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Appunti del libro "La ragione populista"
Tipologia: Appunti
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XXVI Convegno annuale Sisp Roma 13-15 settembre 2012
Sezione: Partecipazione e movimenti sociali Panel: Populismo e partecipazione politica (chairs: Fabio de Nardis e Fabrizio Gentile)
Il prisma populista tra reazione e partecipazione
Adriano Cirulli (UTIU – [email protected]) Enrico Gargiulo (Università di Torino – [email protected])
Le importanti trasformazioni sociopolitiche in atto negli ultimi anni – tra cui i processi di globalizzazione, la crisi della democrazia rappresentativa, e il forte ridimensionamento delle identità politiche tipiche della modernità industriale – hanno favorito l’affermazione del populismo sulla scena politica europea e non solo, tanto da generare una crescente attenzione delle riflessioni e delle analisi degli studiosi su questo fenomeno. Le forme in cui si sta realizzando il populismo contemporaneo nei diversi contesti geografici e politici sono estremamente variegate. Anche per questa estrema variabilità, manca un consenso di fondo tra i diversi autori sul come definire e interpretare il populismo. Alcune interpretazioni considerano la nuova ondata populista prevalentemente come una reazione antidemocratica, caratterizzata da autoritarismo e xenofobia, frutto dell’abilità dei leader neopopulisti nel saper sfruttare il senso di incertezza e paura generato dagli importanti cambiamenti sociali ed economici collegati alla globalizzazione. Altri studiosi, invece, sottolineando la maggiore complessità del fenomeno, considerano riduttivo associare il populismo contemporaneo solo ad esperienze antidemocratiche di estrema destra o autoritarie. Il populismo contemporaneo sarebbe piuttosto un fenomeno ambivalente, sintomatico della crisi della democrazia rappresentativa, che può favorire spinte autoritarie e antidemocratiche, ma che, allo stesso tempo, esprime anche un potenziale di rigenerazione della democrazia attraverso la partecipazione popolare. Per altri, infine, il populismo non rappresenterebbe assolutamente un fenomeno patologico e deviante della democrazia, quanto piuttosto un meccanismo fisiologico di riarticolazione della politica democratica, in cui la costruzione
politica del “popolo” è il prodotto di processi egemonici di definizione di nuove identità collettive nel contesto dell’attuale capitalismo globalizzato, caratterizzato da estrema eterogeneità sociale e differenziazione dei conflitti sociopolitici. Questo paper intende sostenere lo sviluppo di analisi politologiche attente alle ambivalenze, alle varietà e ai diversi significati che assume il fenomeno populista. Il populismo appare sicuramente come un fenomeno importante nella politica contemporanea. Le crisi o profonda trasformazione delle identità collettive attorno cui prendeva forma l’azione politica in passato, nel contesto di importanti mutamenti sociali e culturali, ha reso l’appello al ‘popolo’ un prisma attraverso cui si costruiscono diverse forme di mobilitazione sociale e politica. Questa attuale rilevanza della costruzione politica del “popolo” impone uno sforzo di analisi attento alla sua complessità e varietà. In questo senso, proprio il rapporto tra populismo e partecipazione risulta essere un ambito importante per verificare le diverse forme assunte dal populismo contemporaneo. Con l’obiettivo di sostenere un approccio al populismo neutrale da un punto di vista normativo, nella prima parte del paper descriveremo sinteticamente alcuni dei principali approcci che si sono affermati nella recente letteratura sul populismo: un primo gruppo di autori in cui il populismo viene visto come fenomeno tendenzialmente patologico della democrazia, sintomo della crisi della moderna democrazia contemporanea, pur riconoscendo una non completa estraneità delle tendenze populiste dalla politica democratica (par. 1); il modello teorico proposto da Ernesto Laclau, in cui il populismo appare come aspetto fisiologico, e addirittura costitutivo, del politico (Par. 2). Nel terzo paragrafo, basandoci su letteratura secondaria, realizzeremo un’analisi di alcuni casi di movimenti europei (estrema destra, regionalismo/nazionalismo periferico e movimento No Tav in Val Susa), in cui, attraverso le ambivalenze del legame populismo-partecipazione, è possibile individuare alcune delle diverse forme del populismo contemporaneo in Europa
1. Populismo, malessere democratico e rigenerazione della democrazia
Nei contributi emersi nella recente letteratura politologica, in genere non vi è una trattazione specifica sulla relazione tra partecipazione e populismo. Ad ogni modo, questa relazione entra nella discussione, seppur indirettamente, nelle riflessioni riguardanti il rapporto tra populismo e democrazia, che, invece, è un aspetto centrale nei principali lavori sul populismo contemporaneo.
