte sir John Retcliffe). Tradotto subito in russo, il successo è decretato in particolar modo da un racconto inserito nelle pagine del romanzo: Il cimitero ebraico di Praga e il consiglio dei rappresentanti delle dodici tribù d’Israele. Le strategie che dovranno ispirare l’operato della tribù possono essere riassunte nei seguenti punti: prestare denaro agli stati indebitati e ai proprietari terrieri, incoraggiando il libero scambio nell’industria; umiliare la Chiesa diffondendo il libero pensiero; occupare le posizioni sociali dalle quali poter ricavare onore e potere, non tralasciando al contempo le arti e le professioni speculative grazie alle quali si possono penetrare i segreti altrui; impadronirsi della stampa per manovrare l’opinione pubblica. Indubbiamente l’opera di Goedsche diviene materiale per i Protocolli. Secondo la vulgata, essi sarebbero stati compilati intorno al 1897 dalla sezione parigina della polizia segreta sotto la guida di Pyotr Račhovskij e trasmessi in Russia a Sergej Nilus nel 1901. L’esame delle contraddizioni di questa versione, alla luce della trasmissione testuale del documento e della sua natura linguistica (che esclude l’idea di una versione dal francese, rivelando semmai inflessioni ucraine), porta a formulare uno scenario di poco posteriore ma estremamente diverso: i Protocolli sarebbero stati compilati in russo tra il 1902 e il 1903, negli ambienti russi dell’antisemitismo “militante”. Il 1901 rappresenta uno spartiacque nella storia del movimento ebraico in Russia: intorno a quella data si attesta l’incremento del possesso ebraico di terre e della crescita del sionismo (attenzione al quinto Congresso sionista, tenutosi a Basilea in quello stesso anno, decisivo per il futuro acquisto di territori in Palestina). Non è un caso che i Protocolli appaiono a ridosso di questa data. Che cosa cambia nella loro interpretazione rispetto alla vulgata? Il testo propone un quadro della politica mondiale suddiviso in tre fasi: quella attuale (inizio Novecento), che vede le istituzioni tradizionali (re e monarchie) ancora al loro posto, ma segretamente dirette dal governo occulto ebraico; quella prossima ventura, in cui gli agenti ebraici assumeranno direttamente il potere in forma apparentemente democratica; quella finale (secondo un diffuso
topos complottistico, tra cento anni), in cui il governo mondiale sarà nelle mani del re d’Israele. I Protocolli non ottengono in Russia il successo sperato, perché si capì presto che trattava di un falso: il vero successo mondiale comincia nel 1919, accelerato dalla Rivoluzione d’ottobre, ritenuta essere l’incarnazione del progetto distruttivo dell’Anticristo messo in atto dai “giudeo-bolscevichi”. La denuncia di tale “complotto” rimarrà per decenni patrimonio esclusivo degli avversari più accaniti del potere sovietico, i quali trasmettono ai loro alleati nazisti la convinzione che lotta al bolscevismo = lotta all’ebraismo. Tutto ciò sembrava tramontato con la disfatta nazifascista, ma la storia non era finita. Negli anni di Gorbačev, l’esigenza di rivisitare la storia culturale della Russia senza i bavagli nei quali era stata a lungo costretta porta al varo di un dizionario degli scrittori russi tra 1800 e 1917. Il primo volume esce nel 1989, il secondo solo tre anni dopo (a causa della fine dell’Unione Sovietica), il terzo nel 1994 e il quarto ritarda addirittura di cinque anni, comparendo solo nel 1999. Cosa era successo? Il motivo di tale differimento è da amputare al semplice fatto che, tra la lettera M e la lettera P, si collocava la voce Nilus, Sergei Aleksandrovič , editore sia dei detti di san Serafino di Sarov, sia dei Protocolli. La voce viene sostituita e dedicata al quasi omonimo Nilus, Petr Aleksandrovič , oscuro prosatore di inizio secolo emigrato a Parigi. Dietro al “caso Nilus” degli anni Novanta c’è il capitolo inquietante della risorgente subcultura giudeofoba. I protagonisti delle battaglie reazionarie e antisemite d’allora vengono riproposti dal revisionismo postsovietico come modelli per gli odierni “patrioti”. Per comprendere la natura di questo indirizzo storiografico si deve risalire ai decenni precedenti, quando nel PCUS (Partito Comunista dell'Unione Sovietica) si manifestò una corrente fascistoide che aveva alle spalle le inclinazioni nazionaliste e antisemite di Stalin. Tornarono così in auge anche i Protocolli , che i più ritengono autentici senza riserve. Per delineare più compiutamente l’insieme delle istanze giudeofobe che nella Russia odierna ha assunto forme e dimensioni preoccupanti, bisognerebbe soffermarsi su una serie di nomi e su un complesso di giornali, riviste, gruppi e movimenti politici che hanno dato luogo a un intreccio di frustrazioni nazionaliste, nostalgie zariste e staliniane, di istanze nazionalpopolari, di fanatismi religiosi e persino di mitologemi del paganesimo slavo. Resta aperta la questione se tali tendenze rappresentino un pericolo reale o non invece fenomeni marginali. Più realistica l’opinione secondo cui l’aspetto davvero inquietante sta nel fatto che, per emarginare le posizioni più radicali, il ceto politico dirigente sia indotto ad assorbirne alcune istanze, con ciò legittimandole.
