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LA RIVOLUZIONE GLOBALE, SILVIO PONS - RIASSUNTO DETTAGLIATO, ESAME DI STORIA CONTEMPORANEA, Sintesi del corso di Storia Contemporanea

Riassunto dettagliato, capitolo per capitolo, di "La rivoluzione globale" di Silvio Pons, per l'esame di Storia contemporanea del prof. Capuzzo (unibo). Documento discorsivo e più che esaustivo, con concetti sottolineati.

Tipologia: Sintesi del corso

2022/2023

In vendita dal 25/07/2023

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PRIMO CAPITOLO Il tempo della Rivoluzione (1917-1923)
LENIN, LO STATO SOVIETICO E IL COMINTERN
Le immediate conseguenze della Rivoluzione d’ottobre furono un duro banco di prova
per il progetto bolscevico di rivoluzione mondiale. La Russia era un paese sconfitto e
ormai incapace di difendersi; la pace era possibile solo alle dure condizioni degli
imperi centrali. Che difficilmente sarebbero stati influenzati dai nuovi rivoluzionari al
potere.
Questo venne reso brutalmente chiaro sin dalla conclusione dell’armistizio, all’inizio
del dicembre 1917. Le condizioni della pace erano assai dure: la Russia si
impegnava a cedere alla Germania l’Ucraina, rinunciava alla Polonia, alle
province baltiche, a una parte della Bielorussia e riconosceva l’indipendenza
della Finlandia. Sulle dure condizioni della pace i bolscevichi si divisero: da una parte
c’erano i «comunisti di sinistra», capitanati da Nicolaj Bucharin che non volevano
scendere a patti con gli imperialisti e invocavano una «guerra rivoluzionaria», perché
la difesa del potere doveva essere messa a rischio pur di non tradire gli ideali
internazionalistici. Dall’altra parte c’erano invece i bolscevichi che seguirono gli appelli
al realismo di Lenin: accettare le dure condizioni dei tedeschi pur di salvaguardare il
nuovo potere in Russia.
Secondo Lenin, solo una pace separata avrebbe concesso uno «spazio di respiro» al
nuovo Stato, mentre l’atra opzione sarebbe stata un suicidio. Prevalse l’idea di una
sopravvivenza del potere bolscevico, e non dell’aspirazione rivoluzionaria paneuropea.
Lo scenario mutò con la sconfitta della Germania a conclusione della prima guerra
mondiale, e i rivolgimenti interni che la coinvolsero. Questa forte instabilità di governo
venne vista da più parti come il preludio a un rivolgimento più radicale. I partiti
tedeschi erano: il Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd), quello più numeroso e
appoggiato dalla maggioranza; e poi c’erano le due formazioni di destra: il Partito
tedesco nazionale e il Partito tedesco popolare. A quest’ultimo si affiancherà,
collocandosi all’estrema destra, il piccolo Partito nazionalsocialista dei lavoratori
tedeschi, rifondato da Adolf Hitler nel 1920. Nel 1918 era nato il Partito comunista
tedesco, i cui leader erano Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, la quale, pur critica nei
confronti della dittatura bolscevica e delle scelte antidemocratiche di Lenin, riteneva
che la rivoluzione tedesca si sarebbe inserita sul solco di quella russa. Il 18 gennaio
vengono assassinati i due leader del comunismo tedesco. La cruenta repressione del
moto spartachista non demoralizzò i bolscevichi, ma spinse Lenin a fondare
l’internazionale non a Berlino, ma a Mosca.
Nel marzo 1919 venne proclamata la Terza Internazionale1 (Comintern). Questa
assunse in pieno la dottrina del bolscevismo. Il suo manifesto fondativo ribadiva che la
guerra mondiale avrebbe necessariamente generato la guerra civile europea,
passaggio cruciale per un’autentica pacificazione. Capo del Comintern divenne Grigorij
Zinov’ev. La nuova istituzione, sottoposta al Politbjuro della Rkp(b) per le
decisioni più importanti, fu affiancata dal Narkomindel, il Commissariato del Popolo
agli Affari Esteri.
Si stabilì un nesso tra la nascita del Comintern e la pace di Brest. L’Internazionale
comunista era il marchio d’origine del potere bolscevico in lotta per la sopravvivenza e
per portare la sua rivoluzione a livello internazionale.
1 La Terza Internazionale, o Internazionale Comunista, fu l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti attiva
dal 1919 al 1943, nota anche con l’abbreviazione in Comintern. La sintesi di tutto questo fu la costruzione di un
organismo statale inedito nella storia europea e imprevisto dalla tradizione marxista.
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PRIMO CAPITOLO Il tempo della Rivoluzione (1917-1923) LENIN, LO STATO SOVIETICO E IL COMINTERN Le immediate conseguenze della Rivoluzione d’ottobre furono un duro banco di prova per il progetto bolscevico di rivoluzione mondiale. La Russia era un paese sconfitto e ormai incapace di difendersi; la pace era possibile solo alle dure condizioni degli imperi centrali. Che difficilmente sarebbero stati influenzati dai nuovi rivoluzionari al potere. Questo venne reso brutalmente chiaro sin dalla conclusione dell’armistizio, all’inizio del dicembre 1917. Le condizioni della pace erano assai dure: la Russia si impegnava a cedere alla Germania l’Ucraina , rinunciava alla Polonia, alle province baltiche, a una parte della Bielorussia e riconosceva l’indipendenza della Finlandia. Sulle dure condizioni della pace i bolscevichi si divisero: da una parte c’erano i «comunisti di sinistra», capitanati da Nicolaj Bucharin che non volevano scendere a patti con gli imperialisti e invocavano una «guerra rivoluzionaria», perché la difesa del potere doveva essere messa a rischio pur di non tradire gli ideali internazionalistici. Dall’altra parte c’erano invece i bolscevichi che seguirono gli appelli al realismo di Lenin: accettare le dure condizioni dei tedeschi pur di salvaguardare il nuovo potere in Russia. Secondo Lenin, solo una pace separata avrebbe concesso uno «spazio di respiro» al nuovo Stato, mentre l’atra opzione sarebbe stata un suicidio. Prevalse l’idea di una sopravvivenza del potere bolscevico, e non dell’aspirazione rivoluzionaria paneuropea. Lo scenario mutò con la sconfitta della Germania a conclusione della prima guerra mondiale, e i rivolgimenti interni che la coinvolsero. Questa forte instabilità di governo venne vista da più parti come il preludio a un rivolgimento più radicale. I partiti tedeschi erano: il Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd) , quello più numeroso e appoggiato dalla maggioranza; e poi c’erano le due formazioni di destra: il Partito tedesco nazionale e il Partito tedesco popolare. A quest’ultimo si affiancherà, collocandosi all’estrema destra, il piccolo Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, rifondato da Adolf Hitler nel 1920. Nel 1918 era nato il Partito comunista tedesco , i cui leader erano Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, la quale, pur critica nei confronti della dittatura bolscevica e delle scelte antidemocratiche di Lenin, riteneva che la rivoluzione tedesca si sarebbe inserita sul solco di quella russa. Il 18 gennaio vengono assassinati i due leader del comunismo tedesco. La cruenta repressione del moto spartachista non demoralizzò i bolscevichi, ma spinse Lenin a fondare l’internazionale non a Berlino, ma a Mosca. Nel marzo 1919 venne proclamata la Terza Internazionale^1 ( Comintern ). Questa assunse in pieno la dottrina del bolscevismo. Il suo manifesto fondativo ribadiva che la guerra mondiale avrebbe necessariamente generato la guerra civile europea, passaggio cruciale per un’autentica pacificazione. Capo del Comintern divenne Grigorij Zinov’ev. La nuova istituzione, sottoposta al Politbjuro della Rkp(b) per le decisioni più importanti, fu affiancata dal Narkomindel , il Commissariato del Popolo agli Affari Esteri. Si stabilì un nesso tra la nascita del Comintern e la pace di Brest. L’Internazionale comunista era il marchio d’origine del potere bolscevico in lotta per la sopravvivenza e per portare la sua rivoluzione a livello internazionale. (^1) La Terza Internazionale, o Internazionale Comunista, fu l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti attiva dal 1919 al 1943, nota anche con l’abbreviazione in Comintern. La sintesi di tutto questo fu la costruzione di un organismo statale inedito nella storia europea e imprevisto dalla tradizione marxista.