In questa visione, quindi, il populismo è una componente latente essenziale e fisiologica della democrazia, il rovescio della medaglia o il “lato oscuro” della democrazia, che non necessariamente porta alla manipolazione autoritaria, ma, attraverso la mobilitazione, attivazione e partecipazione del popolo, può rappresentare anche un correttivo, corroborante e rigenerante della democrazia. Una valutazione simile è quella fornita da Yves Mény e Yves Surel, nel loro studio dedicato proprio al rapporto tra democrazia e populismo, soprattutto in relazione all’attuale crisi della democrazia rappresentativa. Anche questi autori partono dalla considerazione del populismo come elemento non completamente estraneo alla democrazia. La democrazia, in quanto realtà bipolare, è sempre alla ricerca di un difficile equilibrio dinamico tra le sue componenti:
Come il «visconte dimezzato» di Italo Calvino, che deve riconciliare le due parti antagoniste della sua personalità, le democrazie sono sempre alla ricerca di un equilibrio soddisfacente tra le loro due componenti. Il populismo ci ricorda, sotto forme spesso eccessive o addirittura sgradevoli, che le costruzioni più elaborate del governo degli uomini non possono ignorare il popolo a favore delle élite, i comuni mortali a favore degli esperti, le aspirazioni al cambiamento di fronte alle regole ferree delle carte dei diritti fondamentali (Mény e Surel 2004, pp. 281-282)
Pertanto il populismo viene inteso di due autori come il sintomo di una “febbre”, prodotto del malessere della democrazia generato dalla “carenza della presenza popolare in quello che dovrebbe essere il suo habitat naturale” (Mény e Surel 2004, p. 26). Un malessere da curare con una iniezione di maggiore partecipazione popolare nel corpo del malato democratico. Se il populismo è un campanello di allarme, comunque, di per sé non è necessariamente negativo per la democrazia. Come tutti i sintomi, l’emergere delle tendenze populiste aiuta ad individuare il male da curare. L’appello al popolo, però, avvertono Mény e Surel, rappresenta comunque una risorsa pericolosa, che può facilmente superare il livello massimo accettabile dalla democrazia per il suo corretto funzionamento:
[il populismo] in quanto vettore delle aspirazioni popolari, è un elemento fondamentale della vita democratica; in quanto «ideologia del popolo» rischia di minacciare la più inventiva e preziosa delle costruzioni sociali, cioè quella miscela di populismo e di costituzionalismo che costituisce di fatto la base delle democrazie occidentali (Mény e Surel 2004, p. 15).
Nell’analisi di questi due autori, prevale proprio il timore per questo rafforzamento delle tendenze populiste, con la conseguente ulteriore crisi della democrazia rappresentativa. I
diversi mutamenti sociali, economici, culturali e politici in atto negli ultimi anni (globalizzazione, crisi dello stato, crisi della legittimità politica), delineano uno scenario che appare favorevole alla diffusione delle diverse forme di populismo. Tra i diversi animatori del dibattito politologico sul populismo in corso negli ultimi anni, anche André-Pierre Taguieff propone un giudizio non completamente negativo del fenomeno populista, sottolineandone le ambivalenze e gli aspetti potenzialmente positivi per il rafforzamento della democrazia. Afferma infatti lo studioso francese:
Mentre i liberali elitari vedono nel populismo solo un dispositivo antidemocratico, a me sembra più fecondo, in un processo interpretativo (polemicamente neutro), avanzare l’ipotesi che attraverso le sue molteplici espressioni (anche quelle più grottesche), il populismo celi un incitamento a “rigenerare” la democrazia dall’interno, ricordando al sistema politico che il suo principio di legittimazione resta la sovranità del popolo e che la vita politica in democrazia non può essere ridotta al rispetto delle forme procedurali. Nel populismo contemporaneo si può così ravvisare una rivolta dei cittadini contro la riduzione della democrazia al formalismo dello stato di diritto e alla difesa istituzionale dei diritti dell’uomo, o anche una ribellione contro la tendenza crescente alla ‘giuridicizzazione’ della politica (Taguieff 2003, p. 85).
Il populismo costituisce così per Taguieff un fenomeno sociopolitico instabile, polisemico e ambivalente. Il suo significato politico oscilla tra l’iperdemocraticismo dei richiamo alla democrazia partecipativa, lo pseudodemocraticismo di quelli che l’autore definisce “gli adulatori del popolo” e l’antidemocraticismo delle organizzazioni, dei leader e dei movimenti populisti apertamente ostili alle forme della democrazia. Come sottolinea efficacemente: “gli sviluppi del populismo, nella politica moderna, devono […] essere seguiti come le infinite deformazioni dell’ombra della democrazia” (Taguieff 2003, p. 88). La democrazia contemporanea, per Taguieff, si trova a dover gestire la doppia minaccia dalla colonizzazione economica del regno dalla politica (fare “clienti” o “consumatori” più che “cittadini”) da un lato, e delle spinte escludenti neocomunitariste, dall’altra. Da questa doppia minaccia rischia di prevalere il populismo eccessivo che nega la politica costituendo un processo antipolitico. È superando la contraddizione tra liberalismo e democrazia partecipativa che, secondo questo autore, è possibile salvare la democrazia. Anche in questo caso, quindi, la partecipazione, e nello specifico l’attivazione di nuovi e più efficaci canali di partecipazione popolare, viene considerata una soluzione essenziale per tenere a freno le spinte di populismo “eccessivo” che minacciano la tenuta della democrazia rappresentativa contemporanea.