Brafman racconta delle condizioni di vita degli ebrei intorno al 1858, all’epoca della visita dell’imperatore Alessandro II presso Minsk. Chiamato a coprire il ruolo di docente di Lingua ebraica al Seminario teologico di Minsk, Brafman si trovò nella posizione di poter disporre di parecchio materiale (lettere private, appunti, documenti, atti ecc..), che per il suo contenuto bastava a smascherare l’ambiente chiuso degli ebrei quasi più di tutti gli altri mezzi acquisiti a tal fine dalle indagini scientifiche fino a oggi. I documenti più importanti erano costituiti dalle delibere, decisioni e atti dei kehalim (direttori sociali) e dei bate-din (tribunali talmudici) ebraici: la loro rilevanza consisteva proprio nel fatto che essi presentassero il lato pratico della vita degli ebrei, che non poteva essere colta da persone non educate tra le pareti della
Per lungo tempo la dottrina del “monoteismo” è rimasta patrimonio esclusivo di una casta ristretta, quella dei sacerdoti. La fede in un Unico Dio era il segreto tradizionale del tempio degli iniziati: essi trasmettevano via a via la loro dottrina a un gruppo di adepti scelti. Gli studiosi moderni sono inclini a considerare questi metodi occulti come un modo di tenere all’oscuro il popolo, per meglio governarlo (anche se tali accuse sembrano però infondate). Mosè, il capostipite del giudaismo, fu istruito in un tempio sacerdotale egizio e, da patriota esaltato qual era, si prefisse lo scopo di porre il popolo ebraico in una posizione assolutamente particolare tra tutti gli altri popoli della terra. Egli osò venire meno al giuramento degli iniziati e diede agli ebrei una nuova dottrina di fede che professava apertamente il monoteismo. Da allora, agli occhi di tutti gli iniziati, il popolo ebraico apparve come il popolo eletto. In seguito, accingendosi a codificare la nuova religione, Mosè impiegò metodi tecnici di annotazione analoghi a quelli adottati dagli adepti dell’antica iniziazione (a grandi linee sono i seguenti: i dogmi religiosi venivano fissati con particolari lettere sacre, cioè i geroglifici; grazie ad essi il testo veniva cifrato ottenendo un triplice livello di lettura, quello esplicito per il popolo, quello allegorico per i neofiti e quello occulto per gli iniziati). Il giogo straniero e le discordie che hanno travagliato per secoli la Giudea cominciarono a minacciare seriamente l’ininterrotta trasmissione successiva della tradizione, che custodiva la chiave a tre livelli per una piena lettura del Pentateuco. All’epoca della nascita di Cristo la continuità della dogmatica occulta di Mosè si era ormai persa nella gerarchia religiosa ufficiale ebraica; esistevano solo i “dottori” che controllavano bene solo il significato allegorico della Sacra Scrittura e conservavano solo per frammenti un’idea del significato occulto delle sacre annotazioni. Una piena competenza si era sviluppata pienamente all’interno della confraternita degli esseni, insediatisi nel deserto presso il Mar Morto. Secondo le convinzioni impostesi tra la maggioranza degli studiosi, Cristo trascorse gli anni dell’adolescenza proprio tra gli esseni, acquisendo quella capacità di penetrare nell’essenza recondita della Sacra Scrittura che lasciava esterrefatti i sapienti dottori. Quando Cristo si mise a predicare in pubblico, inevitabilmente attrasse una folla di migliaia di persone: tra il popolo si sparse la voce che egli fosse il Messia. Tali sviluppi spaventarono a tal punto i sacerdoti che, spaventati dalla sempre crescente popolarità di Cristo, decisero di eliminarlo con la violenza. Quando Egli non ci fu più, rimase la Sua dottrina, fissata nei Vangeli. Chi si volse più attentamente di tutti all’eredità spirituale di Cristo furono i Suoi antichi maestri, gli esseni. Per quanto riguarda gli ebrei, invece, il popolo che si era macchiato del sangue di Cristo, essi vennero condannati a essere oppressi, disprezzati, odiati da tutta l’umanità. Mentre agli esseni toccava l’eredità spirituale di Cristo, dunque, capitò che il popolo ebraico vivesse la pagina più catastrofica della sua storia. Nel 70 d.C. il condottiero romano Tito distrusse Gerusalemme, sterminò quasi interamente la popolazione maschile, deportò e rese schiavi i restanti ebrei. L’unica cellula ebraica che sopravvisse fu la piccola comunità degli esseni: toccava quindi ad essa il gravoso compito di guidare il popolo giudaico per la via dolorosa dell’espiazione plurisecolare assegnatagli dall’alto. Per fare ciò era importante attuare un duplice percorso che agevolasse la diffusione del cristianesimo in tutto il mondo e che al tempo stesso indebolisse le sue basi morali nella parte di umanità che già lo professava. Bisognava garantire la necessaria conservazione dell’identità originaria degli ebrei dei tempi veterotestamentari da parte dei figli d’Israele. Per perseguire tale fine bisognava innanzitutto creare qualcosa al