Ma ora occorreva la priorità alla “strategia di sopravvivenza” del potere, sacrificando momentaneamente lo slancio utopistico. Fu in questa fase che subentrò la legittimità della violenza. Consapevoli di essere una minoranza e formati nell’idea, di matrice giacobina, della dittatura come potere assoluto fondato sulla «forza», i bolscevichi si attrezzano sin dall’inizio al comando militare. Lenin e Trockij giustificarono il «Terrore rosso» per combattere la controrivoluzione non soltanto in Russia ma in Europa. Il “comunismo di guerra” fu attuato proprio in virtù di tutto questo. Il periodo del “comunismo di guerra” espresse, in maniera estrema ma coerente, il socialismo predicato dai bolscevichi e la loro visione, da sempre dichiarata, di una «modernità alternativa» da contrapporre a quella capitalistica. Il partito-Stato sovietico era affiancato e consolidato da un apparato di comando incentrato sull’esercito, che aumentava i propri quadri proporzionalmente alla violenza. Le teorie di Lenin costituirono una base ideologica alla configurazione totalitaria e repressiva di questa fase incentrata sulla strategia della sopravvivenza. Il risultato fu che il consolidamento dello Stato andò di pari passo con il declino del sostegno di massa ricevuto dai bolscevichi nel 1917. Kronštadt rappresentò un evento-simbolo delle ultime speranze rivoluzionarie e della loro repressione. A gennaio del 1921, mentre infuriava il Terrore, il governo bolscevico emanò un decreto che imponeva la riduzione di un terzo delle razioni di pane nelle principali città: esplodono scioperi, marce della fame, occupazione di fabbriche. A Pietrogrado i lavoratori eleggono un’assemblea composta da socialrivoluzionari e menscevichi e chiedono la fine della dittatura, libere elezioni dei soviet e liberazione dei prigionieri politici: il 24 febbraio la Ceka spara sui manifestanti, ma – come i bolscevichi temevano – alcuni reggimenti di soldati solidarizzano con gli operai, in una scena che ricorda quella del febbraio 1917. Il 28 febbraio accadde l’evento-simbolo: a Kronštadt, base navale di Pietrogrado e gloriosa roccaforte rivoluzionaria del 1917, scoppia un ammutinamento generale. I marinai chiedono la fine della dittatura. Dopo dieci giorni di scontri violenti, con migliaia di morti e feriti, il 18 marzo Kronštadt cade e con essa l’idea della «Terza rivoluzione» (dopo quella di febbraio e di ottobre). Segue una repressione spietata. Nel primo Stato socialista aveva vinto, come disse anni dopo Pietro Ingrao, la «via militare alla salvezza e al riscatto». Kronštadt fu il segnale più eloquente che il partito- Stato costruito dai bolscevichi dal 1918 in avanti avrebbe continuato a esercitare con ferocia il monopolio del potere. Contemporaneamente però si costruiva il mito dello Stato sovietico sulla scena culturale e politica europea. Il mito della rivoluzione bolscevica si apprestava a entrare nelle menti del comunismo internazionale. Celebre il reportage del giornalista americano Jhon Reed. Nell’immaginario collettivo la rappresentazione della rivoluzione russa come continuazione della Rivoluzione francese ebbe un ruolo determinante. L’ottobre bolscevico venne visto allora come la nascita di un universalismo egualitario. Ma nella realtà le cose non furono affatto così: la radicalizzazione del regime bolscevico aveva di fatto smentito qualunque forma di democrazia sin dall’inizio del 1918, sebbene l’egualitarismo era proprio quello che si proponeva di affermare con il “comunismo di guerra”. Vittoria in Russia, sconfitta in Europa: il “biennio rosso”. Tra la fine della Guerra mondiale e il 1920 la dissoluzione degli Imperi e l’esempio della Russia generarono un risveglio del mito rivoluzionario nel mondo del socialismo europeo. In molti paesi d’Europa nascono consigli di fabbrica sul modello dei soviet

dell’avversario di classe come «nemico», la concezione elitaria del rapporto tra il partito e le masse, la pratica autoritaria dell’organizzazione e della disciplina, la fedeltà incondizionata verso la Russia sovietica separarono i destini dei comunisti dal mondo del socialismo. La figura di Lenin acquistò rapidamente un carattere carismatico, e quasi “sacro”, anche fuori della Russia sovietica. L’apparato del Comintern era intrecciato visceralmente a quello del Partito comunista sovietico e con quello del Narkomindel. Era tutto strettamente collegato a Mosca. Il partito-Stato sovietico era un organismo burocratico e ipercentralizzato, militarizzato nel suo corpo e nel suo spirito, e largamente isolato. Ogni revisione politica (ad esempio, trasferire la mobilitazione totale dalla guerra offensiva alla pacificazione) era concepita nella limitata accezione di «ritirata» in attesa di tempi migliori. Questa nozione venne instancabilmente ripetuta da Lenin. Dopo la fine della guerra civile, la cosa importante era risanare l’economia (fu adottata la Nep) e questo imponeva di risanare anche i rapporti con i principali stati europei, compresi i protagonisti di Versailles (Francia e Gran Bretagna). La Conferenza di Genova si presentò come l’apice di questo processo. Tuttavia i limiti a negoziare da parte della Russia furono netti, così essa non poté essere reintegrata nel sistema economico internazionale; la conferenza si concluse, in sostanza, con un nulla di fatto. Così, nell’aprile 1922, la Russia strinse un accordo separato con la Germania, il Trattato di Rapallo , un obiettivo che corteggiava da tempo. Il trattato ebbe per conseguenza il riavvicinamento delle due nazioni che per motivi diversi si trovavano isolate sulla scena politica internazionale (la Germania sconfitta nella prima guerra mondiale e la Russia comunista). Rapallo rappresentava invece la nascita di una politica estera, che dopo Brest fu il secondo passo decisivo. Con Rapallo la Russia riconfermava i suoi interessi e la sua natura, i vantaggi economici e la ricerca di un asse di politica estera avverso al sistema di Versailles. Come Brest, Rapallo riusciva a conciliare gli interessi dello Stato e quelli della rivoluzione mondiale. L’EREDITÀ DI LENIN E L’ULTIMA FASE DELLA SUA VITA La rivendicazione del progetto originario di rivoluzione mondiale, la nozione di «ritirata» in politica interna e internazionale, l’idea di un reciproco assedio e di una «guerra di posizione» tra lo Stato sovietico e gli stati capitalistici costituirono le coordinate dell’eredità politica lasciata da Lenin. Nell’ultima fase della sua vita formulò un’autocritica sui metodi di costruzione dei partiti comunisti, troppo uniformati alle «condizioni russe», troppo condizionate da un modello rigido e universalistico, senza tuttavia formulare delle vie alternative per ovviare a questo errore. L’angoscia per l’isolamento del paese nel mondo, la preoccupazione per la salvaguardia del paese dalla minaccia degli stati europei occidentali, la coscienza dell’arretratezza della Russia e l’esigenza di una sua acculturazione dominarono l’ultimo Lenin, senza però portarlo a riformulare il progetto rivoluzionario originale, al quale rimase sempre ostinatamente fedele. Nel suo testamento politico, ripeteva che lo Sato sovietico fosse il punto di forza della rivoluzione mondiale e che quest’ultima avrebbe presto o tardi riscattato e salvato la rivoluzione russa. IL «FRONTE UNICO»

