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LA RICERCA SOCIALE E LE SUE PRATICHE, Sintesi del corso di Metodologia della ricerca

Riassunto dettagliato del libro "la ricerca sociale e le sue pratiche" di F. Martire

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 23/02/2025

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LA RICERCA SOCIALE E LE SUE
PRATICHE
PARTE PRIMA
CONOSCENZA, SCIENZA E SCIENZE SOCIALI
1. CHE COS’E’ LA SCIENZA
Il metodo della ricerca sociale si iscrive nella cornice più ampia dell’impresa scientifica.
CONCETTI E LINGUAGGIO
Alla base della possibilità di conoscere e comunicare ci sono i concetti.
Es.
Senza concetti come astuzia, timidezza ed eleganza difficilmente potremmo farci un’idea
delle persone con cui interagiamo, né tantomeno potremmo descrivere una persona.
Lo stesso vale nella scienza: un fisico non saprebbe cosa fare senza concetti.
Ma che cos'è un concetto?
Marradi lo definisce “un’unità non indivisibile, nel senso che se ne possono individuare vari
aspetti, che sono a loro volta concetti”.
(aula → cattedra, attrezzatura didattica ee.)
A che servono i concetti?
Weber direbbe che sono concetti che servono a dare senso alla molteplicità di processi che
sorgono e scompaiono in un rapporto reciproco di successione e di contemporaneità, in noi
e al di fuori di noi.
Schutz (sociologo) ha chiamato questa funzione dei concetti “tipizzazione”.
Viviamo in un mondo di oggetti tipificati, e solo sulla base di queste tipizzazioni è possibile la
nostra esperienza degli oggetti sia nella loro tipicità, sia nella loro unicità.
Nella storia del pensiero filosofico e scientifico molti autori si sono interrogati sui processi di
formazione dei concetti.
I protagonisti principali di questo dibattito possono essere collocati su un continuum tra due
poli:
1. da una parte quello senista/empirista che si basa sull’idea secondo cui l’esperienza
della realtà determina il pensiero;
2. dall’altra quello idealista, che si fonda sulla convinzione opposta: la percezione
stessa della realtà è resa possibile da categorie cognitive e intellettuali dell’essere
umano del tutto indipendenti dal mondo esterno.
1. Aristotele è l'esempio paradigmatico del primo versante del continuum.
Il filosofo sostiene che le categorie concettuali si formano dall’esperienza che abbiamo del
mondo esterno attraverso i sensi.
Altri filosofi hanno assunto posizioni simili alla sua, come Locke e Mill, che condividono con
Aristotele l’idea secondo cui i fenomeni empirici costituiscono il materiale con il quale si
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Scarica LA RICERCA SOCIALE E LE SUE PRATICHE e più Sintesi del corso in PDF di Metodologia della ricerca solo su Docsity!

LA RICERCA SOCIALE E LE SUE

PRATICHE

PARTE PRIMA

CONOSCENZA, SCIENZA E SCIENZE SOCIALI

1. CHE COS’E’ LA SCIENZA

Il metodo della ricerca sociale si iscrive nella cornice più ampia dell’impresa scientifica.

CONCETTI E LINGUAGGIO Alla base della possibilità di conoscere e comunicare ci sono i concetti. Es. Senza concetti come astuzia, timidezza ed eleganza difficilmente potremmo farci un’idea delle persone con cui interagiamo, né tantomeno potremmo descrivere una persona. Lo stesso vale nella scienza: un fisico non saprebbe cosa fare senza concetti.

Ma che cos'è un concetto? Marradi lo definisce “un’unità non indivisibile, nel senso che se ne possono individuare vari aspetti, che sono a loro volta concetti”. (aula → cattedra, attrezzatura didattica ee.)

A che servono i concetti? Weber direbbe che sono concetti che servono a dare senso alla molteplicità di processi che sorgono e scompaiono in un rapporto reciproco di successione e di contemporaneità, in noi e al di fuori di noi.

Schutz (sociologo) ha chiamato questa funzione dei concetti “tipizzazione”. Viviamo in un mondo di oggetti tipificati, e solo sulla base di queste tipizzazioni è possibile la nostra esperienza degli oggetti sia nella loro tipicità, sia nella loro unicità.

