Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


La linguistica in pratica- Vallauri, Sintesi del corso di Linguistica Generale

riassunto la linguistica in pratica di Edoardo Vallauri

Tipologia: Sintesi del corso

2017/2018

Caricato il 24/01/2018

giulia-possanzini-1
giulia-possanzini-1 🇮🇹

3.8

(5)

2 documenti

1 / 32

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
5. FONETICA E FONOLOGIA
La lingua per funzionare si serve di suoni. Suoni possono essere rappresentati dalla scrittura. Esistono tre
punti di vista da cui si possono studiare i suoni: la fonetica acustica, la fonetica articolatoria, e la
fonologia.
1.FONETICA
La fonetica (dal greco phoné, “voce”) acustica studia i suoni delle lingue secondo modalità possibili anche
se questi non fossero prodotti da esseri umani. Si interessa cioè alla loro natura fisica di vibrazioni dell’aria,
chiamate onde sonore. Le vocali e le consonanti umane sono dei precisi fasci di onde sonore. Gli studiosi li
analizzano con strumenti tecnologici, gli spettrografi, che generano delle immagini chiamate
spettrogrammi.
Rispetto alla fonetica acustica, più utile al non specialista è la fonetica articolatoria. Essa si interessa ai
suoni prodotti dall’apparato fonatorio umano, e li esamina dal punto di vista dei movimenti che l’apparato fa
per produrli. Questo processo di chiama fonazione. L’aria spinta fuori dai polmoni attraverso la trachea
raggiunge la laringe, che si trova in corrispondenza del pomo d’Adamo. Qui, nella glottide, incontra le
cosiddette “corde vocali”, quando si tendono e si avvicinano l’una all’altra possono entrare in vibrazione
dando luogo alla voce. L’aria uscendo produce comunque un certo rumore, lo prova il fatto che possiamo
essere uditi anche quando parliamo “sottovoce”.
La distinzione tradizionale fra vocali e consonanti ha varie motivazioni. La prima è che le vocali possono
“suonare” da sole, ossia possono da sole costituire una sillaba: a-bi-le, e-de-ma, o-mer-tà; le consonanti,
invece devono “con-suonare”, cioè essere prodotte insieme a una vocale, perché ad essa si appoggiano.
Anche se cerchiamo proprio di produrre solo la consonante finiamo per pronunciare comunque almeno una
vocale indistinta. La vocale è l’elemento essenziale di ogni sillaba. Possono esserci sillabe senza consonanti,
ma non senza vocali. Si dice che, la vocale è il centro, o l’APICE, della sillaba.
La seconda: le vocali sono prodotte con poco restringimento del canale articolatorio, l’aria non incontra
nessun ostacolo, e fuoriesce sotto forma di un suono costante, senza che si produca nessuna frizione. Le
consonanti risultano da un marcato restringimento del canale articolatorio, che produce rumore perché in un
punto preciso si determina una frizione o addirittura una momentanea occlusione. Le vocali sono dei suoni
“autonomi”, le consonanti sono dei rumori “concomitanti”.
Le vocali:
Il timbro delle vocali dipende dalla forma che assume la cavità della bocca. In particolare, dipende dai
movimenti della lingua, che può avvicinarsi più o meno al palato e spostarsi più avanti o più indietro; e
inoltre dalla posizione delle labbra, che possono arrotondarsi o meno. Le vocali dell’italiano, si possono
disporre su un triangolo, che rappresenta le posizioni della lingua quando esse vengono articolate. Queste
sono le vocali toniche, cioè accentate. Le vocali atone, cioè non accentate, sono due di meno perché in tale
posizione l’italiano manca di / A 7 2 B/ ed //: quando una di queste due vocali viene a trovarsi in posizione atona,
A 7 2 Bsi riduce alla vocale chiusa corrispondente. Per esempio, la / / di bello e la // di moro diventano /e/ ed /o/
in bellissimo e moretto, perché l’accento cade su un’altra sillaba.
In italiano le vocali possono avere maggiore o minore durata. Sono lunghe tutte le vocali toniche che si
trovano in fine di sillaba interna, cioè non in fine di parola, e sono brevi tutte le altre. Dunque, la e di meta è
lunga perché tonica e in fine di sillaba; menta, benché tonica, è breve perché non si trova in fine di sillaba;
metallo è breve perché è atona.
Le vocali si dicono tanto più chiuse quanto più sono “alte”, perché per produrle la lingua si innalza verso il
palato duro nel caso delle vocali anteriori, o verso il velo (o palato molle) nel caso delle posteriori. Si noti
che la lingua non è costituita solo da quel sottile lembo di carne che possiamo sporgere fuori dalle labbra
(detto, apice), la massa principale è costituita dal dorso e dalla radice, che si trovano più all’interno. Ad
innalzarsi in avanti verso il palato duro per produrre le vocali anteriori è la parte anteriore del dorso della
lingua, mentre a innalzarsi all’indietro verso il velo è la sua parte posteriore.
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20

Anteprima parziale del testo

Scarica La linguistica in pratica- Vallauri e più Sintesi del corso in PDF di Linguistica Generale solo su Docsity!

5. FONETICA E FONOLOGIA

La lingua per funzionare si serve di suoni. Suoni possono essere rappresentati dalla scrittura. Esistono tre punti di vista da cui si possono studiare i suoni: la fonetica acustica , la fonetica articolatoria , e la fonologia.

1.FONETICA

La fonetica (dal greco phoné , “voce”) acustica studia i suoni delle lingue secondo modalità possibili anche se questi non fossero prodotti da esseri umani. Si interessa cioè alla loro natura fisica di vibrazioni dell’aria, chiamate onde sonore. Le vocali e le consonanti umane sono dei precisi fasci di onde sonore. Gli studiosi li analizzano con strumenti tecnologici, gli spettrografi , che generano delle immagini chiamate spettrogrammi.

Rispetto alla fonetica acustica, più utile al non specialista è la fonetica articolatoria. Essa si interessa ai suoni prodotti dall’apparato fonatorio umano, e li esamina dal punto di vista dei movimenti che l’apparato fa per produrli. Questo processo di chiama fonazione. L’aria spinta fuori dai polmoni attraverso la trachea raggiunge la laringe, che si trova in corrispondenza del pomo d’Adamo. Qui, nella glottide, incontra le cosiddette “corde vocali”, quando si tendono e si avvicinano l’una all’altra possono entrare in vibrazione dando luogo alla voce. L’aria uscendo produce comunque un certo rumore, lo prova il fatto che possiamo essere uditi anche quando parliamo “sottovoce”.

