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L'idea di nazione italiana durante il risorgimento, esaminando come l'identità nazionale sia stata concepita e rappresentata dai protagonisti del movimento risorgimentale. L'autore, alberto m. Banti, esplora il 'canone risorgimentale', ovvero l'insieme di testi letterari e privati che hanno contribuito a diffondere l'immagine della nazione italiana. Il libro si concentra sull'evoluzione del concetto di nazione, dalla sua introduzione nel vocabolario politico rivoluzionario francese all'elaborazione di una 'morfologia elementare del discorso nazionale' da parte degli intellettuali italiani dell'ottocento. Vengono analizzate le principali opere e figure del risorgimento, come foscolo, manzoni e gioberti, per comprendere come l'idea di nazione sia stata costruita e comunicata al pubblico. Quindi una prospettiva approfondita sull'origine e la formazione dell'identità nazionale italiana durante il xix secolo.
Tipologia: Dispense
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Il “politico risorgimento della nazione italiana” era la fondamentale parola d’ordine delle varie correnti che contribuirono alla costruzione di uno stato unitario; l’identità nazionale è stata considerata come un dato, una sorta di a priori dell’una o dell’altra costellazione politico-culturale di ispirazione nazional-patriottica, più che come una dimensione analitica da esplorare autonomamente. Cosicché, non c’è mai stato alcuno studio specifico sull’identità nazionale sull’Italia del Risorgimento → lavorare sulla fase di originaria formazione dell’identità nazionale che deve essere considerata come l’esperienza fondativa dei successivi centoquarant’anni di storia unitaria. Perché si diventava patriota? Perché si decideva di affiliarsi a qualche setta segreta o alla Giovine Italia? In termini generali, interrogativi di questo genere sono stati posti al centro dell’attenzione del libro di Benedict Anderson “Comunità immaginate” che descriveva l’importanza degli elementi simbolici nell’invenzione della nazione. Proprio per la scelta soggettivista il libro si intitola alla nazione del Risorgimento: esso si occupa non solo dell’idea di nazione nell’arco di tempo che va dal 1796 al 1861, ma dell’idea di nazione come la concepirono i protagonisti del movimento risorgimentale → ricorso a scritture di tipo privato e gruppo di testi, soprattutto letterari, che Banti considera globalmente il “canone risorgimentale” , perché fu a partire dalle immagini, dai simboli o dagli intrecci elaborati in quei testi che giovani lettori e lettrici, poi diventati patrioti, scoprirono la nazione. CAP.1: IL CANONE RISORGIMENTALE Nel Settecento, il termine patria possedeva due accezioni preminenti: luogo dove si nasce o dove si trae l’origine , corrispondente a uno stato specifico o ad un’area culturale (capitava così che designasse tanto singole città quanto regioni); sistema politico-istituzionale verso il quale i sudditi o cittadini dovevano lealtà. Questa accezione era stata ampiamente elaborata da Paolo Mattia Doria nel suo La vita civile (1729): ciò che ispira l’amore per la patria è il rispetto che si prova nei confronti dei magistrati, dei senatori o del principe (non faceva alcuna distinzione tra monarchia o repubblica). Nazione possedeva, invece, tre significati principali: in un’accezione arcaica poteva significare nascita (estrazione familiare o sociale), una variante che proiettava su un soggetto collettivo il primo significato censito per il termine patria. Nazione aveva acquistato anche il senso di collettività dotata di un habitus comune, fatto di usi e costumi specifici e differenziati. La collocazione territoriale di collettività così connotate poteva essere varia: in relazione alla penisola era frequente il riferimento ad ambiti geografici che non necessariamente coincidevano con i confini di uno degli stati esistenti, sia in una direzione localistica (es. nazione piemontese). Infine, il termine si arricchiva di un terzo campo semantico, specificamente votato a designare l’esistenza di una comunità culturale italiana, dotata di lingua e letteratura comune. Quest’uso del termine si era imposto con una certa efficacia: es. articolo di Carli Della patria degli italiani (se sul piano culturale era necessario cercare di contribuire al progresso delle arti che facevano dell’Italia una nazione, sul piano politico la fedeltà alla propria “piccola patria” era fuori discussione). A partire dagli anni ‘90 del Settecento, un profondo mutamento dei campi semantici sconvolse questa costellazione lessicale. L’impulso al cambiamento venne dall’estero, dalla Francia e arrivò insieme all’Armata d’Italia → nuovo vocabolario politico rivoluzionario, che presentava due novità:
il soggetto originario, da cui discendeva la legittimità delle istituzioni che in uno spazio e in un tempo avrebbero dovuto disciplinare la vita collettiva
- arricchimento semantico cui era sottoposto il termine nazione, tanto da subordinare a sé quasi tutti gli altri lemmi Diversamente da ciò che capitava nei decenni precedenti, ora patria non indicava indifferentemente qualunque sistema istituzionale, ma un singolo assetto costituzionale, ovvero quello di una repubblica dotata di istituti rappresentativi. Costoro erano per lo più giovani intellettuali che già prima del 1796 avevano seguito con entusiasmo le vicende della rivoluzione francese : nei primi anni ‘90 alcuni di loro avevano tentato di organizzare club, o addirittura ordito complotti filogiacobini , e per questo costretti all’esilio ; lì avevano potuto elaborare piani di trasformazione degli assetti geopolitici della penisola, in parallelo al maturare dell’ipotesi di un intervento militare francese. Quando l’armata d’Italia di Napoleone si era mossa, erano stati tra i primi ad accompagnarla e a participare agli atti delle prime repubbliche libere. A far decollare il discorso su un possibile stato unitario italiano dette un contributo decisivo Filippo Buonarroti : quando il Direttorio cominciò a pianificare l’azione militare contro il regno sabaudo e la Lombardia austriaca, intensificò i contatti con gli italiani, per sollecitarli ad organizzare azioni insurrezionali (il principale mediatore fu proprio Buonarroti). Chi si espresse a favore della costituzione di una repubblica italiana sostenne questa opinione facendo ricorso ad argomenti