Nella storia del pensiero filosofico e scientifico molti autori si sono interrogati sui processi di formazione dei concetti. I protagonisti principali di questo dibattito possono essere collocati su un continuum tra due poli:

  1. da una parte quello senista/empirista che si basa sull’idea secondo cui l’esperienza della realtà determina il pensiero;
  2. dall’altra quello idealista, che si fonda sulla convinzione opposta: la percezione stessa della realtà è resa possibile da categorie cognitive e intellettuali dell’essere umano del tutto indipendenti dal mondo esterno.
  3. Aristotele è l'esempio paradigmatico del primo versante del continuum. Il filosofo sostiene che le categorie concettuali si formano dall’esperienza che abbiamo del mondo esterno attraverso i sensi. Altri filosofi hanno assunto posizioni simili alla sua, come Locke e Mill, che condividono con Aristotele l’idea secondo cui i fenomeni empirici costituiscono il materiale con il quale si

costruiscono astrazioni e categorie cognitive, ma riconoscono all'intelletto umano un ruolo più attivo di elaborazione delle percezioni. Per il fisco e filosofo Mach, la conoscenza è una funzione passiva, le teorie scientifiche devono essere semplici, basate su concetti che si limitano a organizzare gruppi di sensazioni.

  1. Sull’altro fronte,quello idealista, i principali autori sono Platone e soprattutto Kant. La sua visione, esemplificata dal concetto categorie a-priori, si basa sull’idea secondo la quale l’uomo conosce imponendo al mondo esterno una struttura e una forma; per lui anche l’esperienza sensoriale è frutto di un’attività intellettuale.

Molto interessante è la posizione di Weber: come Kant, egli ritiene che la realtà è conoscibile solo operando un ritaglio concettuale che dà significato a ciò che altrimenti sarebbe un flusso di esperienza inintelligibile; ma, al contrario di Kant, non ritiene che tale ritaglio venga fatto in base a categorie cognitive a-priori e assolute, bensì in funzione di obiettivi cognitivi specifici tra i quali non c’è un ordine assoluto di preferenza.

Il patrimonio di concetti che un individuo abitualmente usa "appartiene" alla comunità delle quali l’individuo a sua volta fa parte.

Se i concetti servono a dare senso alla realtà, essi devono essere giudicati in funzione della loro utilità: non serve chiedersi se i concetti siano veri o falsi, quanto piuttosto in che misura siano utili per capire ed eventualmente la realtà. I concetti sono, quindi, stipulativi perché essi propongono uno o più criteri di organizzazione semantica della realtà, che rispetto a essi, ha più indipendenza.

SCIENZA E SENSO COMUNE Nonostante alla base di qualsiasi tipo di sapere umano vi siano operazioni cognitive e comunicative di base, come quelle legate alla formazione dei concetti, un modo classico è distinguerla dal senso comune.

Tradizionalmente, la definizione di scienza è stata affidata a un approccio oppositivo, mettendo in luce tutto ciò che la distingue dagli altri tipi di conoscenza. Proprio questa scelta ha però portato la storia del pensiero epistemologico a coltivare una concezione dualistica che ha a lungo dimenticato gli elementi che accomunano il sapere scientifico ad altri ambiti di conoscenza.

Alle origini della concezione dualistica c’è la filosofia della Grecia antica che ha formulato una teoria della conoscenza distinta in diversi livelli:

  1. a un primo livello c’era la doxa, caratterizzata dall’immaginazione e la credenza comune
  2. a un secondo c’era l’epistéme, caratterizzata da ragione discorsiva e dall’intelletto.

A partire dal XIII secondo, si è affermata la convinzione che il senso comune influisse negativamente sullo sforzo dell’essere umano di comprendere e acquisire un maggiore controllo sul mondo. Per lo scienziato, rapportarsi con l’oggetto di studio significava liberarsi dagli idola, ossia da tutte quelle credenze che ostacolano la conoscenza scientifica.

Per questo il suo pensiero rappresenta un momento di svolta: fa slittare la questione della demarcazione tra scienza e non scienza da un gioco a due, a un gioco a tre, ossia una relazione che include il ruolo della comunità degli esperti.

Si arriva così a una fase , quella più recente, del dibattito sulla demarcazione tra scienza e non scienza. In questa prospettiva, dunque, la concezione epistemologica contemporanea prevalente tende a rappresentare la conoscenza scientifica come un ambito di sapere debole, continuamente in evoluzione, dove vi è un unico elemento di differenziazione rispetto al senso comune.

VALORI E NORME DELLA RICERCA SCIENTIFICA Credibilità e obiettività sono sempre state al centro di innumerevoli dibattiti. Weber pone al centro dell’impresa scientifica l’avalutatività. Esso è uno dei principi più diversamente interpretati e anche “mal interpretati” nella storia del pensiero sociologico. Per Weber, l’avalutatività non rimanda a un distacco/disinteresse rispetto ai problemi del mondo reale, egli vuole evitare la confusione tra sapere empirico e valutazioni etiche, tra conoscenza scientifica e le personali preferenze di chi svolge l’indagine.