La distinzione tradizionale fra vocali e consonanti ha varie motivazioni. La prima è che le vocali possono “suonare” da sole, ossia possono da sole costituire una sillaba: a -bi-le, e -de-ma, o -mer-tà; le consonanti, invece devono “con-suonare”, cioè essere prodotte insieme a una vocale, perché ad essa si appoggiano. Anche se cerchiamo proprio di produrre solo la consonante finiamo per pronunciare comunque almeno una vocale indistinta. La vocale è l’elemento essenziale di ogni sillaba. Possono esserci sillabe senza consonanti, ma non senza vocali. Si dice che, la vocale è il centro, o l’APICE, della sillaba.

La seconda: le vocali sono prodotte con poco restringimento del canale articolatorio, l’aria non incontra nessun ostacolo, e fuoriesce sotto forma di un suono costante, senza che si produca nessuna frizione. Le consonanti risultano da un marcato restringimento del canale articolatorio, che produce rumore perché in un punto preciso si determina una frizione o addirittura una momentanea occlusione. Le vocali sono dei suoni “autonomi”, le consonanti sono dei rumori “concomitanti”.

Le vocali:

Il timbro delle vocali dipende dalla forma che assume la cavità della bocca. In particolare, dipende dai movimenti della lingua, che può avvicinarsi più o meno al palato e spostarsi più avanti o più indietro; e inoltre dalla posizione delle labbra, che possono arrotondarsi o meno. Le vocali dell’italiano, si possono disporre su un triangolo, che rappresenta le posizioni della lingua quando esse vengono articolate. Queste sono le vocali toniche , cioè accentate. Le vocali atone , cioè non accentate, sono due di meno perché in tale posizione l’italiano manca di / A 7 2 B/ ed /ꓛ/: quando una di queste due vocali viene a trovarsi in posizione atona, si riduce alla vocale chiusa corrispondente. Per esempio, la / A 7 2 B/ di bello e la /ꓛ/ di moro diventano /e/ ed /o/ in bellissimo e moretto , perché l’accento cade su un’altra sillaba.

In italiano le vocali possono avere maggiore o minore durata. Sono lunghe tutte le vocali toniche che si trovano in fine di sillaba interna, cioè non in fine di parola, e sono brevi tutte le altre. Dunque, la e di m e ta è lunga perché tonica e in fine di sillaba; m e nta , benché tonica, è breve perché non si trova in fine di sillaba; m e tallo è breve perché è atona.

Le vocali si dicono tanto più chiuse quanto più sono “alte”, perché per produrle la lingua si innalza verso il palato duro nel caso delle vocali anteriori, o verso il velo (o palato molle ) nel caso delle posteriori. Si noti che la lingua non è costituita solo da quel sottile lembo di carne che possiamo sporgere fuori dalle labbra (detto, apice ), la massa principale è costituita dal dorso e dalla radice , che si trovano più all’interno. Ad innalzarsi in avanti verso il palato duro per produrre le vocali anteriori è la parte anteriore del dorso della lingua, mentre a innalzarsi all’indietro verso il velo è la sua parte posteriore.

Invece le vocali si dicono aperte quando sono “basse”, perché la lingua per produrle rimane tutta adagiata sul fondo della bocca. La vocale più aperta è la a. Per produrre le vocali posteriori, oltre a portare la lingua indietro, normalmente si arrotondano le labbra sporgendole in fuori, con un movimento che prende il nome di protusione.

Le consonanti:

Le consonanti nelle lingue di solito sono più numerose delle vocali, perché risultano dalle combinazioni di due “ingredienti”:

  1. Possono essere articolate in diversi luoghi del canale articolatorio; e si dice allora che hanno differenti luoghi di articolazione ;
  2. Ammettono anche diversi modi di articolazione.

I luoghi di articolazione sono:

  • (^) L’incontro delle labbra (consonanti bilabiali );
  • L’incontro dei denti superiori e del labbro inferiore (consonanti labio-dentali )
  • L’incontro della punta della lingua con gli alveoli superiori dei denti (consonanti dentali , o alveolari );
  • L’incontro del dorso della lingua con il palato duro (consonanti palatali );
  • (^) L’incontro del dorso della lingua con il palato molle (consonanti velari ).

I modi di articolazione delle consonanti sono principalmente due:

  1. Quando l’ostacolo frapposto al passaggio dell’aria è completo, cioè quando il flusso dell’aria viene interrotto, si tratta di consonanti occlusive , dette anche momentanee. Il canale articolatorio resta chiuso per una frazione di secondo (ad esempio nel caso di una p o di una b , dall’accostarsi delle labbra); Quando il canale si riapre (esempio: le labbra si socchiudono), l’aria fuoriesce in maniera improvvisa e il rumore che si produce è quello di una minuscola esplosione, che vale alle occlusive l’ulteriore denominazione di esplosive (o plosive ). Le occlusive dell’italiano sono:

occlusive sorde sonore

bilabiali p b

dentali t d

velari k g

La differenza fra sorde e sonore, detta di grado di articolazione , riguarda la già menzionata vibrazione delle corde vocali: nelle sorde le corde vocali sono inattive, mentre vibrano producendo la voce quando articoliamo le sonore. La diversa ortografia nelle diverse lingue, ha reso necessaria la creazione di appositi alfabeti per indicare in maniera non ambigua il valore fonetico dei suoni di tutte le lingue. Il più diffuso è oggi l’IPA, International Phonetic Alphabet (l’ Alfabeto Fonetico Internazionale ), promulgato dalla International Phonetic Association.

  1. In molti casi gli organi articolatori non interrompono completamente il passaggio, ma si limitano a restringere il canale in modo che l’aria produca un rumore di sfregamento, ad esempio della f e della v. Si parla di consonanti fricative (dette anche costrittive , o spiranti ).

sono il risultato di un verbo o di un nome a cui è stato anteposto un prefisso in- (di senso locativo o negativo). In alcuni casi, l’ortografia non segnala che si tratta di una m perché c’è in messo un confine di parola, come in gran premio, in pieno ecc., dove pure la -n viene pronunciata [m] a causa della bilabiale che segue.

Quando il flusso espiratorio passa ai lati della lingua, si produce una laterale. Le laterali dell’italiano sono:

laterali

Alveolare l (come in l ato) palatale ג (come in fi gli o)

Si chiama invece vibrante l’altra delle consonanti italiane tradizionalmente dette “liquide”:

vibranti alveolare r (come in r emo)

La r italiana è una polivalente, perché nel produrla la punta della lingua vibra battendo due o tre volte contro gli alveoli dei denti. Per pronunciare bene la [ʁ] del francese train può essere utile rendersi conto che il più delle volte non è una vibrante, ma una fricativa uvulare.