di carattere militare e politico-costituzionale: uno stato con un territorio così ampio e una popolazione così numerosa, avrebbe meglio resistito alle pressioni delle potenze vicine e avrebbe potuto arrecare vantaggi anche alla Francia, separata dalla nemica Austria da una potente repubblica sorella. Il presupposto logico che sostiene tutte queste proposte era l’esistenza di una nazione italiana che, in quanto unica depositaria della sovranità, aveva diritto di trovare riconoscimento in una repubblica di cui potesse scegliere gli assetti istituzionali. Sapere quali erano i caratteri di questa nazione, sapere perché ad essa si riconoscesse una priorità sulle nazioni piemontese, o lombarda avrebbe dovuto essere un passaggio ineliminabile. Si riconosceva l’esistenza di un “ genio della nazione italiana ”, i cui caratteri principali si riteneva fossero una medesima discendenza storica della romanità, un sangue comune, una comune religione, medesimi costumi, la stessa lingua, una precisa collocazione geografica. I patrioti sembravano operare nella convinzione che il caso italiano non fosse che l’immagine riflessa dell’esperienza francese. L’operazione di derivazione era evidente anche nell’ambito dei simboli : l’Italia veniva rappresentata con le stesse connotazioni iconografiche della Francia, o della Libertà o della Democrazia, e dunque come una donna pronta a dare nutrimento ai suoi figli e a conquistare gli strumenti della sua rigenerazione (il cappello frigio e il fascio littorio). Alla fine, operazioni mimetiche di questo tipo rendevano malcerto il senso del termine nazione (Ranza, per esempio, sosteneva la necessità di una Repubblica federale italiana). La fondazione vera della nazione doveva essere il compito dell’azione pedagogica dello stato: la proclamazione dell’unità italiana si poneva, contraddittoriamente, l’obiettivo di fare appello a un sentimento nazionale che solo l’unità stessa, intesa in un senso esclusivamente statuale, avrebbe potuto creare. Così facendo, ciò che implicitamente si negava era appunto l’esistenza di una nazione italiana. In effetti, in quegli anni, le esperienze di vita di persone che vivevano in luoghi diversi della penisola potevano variare tanto quanto variavano i contesti ambientali, le tradizioni contrattuali, le leggi e le istituzioni stratificatesi nel corso di molti secoli. Alla fine del Settecento gli stati esistenti erano 12. All’inizio dell’Ottocento una notevole omogeneizzazione normativa ed istituzionale era stata introdotta dalle riforme cui era stata sottoposta l’Italia durante l’epoca napoleonica (con l’eccezione della Sardegna, ancora sabauda, e della Sicilia, ancora borbonica). Ma da un lato
bisogna concludere che fu l’idea di nazione, così come venne creata da un pugno di intellettuali straordinariamente creativi, a costituire la motivazione fondamentale che li spinse all’azione. Giovani → è quando si è giovani che si scopre la nazione e che si abbraccia l’idea di battersi per essa ; è l’idea coltivata da Mazzini nel 1831 di proibire l’affiliazione alla Giovine Italia ai maggiori di quarant’anni. Il Risorgimento è un fenomeno generazionale ed eversivo : almeno lo è quando lo si osserva con gli occhi di uno dei membri dell’establishment italiano o europeo, che vede dei giovani che vogliono sconvolgere l’assetto geopolitico della penisola, mutarne le istituzioni. Ma il ruolo della famiglia, e del vincolo che lega una generazione all’altra, risulta fondamentale nel discorso nazionale : per esempio, nei Miei ricordi Massimo d’Azeglio ha parole di rispetto nei confronti del padre, i cui orientamenti politici possono essere riassunti in un rigoroso patriottismo monarchico-piemontese (dopo la battaglia di Marengo contro gli eserciti francesi, il padre va volontariamente in esilio a Firenze). C’è un aspetto che accomuna le vite dei genitori dei patrioti: sono tutti stati dei giacobini, hanno partecipato attivamente alla vita politica del triennio patriottica e si adoperano per trasmettere ai figli i fondamenti ideali di un patriottismo repubblicano. Ma nessuno di loro “scopre” la nazione italiana attraverso l’educazione dei familiari: l’illuminazione sembra arrivare dalla lettura dei testi di ispirazione nazional-patriottica. Sempre d’Azeglio spiega di essere stato inizialmente guidato dalle opere di Alfieri; Mazzini scopre la nazione nel 1821, quando incontra uno degli insorti, ma il senso di quell’episodio gli appare chiaro solo dopo la lettura dell’Ortis. Qualcosa cambia per la generazione successiva, quella dei nati dopo il 1815: ora i familiari, e talvolta gli insegnanti, cominciano a diventare le fonti dei primi messaggi di carattere nazional-patriottico (anche se non sostituisce l’impatto dei testi letterari). Con ciò non si intende che la lettura fosse l’unico modo per scoprire la nazione italiana. È perfettamente nota l’importanza della partecipazione a gruppi settari o ad iniziative politiche clandestine. In questo caso occorre ricordare il rilievo che alcuni di questi testi attribuiscono al pensiero di Mazzini → efficacia dell’azione propagandistica svolta dalla Giovine Italia nei primi anni ‘30 e ‘40: pensiero ricco di fascino soprattutto per i giovani, e in particolare per gli studenti delle università. Non minore fu il rilievo della pubblicistica neoguelfa, la cui onda fu avviata dalla pubblicazione del Primato morale e civile degli italiani di Gioberti : delineare una via pacifica e riformista per la costruzione di uno stato unitario. L’elenco delle opere appartenenti al “canone risorgimentale” non comprende i Promessi Sposi : il tema della nazione italiana non è al centro della storia manzoniana; Manzoni si è attenuto rigorosamente agli usi linguistici seicenteschi, cercando di restituire l’universo concettuale dei suoi personaggi (se ci sono realtà geopolitiche indicate chiaramente, esse riconducono alla realtà degli antichi Stati italiani). Le opere del canone ebbero una vita editoriale piuttosto varia, riassumibile in cinque diversi profili editoriali:
longevità anche all’inclusione tra i libri di testo delle università o scuole, come nel caso delle poesie di Leopardi, dei Sepolcri di Foscolo, delle poesie e tragedie di Manzoni Una lettura ravvicinata dei lavori del canone risorgimentale mostra la ricorrenza piuttosto sistematica di una serie di temi e figure che delineano una sorta di narrazione coerente della nazione italiana, che potremmo chiamare la morfologia elementare del discorso nazionale. CAP.2: MORFOLOGIA DEL DISCORSO NAZIONALE Nel suo corso sull’idea di nazione, tenuto a Milano nel 1943, Federico Chabod affermò che, nell’Ottocento “tra il movimento nazionale germanico e quello italiano, nonostante talune affinità, c’è un’assoluta diversità”. Secondo Chabod, nella tradizione risorgimentale italiana l’idea della nazione come frutto di un empito volontaristico, di una scelta consapevole, di un patto collettivo, aveva prevalso sull’idea dell’ascrizione etnica, dell’appartenenza ad una comunità di destino, naturalisticamente strutturata dalla terra e dal sangue, tipica invece del movimento nazionale tedesco. In effetti, molti testi del canone contengono la descrizione di un patto di fondazione, sottoscritto da una comunità di eroi in lotta per il riscatto della patria: es. Marzo 1821 di Manzoni , le Fantasie di Berchet e la Battaglia di Legnano di Cammarano → in tutti e tre i casi ci si trova di fronte a un giuramento. Manzoni immagina i congiurati piemontesi oltrepassare il Ticino e muovere al riscatto della Lombardia nel marzo 1821. Berchet scrive nel dopo marzo 1821: lui è stato tra coloro che hanno pagato il tentativo di insurrezione piemontese-lombarda (è in esilio, come il protagonista delle sue Fantasie). Quel che si profila è una concezione volontaristica della comunità nazionale. Mazzini non cessa mai di ripetere che popoli divisi da secoli di fratture politiche hanno bisogno di costituirsi in nazione, e che questo passaggio da “popolo” a “nazione” può avvenire solo attraverso un patto che conduca prima, ove necessario, a una guerra insurrezionale, e poi a una nuova fondazione politico-costituzionale. Solo dopo la fase di risorgimento, dopo che si sarà scrollata di dosso il peso delle tirannidi e delle divisioni, la patria potrà assumere il suo vero volto, quello di un'associazione civile: la Patria non è un aggregato, è un’associazione. Ma le cose non stanno proprio in questi termini: quei patti non danno origine alla nazione. Siamo di fronte a qualcosa che va assunto in forma molto più letterale: siamo nel momento del risveglio eroico della nazione, non nella fase della sua fondazione. I giovani che partecipano all’azione non giurano fedeltà gli uni agli altri come membri di una comunità che si forma ex novo, ma giurano di spezzare l’oppressione straniera, di restituire alla madrepatria le terre che le appartengono, di dare uno stato alla nazione (che esiste già). Le sue connotazioni sembrano precise: in Marzo 1821 Manzoni le enuncia “ una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor ”. Sono due forme di aggregazione che si pongono su piani diversi: l’appartenenza alla nazione ha il carattere di un’ontologia naturale che non può essere nascosta; i patti appartengono alla sfera dell’arbitrato e possono contraddire, tanto quanto esaltare, l’ontologia nazionale. Così la nazione non deve essere costituita attraverso un’azione politica, un esercizio di volontà: essa infatti appartiene ad un’altra dimensione, quella dei legami stabiliti dalla natura, secondo alcuni, oppure da una volontà metafisica (Dio) secondo altri. Nel Misogallo Alfieri enuncia il principio che deve funzionare da soffio animatore per la rinascita della nazione italiana, ovvero l’odio contro i francesi; dopodiché passa a descrivere i caratteri fondamentali della nazione che sono un luogo proprio, una lingua propria, e dei costumi propri che conferiscono “un’Unità che la natura ha sì ben comandata”. Mazzini invece ricorre a una sorta di ipotesi poligenica, dovuta al diretto intervento di Dio: le nazioni, argomenta nel suo Dei doveri dell’uomo, sono un mezzo per creare una vera fratellanza di tutta l’umanità (le nazioni esistono ab aeterno). Anche Gioberti attribuisce l’origine della nazione italiana all’intervento divino,
d) gli eroici, quanto sfortunati, tentativi di riscatto Mazzini ricordava che nella vita di una comunità nazionale “ il più grave dei delitti sociali è una guerra civile tra classe e classe” che contrasta irrimediabilmente contro la natura stessa della comunità, che è quella di essere una e indivisibile. In effetti, i conflitti interni possono anche opporre davvero fratelli a fratelli. Le divisioni interne aprono le porte alla debolezza di fronte agli stranieri : la minaccia straniera vuol dire perdita della libertà, della terra e getta un’ombra sulla vita della nazione, poiché ne minaccia la stessa essenza - la purezza del sangue - attraverso il possibile intreccio di rapporti erotico-sessuali impropri. La minaccia prende la forma dell’oltraggio violento a uno dei più segreti valori della comunità nazionale aggredita: la purezza delle donne. L’episodio dei Vespri siciliani, per esempio, uno dei fondamenti della costellazione evenemenziale che struttura la mitografia risorgimentale, unisce in sé l’oltraggio perpetuato dagli stranieri, e la ribellione per la difesa dell’onore (es. dipinto di Hayez). Nel Guglielmo Tell, uno degli sgherri del governatore tenta di rapire la figlia di uno svizzero; in Attila, la canzone di guerra degli unni promette violenze, incendi, stupri. Tra le opere del canone questo movente narrativo viene sviluppato in quattro diverse varianti: a) la donna, attraversata dal pensiero di una relazione con uno straniero, ma lontanissima dal volerla, inorridisce fin quasi al delirio. È la reazione di Matilde, la giovane descritta da Berchet mentre sogna che suo padre l’ha destinata in sposa a un soldato austriaco b) la donna finge di assecondare l’amore dello straniero per meglio colpirlo : è il caso di Odabella, nell’ Attila di Temistocle Solera, per la musica di Giuseppe Verdi c) talora l’innamoramento per lo straniero non è finzione, solo che poi il rapporto non è consumato, e l’innamorata si ferma davanti alla riacquistata consapevolezza di essere sul punto di tradire i più profondi valori del proprio popolo. Questo intreccio è presente in tre diverse opere di Rossini: L’assedio di Corinto , Mosè e Guglielmo Tell d) non sempre chi si fa sedurre è in grado di resistere alla passione d’amore: es. la lombarda descritta da Berchet nel Rimorso. Quelle che si perdono sono accompagnate dalla prova della loro impurità, ovvero dai figli avuti da stranieri; sono punite senza pietà Questi elementi sono ricomposti in forma diversa nei più