La questione è al centro del cosiddetto “programma forte”della sociologia della conoscenza; “forte” perché mira a mettere in discussione il carattere neutro, oggettivo e universalmente valido del sapere scientifico. L’ipotesi di fondo è che ogni forma di sapere è socialmente condizionata. Lo scienziato non solo è storicamente situato, ma ha una posizione ben definita a livello sociale e questi sono elementi che influenzano il suo lavoro.

Come garantire un livello di credibilità alla ricerca scientifica? Secondo Merton, esiste un insieme di valori e norme che svolgono un ruolo di guida nello svolgimento della professione scientifica e che vengono trasmessi durante il processo di socializzazione della ricerca.

  1. Il primo è l’universalismo: sostiene che i criteri di validazione della conoscenza devono essere indipendenti dalle caratteristiche sociali degli scienziati.
  2. Il secondo è il comunalismo: i risultati della ricerca devono essere considerati beni comuni, ovvero appartenenti a tutta la comunità degli scienziati, al fine di promuovere la collaborazione collettiva.
  3. Un altro imperativo è il disinteresse: esso sostiene la necessità che l’impresa scientifica non venga contaminata dagli interessi di guadagno economico e sia promossa come impresa a beneficio di tutti gli uomini e le donne del mondo.
  4. Infine la scienza si basa sullo scetticismo sistematico: questo imperativo sostiene la necessità di sottoporre a un esame critico ogni risultato scientifico attraverso una valutazione che sia non solo concentrata sui contenuti, ma anche focalizzata sul metodo e sui codici di condotta istituzionali.

Altrettanto importante è la trasparenza delle procedure adottate dal gruppo di ricerca. Nelle scienze più formalizzate il gruppo di ricerca deve poter fornire tutte le informazioni e i dati necessari per far sì che l’indagine possa essere ripetuta da un soggetto diverso rispetto a chi l’ha realizzata arrivando agli stessi risultati.

Così la trasparenza e la controllabilità coincidono con la replicabilità. Quest’ultima è stata definita il “principio ordinatore della scienza”. Tuttavia, nel concreto essa è un principio più spesso sancito che attuato. Nelle scienze sociali, la replica di uno studio solleva ancora più punti interrogativi.

Per questo si parla di un altro principio: l’ ispezionabilità. Essa consiste nella possibilità, da parte di un esterno, di controllare le scelte compiute dal gruppo di ricerca durante il suo percorso.

I “PRODOTTI” DELLA SCIENZA: LEGGI, TEORIE, IPOTESI E PARADIGMI La scienza è anche un insieme di risultati e acquisizioni conoscitive sempre in evoluzione. Per questo, occorre focalizzarsi anche su cosa “produce” la scienza.

Un’ esigenza comune a tutte le discipline consiste nello spiegare i fenomeni sistematizzando il materiale empirico ed effettuando nessi significativi tra eventi. Questo compito è affidato alle “leggi”. Ma che cosa sono le leggi nella scienza? Sono delle affermazioni che mettono in relazione due o più proprietà o caratteristiche con l’intento di spiegare le connessioni tra loro, limitatamente agli oggetti specificati.

Le leggi si possono dividere in:

  • deterministiche: si trovano principalmente nelle scienze fisico-naturali, dove sono predominanti generalizzazioni universali, cioè riferibili a tutti i fenomeni inclusi in una data categoria
  • non deterministiche: anche chiamate “generali”, si trovano nelle scienze umane e sociali, dove l’aleatorietà delle sequenze di eventi fanno sì che siano più diffusi altri tipi di regolarità empiriche.

● Si parla di leggi statistiche o probabilistiche quando vi è la possibilità di calcolare la probabilità con cui un evento si può verificare all’interno della stessa categoria. ● Si parla di “assetti tendenziali”, quando le relazioni tra proprietà o caratteristiche degli oggetti non possono essere espresse attraverso una formalizzazione matematica.

A un livello di astrazione maggiore è la teoria, la quale fornisce quadri di comprensione più ampi e ambiti di riferimento più allargati. Nell’ottica epistemologica contemporanea, la teoria è un sistema di asserti che mette in relazione principalmente concetti e leggi, mettendo insieme sia esperienze empiriche, sia elementi teorici.

Alcune teorie sono esprimibili in maniera formalizzata, con nessi interni alle leggi, o meno formalizzate, come la maggioranza delle teorie delle scienze sociali. Tuttavia, in tutte le discipline, le teorie hanno una funzione vitale, in quanto guidano la ricerca empirica e fanno emergere nuove idee di ricerca.