Il filo conduttore che permette di legare gli argomenti che si sviluppano a partire da questi tre punti è costituito dal concetto di egemonia , che Laclau riprende da Gramsci. Prima di arrivare all’analisi di questo concetto è bene però esaminare in dettaglio le tre premesse da cui muove il ragionamento laclausiano. La prima premessa è ben esemplificata dal seguente interrogativo: “la vaghezza dei discorsi populistici non è forse la conseguenza di una certa realtà sociale, anch’essa, a tratti, vaga e indeterminata?” (Ivi, p. 18). Laclau, più in dettaglio, nella sua analisi del populismo rinuncia a ogni ipotesi circa l’esistenza concreta di soggetti sociali per così dire “precostituiti”, determinati all’interno della sfera economica a prescindere da, e in assenza di, un processo di costruzione a livello politico. Lo studioso argentino, inoltre, nega qualsiasi possibilità di racchiudere in una narrazione unitaria e coerente lo sviluppo delle forze sociali. L’unità minima della sua analisi, dunque, non possono essere le classi, in quanto ritiene altamente problematico lo studio di queste formazioni sociali:
Il problema principale per un’analisi di ‘classe’ è il seguente: l’unità di una classe, secondo il marxismo, va concepita come un insieme di posizioni soggettive, sistematicamente interconnesse, così da costituire un’identità separata, fondata su un nocciolo costituito dalla collocazione dell’agente social nei rapporti di produzione. Una simile concezione è minacciata se: (a) le posizioni soggettive perdono la loro sistematicità e cominciano a decentrare anziché rafforzare l’identità dell’agente sociale; (b) le logiche identitarie differenziali prescindono dai confini tra le classi e tendono a costituire identità che non combaciano con le posizioni di classe; la collocazione nel processo produttivo perde la sua centralità nel definire l’identità complessiva degli agenti sociali. Il punto chiave è: tali tendenze si sono accentuate in una fase di tardo capitalismo oppure le controtendenze, quelle che rafforzano le identità di classe, sono diventate predominanti? Quasi inutile dare una risposta. Ci sono ancora dei residui di una piena identità di classe nel nostro mondo – una miniera qua, un’area agricola là – ma lo sviluppo va nella direzione diametralmente opposta (Laclau 2010, p. 300).
A prescindere dalle classi, secondo Laclau anche i “gruppi” in generale costituiscono un oggetto ambiguo e poco adatto all’analisi: se presi come unità minima, rappresenterebbero un oggetto già costituito di cui il populismo non sarebbe che una mera espressione epifenomenica (Laclau 2008, p. 68).
La più piccola unità da cui Laclau parte, invece, è costituita da elementi più piccoli dei gruppi, che chiama domande sociali , dalle quali emerge un processo di articolazione. Laclau spiega questo processo attraverso un esempio, immaginario ma realistico (ivi, p. 69): una massa di contadini migranti, stabilitasi nelle bidonville alla periferia di una città industriale in via di sviluppo, solleva alle autorità locali la richiesta di alloggi adeguati. La richiesta rimane insoddisfatta, mentre coloro che l’hanno sollevata cominciano a rendersi conto che anche i loro vicini esprimono le proprie specifiche richieste, le quali, a loro volta, rimangono insoddisfatte. Il permanere nel tempo della situazione di insoddisfazione provoca un accumulo di domande inascoltate nei confronti di un sistema istituzionale incapace di assorbire tali domande in maniera differenziale (ossia, ognuna isolata dalle altre). Di conseguenza, tra tutte queste domande si stabilisce una relazione di equivalenza : le richieste diventano reclami , e danno forma a una frontiera interna che separa la catena equivalenziale di domande insoddisfatte dall’autorità insoddisfacente. Secondo Laclau, dunque, le domande sociali esprimono in maniera evidente una caratteristica costitutiva del populismo: la transizione delle domande sociali da richiesta a reclamo^1. Per evidenziare meglio questa transizione, lo studioso argentino introduce una distinzione terminologica, denominando democratiche^2 le domande che rimangono isolate e popolari le domande che, attraverso la loro articolazione equivalenziale, vanno a costituire una più ampia soggettività sociale, ossia una identità popolare (ivi, pp. 69-70). Ma come si costituisce questa soggettività sociale? Le domande si aggregano forse spontaneamente, in virtù