posto del potere politico ebraico centrale distrutto dai romani; tale compito fu brillantemente risolto dai capi dell’ebraismo con la fondazione di un’unica società mondiale segreta ebraica (una simile società è forte solo se: a. nessuno conosce a fondo la sua attività; b. ha forze e mezzi a sufficienza). Fu trovata un modus operandi adeguatamente efficace: la società segreta mascherava sistematicamente l’obiettivo unico e fondamentale della propria esistenza con un altro obiettivo, temporaneo e autosufficiente. La società segreta ebraica promosse, una dopo l’altra, tutta una serie di finalità provvisorie, in sostanza false, benché di rilievo per grandiosità di ideazione. L’attuale struttura sofisticata è frutto di un perfezionamento lungo secoli. Si può dire che solo verso la fine dell’VIII secolo l’organizzazione ebraica compia il primo passo (documentato) per l’ingresso nell’arena della politica mondiale. Nell’800 d.C. viene incoronato imperatore Carlo Magno. Tra i numerosi ospiti giunti da ogni dove per omaggiarlo, i cronisti segnalarono la presenza di una delegazione arrivata dalla Palestina. La rappresentanza ebraica, elargendo doni, propose al monarca di concludere un patto giurato per la comune lotta contro gli infedeli (com’è noto, sulle rive del Mediterraneo era comparsa una nuova forza minacciosa, l’Islam, che, sia per il mondo cristiano che per l’ebraismo, costituiva un freno alla diffusione del cristianesimo). Quel primo tentativo di entrare in relazione con i capi dell’Europa cristiana non ebbe conseguenze rilevanti; il secondo, al contrario, intrapreso tre secoli dopo, avrebbe avuto un seguito incredibile. Solitamente, la prima idea delle crociate viene attribuita a papa Gregorio VII. Tuttavia, a uno studioso contemporaneo (Jacoby) è capitato di imbattersi in un documento che dimostra come quell’idea sia stata suggerita al papa da alcuni misteriosi forestieri, provenienti ancora una volta dalla Palestina. I motivi con cui persuasero Gregorio VII si possono riassumere nei seguenti punti:
della Chiesa d’Oriente). Nella prima metà dell’Ottocento la lotta condotta dalla massoneria in Europa occidentale fu particolarmente intensa (abbattimento del potere temporale del papa, introduzione del capitalismo, mutamento sociale del ’48); nel contempo, l’attività massonica in Russia si esauriva generalmente con questa protezione di principio del movimento rivoluzionario. Successivamente la lotta della massoneria si è perfezionata e le forme di assalto si sono avvalse di un’arma fondamentale quale il capitalismo, abilmente preso in mano dall’ebraismo. È parso quindi naturale applicarlo anche in Russia, dove l’Autocrazia si appoggia totalmente sui nobili proprietari terrieri, mentre la creatura del capitale, la borghesia, tende inversamente al liberalismo rivoluzionario. La massoneria, parallelamente a fomentare le disposizioni liberal-rivoluzionarie dell’ intelligencija , ha ritenuto necessario attivare in qualche modo la massa ignorante del contadiname. Sarebbe stato molto difficile corrompere i contadini, la cui concezione del mondo ha sempre riposato sui due fondamenti morali di zar e Dio, se non ci fosse stato il tallone molto vulnerabile creato dai difetti del Manifesto del 1861 (che, attizzando l’odio istintivo dei contadini contro le classi abbienti, ha portato questi ultimi vicini a posizioni rivoluzionarie). Il clero russo, a differenza di quello cattolico, è poco autorevole, incolto, passivo e non viene seriamente considerato dalla massoneria ebraica. L’invisibile mano massonica guida con sollecitudine i gruppi liberal-borghesi e i socialisti estremisti, malgrado l’inconciliabilità dei loro obiettivi (nel caso irrompa un’ondata popolare spontanea, entrambi i filoni saranno lasciati in balia del destino).