Le semivocali

Alcuni suoni sono “anfibi”, potendo modificarsi sia come vocali che come consonanti. In italiano questo destino tocca a quelle che quando sono vocali si presentano come [i] e [u]. Quando si comportano come consonanti si trascrivono rispettivamente come [j] e [w].

Se dividiamo in sillabe parole come, paio, piacere, tuono, quasi, ci accorgiamo che quelle che scriviamo come delle i e delle u non si comportano da vocali, ma da consonanti, nel senso che non “reggono” una sillaba, ma si appoggiano alla vocale adiacente: pa-io, pia-ce-re, tuo-no, qua-si. In altre parole, i e u in questi contesti potrebbero essere sostituite da delle consonanti senza alterare la struttura sillabica della parola: pa- lo, tro-no. Un dittongo, infatti, è formato da una vocale vera e propria e da una semivocale, cioè un suono che ha il luogo di articolazione simile a quello di una vocale, ma modo di articolazione quasi fricativo, e quindi funziona come una consonante. Nel pronunciare una i o una u semivocale il canale articolatorio si restringe più che per la corrispondente vocale, avvicinandosi a una [ᴣ] e a una [β].

Semivocali Anteriore j (come in p i eno) posteriore w (come in b u ono)

In queste parole, è possibile far funzionare tali suoni da vocali, aumentando il numero di sillabe. La vocalità della semivocale si può segnalare graficamente mediante la dieresi: pïeno (= pi-e-no), tüono (=tu-o-no).

2.FONOLOGIA

La fonetica si occupa della natura materiale dei suoni della lingua, ma non delle loro funzioni. Di queste si occupa invece la fonologia. Studia i suoni dal punto di vista del ruolo che svolgono nel funzionamento del sistema lingua.

Abbiamo osservato che le n dell’italiano, pur essendo fisicamente diverse, vengono di solito concepite dai parlanti come una sola n. La ragione è che l’occorrenza di una o l’altra n non ha il potere di determinare

alcuna differenza di significato in italiano. Cioè, non esistono in italiano due parole di senso diverso che differiscano solo per la presenza di due diverse n. In inglese esistono coppie di parole come sin (peccato) e sing (cantare), oppure thin (sottile) e thing (cosa), che differiscono solo perché la prima termina in [n] e la seconda in [ A B 3 C]: [sin], [si A B 3 C]; [θin], [θi A B 3 C]. Si dice che sin e sing sono una coppia minima , cioè una coppia di parole di significato diverso fra cui esiste una differenza limitata a un solo suono. Questo non può accadere in italiano fra [n] e [ A B 3 C], perché l’occorrenza dell’una o dell’altra è condizionata dal contesto: fra vocali in fine di parola e davanti a consonante dentale c’è sempre [n], mente [ A B 3 C] comprare sempre solo davanti a consonante velare. A renderle diverse è la differenza delle consonanti occlusive che seguono. Si dice che la distinzione fra due n non è pertinente in italiano. Mentre la differenza fra [n] e [ A B 3 C] ha una rilevanza psicologica per i parlanti inglesi. I parlanti inglesi sentono che quella differenza “serve a qualcosa”, mentre gli italiani neanche si accorgono di una differenza, che nella loro lingua, “non serve a niente”. In italiano le n si scrivono allo stesso modo, mentre in inglese la [n] si scrive n e la [ A B 3 C] si scrive ng. Invece in italiano non occorre segnalare graficamente la differenza fra la n di anca e quella di anta, perché a incaricarsi di differenziare le due parole c’è già la consonante successiva. In italiano la funzione di distinguere fra parole di diverso significato non è mai affidata a due diverse n, ma sempre ai suoni che seguono. Per conseguenza, possiamo anche dire che in italiano tutte le n hanno la stessa funzione.

Diciamo che i due diversi suoni [n] ed [ A B 3 C], in inglese realizzano anche due diversi fonemi. Li trascriviamo fra barre oblique: /n/ , / A B 3 C/. La trascrizione fra barre oblique si chiama trascrizione fonologica (o fonematica), e indica i fonemi di una lingua.

In italiano, i suoni [n] e [ A B 3 C] sono dunque solo varianti di uno stesso fonema (dette anche allofoni). Il fonema è realizzato da tutte le sue varianti, [m, ᶬ, n, ᶮ, A B 3 C], e si indica con il segno /n/, perché è quello che designa foneticamente la sua realizzazione più frequente. Poiché le varianti dipendono dai suoni con cui ono in combinazione, si chiamano varianti combinatorie. Una proprietà delle varianti combinatorie è di essere in distribuzione complementare ; cioè, nessuna può comparire nello stesso contesto in cui compare un’altra, e la somma delle loro distribuzioni equivale alla distribuzione complessiva del fonema. Ogni volta che compare una /n/, è realizzata come una delle sue varianti.

Un fonema può conoscere non solo varianti combinatorie, ma anche varianti libere. Alcuni parlanti dell’italiano pronunciano la /r/ con un’articolazione uvulare (“erre moscia”): [ R ] o [ʁ]. Dal punto di vista fonetico queste r non sono uguali, ma in italiano non sono diversi fonemi, bensì tutte varianti dell’unico fonema /r/. I movimenti articolatori non sono mai perfettamente uguali. E quindi le migliaia di a, di b e di f che pronunciamo ogni giorno sono tutte diversi l’una dall’altra. Questo dal punto di vista fonetico: per esempio le a possono essere più o meno aperte; ma dal punto di vista fonologico , cioè dalla loro funzione nel sistema lingua sono assolutamente identiche , perché svolgono tutte la “funzione a”. Cioè, non importa quale particolare realizzazione di a vi si manifesti; foneticamente si tratterà di produzioni tutte leggermente diverse, ma fonologicamente saranno tutte esattamente la stessa cosa, cioè verranno tutte capite allo stesso modo. Questo perché la lingua organizza le infinite possibili sfumature fonetiche in un numero finito di parole dotate di significato, composte mediante poche decine di fonemi. Non esistono nel lessico italiano parole la cui vocale non sia una delle sette che appartengono al sistema fonologico di questa lingua. I parlanti che sentono pronunciare una vocale intermedia decidono sempre se si tratta di una /a/ o di una /ꓛ/.