di una tendenza naturale delle persone a combattere l’oppressione? Secondo Laclau, assolutamente no. L’emergere di un’unità dall’eterogeneità della realtà sociale e delle sue numerose domande presuppone la creazione di una logica equivalenziale (ivi, p. 228). Questa logica funziona “per opposizione”: opponendosi a un elemento esterno, le differenze che contraddistinguono un dato insieme di domande diventano equivalenti nel comune rigetto dell’identità esclusa. L’equivalenza, in questo senso, è ciò che ribalta la differenza: “ogni identità risulta ora costruita all’interno di questa tensione tra una logica differenziale e una logica equivalenziale” (ivi, p. 66). Tra le domande equivalenti, poi, ne deve emergere una che, senza cessare di essere una differenza particolare , riesca ad acquisire un significato universale , rappresentando così –
(^1) Come sottolinea Laclau, del resto, la nozione di domanda è ambigua in inglese, potendo indicare tanto una richiesta quanto un reclamo (Laclau 2005). 2 Laclau chiama “democratiche” – e non, ad esempio, “specifiche” o “isolate” – le domande che provengono dal basso non perché hanno a che fare con un regime democratico o perché sono di per sé legittime , ma perché 1) sono avanzate al sistema dai derelitti, ed è quindi implicita in esse una dimensione egalitaria; 2) la loro emergenza presuppone un qualche tipo di esclusione o di deprivazione (ivi, p. 118).
contingente, la quale, mediante un atto costitutivo di denominazione, produce l’unità di elementi diversi. Secondo lo studioso argentino, dunque, il populismo è un fenomeno chiaramente performativo : il popolo non emerge dalla scoperta di una caratteristica astratta soggiacente a tutte le varie domande che compongono la catena di equivalenze, ma dalla costruzione di tale catena attraverso un atto specifico (ivi, p. 92). Più in dettaglio, l’atto con cui si nomina una serie di elementi eterogenei come un soggetto collettivo produce in maniera performativa l’unità di quegli elementi (ivi, p. 174). Il nome, detto altrimenti, fonda l’unità dell’oggetto (ivi, p. 172). Nel suo ruolo fondativo, il nome “opera come un puro significante e non esprime nessuna unità concettuale preesistente” (ivi, p. 102). Data la natura performativa del populismo, il discorso – inteso non come un qualcosa di limitato all’area del parlato e dello scritto, ma come “un complesso di elementi in cui le relazioni giocano un ruolo costitutivo” – è il terreno principale su cui la costruzione del popolo prende forma (ivi, p. 64). Il discorso, più nello specifico, è il terreno su cui si costruisce l’egemonia. Questa, infatti, “presuppone il carattere incompleto e aperto del sociale” (Laclau e Mouffe 2011, p. 213), e, dunque, può realizzarsi soltanto laddove sia possibile costruire mediante pratiche politiche fortemente condizionate dal linguaggio un’articolazione delle istanze particolaristiche. Quest’articolazione, come abbiamo visto, comporta l’assunzione da parte di una particolare differenza del compito di rappresentare la totalità eccedente. E torniamo così al ruolo della retorica: il movimento che questa differenza compie è descritto da una figura della retorica classica, la sineddoche , ossia la parte che rappresenta il tutto (Laclau 2008, p. 68). Più in generale, la dinamica del populismo segue direttamente quella degli spostamenti retorici, mediante i quali un nome può emanciparsi «dai suoi univoci allegati concettuali» (ivi, p. 103). Un esempio portato da Laclau può chiarire meglio questo passaggio:
Pensiamo a una certa area in cui ci sia violenza razziale e le sole forze capaci di organizzare una controffensiva antirazzista siano i sindacati. In realtà la funzione dei sindacati non è di per sé quella di lottare contro il razzismo, ma quella di contrattare i salari e affrontare altri problemi analoghi. Se, tuttavia, la campagna antirazzista è portata avanti da loro, significa che c’è una relazione di contiguità tra i due problemi sullo stesso territorio. Una relazione di spostamento tra termini, problematiche, agenti, e così via si definisce, in retorica, “metonimia”. Supponiamo, poi, che questo nesso tra lotte antirazziste e lotte sindacali continui per un certo periodo: in quel caso le persone cominceranno a sentire che c’è un nesso naturale tra i due tipi di lotta. Così la contiguità comincerà a tramutarsi in una analogia , e la metonimia in una metafora ( ibidem ).