Kruševan afferma di aver ricevuto un manoscritto che risulta essere la traduzione dei verbali delle sedute dell’alleanza mondiale dei frammassoni e dei savi di Sion”. Egli non sa dire come questi verbali possano essere stati scritti in Francia, ma non dubita assolutamente della loro autenticità. Ad argomentazione di tale cieca convinzione Kruševan adduce il tono caratteristico da complotto, la tipica mentalità da ebreo, fredda e disincantata, i sintomi caratteristici della mania grandiosa del “popolo eletto”. D’altronde, anche ammettendo che i protocolli siano apocrifi, la loro importanza sarebbe enorme: malgrado la traduzione non del tutto esatta, essi sono chiaramente stati scritti da una persona che conosce bene la questione ebraica. Anche se fossero falsi, quindi, sarebbero ugualmente utili per permettere al lettore di comprendere quanto tangibile sia la minaccia di un “supergoverno” plutocratico. A conferma dell’assoluta veridicità dei protocolli, Kruševan presenta come prove le tipiche circonlocuzioni dell’idioma ebraico, la freddezza d’animo, lo scetticismo e il disprezzo per i popoli cristiani che sono propri solo agli ebrei.
Assunto di partenza: gli uomini con istinti cattivi rappresentano la maggioranza e la libertà è solo un’idea, non un fatto. A tale concetto si è sostituto il potere dell’oro, dimostrazione del fatto che la politica non ha niente a che vedere con la morale. Il potere ebraico è più invincibile degli altri perché è invisibile e si volge a ciò che è necessario e utile. Per perseguire in azioni opportune è necessario considerare la vigliaccheria, l’incostanza, la vulnerabilità della folla e servirsene. La violenza, l’astuzia e l’ipocrisia saranno i principi ispiratori per la dottrina dell’interesse. Ai tempi della grandezza della Grecia si è gridata così
forte la parola libertà da annebbiare la cruda verità: in natura essa non esiste, è un’astrazione dell’uomo. I goyim si sono fatti ingannare da tale astrattezza ed è per questo che venne stabilito il governo dinastico ebreo: affinché il vero disegno politico non andasse perduto dietro parole come “libertà”, “uguaglianza”, “fraternità”.
Parlando dell’organizzazione statale e dell’amministrazione sociale, si dice come sia fondamentale per gli ebrei avere il controllo sulla stampa, per veicolare così le idee del popolo.
Lente di ingrandimento su quanto i dissesti politici, sociali e ideologici siano parte di un piano più ampio da parte degli ebrei, teso a un ridisegnamento totale dei rapporti di forza.
Per sradicare totalmente i principi astratti di libertà che animano i goyim , bisognerà far leva sull’industria, al fine di scatenare una lotta furibonda per il predominio e gli stimoli di carattere economico e per instaurare un autentico culto dell’oro. L’industria dovrà spremere l’agricoltura è favorire la speculazione, la richiesta di lusso onnivoro. Creare ostilità tra i goyim anche attraverso la moltiplicazione delle usanze, delle passioni, delle differenze, in modo tale da creare un caos in cui è impossibile comprendersi l’un l’altro.