La stessa libera variazione, si verifica ange per i segni grafici (grafi) che stanno per un grafema: non importa come scriviamo una a, stanno sempre tutte per il grafema a, cioè svolgono tutte la stessa funzione all’interno del sistema lingua.

Mentre i suoni (e i grafi) sono realtà concrete, i fonemi (e i grafemi) sono realtà astratte. Nessuno produce mai un fonema: ciò che si produce è sempre un suono, che se fa parte di quelli capaci di essere ricondotti al fonema n, viene interpretato come tale ai fini della comprensione della parola in cui compare.

2.1. Fonologia e pronuncia delle lingue straniere

Ogni lingua ha un diverso inventario di fonemi. In inglese ha rilevanza fonologica la distinzione fra due tipi di n che in italiano sono solo varianti di un unico fonema. Lo stesso vale per /t/ alveolare e /θ/ interdentale,

*Mio fratello è arrivato IERI sera.

La prominenza intonativa segnala la parte dell’enunciato che viene presentata dal locutore come la più importante, come il contenuto che viene veramente trasmesso. I linguisti chiamano questa parte dell’enunciato il Rema , con parola greca che allude alla funzione di “portare avanti” il discorso. Il resto dell’enunciato, intonativamente meno sottolineato, è informazione data per già nota, i linguisti lo chiamano il Tema , cioè quell’informazione a proposito della quale viene predicato il Rema.

(6) Mio fratello è arrivato IERI sera

<<a proposito dell’essere mio fratello arrivato di sera, be’, è stato ieri>>

(Tema) (Rema)

  1. MIO fratello è arrivato ieri sera.

<<a proposito dell’essere un fratello arrivato ieri sera, be’, è stato il mio>>

(Tema) (Rema)

Fatti di questo tipo vengono studiati sotto il nome di struttura informativa dell’enunciato , non sono correlati soltanto all’intonazione, ma anche ad altri aspetti dell’organizzazione degli enunciati, come l’ordine dei costituenti e specifiche costruzioni che possono mettere in evidenza alcune parti del contenuto rispetto ad altre.

6. LESSICO

Non è affatto facile decidere che cosa si debba considerare “parola”. Secondo una definizione molto autorevole, conviene considerare:

Definizione di Parola:

ogni segmento della catena parlata o del testo scritto che non possa essere interrotto da altri elementi, che sia mobile, che possa comparire da solo, e che abbia significato.

Tavolo è una parola, mentre salire sul tavolo è formato da tre parole. Ma esistono lingue (dette, incorporanti , o polisintetiche ) in cui salire sul tavolo sarebbe formato da un’unica unità rispondente alla definizione data sopra. In queste lingue ciò che esprime l’idea di salire non è di per sé una parola, come non lo è in italiano ri- in risalire.

Un’altra questione per niente facile è quella delle classi di parole , cioè di quali siano i tipi di parole di cui si serve una lingua, e di quale sia il tipo a cui appartiene ciascuna parola effettivamente in uso. Se guardiamo alla maggioranza delle lingue europee sembrerebbe piuttosto chiaro che il linguaggio umano si fondi, su parole che devono necessariamente e con pochissime eccezioni appartenere a una delle seguenti categorie: VERBO, NOME, AGGETTIVO, AVVERBIO, CONGIUNZIONE, PREPOSIZIONE. Limitandoci alle tre classi maggiori, si può caratterizzare la distinzione fra Verbo, Nome e Aggettivo:

categoria grammaticale Denotazione semantica Funzione pragmatica NOME oggetto Referenza AGGETTIVO proprietà Modificazione VERBO Stato/processo predicazione

La colonna della “denotazione semantica” ci dice che i nomi tipicamente designano degli oggetti, gli aggettivi delle proprietà e i verbi degli stati o dei processi. Ma quel che conta è che la lingua tratta legge allo stesso modo di vaso o piede, cioè con la parola si riferisce a un ente autonomo. È per questo che nella colonna della “funzione pragmatica” al nome è assegnata la funzione della referenza. Invece gli aggettivi, che designano proprietà , hanno la funzione di modificare i nomi. I verbi invece non si riferiscono a enti, né li modificano, ma predicano processi, stati o azioni che possono vedere coinvolti gli enti designati dai nomi.

Però ci possono essere nomi derivati da aggettivi che di fatto designano delle proprietà: bianchezza, solitudine; e nomi strettamente connessi con verbi, come crollo o uccisione, che designano dei processi/azioni; ma tutti questi proprio perché sono codificati dalla lingua mediante dei nomi, “funzionano” come degli oggetti. Sono “reificati” (dal latino res, “cosa”: è come dire “cosificati”), trasformati in enti astratti rispetto a cui la lingua esercita la funzione della referenza. Non sono più aggettivi capaci di modificare un nome, né verbi capaci di predicare; sono diventati degli enti a loro volta capaci di essere modificati da proprietà (bianchezza abbagliante, solitudine insopportabile) e di partecipare come attori a processi predicati da verbi (il crollo mi ha spaventato). Esistono non pochi problemi, perché ci sono parole che hanno tutta l’aria di trovarsi in posizioni intermedie fra le classi. Per esempio, i participi dei verbi possono comportarsi sia come verbi, sia come nomi, sia come aggettivi:

  1. Passato il ponte, girate a destra;
  2. Non dobbiamo dimenticare il nostro passato;
  3. Il brodo non ha pezzetti perché è passato.

Le parole appartengono a diverse classi: riconoscere che si è di fronte a un nome e non a un verbo è il primo passo per capire che cosa dice un enunciato. Perché questo riconoscimento sia realistico occorre rendersi conto che spesso il confine fra una classe e l’altra è labile. In inglese, non pochi problemi crea al neofita il comportamento della forma in - ing, che può avere funzioni nominali, verbali o aggettivali a seconda della costruzione in cui si trova:

  1. This tiger i eating (verbo)
  2. An eating tiger (aggettivo)
  3. The excessive eating of this tiger (nome)

In (4) eating funzionalmente predica un’azione e semanticamente designa un processo, mostrandosi pienamente verbale. In (5) modifica il nome tigre e designa una proprietà transitoria del suo referente (la tigre), quindi è aggettivo. In (6) designa un oggetto astratto, il fatto che la tigre mangi, e questo oggetto è modificato da una proprietà mediante un aggettivo: si tratta di un nome.