Il nome si distacca quindi dal concetto, mentre il significante si distacca dal significato (ivi, p. 113). Spostandoci dal piano della retorica a quello della politica in senso stretto, il processo attraverso il quale una domanda, da democratica, diventa popolare può essere descritto nel seguente modo: una specifica domanda – inizialmente, una semplice domanda tra le tante – “acquista d’un tratto una centralità inaspettata e diventa il nome di qualcosa che la eccede, di qualcosa che non può controllare ma che diventa comunque un “destino” da cui non può fuggire” ( ibidem ). E arriviamo infine al terzo dei tre punti individuati all’inizio: il populismo non è una perversione della politica, ma la manifestazione più pura del politico. Vediamo più in dettaglio questo passaggio: la costruzione del “popolo” è, secondo Laclau, l’atto politico per eccellenza (ivi, p. 146). Si tratta di un atto non ordinario ma “eccezionale”, che, per essere compiuto, richiede la costituzione di frontiere antagonistiche all’interno di una data società ( ibidem ). La costituzione di queste frontiere è l’aspetto centrale della nozione di “politico”. Tale nozione, nell’accezione in cui la usa Laclau, è differente da quella di “politica”. Riprendendo le parole di Chantal Mouffe – con la quale Laclau ha condiviso un pezzo del suo percorso di ricerca^5 , scrivendo il già citato Egemonia e strategia socialista – possiamo dire che il politico ha “a che fare con la formazione di un “noi” in quanto contrapposto a un “loro” ed è sempre connesso a forme collettive di identificazione; ha a che fare con il conflitto e l’antagonismo ed è perciò il regno della decisione, non della libera discussione” (Mouffe 2007, pp. 12-13). Quindi, se la politica coincide con l’insieme delle pratiche e delle istituzioni mediante le quali si crea un ordine, ossia “si organizza la coesistenza umana nel contesto conflittuale determinato dal politico”, quest’ultimo coincide invece con la dimensione dell’antagonismo costitutiva delle società umane (ivi, p. 10). La fissazione delle frontiere, come abbiamo visto, passa per il piano retorico: la stabilizzazione di un significante, che si fa significante vuoto, consente di unificare domande eterogenee in un’unica identità popolare. La catena così costituita rende “possibile l’emergenza del particolarismo delle domande, ma al contempo le subordina a sé, trasformandosi nella loro necessaria superficie di iscrizione” (ivi, p. 116). Le differenze, in altre parole, pur trovando riconoscimento come istanze autonome, vengono ricondotte a unità.
(^5) La nozione di “politico” usata da Mouffe è ricondotta esplicitamente al pensiero di Carl Schmitt.
normativo che è alla base del presente lavoro. Nello specifico, nella prima parte ci soffermeremo su casi di movimenti e partiti in cui, seppur con pesi specifici diversi, è presente un richiamo all’identità nazionale o comunque etnoterritoriale, successivamente il focus dell’analisi è sul caso del movimento contro il treno ad alta velocità 8TAV) in Valle di Susa. Su alcuni di questi casi, diversi studi e ricerche hanno abbondantemente descritto le componenti populiste e il loro valore negativo per la rigenerazione democratica. In altri casi, invece, le componenti populiste, non sempre individuate dagli studiosi, risultano essere maggiormente compatibili con una riattivazione di dinamiche di partecipazione in grado di rafforzare, e non danneggiare, la politica democratica.
3.1 Nazione, territorio e mobilitazione populista: variazioni ideologiche su tema?
Il nazionalismo, vale a dire, in termini generali, l’attivazione politica dell’identità nazionale, ha diversi punti di contatto con il populismo. Seguendo una concezione neutrale del populismo, si può addirittura affermare che il nazionalismo politico moderno rappresenti una forma particolare di populismo. Il processo di nation-building può essere inteso come processo di costruzione e politicizzazione del “popolo”, nel contesto dell’affermazione del principio della sovranità popolare nella politica moderna. L’affermazione dello stato moderno burocratico, centralizzato e territorializzato, il mutamento culturale dovuto all’espansione delle idee dell’Illuminismo, la maggiore complessità delle società moderne e il progressivo ingresso delle masse in politica, richiedevano nuovi fondamenti per il rapporto di legittimità tra governanti e governati che sostituissero l’autorità di diritto divino. Proprio l’idea di nazione come comunità politica espressione di un ‘popolo’ che si identifica come tale e si autogoverna (principio di autodeterminazione), basata sull’uguaglianza formale di diritti e doveri incarnata dalla cittadinanza, ha fornito questi elementi necessari all’affermazione della sovranità popolare. Utilizzando le parole di Walker Connor (2004, p. 30), si può sintetizzare questo processo affermando che con la sostituzione della sovranità di diritto divino con la sovranità popolare, “ l’état c’est moi è diventato l'état c’est nous , e il nous venne identificato con la nazione”. Per questo motivo lo studioso scozzese Tom Nairn può affermare che il nazionalismo “nelle sue prospettive non è necessariamente democratico, ma è invariabilmente populista” poiché “ciò su cui si fonda è il popolo” (cit. in Hutchinson e Smith 1994, p. 75)^6.