complessi meccanismi narrativi che sono propri dei romanzi storici di Guerrazzi e d’Azeglio. Ricorrono costantemente tre figure : la prima è quella dell’ eroe , il protagonista e la guida; ha sempre delle qualità militari ed ha un riconosciuto ruolo di leadership politica o morale all’interno della sua comunità; è animato da un intenso amor di patria ma è destinato inevitabilmente alla morte , che ha un valore di testimonianza per i contemporanei e i posteri. Nell’ Assedio di Firenze di Guerrazzi, la più rilevante figura eroica è quella di Francesco Ferruccio, mentre Niccolò de’ Lapi è l’eroe dell’omonimo romanzo di d’Azeglio, ambientato anche questo a Firenze nel 1529-30 durante l’assedio della Repubblica da parte delle truppe imperiali favorevoli ai Medici. Il destino dell’eroe è sempre segnato dal suo incontro con il traditore: i traditori in questi romanzi sono italiani accomunati da una fragilità morale che fa da impressionante contrasto con lo spessore etico degli eroi; più pericolosi degli stessi stranieri, sono la causa della disfatta della comunità nazionale e la causa della morte dell’eroe. L’orrore etico è moltiplicato dalla perfezione morale delle donne che sono vittime delle loro trame. Le eroine nazionali hanno un unico tratto che le accomuna agli eroi: la fedeltà ai valori patrii. Per difendere l’onore della patria è necessario agire: nei testi del canone capita talvolta che siano proprio le donne le prime ad incitare gli uomini all’azione. Ma quali possono essere le vie dell’azione? La congiura o la ribellione , come nei vespri siciliani; ma anche il duello, singolare o per squadre, e infine la guerra. Più rilevato è il ruolo dei duelli e ve ne sono di due tipi: contro i traditori e contro gli stranieri. Essi non hanno mai soltanto il carattere di difesa dell’onore individuale, sono
infatti anche uno scontro per la difesa dei valori e della dignità della comunità. Il parallelo tra duello e guerra palesa uno dei caratteri fondanti dello scontro per la nazione: essa deve difendere valori etici, riscattare la nazione dalla sua caduta, oltre che liberare il territorio nazionale dai nemici. E tuttavia, il fatto che la guerra persegua anche l’obiettivo della liberazione effettiva ne fa un momento di scontro di un livello in qualche modo superiore al duello: ed è proprio questa sua superiorità che fa di essa un evento che ha caratteri di sacralità e di santità che al duello non sono attribuiti. Ancora prima che il progetto neoguelfo facesse interpretare la guerra del 1848 come una crociata, nei testi del canone e nelle parole di Mazzini la guerra in difesa dell’onore patrio si trasformava in guerra santa, voluta da Dio. Sembra che il discorso risorgimentale abbia avuto effetto su una parte significativa dell’opinione pubblica: ma quali meccanismi comunicativi riuscirono a produrre tale risultato? CAP.3: ARCHEOLOGIA DEL DISCORSO NAZIONALE Tra gli autori di testi inclusi nel canone, Berchet fu tra i più lucidi e determinati nel riflettere sul tipo di rapporto che un autore avrebbe dovuto intrattenere con il suo pubblico : la nuova letteratura romantica avrebbe dovuto essere non una letteratura per i “parigini”, i super colti, ma nemmeno una letteratura per gli “ottentoti”, resa impossibile dalla loro ignoranza → doveva essere una letteratura per il “popolo”, un’area intermedia di lettori colti ma non tanto da essere sordi alle emozioni che un testo poetico avrebbe potuto suscitare. Berchet tendeva a sottolineare che la relazione comunicativa tra lo scrittore e il suo pubblico doveva essere di natura più emotiva che cognitiva : la chiave per il successo non era tanto l’elaborazione di materiali “veri” , derivati da esperienze attestate e riconosciute, ma la costruzione di strutture narrative o poetiche che apparissero familiari e fossero capaci di far sobbalzare il cuore dei lettori; soprattutto storie capaci di apparire accettabili, senza troppo starsi a preoccupare della loro fondatezza o verosimiglianza → poesia civile dotata di un obiettivo politico manifesto, quello di svegliare gli italiani alla consapevolezza della propria italianità. Si chiedeva Berchet: è necessario restare fedeli alle fonti? No, è la sua risposta , a lui non interessava la verità: era la costruzione di immagini che fossero retoricamente efficaci nel loro compito di evocare valori e ideali ad importargli → costruzione di “immagini” (che fossero vere o false non aveva importanza). Pur lavorando in esilio dal 1821 al 1848 le sue poesie ebbero almeno otto edizioni estere, più due italiane: significa che le sue immagini riuscirono davvero a produrre quell’impressione e sentimento che Berchet si aspettava da esse. Le immagini e le forme narrative del discorso risorgimentale derivano da modelli preesistenti, opportunamente manipolati e rimontati : ed è proprio tale operazione di calco e manipolazione che dà un’apprezzabile, ma anche ambivalente, forza comunicativa all’idea di nazione. Nella descrizione contenuta nei testi del canone la nazione appare con i tratti distintivi di una comunità etnica dotata di aspetti biologici e culturali condivisi da tutti i suoi membri: ciò significa che la nazione si presenta nella veste di una realtà oggettiva, animata dalla volontà di Dio, dalla natura o dalla storia ; gruppo a cui si appartiene per ascrizione , piuttosto che per elezione. L’elaborazione di una simile immagine deve molto alla riscoperta del pensiero di Giambattista Vico: tra gli artefici del suo rilancio vi è uno degli autori di opere incluse nel canone, Vincenzo Cuoco. La sua opera di mediazione si muove in due direzioni principali: riprende e sviluppa l’ipotesi vichiana dell’antichissima “sapienza italica” , tematizzando nel Platone in Italia l’idea di un’origine preromana (ovvero etrusco-pelasgica) della nazione italiana ; l’ipotesi viene posta alla base del Primato di Gioberti. E tuttavia , nel caso italiano, questa elaborazione non riesce a tradursi in simboli o immagini capaci di installarsi solidamente nella mitografia nazional-patriottica: la mitografia