7 LA MORFOLOGIA:

La morfologia è lo studio delle forme (dal greco morphé, forma), cioè del modo in cui sono formate le parole. Molte parole non sono dei monoblocchi, ma sono costituite da vari pezzi. Ad esempio, la parola alto è fatta di almeno due “pezzi”:

alt o Sviluppato in verticale Maschile singolare

1.Tipi di morfemi e tipologia morfologica. La flessione

I pezzi di cui sono fatte le parole si chiamano morfemi. Esistono due tipi di morfemi. Il primo tipo, sono i morfemi lessicali , esprimono informazione lessicale, dicendoci con quale elemento del lessico (=quale voce del dizionario) abbiamo a che fare. Il secondo tipo, è quello dei morfemi grammaticali , esprimono informazione grammaticale, dicendoci quali categorie e funzioni grammaticali accompagnano quella particolare apparizione della parola.

alt

sviluppato in verticale

a

femminile singolare alt

sviluppato in verticale

i

Maschile plurale alt

sviluppato in verticale

e

Femminile plurale

La classificazione dei tipi di lingue in base allo studio di tali questioni rientra nella tipologia linguistica , in particolare nella tipologia su base morfologica, che i linguisti praticano almeno dall’inizio del diciannovesimo secolo. L’italiano è essenzialmente una lingua flessiva, meno del latino perché ha affidato all’ordine delle parole e ad apposti morfemi liberi (le preposizioni) ciò che il latino esprimeva mediante la flessione. Altrettanto flessive sono lingue che ci circondano geograficamente, il francese, il tedesco e lo spagnolo. Non si può però, dire lo stesso dell’inglese. Le lingue che tendono ad avere un morfema per ogni funzione grammaticale si chiamano agglutinanti , perché le loro parole risultano dall’agglutinazione, cioè “incollaggio” senza fusione, dei morfemi grammaticali (un esempio ne sono il Turco e il Giapponese). Hanno un indice di sintesi abbastanza alto e minimo di fusione.

In parte simili alle lingue agglutinanti sono le lingue polisintetiche , perché anch’esse “incollano” insieme morfemi formando delle specie di trenini dove ogni vagone ha una sua funzione ben individuata; ma la differenza è che nel caso delle lingue polisintetiche ciascuna parola-trenino può contenere più di un morfema lessicale, e quindi risulta essere l’equivalente di un sintagma complesso o di una frase. Ad esempio in eschimese inuktitut (Canada). Le lingue polisintetiche hanno un alto indice di sintesi: molti morfemi, e per di più morfemi “importanti”, in ciascuna parola; e hanno un indice di fusione abbastanza basso, le parole fatte di diversi morfemi lessicali per poter essere comprese hanno bisogno che i confini fra di essi rimangano visibili.

All’opposto delle lingue polisintetiche abbiamo invece lingue isolanti , dette così perché in esse ogni morfema si presenta isolato, cioè non unito ad altri morfemi. L’esempio più noto di questo tipo è il cinese mandarino, dove ogni parola è formata da un solo morfema indeclinabile, cioè privo di qualsiasi forma di flessione o agglutinazione, in cinese sono liberi, oltre ai morfemi lessicali, anche tutti i morfemi grammaticali; lo stesso avviene nel vietnamita. Hanno un indice di sintesi minimo o nullo (ogni parola è fatta di un solo morfema), e quindi ad esse non può applicarsi alcun indice di fusione.

I quattro tipi di lingue che abbiamo descritti possono essere considerati l’esito delle combinazioni di due parametri, che i tipologi chiamano indice di sintesi e indice di fusione. L’indice di sintesi dice in che misura le parole di una lingua risultano dalla sintesi di più morfemi. L’indice di fusione dice quanto i morfemi sono fusi, cioè quanto i confini tra un morfema e l’altro risultano cancellati.

Nessuna lingua appartiene perfettamente a un solo tipo. L’italiano ad esempio, si comporta come una lingua isolante nella misura in cui affida funzioni grammaticali a morfemi liberi e isolati come le preposizioni; da agglutinante nella misura in cui adibisce un preciso morfema a esprimere esclusivamente un tempo; e come lingua fusiva tutte le volte che mescola più funzioni in un unico morfema desinenziale. L’inglese invece è isolante fintantoché non agglutina un morfema (ad esempio -s) ad esprimere il plurale; ed è addirittura fusivo quando utilizza un unico morfema per l’informazione lessicale e quella grammaticale nelle forme dei verbi irregolari.

Morfemi e allomorfi: in morfologia si parla di morfemi e loro allomorfi, cioè varianti formalmente diverse ma tutte riconducibili alla stessa funzione, e quindi tutte realizzazioni concrete dello stesso morfema.

2.La formazione delle parole: Derivazione e Composizione

I morfemi grammaticali che abbiamo visto finora hanno a funzione di segnalare alcuni attributi della parola, che possono far parte dei paradigmi di tutte le parole di quella classe (genere, numero e caso per i nomi e gli aggettivi, modo e tempo e persona per i verbi), oppure che determinano il ruolo da essa svolto nell’enunciato (il caso grammaticale).

I morfemi lessicali invece identificano il lessema, cioè quella parte che non varia attraverso il paradigma ed esprime il significato lessicale, ovvero il concetto (concreto o astratto) designato dalla parola. Esiste un terzo tipo di morfemi, in qualche modo intermedio fra questi. Si tratta di quei morfemi che, partendo dal significato lessicale di una parola, permettono di formarne un’altra che deriva il suo senso dalla prima, designando un concetto strettamente collegato. Per esempio, da casa è possibile con l’aggiunta di opportuni suffissi derivare nomi caseggiato e casamento:

cas- -eggiat- o -ament- o

In questi nomi, che si chiamano appunto derivati , fra il morfema lessicale cas- e quello flessivo -o si interpone un morfema che serve a derivarli dal nome-base casa. Fra i processi morfologici, accanto alla flessione, si parla di derivazione. I morfemi derivativi possono produrre parole che appartengono alla stessa classe della loro base; esempi di derivazioni fra le categorie maggiori:

  • Deverbali , nomi e aggettivi:

dal verbo Il nome Mediante i morfemi finanziare finanziamento -mento vibrare vibrazione -zione Dal verbo L’aggettivo Mediante i morfemi prevedere prevedibile -bile giustificare giustificativo -tivo

  • Denominali , verbi e aggettivi:

dal nome Il verbo Mediante i morfemi atomo atomizzare -izzare Pista depistare De- -are Dal nome L’aggettivo Mediante i morfemi vita vitale -ale ruggine rugginoso -oso

  • Deaggettivali, nomi e verbi:

dall’aggettivo Il nome Mediante i morfemi Bello Bellezza -ezza Avido Avidità -ità Dall’aggettivo Il verbo Mediante i morfemi Legale Legalizzare -izzare solido Solidificare -ificare

Non tutte le lingue affidano alla morfologia gli stessi compiti. In molte lingue è possibile “alterare” anche i verbi. Il significato causativo in italiano si ottiene mediante il verbo fare anteposto a un verbo di senso pieno: far vedere, far mangiare. In giapponese, la versione causativa di un verbo si ottiene mediante un morfema legato che si interpone fra la radice lessicale e il morfema grammaticale che esprime il tempo; in latino era possibile alterare i verbi mediante un suffisso, ottenendone la variante intensiva o iterativa.