(^6) Le affinità tra nazionalismo e populismo vengono chiaramente riconosciute nell’approccio morfologico alle ideologie, in cui entrambi i fenomeni vengono considerati “ideologie sottili” ( thin ideologies ), vale a dire
Un primo esempio del legame tra nazionalismo e populismo e della sua rilevanza nella politica europea contemporanea, è rappresentato dalla nuova ondata di movimenti e partiti di estrema destra che si sta affermando negli ultimi anni. Partiti e movimenti che si caratterizzano per un mix di nazionalismo, xenofobia, rifiuto dell’immigrazione, richiesta di uno stato forte e tradizionalismo religioso (Mudde 2007 e Rydgren 2005)^7. In molte analisi questi movimenti vengono chiaramente definiti populisti, individuando quindi nel populismo un loro elemento caratterizzante. Un accento sugli elementi populisti in linea con la differenziazione, più o meno marcata, dell’estrema destra contemporanea rispetto al neofascismo dei decenni passati. Un passaggio individuato da Piero Ignazi (2000) con la distinzione tra l’estrema destra “tradizionale”, in cui prevalgono i tentativi di riciclaggio di qualche forma di fascismo storico, e l’estrema destra “postindustriale”, espressione soprattutto delle paure e angosce generate dalla globalizzazione e dall’integrazione europea, canalizzate nella protesta antifiscale e nella xenofobia anti-immigrati. Nella sua analisi delle diverse forme contemporanee di populismo, Taguieff sceglie il caso del Front National (FN) di Le Pen in Francia, come idealtipo dell’estrema destra populista, definito da questo autore “nazional-populismo autoritario”. Taguieff individua 5 tratti caratteristici del nazional-populismo lepenista (2003, pp. 140-152):
Nella “nuova” estrema destra populista europea, quindi, l’elemento che risalta è lo stretto rapporto tra la base/popolo – idealizzato come omogeneo e ben definito nei suoi confini
ideologie con un nucleo di principi e valori non pienamente strutturato, e che quindi richiede di associarsi ad altri elementi ideologici per potersi completare. In questo modo si spiegherebbe anche l’esistenza di forme ideologicamente differenziate di nazionalismo e populismo. Cfr M. Freeden (1998) e B. Stanley (2008). 7 C’è da sottolineare che comunque il nazionalismo non è sempre un elemento necessario nell’armamentario ideologico dei movimenti di estrema destra. Una componente importante di questa famiglia politica, come ad esempio le organizzazioni legate all’occultismo di Julius Evola hanno progressivamente superato il riferimento alla nazione nei loro discorsi, favorendo, invece riferimenti più generali all’impero, all’Occidente o alle comunità culturalmente omogenee. Si veda a tal proposito Spektorowski (2003).
affermandosi come “imprenditore politico della “questione settentrionale” frutto delle differenze e divergenze sociali ed economiche tra Nord e Sud del paese (Biorcio e Vitale 2011). Contemporaneamente, la Lega ha raccolto le incertezze generate dai fenomeni migratori, elaborando una risposta difensiva e di rifiuto dell’altro. Un aspetto importante relativo al legame populismo-partecipazione nel movimento leghista, riguarda il rapporto tra base e leadership. Le diverse analisi sociologiche e politologiche realizzate in questi anni sottolineano come la Lega rappresenti un caso di movimento di massa in un contesto in cui invece gli altri partiti politici hanno abbandonato l’idea della militanza e della presenza continua sul territorio come elementi centrali dell’azione politica. Addirittura diversi osservatori indicano come la Lega sia strutturata in maniera simile al modello di “partito di cellule” seguito dal Partito Comunista Italiano. In realtà, sebbene sia innegabile l’importanza della militanza e della presenza attiva sul territorio nel caso del Carroccio, ci sono comunque differenze importanti rispetto ai partiti di massa dominanti nei decenni passati, e soprattutto rispetto al caso del PCI. In passato, infatti, i partiti di massa erano delle vere e proprie scuole di formazione e socializzazione politica orientate ad estendere la partecipazione della militanza alle decisioni del partito. Nel caso della Lega, invece, prevale l’aspetto “paternalistico” del legame carismatico con il leader, e in particolare con la figura di Umberto Bossi. Come sostiene Biorcio (2010, 108):
Il partito di massa era un pedagogo: operava per socializzare politicamente anche i ceti sociali meno istruiti e lontani dalla politica. La Lega porta alla gente solo poche idee molto semplificate: l’autonomia delle regioni del Nord, la difesa degli interessi del territorio, la comunità assediata dagli immigrati e la criminalità. Per il resto, utilizza l’attivismo dei militanti di base presenti sul territorio, particolarmente attenti a ciò che dice e pensa la gente e in grado di promuovere diverse forme di iniziativa politica. L’azione della Lega non mira tanto ad attivare ed estendere una stabile partecipazione politica dei cittadini, quanto a raccogliere il consenso, il sostegno e la delega della popolazione locale per le mobilitazioni e le campagne per cui si impegna il partito. Nella prassi dei leghisti emerge con chiarezza uno dei tratti che caratterizzano tutte le formazioni populiste: la tendenza a proporsi come unico ed esclusivo veicolo per l’espressione della volontà popolare.