Complementi necessari di tali piani saranno il rafforzamento dell’armamento e dello Stato di polizia. Importanza della forza del terrorismo.
Necessità di assicurarsi tutte le armi che gli avversari potrebbero usare contro di loro. Ausilio di pubblicisti, giuristi, esperti, amministratori per conoscere tutti i segreti della vita sociale, del lato della fodera umana, per capire su quali corde dell’intelletto umano pizzicare.
La frantumazione politica in partiti ha fatto sì che per essere competitivi occorrano soldi (di solo dominio ebraico). Bisogna maneggiare con cura le istituzioni dei goyim prima di sovvertirle.
Si ribadisce di come i governi e i popoli dei goyim si accontentino di ciò che appare. Una volta effettuato il rivolgimento statale, si metterà in cattiva luce tutto ciò che in precedenza andava terribilmente male ma che si era troppo ciechi per vedere.
Dal liberalismo sono nati gli Stati costituzionale e la Costituzione non è altro che una scuola di discordie e di disgregazione. Si profila l’idea di un nuovo assetto costituzionale manovrato dalle esigenze del bene superiore, fino a che non giungerà il momento di instaurare la vera e propria autocrazia ebraica.
Nuova postilla sulla stampa: essa è spesso ingiusta e menzognera e serve a far divampare sia passioni necessarie che faziosità egoistiche. Nessuna informazione trapelerà senza passare al vaglio ebraico. Passando all’editoria, lo scopo sarebbe quello di sostituire il mercato librario con riviste economiche.
Obiettivo di sollecitare la pluralità di attività dei goyim , distogliendo la loro attenzione dalla
Conclusione con la quale si vuole sottolineare le radici dinastiche del regnante, facendole risalire direttamente al re Davide. Colui che regnerà potrà far valere dunque una volontà invincibile, imperscrutabile come il destino.
Nel corso di molti secoli gli ebrei hanno studiato e instillato nei goyim usi, norme di convivenza, vizi, credenze ed esigenze che facevano loro comodo, dotandosi di una propaganda che li ha educati allo spirito di contraddizione. Lo scopo era creare una tale diversità di punti di vista e scontri di opinione al punto di seminare dissidio in tutte le società dei goyim , disperdendo così le loro forze collettive. Per sottomettere al Supergoverno ebreo i governi, e con ciò anche i popoli, occorreva innanzitutto tenere in pugno le loro sostanze. Obiettivo primario è sicuramente quello di accaparrarsi tutte le terre dei goyim , assoggettandoli come bestiame da lavoro (per affrettare l’esproprio delle terre viene introdotto un aumento degli obblighi agrari sotto forma di indebitamento della terra e di imposte indirette). Dopo aver promosso l’istituzione delle banche fondiarie, per costringere gli agrari a ipotecare le loro terre, lo step successivo sarà quello di incentivare la prosperità fittizia dell’industria, in modo tale da favorire la speculazione economica. Affinché i goyim non si accorgano anzitempo del lavoro sotterraneo ebraico, esso verrà mascherato con la propaganda, con costanti rassicurazioni. Sarà necessario una completa confusione tra ebrei e goyim ; e anche i governi che alzeranno la voce contro il mondo ebraico lo faranno solo per celare di essere in combutta con esso (l’antisemitismo è necessario e, anzi, non ha mai recato danno agli ebrei). Il governo ebraico si trova in quelle condizioni extralegali che si usa definire “dittatura”. Esso ha introdotto nelle Costituzioni degli Stati diritti che rappresentano una finzione per le masse; la parola “libertà” ha posto le società dei goyim in lotta contro tutto e tutti, anche contro le leggi naturali, evocando davanti agli occhi della gente il fantasma della parità dei diritti. Se è vero che le repubbliche attraversano tre stadi – 1. i giorni della follia di una folla di ciechi; 2. la demagogia; 3. l’anarchia e infine 4. il dispotismo della maggioranza dei voti –, attualmente si è giunti all’ultimo stadio. Il potere giudaico agisce in maniera sotterranea, celato da una rappresentanza di goyim , ai quali è stata minati la fede e l’interesse nelle cose spirituali, sostituiti dalla cupidigia per il bottino e il desiderio di commercio. E d’altronde la macchina economica costruita dagli ebrei è un sofisticato meccanismo in grado di creare scompiglio tra gli sprovveduti goyim.