Un’altra funzione della scienza è effettuare un'osservazione, raccogliere e sistematizzare il materiale empirico. Questo compito spetta alle ipotesi.

2: LA SPECIFICITA’ DELLE SCIENZE SOCIALI

MONISMO E DUALISMO METODOLOGICO

Fin dalla loro nascita le scienze sociali hanno riflettuto sulle specificità che le caratterizzano. Ne è scaturito un vero e proprio dibattito che attraversa la storia del pensiero sociologico, noto come Methodenstreit, ovvero “disputa sul metodo”. Tale dibattito ha avuto due funzioni.

  • delimitare il campo dell’indagine sociale
  • definire il percorso metodologico tipico delle discipline umane e sociali.

Le radici di questo dibattito possono già trovarsi nella doppia anima della fondazione della disciplina sociologica:

  • da una parte il positivismo francese
  • dall’altra lo storicismo tedesco Mentre il positivismo francese si è fatto portatore dell’unicità del metodo scientifico (monismo metodologico), lo storicismo tedesco si è fatto portatore di un approccio dualista, rivendicando la specificità.

Il primo esponente della chiave monista fu sicuramente Comte, il quale coniò il termine stesso “sociologia”. Egli affermò l’idea che tutta la scienza si basa sull’osservazione empirica e sulla costruzione di leggi scientifiche. Comte rivendicò l’unicità del metodo, sostenendo che la sociologia avrebbe presto raggiunto uno stadio pienamente maturo, fino ad assumere un ruolo di guida di tutte le discipline e di coordinamento dell’attività scientifica generale.

La prospettiva monista influenzò anche l’opera di Durkheim. Egli condivideva con Comte sia l’esigenza di fondare la sociologia come disciplina scientifica, sia quella di considerare i sistemi sociali come sui generis, ossia elementi non riducibili alle parti (individui) che li compongono. Partendo da questi presupposti, Durkheim, definendo gli oggetti di studio della sociologia come “fatti sociali”, ribadì la necessità di studiare le società e le culture come “cose”, elementi dotati di realtà tanto quanto gli oggetti fisici.

Sul polo opposto del monismo vi è la scuola dello storicismo tedesco, che mise l’accento sulla specificità dell’oggetto di studio delle discipline umane.

In questo clima culturale si innestò il pensiero di Weber. Egli ebbe un ruolo decisivo nella fondazione della disciplina sociologica riuscendo a coniugare il rigore metodologico con la specificità dell’oggetto di studio storico-sociale. Weber attribuisce ai valori il compito di dare senso al fluire storico e di fornire uno spunto di selezione della realtà. Dunque, la sua idea di ricerca sociale appare doppiamente situata:

  1. nella soggettività della scelta, ovvero nell’assunzione responsabile di un determinato punto di vista
  2. nella specificità dell’oggetto di studio.

In questo quadro Weber propone un modo specifico di spiegare i fenomeni sociali e individuare le loro cause nell’ambito delle scienze sociali: l’imputazione causale.

Un altro strumento specifico delle scienze sociali è la tipificazione. Essa attraverso la costruzione di concetti limite con funzioni euristiche di confronto con il reale, consente di comprendere la realtà sociale e le motivazioni all’azione degli individui.

Tipificazione= consiste nella costruzione di strumenti concettuali (ideal-tipi), allo scopo di schematizzare la realtà e illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico.

Facendo riferimento alla storia più recente e alla scuola fenomenologica, per Schutz il punto fondamentale di differenziazione delle scienze sociali sta nel fatto che mentre lo scienziato della natura studia fenomeni che hanno significato solo per lui e non anche per i suoi referenti empirici, i fatti e gli eventi cui si trova dinanzi lo scienziato sociale sono preinterpretati, poiché assumono già un significato per gli esseri umani che li vivono e che pensano e agiscono nel loro ambito. La conoscenza sociologica è quindi possibile soltanto attraverso una lettura di secondo livello, un’interpretazione di ciò che è già stato interpretato. Per questo, per Schutz è necessario distinguere il discorso del sociologo da quello dell’uomo comune.

Egli ci pone tre postulati:

  1. interpretazione soggettiva
  2. coerenza logica
  3. adeguatezza

Un’estrema avanguardia della concezione dualistica è rappresentata dalla scuola etnometodologica. Il maggiore esponente è Garfinkel, il quale spiega che la scienza sociale deve mantenere come presupposto fondamentale l’ancoraggio dei significati di ogni affermazione al contesto, in modo da non poter astrarre da esso né il senso del discorso, né il valore di verità.