Pertanto, anche nel populismo regionalista della Lega Nord la dimensione partecipativa risulta limitata, e fortemente condizionata dalla centralità del leader carismatico nella vita del movimento^8. In questo senso, quindi, nonostante il richiamo a un referente territoriale come
(^8) La rilevanza della leadership carismatica nella Lega Nord è risultata evidente nella recente crisi della leadership di Bossi in corso negli ultimi mesi.
elemento caratterizzante, per discorso e dinamiche organizzative, la Lega Nord ha molte assonanze con gli altri movimenti dell’estrema destra populista europea. Non in tutti i movimenti regionalisti o nazionalisti periferici presenti in Europa, si individua questa particolare tipologia di populismo, in cui la dimensione partecipativa viene inquadrata in un contesto organizzativo e ideologico autoritario. Ci sono infatti altri casi di movimenti e partiti che rivendicano una maggiore autogoverno (includendo l’indipendenza) per le rispettive comunità regionali/nazionali all’interno di diversi stati europei (Spagna, Regno Unito, Francia, ecc.), in cui il processo di costruzione politica del “popolo-nazione” si associa a forme organizzative e ad elementi ideologici non autoritari e compatibili con un’estensione della partecipazione e della democrazia^9. Questi movimenti, tra cui possiamo indicare, tra i principali, il nazionalismo basco contemporaneo, una componente importante del catalano e quello scozzese, pur sviluppando una visione critica nei confronti dei processi di globalizzazione e di integrazione europea (con toni che variano molto nei diversi casi), propongono, ad esempio, una concezione aperta ed includente dell’identità nazionale che non si oppone frontalmente alle identità dei migranti. In questi casi, il messaggio regionalista/nazionalista si associa a una forma di populismo diversa da quella della Lega Nord e di altri movimenti simili. L’opposizione del popolo/nazione contro le ‘élite’ rappresentate dagli interessi centralisti all’interno degli stati e dalle “burocrazie” delle istituzioni internazionali (tra cui l’UE) che erodono sovranità popolare/nazionale, viene declinato in un discorso democratico radicale (e, in alcuni casi, di profonda critica anti- sistema), in cui risultano essere dimensioni essenziali concetti quali “sovranità popolare”, “diritto a decidere” e “democrazia partecipativa”. Anche a livello organizzativo, e nello specifico della dimensione partecipazione, questi movimenti si differenziano dal modello di populismo autoritario di cui si è parlato in precedenza. Soprattutto nelle componenti più moderate di questi movimenti, si incontrano partiti politici, spesso di storia decennale (come il Partido Nacionalista Vasco , lo Scottish National Party o i catalani di Convèrgencia i Unió ), che hanno una struttura organizzativa “tradizionale” più affine a quella dei partiti di massa, e in cui la partecipazione della militanza nel partito non è determinata dalla presenza di una leadership carismatica^10. Mentre le componenti più radicali spesso si caratterizzano come
(^9) Per una trattazione più dettagliata di questi movimenti cfr. Conversi (1997), Keating (2001), Cirulli e Conversi (2010), Cirulli (2012). 10 Questo non vuol dire che in questi movimenti non ci siano leader carismatici, anche molto influenti, come ad esempio nel caso del leader nazionalista catalano Jordi Pujol che a partire dalla fine degli anni ’70 è stato una figura fondamentale del movimento nazionalista e delle istituzioni autonome catalane. Diversamente da quanto avviene nei movimenti dell’estrema destra populista, o nel regionalismo populista della Lega Nord, nei
popolo come people : il movimento interviene nella sfera pubblica come aggregato di cittadini che rivendicano il riconoscimento giuridico e politico di diritti universali e non in quanto comunità chiusa ed escludente o come aggregazione individualistica mossa dall’alto (ivi, p. 207). Da questa prospettiva, dunque, «il populismo è il contraltare dei movimenti locali, il loro antagonista: si tratta di due principi opposti e antagonistici di ricostruzione del Politico e del legame sociale» (ivi, p. 208). Se si parte dal presupposto secondo cui il populismo è un elemento necessariamente presente al di sotto di ogni atto costitutivo del politico, la partecipazione che caratterizza il movimento No Tav assume una forma marcatamente populista, tenendo conto che questo aggettivo acquista ora un significato differente. Come abbiamo visto in precedenza, infatti, il populismo, per Laclau, coincide con il politico, vale a dire