Origine e denominazione. Prendendo in analisi il libro della Genesi , la genealogia dei patriarchi in linea di discendenza diretta mostra Abramo all’undicesimo posto, seguito da Isacco (12) e Giacobbe (13), cioè Israele, capostipite delle dodici tribù degli israeliti. Da questa genealogia si vede come Eber, dal cui nome viene la dizione di “ebreo”, preceda di ben sei generazioni Abramo e di otto Israele. Sicché in uno studio che pretenda di avere la maggior esattezza possibile d’espressione, la dizione di “ebreo” può generare degli equivoci simili a quelli generati dalla dizione impropria di “semita” (da Sem, figlio di Noè, primo patriarca biblico). Anche il nome di Israele non definisce in maniera sufficientemente precisa
la stirpe con cui oggi se la deve vedere l’umanità; per preservare dunque la necessaria esattezza della definizione, di qui in avanti ci si atterrà alla denominazione di “giudeo”. Concezioni religiose. I giudei amano affermare che le persecuzioni religiose sono suscitate dall’intolleranza religiosa attizzata dal clero cristiano. Tale accusa è poco fondata. L’antica Grecia, come l’antica Roma, si segnalavano non solo per la tolleranza ma anche per l’ospitalità e per la volontà di arricchirsi di tutti i valori dei Paese conquistati. Solo gli istinti selvaggi di Cartagine e della Giudea non poterono venire assimilati dall’ordinamento statale romano. Roma conobbe le persecuzioni religiose solo con la comparsa del cristianesimo; ma non era colpevole l’intolleranza di Roma. Le persecuzioni furono suscitate dall’atteggiamento apertamente ostile verso la religione di Stato da parte dei primi cristiani, che avevano ereditato dai giudei l’intolleranza religiosa (sicché questi ultimi devono dar la colpa a se stessi per le persecuzioni religiose). Cause delle “persecuzioni” contro i giudei. Le persecuzioni contro i figli di Israele possono trovare fondamento in alcune delle loro particolarità congenite: Tacito li accusava di avere in odio tutto il genere umano e li chiamava il popolo più lascivo e avido; Voltaire afferma che sia la stirpe più abominevole che abbia mai imbrattato la terra; anche il libro della Genesi mostra come gli stessi figli di Giacobbe si macchiarono di azioni avide e violente. Privilegi e “pogromy”. In periodi della storia più recenti incontriamo spesso un atteggiamento di fiducia e anche di protezione dei sovrani nei confronti dei giudei: un simile comportamento conduce però da un lato all’ira della popolazione contro i giudei sfruttatori, dall’altro alla rovina o almeno a un declino significativo degli stessi Stati protettori. Risultato: da una parte pogromy (massacro dei giudei insuperbiti), dall’altra corruzione dei costumi e disfatta dello Stato. Opinioni di buon senso sui giudei. Federico II, protettore di dotti giudei, cionondimeno li allontanò da tutti gli incarichi pubblichi e proclamò che non appena il potere è conferito a un giudeo questi ne abusa sfrontatamente. Allo stesso modo si espressero Federico II il Grande, re di Prussia, e Otto von Bismarck alla Dieta del 1847. Assimilazione con la popolazione autoctona. I difensori dei giudei di solito chiedono la parità di diritti per il “popolo eletto”, col pretesto di una loro auspicata assimilazione con la popolazione autoctona dei Paesi che hanno dato loro asilo. Si dice “col pretesto” perché gli stessi giudei non hanno mai sinceramente in mente l’assimilazione con la popolazione autoctona, ma viceversa cercano di preservare gelosamente il loro isolamento con ogni mezzo. Condizione odierna dei giudei. Dalla metà del XVIII secolo, per influsso dell’indirizzo liberale della filosofia francese, la religiosità delle classi sociali superiori è in sensibile declino, e insieme ad essa sparisce l’intolleranza religiosa là dove si manifestava. I giudei si avvalgono di questa situazione transitoria del pensiero sociale per generare equivoci. Ed ecco quindi che hanno donato all’umanità la Rivoluzione francese, insieme a pensatori come Karl Marx, spostando la soglia di contrasto tra gli interessi economici e creando incomprensioni tra operai e imprenditori. I giudei decidono ormai i problemi della guerra e della pace a livello sociale e tra le grandi potenze, arricchendosi alle loro spalle.