valutazione del ruolo che le istituzioni religiose hanno avuto e possono avere in futuro; in qualche altro caso si ricorre ad immagini bibliche per dar forza a passaggi narrativi o argomentativi, specie là dove si deve giustificare l’eticità di un’azione di vendetta o di guerra. Talvolta, infine, si tratta di enfatizzare l’intervento di un Dio della storia o delle nazioni. Al di sotto di questi rimandi operano relazioni più profonde e importanti per la strutturazione retorica del discorso risorgimentale: si tratta di una trasposizione della sola morfologia simbolica e narrativa, non certo di una trasposizione dei campi semantici originari della storia sacra, che solo entro limiti molto ristretti potevano essere utilizzati per la definizione del discorso nazionale. Sebbene il concetto di fratellanza rientri nella costellazione discorsiva nazionale durante il triennio patriottico, come derivato dell’elaborazione concettuale della Francia rivoluzionaria, esso è poi sottoposto a una rilettura che lo mette in relazione diretta con l’immagine cristiana della comunità dei fratelli in Cristo. Il collegamento più esplicito è tracciato da Mazzini , là dove riflette sulla natura delle pratiche associative : Il diritto d’Associazione è sacro come la Religione ch’è l’Associazione delle anime. La santità dell’associazione originaria si trasmette dunque alle associazioni di natura non strettamente religiosa: secondo Mazzini, dunque, collocata su un piano gerarchicamente superiore alle altre forme associative , in virtù della natura collettiva delle sue finalità, la nazione si propone, in continuità con l’esperienza cristiana, come una comunità di fratelli dotata di un respiro etico che la trasforma in qualcosa di sacro. Ma ancor più diretta è la simmetria che collega la triade figurale della narrazione nazionale (eroi, traditori, vergini) a quella che struttura la storia della redenzione (Cristo e seguaci, Giuda, la vergine con le sue imitatrici). In forme rituali diverse, le principali pratiche cultuali dell’Italia di inizio Ottocento, la messa e la recita del rosario, rinnovavano ogni volta la storia del Cristo, con una particolare enfasi sul momento culminante, ovvero il sacrificio: Robert Hertz ha ricordato che il senso profondo sta nel carattere testimoniale del suo sacrificio. Se compariamo le figure cristologiche con gli eroi della narrativa nazionale, le analogie appaiono piuttosto impressionanti: anche gli eroi svolgono una funzione testimoniale, grazie alla loro morte tragica. Mentre nella cristologia il sacrificio è testimonianza di uno “scandalo” etico (la caduta nel peccato), nel caso della narrazione della nazione esso è testimonianza di uno scandalo etico e politico (il disonore e la divisione della nazione) : la morte dell’eroe è la più grande sofferenza sacrificale, ma può liberare l’intera comunità nazionale. In questa prospettiva il “risorgimento” non è solo il risveglio alla coscienza di un soggetto collettivo dimentico di sé, ma è vera e propria risurrezione , cancellazione della colpa originale, riscatto dalla caduta politica ed etica. D’altro canto, senza traditore non ci sarebbe il sacrificio : come Giuda è causa diretta della sofferenza di Cristo, il traditore lo è dell’eroe e dunque della disgrazia della nazione. Nei testi del canone ci sono delle varianti di questa funzione generale, tra cui di particolare importanza è la macchinazione messa in atto dal traditore per infangare l’onore delle eroine nazionali , peculiarità che in nessun modo può essere ricondotta alla storia del cristo. Le eroine sono sistematicamente descritte con i tratti fondamentali della santità virginale: il modello è quello della Vergine Maria (es. descrizione di Laudomia, nel Niccolò de’ Lapi ); se si considera anche la minaccia dell’oltraggio sessuale, il modello cambia e diventa quello delle sante vergini e martiri (la resistenza all’oltraggio è testimonianza di una purezza incontaminata). In definitiva, attraverso questo sistemi di calchi e derivazioni, le figure della narrazione nazionale possono essere sembrate ammirevoli e, in qualche misura familiari, ai molti che facevano del culto di Cristo, Maria e dei martiri, il centro della pratica devozionale. Non sempre i campi semantici specifici che connotano le singole figure si piegano perfettamente ai canoni della storia di Cristo: il suo sacrificio è compiuto per un’idea di amore che non ha barriere né di popolo, né di lingua, territorio o razza. L’opera di Cristo è di pace: gli eroi della nazione sono soldati , per i
quali il ricorso alla violenza, fosse anche sotto l’etichetta della guerra santa, è questione vitale. Tra gli intellettuali cattolici, Manzoni è uno dei primi a cogliere la contraddizione tra le figure della nazione e gli ideali del cattolicesimo. Oppure Silvio Pellico, la cui esperienza della prigione è l’occasione di una vera e propria conversione religiosa: le differenze nazionali non sono che dati accidentali, superabili in nome della comune fratellanza in Cristo. Sono i gesuiti coloro che con maggiore lucidità avvertono i pericoli comportati dall’operazione di calco che gli intellettuali romantici hanno operato per costruire l’immagine della nazione italiana e dei suoi diritti che apparivano minacciosi sia per l’autorità spirituale che temporale del pontefice. Questi dubbi vennero espressi nel corso di una dura polemica suscitata dalla pubblicazione dei Prolegomeni al Primato e del Gesuita moderno di Gioberti, cui risposero padre Curci e padre d’Azeglio. Pio IX, dal 1846 al 1848, era potuto apparire nelle vesti del leader politico e spirituale del risorgimento nazionale , di quell’autorità a cui Gioberti, nel Primato , aveva riservato la presidenza della possibile confederazione italica → decisione presa dal pontefice di autorizzare l’ invio di un corpo di spedizione pontificio , che prendesse parte alle operazioni della guerra contro l’Austria al fianco dell’esercito sardo, dei volontari toscani e del corpo di spedizione napoletano: impossibile illusione, infatti Pio IX rifiutò il suo appoggio alla guerra nazionale (la guida della Chiesa gli imponeva il perseguimento di obiettivi universali che non potevano essere legati agli interessi dell’una o dell’altra nazione). Una presa di posizione di questo tipo generò una profonda frattura dell’opinione pubblica cattolica (ma il discorso nazionale non dipendeva in toto dalla tradizione etica e narrativa cristiana). All’origine dell’idea risorgimentale c’è anche un altro tipo di trasposizione che riguarda gli specifici campi semantici delle figure narrative (ciò che i personaggi fanno e i valori che li animano): e questa operazione mira a trasportare nel discorso della nazione elementi etici