Tra i comunisti tedeschi, francesi e italiani il «fronte unico» registrava più incomprensioni che favore. Chiamati a combattere i socialdemocratici per acquisire la maggioranza nei sindacati, ma anche a proclamare la propria volontà unitaria , i comunisti nazionali reagirono tiepidamente agli impulsi del Comintern o addirittura li respinsero. In Germania l’affaire Levi aveva spaccato il gruppo dirigente e accresciuto la deriva radicale di Brandler, che assieme a Thalheimer combattè Levi appoggiando il Comintern; in Italia Amedeo Bordiga, già entrato nel mirino di Lenin per il suo antiparlamentarismo, rifiutò ogni intesa con Giacinto Serrati (Partito Socialista); in Francia era in atto un’autentica crisi e una divisione del Partito comunista, che in poco tempo aveva perduto la maggioranza nei sindacati. Le difficoltà tra il Comintern e i principali partiti comunisti europei erano tuttavia comprensibili alla luce delle contraddizioni evidenti nelle direttive di Mosca, che da una parte li invitava a separarsi dai residui contatti con il mondo socialista (le socialdemocrazie) e dall’altra li spingeva a cercare un terreno comune di azione. La fine della rivoluzione europea I propositi di accumulare le forze per preparare la rivoluzione, naufragarono dinanzi alla crisi che si aprì nel 1923 in Germania con l’occupazione, da parte di Francia e Belgio, del bacino della Ruhr (l’area industriale più importante della Germania), a causa del mancato pagamento delle riparazioni di guerra. La crisi della Ruhr creava alla Russia un serio dilemma: dare priorità alla sicurezza nazionale (minacciata da un eventuale conflitto armato tra Francia e Germania a causa del Trattato di Rapallo, che aveva stabilito una collaborazione tra Germania e Russia anche a livello militare), oppure privilegiare il riaccendersi di un’occasione rivoluzionaria in Germania (da sempre al centro delle speranze bolsceviche)? Il gruppo dirigente bolscevico si divise, ma prevalse l’opzione insurrezionale, poi fallita. Al XII Congresso della Rkp(b), nell’aprile 1923, per la prima volta Lenin non c’era: i bolscevichi devono fare da soli, e cercano di attenersi ai suoi insegnamenti. La fedeltà a Lenin sembrò preoccupare i bolscevichi più che la situazione da affrontare. La sua eredità lasciava un bagaglio di contraddizioni non risolte nella politica internazionale comunista. Zinov’ev riversò sui comunisti tedeschi e su Radek la colpa della sconfitta. Ma l’insuccesso dell’«ottobre tedesco» non poteva essere relegato a episodio. Esso sanciva definitivamente il fallimento del progetto rivoluzionario mondiale, così come era stato concepito nel 1917. Fin da quel fatidico anno i bolscevichi si erano fatti forti del loro progetto rivoluzionario mondiale, era la loro ragion d’essere. Lo vedevano ovunque, lo volevano ovunque, contro ogni possibilità. Ma nonostante questa ulteriore sconfitta, i bolscevichi continuavano a vedere la fattibilità della rivoluzione e la crisi irreversibile del capitalismo. Ed erano ancora pronti a rischiare la sopravvivenza del loro Stato sull’altare della rivoluzione mondiale. La rivoluzione bolscevica aveva avuto un impatto fortissimo, aveva fatto nascere partiti comunisti in tutta Europa ed esercitava una forza d’attrazione anche tra i lavoratori e gli intellettuali, esaltati dal mito. Ma la controprova dell’impatto

Fra i candidati alla successione di Lenin spiccava anche Stalin. Georgiano, ex seminarista, dal 1922 segretario generale del Partito, che gli da il controllo di una macchina organizzativa e di governo ormai enorme. Lo stesso Lenin, in alcuni appunti poi definiti il suo testamento aveva messo in guardia da questo strapotere burocratico, che ora veniva denunciato con forza anche da Trockij. «RIVOLUZIONE PERMANENTE» VS «SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE» Trockij teorizzava la linea della « rivoluzione permanente »^2. Il concetto principale della teoria trockijsta, di matrice marxista, era l’idea dell’espansione della rivoluzione socialista in tutto il mondo. Contro la tesi della « rivoluzione permanente » scese in campo Stalin , secondo il quale bisognava invece prendere atto del fallimento della rivoluzione in Europa (dopo il fiasco dell’«ottobre tedesco») e concentrare tutte le risorse sulla costruzione del «socialismo in un solo Paese», l’Urss, attraverso la normalizzazione dei rapporti con gli altri Paesi capitalisti e il coinvolgimento di tutte le risorse economiche dei Partiti comunisti occidentali a favore del consolidamento della “Patria del Socialismo”. Per quanto riguardava invece l’economia, di fronte al fallimento del “comunismo di guerra” era opportuno proseguire con le riforme economiche della Nep (in seguito abbandonata, per dare vita alla pianificazione totale dell’economia sovietica attraverso i “piani quinquennali”). All’interno del Comintern soltanto Bucharin (ormai passato su posizioni moderate dopo i suoi trascorsi di estrema sinistra), prese atto della fine delle illusioni rivoluzionarie. Ormai l’economia capitalistica si stava stabilizzando, e cresceva il ruolo di governo delle socialdemocrazie. Di conseguenza occorreva liquidare lo schema adottato dai bolscevichi dopo la rivoluzione d’ottobre, secondo il quale la loro vicenda si sarebbe ripetuta con le medesime modalità anche altrove. La deriva «di sinistra» del Comintern venne definitivamente confermata al V Congresso , nel giugno-luglio 1924, quando venne lanciata la principale parola d’ordine: « bolscevizzazione » dei partiti comunisti, che esigeva al tempo stesso un più forte allineamento al modello russo. Un’esigenza di disciplinamento che aveva le sue origini nei famosi “ventuno punti” pronunciati da Zinov’ev al II Congresso e ora ribaditi con più forza per far fronte alla crisi del movimento. Il gruppo dirigente russo continuava a non fare i conti con il fallimento dell’«ottobre tedesco». IL XIII CONGRESSO DEL PARTITO (MAGGIO 1924) A quattro mesi dalla morte di Lenin, si assistette alla lettura delle ultime volontà del leader bolscevico contenute nella celebre “Lettera al congresso”, meglio nota come “Testamento”. Stalin ascoltò imperturbabile il documento che lo attaccava così duramente e personalmente. Al termine della lettura, Zinov’ev prese la parola e sostenne che, sebbene la volontà di Lenin non dovesse essere messa in discussione, i timori per l’operato di Stalin erano destituiti di fondamento. Kamenev invitò i membri del comitato a riconfermare Stalin nella carica di segretario generale, confermando l’ottima collaborazione avuta dalla «troika» (Stalin, Zinov’ev, Kamenev) alla guida del partito. Il pensiero di Stalin metteva al centro lo Stato e l’inevitabilità della guerra , diversamente da Bucharin, le cui nozioni principali erano invece la «costruzione pacifica» dell’Urss e il «partito della rivoluzione». (^2) La teoria era basata sulla valutazione che nei Paesi arretrati, come lo era la Russia, il compimento della rivoluzione democratico-borghese non potesse essere realizzata dalla borghesia stessa. Sarebbe stato il proletariato a guidare la rivoluzione, instaurando una dittatura sulla base di principi democratici, piuttosto che di una burocrazia.