Abbiamo mostrato soprattutto esempi di derivazione mediante suffissi , cioè morfemi derivativi aggiunti a destra del morfema lessicale, ma l’italiano dispone anche di prefissi , cioè di morfemi che si attaccano a sinistra della radice. Invece la nostra lingua non può aggiungere infissi , cioè morfemi derivativi inseriti all’interno della parola. Infine alcune lingue si servono di circonfissi , cioè affissi discontinui, composti da un prefisso e un suffisso che si presentano

oggetto; e non sapremmo che fare di tutto il resto della frase. Nemmeno possiamo decidere di divide arbitrariamente la frase in tre parti uguali, e riapplicare la regola

  1. La mamma di Lia ha picchiato quel ragazzo maleducato

*S *V *O

Per interpretare la frase, bisogna sapere qualcosa sulla sa struttura, cioò sul modello in cui in essa sono raggruppate e ordinate gerarchicamente:

la mamma di Lia Ha picchiato Quel ragazzo maleducato Soggetto Verbo Oggetto realtà è proprio il riconoscimento di tale struttura interna che ci permetti di porre i confini fra soggetto, verbo e oggetto.

Se procediamo dal basso, possiamo effettuare dei primi raggruppamenti di parole che sono più strettamente legate fra loro, è evidente che [di Lia] è un blocco a sé rispetto a [mamma], e che non c’è nessun blocco [mamma di] separato da [Lia]. Né avrebbe senso mettere Lia con ha isolando [Lia ha], o raggruppando [picchiato quel].

la mamma Di Lia Ha picchiato Quel ragazzo maleducato Det N Prep N Aus participio Det N Agg

Un buon modo per essere sicuri è provare a sostituire costituenti complessi con costituenti semplici. Se qualcosa di complesso è sostituibile da qualcosa di più semplice, significa che ne ha la stessa funzione. È facile verificare che non esiste un costituente semplice che possa sostituire [mamma di

] continuando a formare una frase italiana; mentre [la mamma di Lia] potrebbe benissimo essere sostituito da una singola parola (ad esempio, da un nome proprio). Anche [quel ragazzo maleducato] è un costituente a sé che potrebbe essere sostituito da un nome: entrambi hanno la stessa funzione di semplice nome, e per queso si chiamano sintagmi nominali ( SN ).

La struttura dei SN complessi non è ovvia. Come dobbiamo dividere [la mamma di Lia] e [quel ragazzo maleducato]?

  1. La mamma di Lia Quel ragazzo maleducato
  2. La mamma di Lia Quel ragazzo maleducato

Ci occorre la prova di sostituzione: non ci sono parole semplici che possono sostituire [la mamma] o [quel ragazzo] in (5), mentre [mamma di Lia] e [ragazzo maleducato] in (6) si possono sostituire con dei semplici nomi, segno che ne hanno la stessa funzione. Si dice che l’articolo (il), o l’aggettivo dimostrativo (quel), funziona come determinante (Det) del nome e concorre a forma con esso un sintagma nominale (SN). Il SN nel nostro caso è complesso, includendo o un aggettivo (maleducato) o un sintagma preposizionale (SP) (di Lia). I SN in (6) sono fatti di Det (articolo o dimostrativo) e di un nome complesso, definito come SN. Abbiamo dei SN composti a loro volta da un Det e da un SN:

la Mamma Di Lia Det N Sprep Det SN SN Quel Ragazzo Maleducato Det N Agg Det SN SN

la mamma di Lia ha Picchiato quel Ragazzo maleducato Det N Prep N Aus Part Det N Agg Det N SPrep V Det N Agg Det SN SV Det SN SN SV SN

Il verbo complesso invece è composto da un ausiliare (Aus) e dal participio del verbo di senso pieno, che nell’insieme costituiscono il Sintagma Verbale (SV) dell’enunciato:

Un potenziale raggruppamento è quello di scala maggiore: è possibile riunire ulteriormente i tre grandi costituenti del nostro enunciato, mettendone due insieme? È sufficiente fare un’altra prova di sostituzione. La sequenza di SN Soggetto e SB [la mamma di Lia] [ha picchiato] non è equivalente, e non può essere sostituita, mediante nessun costituente semplice; ma la sequenza di SV e SN oggetto [ha picchiato] [quel ragazzo maleducato]si: nel suo insieme è equivalente a un semplice verbo intransitivo. Questo significa che la sequenza SV-SN è, nel suo insieme, un SV complesso:

la mamma di Lia Ha picchiato Quel ragazzo maleducato SN SV SN SN SV

Riassumendo, la prima grande articolazione dell’enunciato è quella in SN (soggetto) e SV (predicato), dove il predicato SV può a sua volta essere costituito da un SV di livello inferiore e da un SN (Oggetto), nel qual caso si parla di verbo transitivo; oppure può non contenere alcun SN sottordinato, nel qual caso si parla di verbo intransitivo. Il fatto che le parole che compongono gli enunciati siano riunite sotto gruppi di vari livelli costituisce appunto quella che abbiamo chiamato struttura, tali raggruppamenti costituiscono un ordinamento gerarchico. Per capire in che cosa consiste la gerarchia dei costituenti di un enunciato linguistico, può essere utile adottare un sistema di rappresentazione:

la mamma di Lia ha picchiato quel ragazzo maleducato La mamma di Lia Ha picchiato quel ragazzo maleducato La mamma di Lia Ha picchiato Quel ragazzo maleducato la Mamma di Lia Ha picchiato quel Ragazzo maleducato la mamma Di Lia Ha picchiato quel ragazzo maleducato la mamma Di Lia ha picchiato quel ragazzo maleducato la mamma di Lia ha picchiato quel ragazzo maleducato

Se rappresentiamo la stessa struttura con le etichette:

F

SN SV

SN SV SN

Det SN SV Det SN Det N Sprep V Det N Agg

difficile dire se vi sia un ordine basico degli elementi, sono una ristretta minoranza. Una di queste è, o meglio, era, il latino. Sei ordini possibili nelle frasi che contengono un S, un V e un O:

ordini possibili SVO – OVS - SOV – OSV- VSO - VOS

Joseph Greenberg , in un suo lavoro del 1963 che ha aperto la strada agli studi di tipologia sintattica, ha mostrato che nelle lingue del mondo prevalgono largamente i seguenti tre:

ordini prevalenti SOV (45%)

SVO (42%)

VSO (10%)

I tre ordini prevalenti hanno in comune il fatto che il S precede l’O. questa preferenza rispecchia probabilmente il fatto che nella nostra cognizione della realtà ogni azione “parte” da chi la fa e solo in seguito “arriva” a chi la subisce. La tipologia dell’ordine basico non si limita a registrare che alcune lingue (italiano e francese), hanno ordine basico SVO, altre (basco e giapponese) SOV, e altre (irlandese) VSO; ma studia le correlazioni fra l’ordine basico e una serie di altri parametri di organizzazione sintattica.

4.La struttura argomentale

Si tratta dei Complementi della grammatica classica: di Termine, di Modo, di Tempo, di Causa; la teoria linguistica ne ha però approfondito lo studio. È fondamentale la distinzione fra i partecipanti obbligatori, che non possono mancare, e quelli facoltativi, che possono comparire ma senza dei quali la frase è comunque completa. In linguistica i complementi obbligatori del verbo si chiamano argomenti. I complementi facoltativi si chiamano aggiunti. A stabilire quali complementi possono e devono comparire è proprio il verbo, vero “motore” che regge la frase e ne genera la struttura sintattica. Ad esempio, un verbo intransitivo come dormire ha un solo argomento, si può dire che è monovalente, perché “si lega” a un solo argomento, che ne è il Soggetto:

a. Ugo dorme

Un verbo monovalente ha un solo argomento obbligatorio ma ammette degli aggiunti. Quelli che nella sintassi tradizionale si sarebbero chiamati un complemento di Modo e uno di Luogo, costituiti da un avverbio e da un sintagma preposizionale:

b. (^) Ugo dorme profondamente nel suo letto

Altri verbi italiani monovalenti sono: nascere, morire, svegliarsi, sbadigliare.

Un verbo transitivo come rompere è bivalente, cioè genera una struttura a due argomenti: Soggetto e Oggetto:

c. Un ragazzo ha rotto il vetro

L’obbligatorietà degli argomenti si traduce nel fatto che se uno di essi manca, la frase è inaccettabile:

d. *ha rotto il vetro

e. *un ragazzo ha rotto

La frase oltre agli argomenti obbligatori può comprendere degli aggiunti facoltativi:

f. (^) Un ragazzo ha rotto il vetro con la fionda durante la notte

Altri verbi bivalenti transitivi: amare, stringere, punire aiutare, ma ci sono anche verbi bivalenti intransitivi, il cui secondo argomento non è un oggetto diretto ma un sintagma preposizionale, come abusare (di), confidare (in), appartenere (a), ubbidire (a), nuocere (a).

Vi sono poi verbi che proiettano una struttura argomentale più complessa, prevedendo tre argomenti:

g. (^) Sandro mette i piatti nella credenza

Il verbo mettere è trivalente perché oltre a chi mette e alla cosa messa, prevede come argomento anche il luogo dove la si mette. Senza uno di questi tre argomenti, la frase non è accettabile. Altri verbi trivalenti sono: dire, dare, distribuire, spedire.

Alcuni verbi si possono analizzare come tetravalenti, e sono: tradurre, trasportare, trasferire:

h. (^) Giulia ha trasferito il suo cavallo dal maneggio al giardino di casa.

Ci sono anche verbi zerovalenti (o avalenti), che predicano eventi senza partecipanti. Tipicamente si tratta dei verbi che designano fenomeni atmosferici, come piovere, nevicare, grandinare. Per questo tipo di predicati le lingue che hanno espressione obbligatoria del Soggetto devono ricorrere a soggetti espletivi, cioè riempitivi (il dummy subject dell’inglese), che hanno natura solo superficiale e a cui non corrisponde nessuna entità nella scena descritta dal predicato: il pleut, it rains (piove). Gli argomenti e gli aggiunti associati al predicato esprimono i partecipanti all’evento descritto dalla frase. Questi rappresentano all’interno dell’evento funzioni diverse, che la linguistica chiama ruoli tematici.

I ruoli tematici non sono la stessa cosa di quelli sintattici. Esistono nella struttura profonda degli enunciati, nel modo in cui ci rappresentiamo lo stato/evento e i suoi partecipanti. Per questo sono stati chiamati anche casi profondi. La struttura superficiale, cioè la veste linguistica che questa rappresentazione riceve negli enunciati concreti, è un’altra cosa. Mentre i casi profondi sono gli stessi per tutte le lingue, ogni lingua li manifesta in superfice con strumenti diversi. Le lingue la cui morfologia prevede la flessione del nome, adoperano i casi morfologici, cioè dei casi superficiali. Le lingue che non hanno casi morfologici, per esprimere i suoli tematici adoperano morfemi liberi come le preposizioni, e l’ordine dei costituenti. Non c’è una corrispondenza diretta fra casi profondi e casi superficiali, il Soggetto non esprime solo il ruolo tematico di Agente, ma può anche esprimerli virtualmente tutti.

Ruolo tematico descrizione Agente L’entità che compie l’azione espressa dal predicato Paziente L’entità che subisce l’azione

Tema L’entità (né Agente né Paziente) a cui è riferito il processo espresso del verbo Esperiente L’entità che sperimenta/prova lo stato espresso dal predicat

Beneficiario L’entità che trae beneficio dall’azione/stato/processo

Destinatario/Meta L’entità o il luogo verso cui è diretta l’azione/processo Provenienza L’entità o il luogo da cui qualcosa si muove

Locativo L’entità/luogo dove si svolge l’azione/processo/stato descri dal verbo Comitativo L’entità che si associa all’agente nell’azione

due il ruolo di chi subisce l’azione, rappresentato idealmente dall’accusativo. Per questo vengono anche chiamate brevemente lingue accusative.