In risposta al dualismo, nel corso del secolo scorso, si sono affermati approcci portatori di una visione forte delle scienze sociali: tra questi spiccano i postpositivisti e gli approcci derivanti dall’empirismo logico.

Trail polo della concezione dualistica e quello del monismo metodologico, oggigiorno si sono attestate nuove posizioni accomunate da 3 punti:

  1. circolarità del doppio livello ermeneutico → si ribadisce che le scienze sociali hanno lo specifico compito di rielaborare e reinterpretare la materia propria del senso comune, attraverso una mediazione creativa tra mondi vitali, ambiti di significato e l’utilizzo di un metalinguaggio.
  2. Avalutatività → molti autori contemporanei affermano la necessità che la ricerca sociale non debba esprimere giudizi di valore, né essere legata a conflitti di interessi.
  3. Critica allo scientismo → il dibattito mette in guardia dal rischio delle discipline umani e sociali di fare del rigore metodologico una vera e propria ideologia

ETIC: poggia su osservazioni esterne indipendenti dai significati veicolati dagli attori → punto di vista esterno → valorizza il punto di vista interno e il mondo di senso degli attori sociali, ha posto l’accento sul contesto culturale e le motivazioni del gruppo di ricerca.

PARTE SECONDA

IL DISEGNO DELLA RICERCA SOCIALE

UN PASSO DOPO L’ALTRO?

  1. IMPOSTARE UNA RICERCA

IL CICLO DELLA RICERCA SOCIALE

La ricerca sociale è un percorso di indagine che viene messo in atto per raggiungere un obiettivo di conoscenza. Esso è costituito da una sequenza ordinata di attività di diversa natura che hanno lo scopo di risolvere un problema cognitivo e rispondere a una domanda cognitiva.

Possiamo distinguere due tipi di attività di una ricerca:

  1. concettuali, di tipo mentale e che possono servire per guidare la costruzione della base empirica;
  2. osservative o tecniche, di tipo pratico e che servono a produrre il materiale empirico, ad analizzarlo e interpretarlo. Le une sono necessarie alle altre.

Per quanto riguarda il ciclo della ricerca, si è soliti distinguere 5 fasi principali

  1. scelta e formulazione del problema di ricerca
  2. definizione del disegno di ricerca
  3. costruzione della base empirica
  4. organizzazione ed elaborazione delle informazioni
  5. interpretazione e condivisione dei risultati

In termini generali si può considerare una ricerca come un processo che inizia con l’individuazione del problema. Esso può essere di natura teorica o pratica, e nasce da una stretta relazione tra chi fa ricerca e il mondo della vita in cui è immerso. E chi fa ricerca deve dunque delimitare il proprio campo di studio attraverso alcune domande chiave.

Su questa base sarà possibile definire una strategia di azione che è chiamata “disegno di ricerca”. Esso si struttura in base ad alcuni elementi:

  • l’obiettivo cognitivo
  • il grado di conoscenza del fenomeno
  • lo stato della teoria
  • la presenza di ipotesi

Dopo aver definito il “cosa” e il "perché" studiare, sarà possibile stabilire il “come”, ossia con quali strumenti costruire la base empirica.

Terminate queste operazioni, le informazioni raccolte devono essere organizzate in modo da renderne possibile la loro elaborazione e analisi. Nell’ultima fase, il gruppo di ricerca cercherà di capire se e in che modo le azioni compiute sono state in grado di apportare un contributo originale in risposta alle domande di partenza. Questa fase si avvarrà non solo delle valutazioni che il gruppo di ricerca avrà svolto in itinere, ma anche il contributo degli attori e degli stakeholders coinvolti nell’indagine.

PRIMA CARATTERISTICA Il percorso di indagine va considerato come un processo unitario con una propria coerenza interna SECONDA CARATTERISTICA Nonostante il percorso di ricerca sia un processo iterativo, strutturato in tappe, esso non è da considerarsi come uno sviluppo lineare, ma caratterizzato da una pluralità di operazioni in un continuo rimando reciproco.

In tal senso, il diagramma di Venn, rappresenta ogni fase in stretta connessione sia con le altre frasi, sia con l’intero processo, formando una figura unitaria.

TERZA CARATTERISTICA Nella ricerca, non solo succede spesso che alcune tappe si sovrappongano ad altre o vengano svolte in parallelo, ma anche che inducano a ripensamenti e retroazioni. Infatti un percorso di indagine non è sequenziale, ma è certamente più caotico. I risultati di una fase possono indurre a modificare la precedente; durante il lavoro possono essere incontrati stimoli e/o imprevisti che possono sollecitare un cambiamento del percorso.