Per Stalin la «coesistenza pacifica» era solo una questione temporanea in attesa di uno scontro con il mondo capitalistico: era piuttosto uno «stato di pace armata». Quindi il consolidamento economico dell’Urss e la «lotta per la pace» che ne garantiva le condizioni costituivano, di conseguenza, due compiti strategici interconnessi. Il XIV Congresso del partito sancì la condanna del trockijsmo e il trionfo del «socialismo in un solo paese»: le cose erano decisamente cambiate. Tuttavia non risolse le divisioni interne al gruppo dirigente che, anzi, si aggravò con la rottura dell’alleanza fra Stalin e Zinov’ev. La nuova Opposizione, formata da Zinov’ev Kamen’ev, era destinata ad avvicinarsi a Trockij convergendo sulla sua contestazione della Nep. Stalin si impegnò ad affermare le posizioni della nuova maggioranza del Comintern. In un incontro con i comunisti italiani, Egli accusò Trockij di alimentare una “vecchia convinzione”, secondo la quale senza la rivoluzione in Europa non si sarebbe potuta sviluppare la rivoluzione in Russia. In realtà questo era sempre stato il punto di vista dei bolscevichi e la sua condanna dava tutta la misura del cambiamento di priorità in atto. Per Stalin il «socialismo in un solo paese» si identificava con la causa della rivoluzione mondiale. Intanto una nuova crisi stava scoppiando in Europa occidentale. Il 1° maggio 1926 in Gran Bretagna i minatori inglesi entrarono in sciopero generale contro le riduzioni salariali come risposta alla crisi che aveva investito il settore, causata dai contraccolpi e dagli assestamenti del mercato successivi alla iperproduzione del periodo bellico. Questo evento rappresentò un nuovo motivo di scontro per il partito sovietico. E restituì apparente vigore all’Opposizione: Trockij avvertì il Politbjuro che non si doveva perdere una nuova occasione rivoluzionaria come era accaduto tre anni prima in Germania; Zinov’ev consigliò il Partito comunista inglese sul da farsi. Tuttavia non ci fu neanche il tempo di organizzarsi che lo sciopero era già rientrato senza alcuna insurrezione operaia. Questo fatto fece spaccare ancora di più il Politbjuro. Zinov’ev e Trockij accusarono la maggioranza di aver dato tutto per perso anzitempo, e Bucharin replicò che loro non comprendevano la specificità dei sindacati inglesi e il loro radicamento nel movimento operaio. La maggioranza del Politbjuro respinse le tesi di Zinov’ev e approvò quelle di Bucharin, poi ratificate dal Comintern, ora ufficialmente sotto il controllo di Bucharin e di Stalin. Lo scontro fu decisivo per le sorti di Zinov’ev: alla fine di luglio, Stalin lo rimosse dall’incarico di presidente del Comintern. Al XV Congresso del partito , Stalin accusò l’Opposizione di seminare pessimismo circa la possibilità di edificare il socialismo in Urss, e replicò all’accusa di Trockij di rinunciare alla rivoluzione mondiale. Stalin proclamò che, mentre la maggioranza vedeva la rivoluzione russa «come una rivoluzione che rappresentava una certa forza autonoma», l’opposizione la vedeva come «un’appendice accessoria della futura rivoluzione in Occidente». Era questo, in sostanza, il nodo del cambio di prospettiva e di identità. Stalin alludeva ancora una volta al ruolo centrale dello Stato sovietico nella rivoluzione mondiale. La spaccatura all’interno del gruppo dirigente russo suscitava interrogativi e angosce fra i partiti comunisti.