propri del linguaggio delle società cetuali, il linguaggio dell’onore. Struttura narrativa basilare: ciò che la nazione ha perduto è la sua identità, il controllo di se stessa e del suo destino, il rispetto da parte dei popoli stranieri: in una parola l’onore. C’è un rapporto di causa-effetto tra il riscatto dell’onta subita e la rivincita nazionale. Gli eroi e le eroine hanno la missione di testimoniare, attraverso le loro gesta e le loro morti, il valore e la qualità della comunità nazionale. Nella struttura delle narrazioni i fondamentali valori da difendere o da riscattare la valentia militare, la concordia, la purezza delle donne: sono collocate all’interno di un sistema gerarchico, nel quale il secondo e il terzo dipendono dal primo ; è necessario che gli uomini sappiano mostrare il loro valore militare così da poter ottenere il rispetto degli stranieri, ma anche dei membri moralmente più deboli della comunità, vale a dire quelli più esposti alle sirene del tradimento. Nel linguaggio dell’onore la verginità, ma anche la purezza, di una donna sono espressioni simboliche che scandiscono i confini relazionali di un gruppo rispetto ad altri (sfera dell’etnicità e della territorialità). Il controllo di questi confini simbolici è affidato in primo luogo agli uomini, nella lora funzione di padri, fratelli, mariti : nelle narrazioni nazionali dunque lo stupro e la mésaillance sono altrettante offese alla capacità che gli uomini della comunità hanno di assolvere il loro compito. Come si può reagire alla perdita dell’onore o a una minaccia all’onore? Insurrezione, guerra, oppure il duello che meglio evidenzia la posta simbolica dello scontro. Il duello, in effetti, è una pratica strettamente legata con il codice dell’onore; sia prima che, ancor più, dopo la riforma del codice penale del 1890, i duelli erano perseguiti come reato dalle norme penali italiane, ma erano pene relativamente lievi, a testimonianza di una certa tolleranza, se non accettazione, del codice d’onore. La sfida non è più appannaggio esclusivo di specifici gruppi di status , a testimonianza dell’avvenuta relativa “democratizzazione” del rituale; ha un carattere rigorosamente individuale ed è l’esibizione della quintessenza della mascolinità, il coraggio. Questo è un punto simbolico fondativo: il passaggio veramente fondamentale del rituale sta, infatti,
comunità nazionale avesse un fondamento razziale o etnico. E tuttavia la forza pervasiva dell’immagine naturalistica della nazione è testimoniata dal suo riemergere inaspettatamente anche in ambiti testuali che pongono l’accento su elementi radicalmente diversi dall’origine, dal sangue o dalla razza. Nelle poesie o nei romanzi del canone il momento rituale di questa espressione di volontà era il giuramento collettivo con finalità belliche, un gesto che, uscendo dalla finzione narrativa, caratterizzò per esempio la festa della federazione che ebbe luogo a Pisa il 6 settembre 1847 e che Montanelli rievocava nelle sue Memorie. A dare maggiore dignità concettuale a questo duplice modo di immaginare la nazione contribuirono gli interventi teorici che, negli anni ‘50, Pasquale Stanislao Mancini e Terenzio Mamiani dedicarono al tema della nazionalita. Mancini affrontò il tema per la prima volta il 22 gennaio 1851, nella prelezione al suo corso di Diritto internazionale e marittimo a Torino. L’assunto fondamentale del suo ragionamento era che il diritto internazionale avrebbe dovuto essere rifondato sulla base del principio di nazionalità , cosicché ad ognuna di esse avrebbe dovuto corrispondere uno stato. Se si indaga la protostoria delle nazioni, esordiva Mancini, si deve riconoscere che esse hanno un fondamento originario nella famiglia, e che anzi la “Nazione nella primitiva sua genesi storica esser non poté che la famiglia stessa , la quale si ampliò per propaggini e generazioni sul territorio che occupava”. Dunque, coerentemente con le immagini del canone, Mancini sosteneva, con piglio scientifico, che la struttura elementare della nazione dovesse essere individuata nel reticolo di parentele. Tuttavia, questa non era che la cellula primordiale, cui andavano aggiunti altri elementi fondamentali, e in particolare la regione, la razza, la lingua, le costumanze, la storia, le leggi, le religioni. L’importanza dell’elemento geografico stava nell’interazione che esso instaurava con le caratteristiche etnoculturali della nazione che ospitava: la razza è espressione di una identità di origine e di sangue…è sotto questo aspetto rapporto che la Nazione più ritrae la famiglia. Aderendo alla teoria monogenica dell’origine delle razze, attribuiva all’influenza dei climi e delle abitudini la diversificazione del genere umano in più razze. Al fianco della geografia e della razza, andava poi posto il vincolo più forte di tutti, che era il linguaggio ; assolutamente indispensabile era la coscienza della nazionalità , il sentimento che ella acquista di se medesima e che la rende capace di costituirsi al di dentro e di manifestarsi al di fuori. Si noti che, nel ragionamento di Mancini, questo fattore era elemento necessario ma nient’affatto sufficiente all’esistenza della nazionalità, per la quale era indispensabile anche il sostrato etnico-storico. Mamiani, nel suo Di un nuovo diritto europeo del 1859, accettava la premessa fondativa posta da Mancini, ovvero la necessità di ricostruire le relazioni internazionali sulla base del diritto di nazionalità. Egli sembrava, tuttavia, dare alla componente volontaristica un peso assai maggiore poiché, secondo lui, elemento ineliminabile per la costituzione di una nazione doveva essere considerato l’esercizio di scelta cosciente da parte dei popoli. Mamiani riteneva che le nazioni avessero una loro autonoma consistenza naturale, che derivava dalle interrelazioni originarie instaurate da un medesimo gruppo di famiglie. Le componenti dell’esperienza nazionale, l’ascrizione naturale e la manifestazione di volontà, sono aspetti che, tra il 1859 e il 1865, escono dall’ambito dei puri circuiti discorsivi per entrare nell’ universo normativo della giurisprudenza → due momenti cruciali per la costituzione del nuovo stato nato dal risorgimento: fase dei plebisciti e discussione intorno al diritto di cittadinanza. L’interpretazione corrente del senso dei plebisciti insisteva sul loro carattere di opzioni relative alla forma di stato che avrebbe, dal voto in poi, disciplinato la vita delle popolazioni chiamate ad esprimersi. Ad eccezione del caso della Lombardia, i plebisciti del 1859-60 prevedevano l’annessione alla “monarchia costituzionale” senza la mediazione di alcuna assemblea costituente, mentre in