La strutturazione delle diverse fasi di un’indagine può avere una duplice funzione: ● pedagogica: con l’obiettivo di offrire un ordine di organizzazione delle diverse attività a studenti e giovani ricercatori ● retorica: con l’obiettivo di fornire al pubblico di una ricerca gli strumenti di valutazione del lavoro svolto.

  1. Prodotto culturale: unità di analisi è un manufatto con valore comunicativo

DOMANDA 2 → In quale ambito/contesto spazio-temporale si intende effettuare lo studio? Definire l’ambito spaziale consente di individuare un contesto specifico di tipo geografico in cui calare lo studio. Circoscrivere il tempo aiuta a definire un contesto storico. Se il campo di indagine non fosse delimitato, tutti gli oggetti di un certo tipo diverrebbero potenziali casi di quella ricerca

DOMANDA 3 → Relativamente a quali aspetti e caratteristiche si intende rilevare e studiare? Sarà sempre necessario un ritaglio sulla realtà per definire quali sono gli interessi specifici di un’indagine. Per questo dovranno essere individuati quegli elementi di interesse della ricerca che afferiscono all'oggetto di studio e quando verranno riferite all’unità di analisi possono prendere il nome di “proprietà”.

PRATICHE DI RICERCA DIFFERENTI Una specificità delle scienze sociali è che chi fa ricerca è parte attiva del mondo e dei fenomeni che studia. Per questo, ci sono due possibili maniere di concepire la ricerca sociale:

  1. un approccio afferente all’impostazione ETIC - che valorizza la rappresentazione dei fenomeni a opera del gruppo di ricerca e il punto di vista esterno
  2. un approccio afferente all’impostazione EMIC - che mette in rilievo soprattutto il punto di vista e il mondo di senso degli attori sociali. Questi differenti approcci hanno dato luogo a modi diversi di fare ricerca.

PRIMO ELEMENTO DI DIFFERENZA Riguarda l’individuazione dei problemi di ricerca. Entrambi i poli riconoscono una stretta connessione tra scienza e mondo della vita. L’impostazione Etic si caratterizza per l’accento sull’oggettività e sulla distanza emotiva e osservativa del gruppo di ricerca rispetto a ciò che sta studiando. (punto di vista più estraneo e obiettivo). L’impostazione Emic mette l’accento sulla prospettiva dell’insider: per questo tende a scegliere tematiche che sono vissute come problematiche dagli attori sociali o che afferiscono al contesto biografico di chi fa ricerca.

SECONDO ELEMENTO DI DIFFERenza Riguarda la scansione delle diverse fasi della ricerca. Mentre l’impostazione Etic si caratterizza per una visione lineare che concentra l’impostazione dell’indagine nella prima fase, l’impostazione Emic mette l’accento sulla ricorsività tipica del percorso di ricerca.

La differenza Etic/Emic riguarda anche il modo in cui si identifica l’unità di analisi, nonché gli aspetti da rilevare e l’oggetto di studio.

Mentre nell’impostazione Etic, la popolazione di riferimento riferibile all’unità di analisi è delimitata in fase di progettazione della ricerca, in quella Emic essa sarà delineata in modo generico all’inizio della ricerca e specificata più dettagliatamente solo in corso d’opera.

Infine, nell’approccio Emic anche le varie caratteristiche da studiare emergeranno e saranno definite durante la ricerca. In quello Emic, il dettaglio con cui sono definiti gli aspetti da indagare in riferimento all’unità di analisi non sarà predisposto in maniera definitiva in fase di progettazione della ricerca, ma emergerà nel corso della rilevazione.

  1. SCEGLIERE IL PIANO DI AZIONE

Dopo aver scelto l’oggetto di studio occorre mettere a punto un adatto disegno di ricerca. Quest’ultimo è come un piano di azione: serve a orientare le diverse attività e a far sì che il problema in esame possa essere studiato in modo efficace. Non esiste, però, un piano di azione che vada bene per ogni occasione e quindi bisogna porsi alcune domande fondamentali.

  1. Qual è l’obiettivo cognitivo della ricerca, le ragioni e le finalità?
  2. In base alle conoscenze pregresse, quali informazioni è opportuno rilevare?
  3. In base alla letteratura, qual è lo stato dell’arte sulla concettualizzazione del fenomeno?
  4. Quali ipotesi interpretative si possono fare in merito al fenomeno? A seconda delle risposte potrà quindi essere definita la strategia di indagine più appropriata.