all’economia e alla società furono al centro del nuovo conflitto interno al gruppo dirigente. Per quanto riguarda la politica internazionale, l’opposizione di Bucharin fu debole e inconsistente, e anzi contribuì alla radicalizzazione. La sua guida del Comintern si spostò inesorabilmente «a sinistra», chiamando tutti i partiti comunisti, sin dall’estate del 1927, a mobilitarsi per contrastare le presunte minacce di guerra all’Urss. Dopo la rivolta di Varsavia del 15 luglio 1927, egli delineò una svolta antisocialdemocratica del movimento comunista europeo, accettando, di fatto, la tesi staliniana della fine della «stabilizzazione capitalistica». Al VI Congresso del Comintern, nel luglio 1928, solo Bucharin si oppose all’idea di considerare «qualsiasi reazione» come fascismo, e ricordò che nel corso delle lotte future i comunisti avrebbero sempre potuto appellarsi agli operai socialdemocratici, mentre ciò non era vero per le organizzazioni fasciste. Ma il tema centrale del congresso era l’intransigenza verso la socialdemocrazia. Il rapporto tra Stalin e Bucharin era destinato a peggiorare. Al VI Congresso del Comintern, Stalin intervenne in difesa del leader tedesco Thälmann contro la «destra» della Kpd. Stalin denunciò i «destrosi» tedeschi come l’esempio negativo di una «deviazione» presente nel movimento comunista (quindi anche Bucharin). La conseguenza fu l’inizio di un’epurazione nel Comintern, il rilancio dell’estremismo, e la volontà di liquidare nei partiti comunisti gli uomini legati a Bucharin. Nel giugno 1929, Bucharin fu estromesso dal Plenum dell’Ikki e dalla segreteria del Comintern, infine anche al Politbjuro. Da questo momento in poi la leadership di Stalin non doveva più essere contestata, né dentro né fuori l’Urss. Si compiva l’affermazione definitiva di Stalin e la svolta verso la «rivoluzione dall’alto», come risposta agli ultimi fallimenti in Occidente e in Oriente. Con l’«ottobre tedesco», gli scioperi dei minatori in Gran Bretagna, il movimento di liberazione nazionale in Cina era ancora viva l’idea di portare la rivoluzione sovietica in tutto il mondo, ma, crollate definitivamente tali aspettative, si apriva adesso la strada alla compiuta visione staliniana del «socialismo in un solo paese». Trockij fu espulso dall’Urss nel 1929. Bucharin fu ridotto a un ruolo marginale. Trockij e Bucharin compresero tardi la spregiudicatezza di Stalin nella gestione del potere, ma ne sottovalutarono anche la forza persuasiva e l’intuito. Stalin fece proprio il principio unitario stabilito da Lenin, che i bolscevichi avevano reso quasi sacro, e si levò a difensore dello Stato edificato dalla rivoluzione. Stalin, la «rivoluzione dall’alto» e la psicosi di guerra. Nel 1928 Stalin aveva abolito la Nep e dato il via ai «metodi eccezionali» nelle campagne. Si delineò un disegno estremamente ambizioso di modernizzazione del paese; in sostanza, venne adottato il progetto di industrializzazione sostenuto dalle opposizioni, ma in una variante estrema che finì per degenerare in un sistema di comando primitivo e brutale. Si vara così il primo piano quinquennale (1928- 32), un modello nuovo di gestione dell’economia basato sulla totale pianificazione degli sviluppi, sulla collettivizzazione forzata, la meccanizzazione dell’agricoltura, l’abolizione della proprietà privata (dekulakizzazione). Al centro del programma c’era l’industrializzazione a tappe forzate, per mettere fine all’arretratezza del paese. Fu una trasformazione radicale e violenta, che aggredì alle fondamenta la società nello sforzo inaudito e inumano di abbattere l’arretratezza.

La guerra di classe contro i contadini arricchiti, i kulaki, fu a tutti gli effetti una seconda guerra civile: in breve tempo, i kulaki vennero espropriati delle loro terre e declassati a semplici contadini nei kolchoz, e quelli che si opponevano venivano mandati nei campi di lavoro forzato, dove finivano anche i prigionieri politici. Questi campi di prigionia, tristemente noti con il nome di Gulag, si trasformeranno in campi di sterminio attraverso il lavoro IL BIENNIO 1932-33: LO STERMINIO PER FAME Il culmine del terrorismo di stato venne raggiunto nel 1932-33, quando le quote da consegnare allo Stato vengono aumentate del 30% rispetto all’anno precedente, e i contadini collettivizzati reagirono con una resistenza passiva. Come risposta, fra i provvedimenti repressivi, venne emessa la Legge delle spighe, nell’estate del 1932, che perseguiva con pene, fino a quella capitale, i furti di grano, anche di quantità minime. Alla fine del 1932, i kolchoz inadempienti in Ucraina furono privati con la forza del grano in loro possesso. L’obiettivo di Stalin fu la costruzione di uno Stato basato su una reale forza militare ed economica, capace di sostenere le sfide della politica mondiale. Senza una rapida industrializzazione l’Urss sarebbe stata «disarmata» di fronte a un «accerchiamento capitalistico». Con questo Stalin non rinunciava alla rivoluzione mondiale, ma spostò il soggetto rivoluzionario, che non era più quello dei bolscevichi della «guerra civile internazionale», ma era lo Stato sovietico stesso. La «rivoluzione dall’alto» rilanciò il mito dell’Urss come una forma di modernità anticapitalistica. La propaganda dipingeva il mondo capitalistico come destinato a sprofondare nel caos, mentre la «costruzione del socialismo» in Urss era la sola alternativa credibile. La crisi del ’29 amplificò questa convinzione. La strada di una «nuova civilizzazione» trovava il consenso di numerosi intellettuali. Lo stalinismo fece allargare lo spazio della mitologia sovietica, conquistando intellettuali europei anche al di fuori della tradizione marxista, ma sensibili all’idea della concreta costruzione di una società socialista. Fin dal 1929, Stalin aveva spinto il Comintern ad adottare la linea dell’ultraradicalismo; i socialdemocratici erano trattati dai comunisti come «socialfascisti» e nessuna alleanza doveva essere stretta con loro. Ma la frattura fra comunisti e socialdemocratici fu fatale nel favorire l’ascesa indisturbata di Hitler al potere, che avvenne il 30 gennaio 1933. Nel febbraio 1933 ci fu l’incendio del Reichstag. Hitler si sbrigò a dichiarare che l’incendio fosse stato appiccato dai comunisti e questo fu il pretesto per la loro epurazione. Trockij denunciò dall’esilio la cecità della teoria del «socialfascismo». I comunisti e l’antifascismo Nel 1932 il movimento internazionale comunista si era ridotto ai suoi minimi storici dall’epoca della fondazione del Comintern. Dopo la caduta della Kpd, il partito comunista europeo più folto era quello cecoslovacco. In tutta Europa i comunisti erano in netto calo. In Francia il partito raggiunse il suo livello più basso di influenza nei sindacati e dimezzò gli iscritti; in Gran Bretagna, dove era sempre stato marginale, disperse la relativa forza acquisita dai minatori. I partiti comunisti erano ben organizzati, ma costituivano un ghetto nel panorama politico europeo. La legittimazione del comunismo in Europa era interamente affidata al mito della «costruzione del socialismo» in Urss.