nessuno di quei plebisciti si chiedeva la costituzione della “nazione italiana”. Per tutti era chiaro che la nazione italiana preesisteva agli atti politici , alla guerra e che ciascuno di quegli atti era l’effetto di una riacquistata consapevolezza di quella originaria appartenenza. Ma una volta costruito il Regno d’Italia si trattava di trasformare quella consapevolezza di appartenenza in norme legislative che la regolassero con precisione. Le norme sulla cittadinanza vennero fissate dagli articoli 5-10 del Codice civile (1865) : ricalcavano da vicino quelle che erano già incluse nel Codice civile sardo del 1837, e prevedevano che fosse considerato cittadino chi era figlio di padre cittadino, indipendentemente dal luogo di nascita. Lo straniero nato all’estero poteva ottenere la cittadinanza solo in seguito a naturalizzazione per legge o decreto reale. Ma qual era il significato che i legislatori attribuivano a una simile normativa? → dibattito sul relativo processo di legge che si svolse alla Camera nel febbraio 1865 e che contrappose Crispi da un lato e Pisanelli e Mancini dall’altro. Crispi criticò duramente l’impianto della legge e in particolare si oppose al principio “è cittadino il figlio legittimo di padre cittadino” ; a suo parere la cittadinanza la dà la terra in cui si nasce , quindi ogni individuo nato nel Regno d’Italia è cittadino italiano. Affermava che il Codice avrebbe dovuto considerare anche gli italiani che si trovavano nelle terre non ancora liberate, accordando loro la cittadinanza. Il principio di territorialità non poteva essere considerato come il criterio esclusivo, poiché così facendo si sarebbe ricaduti nel diritto feudale, ed era del tutto logico che si ritenesse fondamentale il principio parentale, poiché era proprio quello che garantiva l’appartenenza di un soggetto alla comunità nazionale ( la razza è il precipuo elemento della nazionalita ). A Pisanelli si affiancava Mancini, secondo il quale Crispi aveva sbagliato nell’affermare che la terra su cui si nasce imprime all’uomo la cittadinanza. Pisanelli aveva indicato l’origine di quel principio nel vincolo che lega l’uomo alla terra e alla sua signoria nel diritto feudale. Al contrario, per Mancini il principio vero e grande è il principio di nazionalità : l’uomo nasce membro di una famiglia, e la nazione essendo un aggregato di famiglie, egli è cittadino di quella nazione a cui appartiene la sua famiglia. Ma nelle norme del Codice, se lo ius sanguinis era il criterio fondamentale, lo ius soli non era affatto disconosciuto (principio sussidiario). L’etica e il lessico del martirio eroico invadono innumerevoli pagine delle testimonianze: ad esempio, il simbolo della Giovine Italia, un ramoscello di cipresso, fu scelto da Mazzini proprio in memoria dei martiri. Nel 1849 Atto Vannucci pubblicò il primo volume di un libro intitolato I martiri della libertà italiana dal 1794 al 1848 significativamente inclusi nell’arco di tempo che andava dal periodo giacobino fino alla rivoluzione nazionale. La natura testimoniale dell’eroe martire veniva sviluppata spesso nell’immagine della necessaria opera di apostolato che i militanti del movimento nazionale avrebbero dovuto svolgere → esplicita traduzione grafica in un quadro per il barone Ciani che Hayez espone nel 1827 col titolo Gli apostoli Filippo e Giacomo in viaggio per le loro predicazioni : rappresentava in realtà i due fratelli del Ciani, Filippo e Giacomo appunto che, coinvolti nelle congiure del 1821, erano fuggiti in esilio e si erano dedicati all’opera di apostolato patriottico (anche i colori rosso, bianco e verde dei panneggi). Esposto a un’intensa rilettura in termini cristologici fu anche l’eroe per antonomasia del Risorgimento: Garibaldi ; è datata al 1850 una litografia eseguita in Piemonte, nella quale è rappresentato in sembianze di Cristo benedicente. Giovanni Visconti Venosta così ricordava il suo arrivo in Valtellina nel 1859: il fascino che Garibaldi esercitava sulle moltitudini era meraviglioso…sebbene allora non portasse la camicia rossa, non si sarebbe detto fosse un generale, ma il capo d’una religione nuova. Né meno degli uomini erano entusiaste le donne, che portavano perfino i loro bambini a Garibaldi perché li benedicesse o battezzasse. Negli anni precedenti alla rivoluzione nazionale, e nello stesso 1848, già si era cominciato a coltivare il culto dei martiri e a celebrarli con feste religiose e civili (es. pellegrinaggio a Gavinana, per onorare
Nelle fantasie dei testi letterari, come nella realtà dei fatti, la lotta per il riscatto della patria era cosa da uomini. I patrioti avevano considerato le donne come le portatrici della più intima ricchezza simbolica della nazione, la castità, da proteggere dalle minacce dei barbari stranieri; e ad esse avevano riservato il ruolo di madri o di mogli trepide, che incoraggiavano figli o mariti ad andare a combattere per proteggerle. Quando si raccontano le partenze o gli arrivi dei corpi di spedizione volontari o regolari, non manca mai la descrizione della folla femminile. I feriti sono soccorsi da improvvisate crocerossine, i morti sono assistiti da donne caritatevoli; e solo nei momenti del più disperato pericolo si vedono donne che, nelle città insorte, partecipano alla difesa delle barricate, mentre nella maggior parte dei casi il pubblico femminile fa solo da appoggio e da platea alle eroiche gesta maschili. Modello di femminilità che Francesca Ferrucci stava elaborando proprio in quel periodo nella forma del trattato educativo per le donne , sebbene il suo resistere “virilmente” alla durissima prova suggerisca un certo disagio nel vestire i panni della donna partecipe ma solo spettatrice. Non sarebbe stato facile per una ragazza di buona famiglia abbandonare l’ambiente domestico, rifiutare la struttura dei ruoli di genere, e correre dietro alle proprie ambizioni eroiche. Chi aveva avuto la forza di farlo, operando una scelta socialmente dirompente, come per esempio andare a combattere nelle guerre patriottiche, aveva talvolta sentito la necessità di travestirsi da uomo , come la contessa Martini