I TIPI DI DISEGNO DI RICERCA Il disegno di ricerca serve a integrare le diverse componenti di un’indagine in modo logico e coerente. Esso guida il processo, dalla formulazione delle domande alla condivisione dei risultati. Nell’ambito della ricerca sociale si è soliti distinguere tra macrotipi di disegno di ricerca:

  • esplorativo-descrittivo
  • esplicativo

ESPLORARE E DESCRIVERE

Una ricerca si configura come esplorativo-descrittiva quando il punto focale è essenzialmente la rilevazione, ovvero quando interessa individuare le caratteristiche principali di un oggetto di studio. Questo tipo di disegno aiuta a rispondere a domande sul chi, cosa, quando, dove e come; non sarà adeguato a rispondere al perché, in quanto è più adatto a ottenere informazioni sullo stato dei fenomeni.

Una delle caratteristiche di partenza è il fatto che il fenomeno in analisi sia relativamente emergente o sconosciuto. Non avendo sufficienti informazioni a disposizione per operare una selezione accurata generalmente si opterà per valorizzare i criteri di numerosità ed eterogeneità.

Un’altra caratteristica riguarda la scarsa o assente strutturazione di ipotesi a monte. Proprio per questo può essere appropriato a pratiche di ricerca EMIC: chi fa ricerca si pone in ascolto, raccogliendo informazioni e successivamente le esamina per comprendere quale ipotesi o riflessione possa emergere dall’insieme di tutti i materiali empirici rilevati. Ciò non significa che nella ricerca descrittiva la teoria sia irrilevante: ma richiede un ruolo attivo di chi fa ricerca.

A tale scopo vengono identificati alcuni “concetti orientativi”, fornendo una guida e suggerendo le direzioni nelle quali guardare, raccogliere informazioni e osservare.

SPIEGARE Il disegno di ricerca assume il connotato di ricerca esplicativa quando il punto focale è la spiegazione, ovvero quando interessa capire le cause e gli effetti del fenomeno che si sta studiando. Questo tipo di disegno aiuta a rispondere soprattutto a domande sul perché e sul come.

Obiettivo fondamentale è trovare i fattori che influenzano un determinato fenomeno identificando il ruolo che essi svolgono. (es. perché gli studenti diventano dipendenti dai dispositivi elettronici?)

La ricerca esplicativa può contare su una base empirica e cognitiva più solida e su una maggiore conoscenza del fenomeno oggetto di indagine. Ci si aspetta studi precedenti, ma che ci siano anche ipotesi abbastanza strutturate. Il disegno di ricerca esplicativo mira a sottoporre a ottenere un giudizio circa la loro conferma o meno.

Una spiegazione può essere sviluppata attraverso il canone delle variazioni concomitanti. Tale canone stabilisce che se un dato fenomeno varia costantemente al variare di un altro fenomeno in una data misura e direzione, uno di essi può essere interpretato come la causa dell’altro, oppure tutti come dipendenti da una medesima causa. ( si può adottare in una survey).

In ambito sociologico le spiegazioni dei fenomeni sono spesso complesse e collegano i fattori macrosociali ai fattori microsociali.

Un esempio rinomato di spiegazione che connette i livelli micro e macro è raffigurato dal modello della Coleman Boat.

Messo a punto da McClelland, il modello rappresenta queste connessioni: le istituzioni sociali (livello macro) influiscono sull’ambiente dell’attore (livello micro), limitandone le possibilità di azione; l’azione sociale (livello micro) in interazione con le azioni degli altri attori tende a produrre il cambiamento istituzionale (livello macro).

Ma come mettere a punto un disegno di ricerca che ha come obiettivo la spiegazione? Il percorso di studio deve essere pianificato ex ante, guidato da ipotesi da controllare empiricamente. Questo riguarda sia le fasi di impostazione della ricerca, sia quelle successive di raccolta, elaborazione e interpretazione delle informazioni. L’utilizzo di un disegno esplicativo si caratterizza per una selezione mirata dei soggetti in modo tale da circoscrivere chiaramente l’ambito di riferimento.

Il vantaggio è che l’ipotesi sia ben costruita, si può avere la possibilità di provare il nesso tra le variabili studiate. Ci sono però degli svantaggi connessi alla difficoltà nel trovare altri nessi di rilievo tra le caratteristiche esaminate. Per questo, nella pratica si suggerisce di tener presente la rilevazione di informazioni non strettamente connesse al controllo delle ipotesi considerate.

→ FARE ESPERIMENTI Un sottotipo del disegno esplicativo è quello sperimentale. Esso è tutt’altro che lineare e agevole. L’ambizione di questo genere di strategia è controllare empiricamente un’ipotesi di spiegazione di un fenomeno, ovvero osservare come varia una proprietà in relazione a un’altra, tenendo sotto controllo tutte le altre.