a dire di coalizioni che unissero sia le forze democratiche borghesi, sia le socialdemocrazie, sia i partiti comunisti. La «svolta» portava con sé la rivalutazione del Comintern come organismo di nuovo attivo, a sostegno della «sicurezza collettiva», e non più ridotto a propaganda per la difesa dell’Urss. La « lotta per la pace » tornò al centro della politica comunista, dopo essere stata rimossa per molti anni. Dimitrov e Togliatti presentarono l’antifascismo come una forma di realismo politico. L’ESPERIENZA DEI FRONTI POPOLARI IN SPAGNA E IN FRANCIA Tramite l’opzione antifascista, il Comintern e la politica esterna dell’Urss presero nuovo slancio. La ricerca di alleati politici si affiancava alla costruzione di nuovi rapporti con le democrazie occidentali, che si concretizzarono con due patti: il patto franco- sovietico e il patto ceco-sovietico (1935). Un anno dopo, in Francia il Fronte Popolare trionfò alle elezioni nel maggio 1936 , e si formava un governo presieduto dal socialista Léon Blum, e composto da socialisti e radicali con l’appoggio esterno. Rivoluzione e tradizione. Il Pcc , al momento dell’invasione giapponese, si poté rafforzare sul piano organizzativo e militare in tempo per affrontare la duplice lotta anti-giapponese e antinazionalista. I comunisti cinesi erano determinati a combattere i nazionalisti di Chang Kai-shek non meno degli invasori giapponesi. Dimitrov giudicava politicamente sbagliata questa tendenza e richiamò i comunisti cinesi a collaborare con il Guomindang, formando un «fronte nazionale» anti-giapponese. Mao si sottomise alla direttiva dell’Ikki, e i comunisti cinesi seguirono la linea della moderazione, ma non fecero una compiuta alleanza con i nazionalisti Lo Stato di sicurezza totale. Nell’estate 1937, il timore dell’accerchiamento era già fomentato dai fatti di Spagna con il profilarsi della vittoria dei franchisti. Lo spettro che i bolscevichi avevano sempre temuto (la combinazione tra un’insurrezione interna e un intervento armato dall’esterno) raggiunse con Stalin il suo aspetto più minaccioso. Questa minaccia, aggravata dall’isolamento sociale del regime, fece scoppiare un’ondata di Terrore. LE «GRANDI PURGHE» (1936-38) Forse spinto dall’emulazione di Hitler nell’episodio della «notte dei lunghi coltelli», Stalin cominciò a lanciare le prime campagne di persecuzione contro gli ex oppositori. Nel 1934, il terrore cominciò a colpire all’interno dello stesso Partito, che già negli anni precedenti era stato «epurato» con moltissime espulsioni; gli eventi più eclatanti di tali epurazioni furono i tre processi-spettacolo contro i leader bolscevichi Bucharin, Zonov’ev e Kamenev, condannati a morte e uccisi con l’accusa di complotto, tradimento e intesa con il «trockijsmo». La loro morte segnò solo l’inizio di una serie di condanne e deportazioni tramite le quali venne perseguita la fine della “vecchia guardia”. Ma fu la guerra di Spagna a proporre la minaccia di una «quinta colonna»che poteva sovvertire il regime dall’interno e preparare o favorire un intervento armato internazionale. Stalin si servì di questo spettro per scatenare il Grande Terrore che colpì le élite del Partito sin dall’estate 1936. Tali epurazioni furono ricordate come le «grandi purghe». La persecuzione si sarebbe poi estesa su larga scala, assumendo un carattere di massa, colpendo la società a tutti i livelli, al centro o in periferia. Al pari di altre istituzioni, il Comintern venne pienamente coinvolto nel Terrore. I suoi principali

dirigenti furono contemporaneamente corresponsabili delle repressioni e potenziali vittime, esposti in ogni momento al pericolo mortale di cadere in disgrazia. Il Partito comunista polacco fu completamente distrutto. Così mentre la «sicurezza collettiva» e l’antifascismo sembravano risanare l’Urss dall’isolazionismo e dal settarismo/radicalismo, la paura della minaccia si traduceva dentro l’Urss in una nuova ondata di terrore e di violenza. Le repressioni del Comintern raggiunsero il culmine con l’epurazione dell’intero gruppo dirigente del Partito comunista polacco. La dissoluzione del partito polacco venne formalizzata nell’agosto 1938. Dimitrov, Togliatti e altri membri del Comintern ebbero una grande responsabilità nelle repressioni di massa: d’altronde una condotta diversa avrebbe comportato esporli allo stesso pericolo, ma, al tempo stesso, l’adesione rivelava una sostanziale condivisione della logica delle repressioni. Dimitrov, Togliatti e gli altri aderirono alle motivazioni che giustificavano il terrore: la minaccia di una guerra contro l’Urss e la necessità di debellare una «quinta colonna» interna. Il precipitare degli eventi con il declino della repubblica in Spagna sotto i colpi delle armate di Franco e la crisi del Fronte Popolare in Francia, dettero il colpo di grazia all’antifascismo comunista. Stalin suggerì a Dimitrov di ritirare la partecipazione dei comunisti al governo in Spagna al fine di alleggerire «la posizione internazionale della repubblica spagnola» e dal Fronte Popolare in Francia. La direttiva non fu applicata in Spagna, dove prevalse l’opinione di Togliatti che non riteneva opportuna una dimissione di responsabilità dei comunisti. Ma in Francia la direttiva arrivò: Dimitrov comunicò ai francesi che Mosca era contraria alla loro partecipazione al governo di unità nazionale, salvo che si fosse verificato uno stato di guerra contro l’aggressione fascista. L’allusione di Stalin di alleggerire la posizione della Spagna significava migliorare i rapporti con la Gran Bretagna, mediante la rinuncia a includere i comunisti nel governo repubblicano spagnolo. Questo era indice di una preoccupazione reale della situazione internazionale. La passività e l’autoemarginazione dell’Urss dalla scena europea pesarono ancora di più di fronte a una nuova crisi, assai più pericolosa: la fine della Cecoslovacchia democratica, ad opera di Hitler. Nel marzo 1939, la Germania occupò Praga e divise il Paese in due: una parte sotto il diretto controllo nazista, il protettorato di Boemia e Moravia; l’altra parte formalmente autonoma, in realtà sottoposta a rigido controllo, la Slovacchia. La fine della Cecoslovacchia era il simbolo del culmine di un distacco ormai radicato verso i governi democratici (quando solo mezzo secolo prima era l’obiettivo di tutti). La posizione ufficiale sovietica rimase sempre condizionata all’intervento francese, come prevedeva il patto sancito nel 1935. Furono numerose quanto vane le invocazioni di Maksim Litvinov21, successore di Čičerin, alla «sicurezza collettiva»- Patto Molotov-Ribbentrop = fu un provvedimento forzato, dopo che le potenze occidentali avevano messo l’Urss con le spalle al muro mediante gli accordi di Monaco e si erano mostrate tiepide dopo la proposta di un’alleanza a tre; mentre altri commentatori, e anche questo libro (di Silvio Pons), ritenevano che, diversamente da quanto è stato lungamente sostenuto, il Patto non fu il risultato di un’improvvisazione e di una necessità. L’idea di costruire un’alleanza con la Germania nazista era stata

