La mente in gioco.
CAPITOLO 1.
Il gioco come strumento neurodidattico.
• Sviluppo cerebrale e capacità ludica.
La validità pedagogica del gioco, mezzo di espressione della persona è intuibile. Si manifesta
nei primi anni di vita dell’individuo e lo accompagna lungo tutto l’arco della vita, il gioco segna
le tappe della crescita creando un ponte tra realtà e fantasia. Il gioco va inteso anche come
spazio di spensieratezza, divertimento ma anche come strumento educativo, un’attività
fondamentale per lo sviluppo dell’individuo. L’analisi della pratica ludica connessa allo
sviluppo può essere annoverata tra gli ambiti di indagine della ricerca neurodidattica, è
possibile mettere a fuoco meccanismi mentali e comportamenti psico-motori che stanno alla
base dei processi cognitivi e apprenditivi. Nelle intuizioni piagetiane il gioco svolge un ruolo
centrale nell’evoluzione cognitiva del bambino, contribuisce alla costruzione della funzione
simbolica e consolida capacità già acquisite attraverso la ripetizione e l’esercizio. Nel primo
anno di vita il bambino slitta da una fase di gioco funzionale, ad una fase di gioco funzionale-
rappresentativo; passa da una mera imitazione dell’oggetto e delle sue funzioni a una
considerazione del suo carattere rappresentativo. Nel secondo anno di vita l’utilizzo
sostitutivo di oggetti con altri ed i primi tentativi di metacognizione gestuale segnano
l’ingresso nella dimensione del gioco simbolico che raggiunge il suo apice nei comportamenti
ludici a carattere simulativo, quali la drammatizzazione, il mimo, l’imitazione e il travestimento.
Nel corso del terzo anno di vita, emerge la capacità immaginativa e si evidenzia una centralità
dei giochi di rappresentazione, mimetici. La simbolizzazione esprime il senso delle regole e
contribuisce ad esorcizzare le paure del bambino e fa si che questi si orienti nello spazio e nel
tempo, ordinando esperienze ed eventi. Negli anni successivi al terzo, il gioco contribuirà alla
messa a punto della schema corporeo. L’esperienza psichica del proprio corpo incrocerà non
solo il piano cognitivo-affettivo ma anche quello più strutturato ed intenzionale dello spazio
educativo. Il giovanissimo apprendente consoliderà la propria identità nel dialogo tra il sé e la,
imparerà a conoscere il contesto esistenziale, a conoscere l’ambiente circostante, farà
esperienze di socialità condivisa e gestirà la propria autonomia.
2.2. IL GIOCO E L’APPRENDERE E LA PLASTICITÀ MENTALE.
Dalla ricerca educativa emerge un legame tra apprendimento e gioco. È possibile considerare
soluzione di problemi, giocare è un modo di apprendere dentro una soluzione controllata in
cui i rischi di violazioni di regole sociali sono al minimo. Il gioco costituisce un ponte fra
apprendimento per prove ed errori e apprendimento intuitivo. L’attività ludica deve essere
capace di rinnovarsi e variare portando sviluppo e progresso. L’apprendimento si serve del
gioco come tecnica di potenziamento, consolidamento e recupero di conoscenze e abilità,
attraverso il gioco si può imparare più facilmente. Gioco e apprendimento vanno giustapposti
e integrati, il gioco costituisce un’esperienza simbolico-mimetica di costruzione di valori e
significati e l’apprendimento nella costruzione di valori e significati a partire dall’esperienza. Al
binomio apprendimento/gioco risponde il sistema educativo italiano tra curricoli di
pre-alfabetizzazione e curricoli incentrati sul gioco strutturato. I primi risentono di un impianto
tradizionale sui concetti piuttosto che sui processi e sono basati sull’idea del gioco libero. I
secondi hanno carattere innovativo perché sono focalizzati sulla prassi dell’apprendere e
guardano al gioco come strategia di alfabetizzazione precoce. L’approccio neurodidattico