Tuttavia, c’è una differenza importante: mentre nel disegno esplicativo ci si limita all'osservazione dei fatti nel loro svolgersi naturale, questo disegno prevede che le informazioni atte alla rilevazione venga di proposito manipolata per far variare e porre sotto controllo le proprietà oggetto di indagine.

Oltre a individuare l’esistenza di relazioni, nel disegno sperimentale, grazie al controllo esercitato su ogni proprietà/variabile, sarà possibile anche individuare empiricamente l’eventuale direzione di tale relazione.

Per questo e altre ragioni nelle scienze sociali si parla di disegno quasi sperimentale, in cui non è possibile garantire la presenza di tutti requisiti del disegno sperimentale.

VALUTARE I disegni di ricerca sono quindi processi cognitivi basati su procedure di ricerca finalizzate a dare un giudizio su base empirica atto a sostenere una decisione operativa.

La valutazione è un’attività di ricerca al servizio dell’interesse sociale. Si tratta di un procedimento messo in moto da una domanda di valutazione da parte di un committente, prevalentemente pubblico. Esso si articola in un disegno della valutazione (proposto dal valutatore al committente e una ricerca empirica (fatta dal valutatore, a cui possono partecipare rappresentanti del committente); infine, sfocia in una discussione dei risultati. La valutazione, dunque, è: a. legata a decisioni e azioni b. un’attività conoscitiva c. rivolta al miglioramento o adattamento e ha come riferimento l’azione pubblica.

Valutare significa avvalersi di uno strumento di aiuto alla decisione. La valutazione è anche uno strumento di legittimazione delle scelte sociali e di razionalizzazione dell’azione. Essa aiuta a far emergere istanze collettive e a indirizzare l’azione verso un bene comune e condiviso.

Si caratterizza per un interesse conoscitivo nei confronti dell’oggetto di studio, ma i suoi risultati, che possono essere considerati rapporti tecnici, costituiscono una base di azione.

Più precisamente il disegno valutativo deve tenere conto dei seguenti elementi: → il tipo di intervento da valutare → le finalità → il contesto → le risorse → gli usi

inoltre, esso si caratterizza per due fasi preliminari specifiche:

  1. Definizione del mandato valutativo: si definiscono gli scopi. Si chiariranno anche i diversi attori del mandato, ovvero gli stakeholders, classificati in decisori, operatori e beneficiari.
  2. Formulazione del sistema valutativo: consente di formulare i problemi valutativi. Tuttavia, le questioni cruciali non potranno essere stabilite da un gruppo di ricerca, ma dovranno essere stabilite dagli stakeholders, partendo dalla consapevolezza che non si può valutare tutto.

Dovranno essere definite le aspettative rispetto ai confronti che si intendono effettuare nel quadro della valutazione in base agli obiettivi plausibili. Particolare attenzione dovrà poi essere attribuita al processo di significazione del sistema valutativo.

Infine, essendo il risultato della ricerca valutativa un giudizio, è necessario stabilire un sistema di valori che guideranno il processo.

Quanto alla fase valutativa vera e propria, essa si caratterizza per tre momenti possibili:

  1. Valutazione ex ante → mira a valutare il contesto di partenza di un’azione
  2. Valutazione in itinere → mira a monitorare l’andamento dell’attuazione del programma. Il fine non è solo teorico, ma anche pratico poiché da una giusta lettura delle informazioni rilevate possono scaturire decisioni in merito a possibili aggiustamenti, sospensioni o implementazioni del programma.
  3. Valutazione ex post → viene richiesto obbligatoriamente al termine di un programma/intervento per stimare l’impatto dei risultati ottenuti di breve, medio o lungo periodo. Tra i punti di forza vi sono certamente l'essere metà strada tra un disegno puramente cognitivo e uno di intervento.
  1. COSTRUIRE LA BASE EMPIRICA

Si parla del processo di operativizzazione, ovvero di quel percorso che, grazie ad alcune norme e regole, consente la trasformazione di un concerto in un’informazione rilevata sul campo.

L’OPERATIVIZZAZIONE Ma come si fa ricerca a partire da un concetto? Il percorso varia a seconda delle scelte metodologiche, che possono portare a una maggiore o minore standardizzazione delle procedure. Porre al centro del disegno di ricerca il cosiddetto “paradigma lazarsfeldiano”, è un processo che consta di quattro fasi:

  1. l’individuazione del concetto di partenza
  2. l’individuazione delle dimensioni del concetto
  3. la costruzione degli indicatori
  4. la ricomposizione delle informazioni così ottenute in un indice