Francia. Il giorno dopo, l’8 settembre il Comintern emanò una comunicazione che dichiarava decaduta la distinzione degli stati capitalistici tra democratici e fascisti. Qualche giorno dopo Dimitrov scriveva a Stalin che tra i partiti comunisti regnava confusione circa «il carattere e le cause della guerra». La svolta aveva provocato sconcerto e disagio tra i partiti comunisti. Privati dall’oggi al domani della loro identità antifascista, i comunisti europei furono assai più disorientati dall’accordo con Hitler che non dal Grande Terrore. FINE DEL PARTITO COMUNISTA FRANCESE E SPAGNOLO (PCF E PCE) La conseguenza più evidente del patto con Hitler era quella di compromettere l’unico partito comunista realmente attivo nel panorama europeo, il Pcf, posto al bando dal condannandone gli eccessi e gli errori. Lo Stato sovietico determinava con la sua scelta la frana dell’unico partito comunista europeo rimasto in piedi. Entrambi i laboratori della politica del fronte popolare, Pce e Pcf, furono così spazzati via nell’arco di pochi mesi, tra il marzo e il settembre 1939. Principale fautore della svolta antifascista alla metà del decennio, il comunismo francese aveva conquistato basi di massa, raggiungendo il 15% dell’elettorato nel maggio 1936, forte non solo delle agitazioni di piazza e della militanza, ma anche del sostegno al governo del Fronte Popolare. Il forte radicamento operaio sia nei sindacati sia nelle municipalità territoriali costituivano un tratto distintivo del comunismo francese. Per molti aspetti il Pcf e il Pce avevano costituito due varianti di un nuovo modello di comunismo europeo, dopo la fine della Kpd. Con il patto, mostrò di essere stata solo una scelta strumentale fatta da Stalin in un dato momento storico in cui si presentò strategica (funzionale unicamente agli interessi dello stato sovietico) e subito dopo abbandonata perché non più funzionale. I partiti comunisti erano chiamati a conformarsi alle direttive del Comintern, che invitava alla moderazione. CAPITOLO TERZO Il tempo della guerra (1939-1945) L’alleanza con Hitler. Dalla Conferenza di Monaco in poi è tutto un crescendo. Nel marzo 1939 Hitler occupa Praga e divide il Paese in due. Nello stesso mese reclama dalla Polonia il corridoio di Danzica (la città che collega la Germania al territorio polacco), e fa invadere un distretto della Lituania. In Europa la guerra è nell’aria. Intanto in Oriente la guerra è già in atto: il Giappone sta espugnando, nell’indifferenza generale, le regioni più ricche e modernizzate della Cina. Mentre Mussolini invade l’Albania, Hitler ormai prepara apertamente l’ipotesi di un conflitto generale, e i due Stati sottoscrivono a maggio del 1939 il Patto d’acciaio, che li vincola allo schieramento automatico uno a fianco dell’altro in caso di guerra. Le ultime mosse della Germania portano però a una svolta nella politica di Francia e Gran Bretagna, che abbandonano la politica dell’appeasement e cercano un accordo con l’Unione Sovietica, pur se fra molte diffidenze. A partire dall’estate 1939, Stalin ha assunto per la prima volta un ruolo visibile nella politica estera, cercando di stringere alleanze per uscire dall’isolamento e garantire la sicurezza dello Stato. Il negoziato con Francia e Gran Bretagna fallisce il 21 agosto. Due giorni dopo, Stalin accetta le proposte che, fin dall’inizio del mese, Berlino gli va facendo e stringe il Patto Molotov- 1916 riaffermò l’esattezza della previsione marxiana della crisi generale del capitalismo, in conseguenza dello scontro fra gli «opposti imperialismi».

Ribbentrop. Hitler, che ha sempre temuto di essere stretto tra due fronti, è garantito a est; L’Urss si cautela dalla prospettiva che un’eventuale invasione tedesca in Russia sia tollerata dai Paesi occidentali. Nella partita a tre in cui Francia e Gran Bretagna, da un lato, e Unione Sovietica, dall’altro, hanno cercato di allontanare da sé l’aggressività tedesca, Stalin si è mosso con maggiore tempestività e cinismo, fino a capovolgere la strategia unitaria antifascista e a definire le potenze occidentali come «i principali responsabili della guerra». È un dramma per milioni di militanti comunisti, e un vero e proprio colpo di scena politico-diplomatico. Il patto con la Germania rispondeva a una visione ben precisa, in continuità con la «guerra di posizione» abbracciata sin dagli anni Venti. La concezione strategica di Stalin si incentrò sulla «guerra di logoramento» tra le potenze capitalistiche e sulla sicurezza territoriale dell’Urss. L’appeasement di Stalin verso Hitler corrispose al ripristino della concezione leniniana «antimperialista» della guerra, con l’obiettivo di evitare il coinvolgimento nel conflitto e nel tentativo di ottenere il maggior vantaggio possibile dal conflitto stesso tra le potenze capitaliste. Il patto però non era soltanto un accordo tra due strategie, ma aveva anche il significato di un riconoscimento tra i due regimi, sovietico e nazista. L’analisi delle analogie tra i due regimi si servì della nozione di totalitarismo, che aveva come base l’autoritarismo fondato sul partito-Stato, l’organizzazione delle masse, l’impiego sistematico del terrore e il ruolo del capo. Il primo a impiegare la nozione del totalitarismo in chiave di comparazione tra i due regimi fu l’ex comunista Franz Borkenau, giornalista e scrittore austriaco conosciuto anche come il pioniere della teoria del totalitarismo. La base comune del patto tra Stalin e Hitler non fu il disegno di un’alleanza organica, dal momento che rappresentò per entrambe le parti un carattere strumentale, ma l’idea di una temporanea convergenza di interessi. La bussola di Stalin restava quella dell’inevitabilità della guerra ereditata da Lenin e dell’antagonismo tra l’Unione Sovietica e le potenze capitalistiche. In quest’ottica, anche la Germania di Hitler rappresentava il culmine di un mondo ostile da combattere. Ma questo modo di vedere le cose impediva di mettere a fuoco la radicale ideologia razziale del nazismo e ciò che esso comportava. Ciò pose le premesse per un’incomprensione fatale degli obiettivi e della condotta di Hitler. La conflittualità latente tra i due regimi e tra le diverse ideologie non si poteva sanare, ma le loro somiglianze erano innegabili. Le dittature di Stalin e Hitler si proponevano entrambe come modelli di una nuova modernità antiliberale, portatrici di nuove religioni politiche, progetti di welfare basati sulla metafora del conflitto permanente e sulla prospettiva della guerra totale. Molti testimoni dell’epoca sperimentarono anche le affinità tra i meccanismi repressivi e l’universo concentrazionario dei rispettivi regimi, come la comunista tedesca Margarete Buber- Neumann. LA «GUERRA D’INVERNO» (1939-40) La comune avversione al capitalismo liberaldemocratico e la pretesa di rappresentare una risposta diversa e vincente produsse un gioco di specchi. Per il momento però si stabilì un’alleanza tra Mosca e Berlino , attraverso ingenti aiuti economici ed energetici che l’URSS fornì allo sforzo bellico nazista. L’Urss additò gli occidentali come i principali responsabili della guerra, pose sotto tutela gli stati baltici e ricevette la benedizione tedesca per invadere la Finlandia nel