con il processo attraverso cui il popolo è costruito mediante la fissazione di frontiere antagonistiche. Ora, il percorso seguito dal movimento contro l’alta velocità sembra approssimare piuttosto bene questo processo. Il movimento nasce inizialmente attorno a una protesta orientata alla difesa del territorio e del diritto delle popolazioni locali a decidere del proprio destino (Della Porta e Piazza 2008, p. 23). In questa fase, che inizia già nei primi anni Novanta, la mobilitazione rimane concentrata prevalentemente sull’alta velocità, anche se, sul tema, si estendono i contatti al di là della valle (ivi, p. 24). Successivamente, a partire dal 2000, si cominciano a diversificare la base sociale e il tipo di associazioni coinvolte nella protesta: oltre ai militanti, agli attivisti e agli amministratori, a scendere in piazza sono persone che non hanno esperienze precedenti di mobilitazione e che non fanno parte di alcuna associazione; inoltre, fanno la loro comparsa figure variegate, quali preti e guardiaparchi, membri della Coldiretti, vigili urbani che portano i gonfaloni dei sindaci e sindacati di base (ivi, pp. 24-25). Ma, oltre all’estensione della base sociale e del tipo di organizzazioni coinvolte, si assiste anche a un allargamento dei contenuti della protesta: il tema della globalizzazione e dei suoi effetti negativi si fa centrale (ivi, p. 26 e 167). Altrettanto centrale, inoltre, diventa il richiamo a forme di lotta passate – come la resistenza – ancora percepite come attuali e vitali (ivi, p. 87). L’aspetto più interessante di queste estensioni e di questi allargamenti è che le istanze che entrano a far parte della protesta contro l’alta velocità, anche quando sono più ampie di quelle strettamente legate alla questione Tav – come nel caso dei movimenti che contestano i modelli di sviluppo associati alla globalizzazione neoliberista –, rientrano all’interno del “contenitore” No Tav. Nei termini di Laclau, accade che, in quanto una catena equivalenziale che si fa progressivamente più estesa presenta legami piuttosto vari tra i suo elementi, alcuni
di questi elementi assumono un ruolo privilegiato, identificante per tutti i partecipanti alla mobilitazione (Laclau 2008, p. 71). Insomma, nel caso del movimento No Tav, la domanda democratica di rispetto del territorio e del diritto all’autodeterminazione da parte delle comunità locali espressa da coloro che si sono mobilitati inizialmente contro la costruzione della linea ferroviaria ha acquistato una centralità tale da sussumere al suo interno altre domande. “No Tav” è diventato così il nome di una totalità più ampia, che racchiude istanze inizialmente lontane dalla questione alta velocità. Questa totalità – e veniamo a un altro aspetto particolarmente interessante dell’analisi di Laclau – ha assunto una chiara connotazione politica “di sinistra”, come testimoniato anche dal fondamentale richiamo alla resistenza, senza che tale connotazione fosse teleologicamente predeterminata. Detto nei termini di Laclau, non è affatto scontato che alcune domande vengano assorbite all’interno di una specifica articolazione politica (ivi, p. 118). Le stesse domande, infatti, avrebbero potuto essere assorbite da un’altra identità popolare, egemonizzata magari da istanze incentrate su una visione del territorio etnicamente chiusa ed escludente. In sintesi, dunque, la mobilitazione No Tav, se letta attraverso le categorie laclausiane, può essere definita come una forma di populismo in cui la partecipazione è centrale, costitutiva. Questa forma di populismo, più che come una patologia della democrazia, sembra caratterizzarsi piuttosto come una riattivazione dal basso di processi democratici sostantivi.
Considerazioni finali
Dalla sintetica analisi del rapporto tra partecipazione e populismo nei casi sopra descritti, appare confermata, almeno in prima approssimazione, l’ambivalenza di questo rapporto, e, più in generale, del fenomeno populista contemporaneo. Per questo è necessario uno sviluppo quantitativo e qualitativo di analisi e studi su questo fenomeno, sia rispetto alla “nuova” affermazione di populismo europeo, sia rispetto alla riattivazione, ed eventuale trasformazione, del populismo in quei contesti, come il latinoamericano, in cui l’esperienza populista ha rappresentato una realtà politicamente importante da diversi decenni. È importante che queste ricerche seguano un approccio normativisticamente neutrale e attento alla realtà proteiforme del populismo, e la dimensione della partecipazione può rappresentare un utile ambito di analisi in questo senso.