Altre lingue rappresentano nello stesso modo chi subisce un processo transitivo e chi è coinvolto in un processo intransitivo, distinguendoli da chi è all’origine dell’azione transitiva. Quindi sottolineano, rispetto agli altri due, il ruolo di chi agisce in modo transitivo. Questo tipo di azione si chiama ergativa (dal greco che significa compiere), e il caso morfologico che tipicamente la contrassegna si chiama caso ergativo. Il ruolo, indistinto, di chi subisce e di chi agisce in modo non transitivo prende invece il caso assolutivo. Le lingue di questo tipo sono chiamate ergativo-assolutive , una fra queste è il basco.

• MARCATURA DELL’AGENTE TRANSITIVO NELLE LINGUE ERGATIVO-ASSOLUTIVE

(basco)

Caso ergativo Frase transitiva Mutilak etxea erosi du Il ragazzo- ERG la casa-ASS ha comprato

È evidenziato il suolo di chi compie un’azione che si trasmette a un altro partecipante.

• MARCATURA DEL NON-AGENTE TRANSITIVO NELLE LINGUE ERGATIVO-ASSOLUTIVE

(basco)

Caso assolutivo Frase transitiva Irakasleak mutila ikusi du Il maestro-ERG il ragazzo-ASS ha visto Frase intransitiva Mutila etorri da Il ragazzo-ASS è arrivato

È evidenziato il ruolo di chi subisce un’azione o ne compie una che non si trasferisce su altri partecipanti.

Le lingue ergative, “allineano”, dandogli la stesa marcatura, quelli che nelle lingue accusative come l’italiano sono solitamente due diversi ruoli sintattici (Oggetto di verbo transitivo e Soggetto di verbo intransitivo). Ma anche in italiano questi due ruoli sintattici mostrano di essere meno distinti a livello di struttura profonda, perché in enunciati diversi, possono manifestare lo stesso partecipante nella struttura argomentale di verbo come affondare, aumentare o cambiare.

a. La nave affonda

b. I marinai affondano la nave

c. Le tasse aumentano

d. Il governo aumenta le tasse

Simili verbi sono detti verbi ergativi , appunto perché rendono evidente come in certi casi il soggetto della frase intransitiva e l’oggetto di quella transitiva, possono dare espressione a uno stesso ruolo argomentale, cioè allo stesso partecipante in una situazione.

9. SEMANTICA

La semantica (dal greco semaino “significo”) studia i significati. È una scienza complessa, che non si esaurisce all’interno della linguistica. La semantica linguistica si occupa di che cosa sia il significato, dei

rapporti che si istituiscono fra i significati delle parole, di come il significato si organizzi dall’interno di una parola, di come possa mutare nel tempo.

1.CHE COS’E’ IL SIGNIFICATO

Risale ad Aristotele la concezione del significato linguistico, che oggi si chiama referenzialista. Il significato di una parola coincide con il suo referente. Il significato di mela coinciderebbe con gli oggetti reali che chiamiamo così, passando attraverso il concetto di mela che si forma nella mente dei parlanti. Questa concezione si basa sul presupposto che ci sia un rapporto di tipo necessario e in qualche misura naturale fra gli oggetti e l’idea che noi ce ne facciamo. Il concetto di mela sarebbe lo stesso per tutti gli uomini, semplicemente perché le mele sono le stesse. All’epoca di Aristotele non si era ancora riflettuto molto sulla diversità fra culture, e quindi non c’era motivo di dubitare di questa impostazione. La verità è che i concetti nelle menti degli uomini non rispecchiano la realtà in un’unica maniera possibile; la elaborano e la “ri-costruiscono” in modi largamente arbitrari. Le diverse lingue “organizzano” i significati in modi diversi. Questa consapevolezza origina da una concezione della lingua come sistema, e si trova già pienamente nell’opera di Saussure. Per Saussure i concetti non sono idee date preliminarmente, ma valori determinati dal sistema. Ogni parola ha per significato lo spazio semantico lasciato libero dalle altre. Saussure trae la conclusione che se, ipoteticamente, una lingua avesse solo due parole, queste necessariamente si spartirebbero la totalità dei significati; cioè, ognuna designerebbe circa metà del reale e dell’immaginario.

Considerare il concetto che corrisponde a una parola come determinato in una certa misura dalla struttura del sistema, significa rendersi conto che esso è (in ugual misura) indipendente dalla natura del referente. Quella strutturalista è usualmente annoverata tra le definizioni concettualiste del significato. Si danno anche definizioni contestualiste connesse con quadri teorici comportamentistici, secondo cui il problema della natura dei significati è in sé troppo complesso o comunque non sufficientemente indagabile, e quindi conviene identificare il significato di una parola o di un’espressione linguistica con l’insieme delle situazioni d’uso.

Se l’impostazione referenzialista è ingenua perché non tiene conto della complessità del dominio dei concetti, quella concettualista si scontra con un problema che solo in prima approssimazione si può ignorare, cioè la delimitazione dei concetti stessi. Se a tutta prima i concetti associati a termini come mela, frutto o sedia, ci possono sembrare aproblematici, in realtà nessuno sa che cosa ci sia nella testa dell’altro, e in realtà siamo consapevoli che l’idea che si forma nella testa di ciascuno è diversa. Questo è ancora più vero per concetti più astratti come quelli sottesi a termini quali amore, gratitudine, esperienza o rancore. Le definizioni contestualiste cercano di liberarsi di queste difficoltà. Rinunciando a indagare le concettualizzazioni connesse con le espressioni linguistiche, si limitano a registrare che di fatto ogni espressione linguistica ha delle circostanze in cui viene usata.

2.TIPI DI SIGNIFICATI

Quale che sia la vera natura dei significati, ci sono alcune nozioni che si associano a essi e ci permettono di comprendere meglio come funzionano nella lingua. Una di queste è la distinzione fra estensione e intensione dei significati.

Estensione: è la sua capacità di abbracciare un certo campo di realtà, è il suo significato inteso referenzialisticamente: l’estensione di frutto è data da tutti gli elementi di realtà e di fantasia che possono essere designati con quella parola;

Intensione: è l’insieme delle proprietà associate al concetto di “frutto”: per esempio, il fatto di essere prodotta da una pianta, di contenere semi, di conoscere un periodo di maturazione ecc. l’intensione del significato di una parola coincide abbastanza con una sua definizione concettualistica.

Il significato estensionale di una parola dipende da quello intensionale: certe proprietà intensionali (es. essere un mammifero africano di grandi proporzioni, dalla pelle molto spessa e portatore di due corni sulla fronte) determinano l’estensione del significato (a tutti e soli i rinoceronti). Ancora più radicalmente, il significato intensionale della parola io non cambia mai, mentre il suo significato estensionale cambia a seconda di chi parla.