Salasco, che partecipò all’impresa garibaldina in Sicilia. Ma non tutte le patriote sentirono il bisogno di rinnegare la propria identità di genere: questo fu il caso di Cristina di Belgiojoso → 1866 - Della presente condizione delle donne e del loro avvenire : può darsi che la donna sia fisicamente più debole dell’uomo, osservava Cristina di Belgiojoso, ma non c’è alcun dubbio quanto alla parità delle rispettive qualità intellettuali ; il cambiamento deve essere graduale, non radicale, perché così sarà anche sollecito e sicuro. Pensare che le tensioni nella definizione dell’identità di genere siano una questione che riguarda solo l’universo femminile del Risorgimento, come di altri contesti, sarebbe un’ingenuità. E non tutti i patrioti si fanno assorbire senza resistenze dall’immagine sacrificale o epica, ma comunque virile, dell’eroe combattente. Esiste infatti un’altra variante, insistentemente esplorata soprattutto in alcuni testi della memorialistica garibaldina. La chiave di questo modello alternativo sta in un’intensa estetizzazione dell’atto eroico , nella valorizzazione della bellezza fisica maschile, e in un culto dell’amicizia ricco di palesi risonanze omoerotiche. Parlando della sua partecipazione alla difesa della Repubblica romana, Nino Costa ha modo di porre l’accento sul contributo che Garibaldi stesso diede alla diffusione di un apprezzamento per l’aspetto estetico del loro gruppo combattente: ne suggeriva una derivazione dagli ideali della classicità, ulteriore tratto condiviso da altre declinazioni del nazionalismo europeo. Mentre in moltissimi altri casi la morfologia del discorso nazionale si era imposta senza residui per l’ammirevole efficacia delle sue soluzioni retorico-narrative o per la forza dei suoi richiami a tradizioni discorsive pregresse, nella memorialistica garibaldina c’era prova dei margini di libertà che, per alcuni aspetti almeno, si aprivano anche nella ricezione di una morfologia così potente quale quella che aveva strutturato l’idea di nazione del Risorgimento. CONCLUSIONI Le testimonianze del loro impatto sono così numerose da indurre a credere che chi aveva incontrato la nazione nei libri degli autori canonici, se non aveva buone difese culturali, o buoni motivi sociopolitici per rifiutarla, l’aveva accolta senza troppe resistenze. Una buona parte del successo doveva essere attribuita al fascino sprigionato dai nessi intertestuali che collegavano il discorso nazionale a ideologie “altre” , ancora profondamente radicate nei sistemi educativi, o nella socializzazione informale. Un’operazione di geniale parassitismo, come molte altre, nella storia
della cultura. Carattere piuttosto coerente della descrizione che si poteva ricavare dai vari testi del canone: una storia con dei tratti che combaciavano perfettamente gli uni con gli altri; descriveva un soggetto esso stesso normativamente immaginato come compatto, olistico. Fin dal momento dell’Unità però questa immagine sembrò confliggere con la percezione delle differenze territoriali o delle divisioni politiche che animarono la scena del nuovo stato-nazione. La prima cosa che poté turbare la coscienza di molti patrioti fu ciò che da molti venne percepito come un’ irriducibile diversità delle regioni meridionali della penisola : sembra trapelare l’idea di una diversità etnica tra le due Italie. Per la maggior parte dei commentatori l’appartenenza delle popolazioni meridionale alla nazione italiana era indubbia: ciò che veramente consentiva di capire il degrado sociopolitico meridionale, era l’eredità di corruzione e malgoverno lasciata dietro di sé dai Borboni. Idea che una volta eliminato il malgoverno borbonico e introdotta un’amministrazione fondata su istituti liberi, le peculiarità che diversi patrioti ritenevano di dover constatare nel Mezzogiorno sarebbero state in breve tempo corrette: ma la questione non sarebbe stata archiviata così rapidamente, come l’esplosione del brigantaggio si incaricò subito di mostrare. Un altro aspetto che turbava l’animo di molti osservatori era la divisione in “partiti” che sembrava riproporre la realtà degli odi intestini , contro cui tanto aveva polemizzato la letteratura nazional-patriottica del Risorgimento. Le fratture che correvano all’interno del movimento nazionale erano di un tipo tale per cui chi avesse vinto la partita, avrebbe vinto tutto, e chi avesse perso sarebbe rimasto con un pugno di mosche in mano. La nazione in nome della quale si parlava era la stessa : proprio per questo i leader delle varie sezioni finirono per pensare se stessi come i migliori esegeti delle esigenze della nazione , cosicché gli avversari erano da considerare come dei mistificatori, se non traditori. Non sorprende che ad Unità compiuta le fratture politiche tra liberal-monarchici e democratico-repubblicani non si ricomponessero affatto, mentre il quadro politico complessivo era aggravato dal rifiuto della sezione cattolico-intransigente dell’opinione pubblica di riconoscere la legittimità del nuovo stato. Anche tra i vincitori, all’interno del campo liberale e del Parlamento, le segmentazioni politiche non tardarono a comparire. Ed era certamente anche a queste divisioni che pensava d’Azeglio quando scriveva l’introduzione dei Miei ricordi , e lamentava che all’organicità ideale della nazione, idea che aveva guidato le lotte del Risorgimento, sembrava seguire una nuova fase di frammentazione e spaccature. Il carattere moralisticamente normativo del testo di d’Azeglio, così retoricamente suadente da aver avuto la sua traduzione sintetica nello slogan “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”, nascondeva un grave problema: se ciascuno doveva contribuire alla prosperità della nazione, chi era in grado di vedere qual era il bene collettivo e chi poteva parlare in nome della comunità nazionale? Banti crede sia sbagliato dire che il senso di appartenenza alla comunità nazionale dopo l’Unità era debole tra le élites (molto diverso per le aree rurali o per gli strati urbani): ma il punto è che tale senso di appartenenza poggiava su un sistema narrativo che si snodava intorno all’assunto della natura olistica e organicistica della nazione, che confliggeva con la quotidiana esperienza di divisioni e scontri politici, economici e sociali. Da qui il senso di disagio, critica di molti intellettuali, politici e borghesi nei confronti dell’Italia nuova.