respingere l’avanzata inglese, riconquistando la Cirenaica; sempre in aprile, le truppe tedesche affiancarono quelle italiane per la conquista della Grecia, e poi invasero la Jugoslavia. Stalin decise di non reagire quando l’invasione nazista spazzò via il governo filo britannico, ma anche quello filo-sovietico insediato il 27 marzo con un colpo di Stato contro l’adesione della Jugoslavia al patto delle potenze fasciste. Furono bloccate sul nascere le ambizioni rivoluzionarie di Josif Broz Tito, il leader jugoslavo che su incarico del Comintern era tornato nel suo paese all’inizio del 1940 per ricostruire il partito comunista devastato alle epurazioni, dopo essere stato egli stesso allontanato con l’accusa di «trockijsmo». Molotov suggerì a Dimitrov di inviare ai comunisti jugoslavi la direttiva di «non fare chiasso, non gridare, ma sostenere con fermezza le proprie posizioni», cessando ogni manifestazione di piazza. Direttiva che proveniva da Stalin. Subito dopo l’invasione della Jugoslavia, Ždanov confermò a Dimitrov la totale continuità dell’orientamento dell’Urss verso la Germania («Noi non approviamo l’espansione tedesca nei Balcani. Ma questo non significa che abbandoniamo il patto con la Germania e svoltiamo dalla parte dell’Inghilterra».) Stalin riaffermò la definizione del carattere imperialistico della guerra. Così l’impero europeo di Hitler si formò senza incontrare un’autentica resistenza da parte comunista. Occorreva piuttosto che i partiti comunisti si «nazionalizzassero», in funzione di una prospettiva di guerra destinata a investire l’Urss. Fu in questo contesto che Stalin pose per la prima volta in questione l’esistenza del Comintern, definendolo un «elemento di disturbo» rispetto allo sviluppo dei singoli partiti comunisti. A suo avviso, occorreva che i partiti comunisti divenissero «partiti nazionali» capaci di radicarsi «nel proprio popolo». La questione ebbe un seguito immediato. Anche se la questione non era di primaria importanza, la fine dell’Internazionale venne data per scontata, ma per il momento non si verificò a causa dell’invasione tedesca dell’Urss, che avvenne il 22 giugno 1941. Tuttavia, il tema dell’appropriazione di un’identità nazionale era al centro della strategia politica comunista del tempo di guerra. Stalin dichiarò dunque che la politica di pace e di sicurezza significava anche prepararsi alla guerra: «Non c’è difesa senza attacco […] Bisogna prepararsi alla guerra». Il lancio della «guerra preventiva» rispondeva di più a una vocazione difensiva, non necessariamente di attacco. Stalin riteneva quanto mai probabile l’ingresso dell’Urss in guerra e attribuiva un carattere temporaneo all’alleanza con la Germania. Ma la sua ottica principale era ancora quella di guadagnare tempo, ignorando che la guerra era alle porte. Perciò l’attacco tedesco fu un autentico shock. Stalin chiuse gli occhi su una quantità impressionante di informazioni che arrivavano a Mosca sui preparativi bellici tedeschi. I limiti dei suoi margini di manovra nel 1941 appaiono ovvi, ma non furono gli unici. Il drammatico scenario del 1941 nasceva dai piani di conquista di Hitler, ma anche dall’indebolimento irrazionale delle basi della sicurezza dell’Urss, provocato dalle repressioni nel paese e nell’esercito. L’abbassamento delle difese dell’Urss aveva accresciuto lo scetticismo occidentale e incoraggiato le ambizioni di Hitler. Il patto favorì assai più la Germania che l’Urss. La scommessa di Stalin di una «guerra di logoramento» a ovest venne persa. La ricerca di distensione a ogni costo con Berlino finì di isolare Mosca. La minaccia di Hitler crebbe a dismisura senza trovare ostacoli dal movimento comunista. Stalin non capì la gravità del pericolo neanche quando gli si presentò sotto gli occhi. L’incapacità di distinguere una minaccia autentica da una virtuale, l’impreparazione militare e la scelta di una sicurezza unilaterale contribuirono al più sconvolgente degli abbagli.

L’attacco tedesco del 22 giugno 1941, segnò il disastroso fallimento della strategia basata sulla «guerra di logoramento», sulla sicurezza territoriale e sulla distensione verso la Germania nazista. tra il sistema capitalistico e il sistema socialista». I comunisti dovevano preparare un «fronte unico nazionale». Tale parola d’ordine, già emersa due mesi prima in Francia, assumeva ora un significato generale. In questo contesto, una delle decisioni più importanti fu quella di ricostruire il Partito comunista polacco, distrutto durante il Grande Terrore, con la nuova denominazione di «partito operaio polacco» per volere dello stesso Stalin («il nome comunista spaventa non soltanto gli elementi estranei ma persino qualcuno dei nostri»). Il Comintern doveva mantenere un carattere di segretezza e adesso ancor di più. La strategia del movimento comunista si concentrò sulla relativa instabilità dei regimi collaborazionisti e sull’obiettivo di indebolire dall’interno il «nuovo ordine» nazista, anche con azioni di guerriglia. Parallelamente, bisognava insistere sul carattere «nazionale» della propaganda in Europa. Lo scoppio della guerra tra la Germania nazista e l’Urss portò i partiti comunisti europei a rivedere il loro rapporto con la nazione e a coltivare una propria immagine nazionale, nella scia del «patriottismo socialista» sovietico. In realtà, molti comunisti non digerivano la nuova ricetta nazionale. In Urss, la nuova retorica patriottica si era dispiegata dalla metà degli anni Trenta: tale retorica esaltava il culto dello Stato e della potenza insieme all’unità del corpo statuale e alla soppressione dei «nemici del popolo». Una retorica in chiave indipendente dal discorso antifascista, che semmai emulava il nazionalismo fascista e nazista. Quando i comunisti si erano ispirati a quel modello fuori dell’Urss, non erano riusciti a fare di meglio se non fraternizzare con le masse fascistizzate, come in Italia o in Germania, o sviluppare uno spirito antiborghese, come in Francia dopo il settembre 1939. Soltanto il discorso antifascista aveva fornito un fondamento alle rivendicazioni di identità nazionale fatte dai comunisti europei. Tuttavia, il rilancio di tale discorso non cancellava l’evidenza della sua precarietà. Nel 1942 la partecipazione dei comunisti alla resistenza contro l’occupazione era concentrata soprattutto nelle regioni occidentali di Russia, in Bielorussia e nei Balcani, dove i movimenti di liberazione erano riusciti a sopravvivere alle massicce operazioni repressive dei nazisti. La definizione di una linea politica dei partiti comunisti in Europa emerse soltanto alla fine dell’anno, dopo l’inizio della controffensiva dell’Armata Rossa a Stalingrado , lo sbarco alleato in Nord Africa, la liquidazione della zona di Vichy e l’occupazione nazista dell’intero territorio francese. Il Comintern si impegnò nei punti più critici del dominio nazista. Il 19 novembre 1942 Dimitrov esortò Tito a creare un comitato popolare per la liberazione della Jugoslavia a carattere nazionale ed antifascista, evitando scontri con i partigiani cetnici di Mihajlovic e posizioni pregiudiziali contro la monarchia. Mosca insisteva sull’esigenza di prevenire una contrapposizione tra il Comitato di liberazione e il governo jugoslavo in esilio con un’esplicita motivazione di politica estera, di guardare al futuro «non solo dal punto di vista nazionale, ma anche da quello internazionale, dal punto di vista della coalizione anglo-sovietico-americana». Subito dopo, il 3 Dicembre 1942, Dimitrov, Togliatti, Thorez e Marty preparavano una direttiva rivolta ai comunisti francesi e italiani, ispirata alla medesima linea e incentrata sulla proposta dei fronti nazionali , popolari. La svolta della guerra dopo Stalingrado e il lancio della linea dei «fronti nazionali», che di fatto riprendeva quella dei fronti popolari e la allargava a tutte le forze di opposizione al fascismo.