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Riassunto di 4 pagine per l' esame di storia della musica. La Sinfonia Fantastica di Berlioz
Tipologia: Sintesi del corso
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L’autore: chi è Hector Berlioz
Hector Berlioz è uno di quei tipici esponenti della prima generazione romantica che immaginavano una stretta connessione tra la propria vita personale e l’espressione artistica; una vita, in un certo senso romanzata, dominata da eccentricità ed eccessi spesso più dichiarati che reali, caratterizza infatti la figura di questo musicista al quale dobbiamo una delle più originali ricerche timbrico- formali del XIX Secolo.
Hector Berlioz, nato a La Côte-Saint-André l’11 dicembre 1803, fu una figura particolare fin dalla giovinezza musicale; negli anni in cui fioriva la figura del compositore virtuoso, egli ebbe una formazione quasi da autodidatta non padroneggiando nessuno degli strumenti principali.
Non fu, infatti, né un violinista soprannaturale come Paganini né un funambolo del pianoforte come Liszt; un po’ di chitarra, un po’ di flauto, nulla di particolarmente approfondito. Eppure a parte questo, in lui appaiono tutti gli altri segni dell’artista romantico: il sentimento di predestinazione, la commistione tra arte e vita, l’impegno su più fronti a favore dell’arte, così come gli interessi artistici diversi per cui amò la musica, il teatro, la letteratura, la filosofia; insomma, Berlioz rappresentò per tanti aspetti la tipica figura poliedrica che ritroveremo anche in Mendelssohn, Schumann o Liszt, che spaziava dalla composizione alla direzione d’orchestra, all’analisi critica, alla organizzazione e divulgazione musicale.
All’età di dodici anni cominciò a scrivere le prime composizioni e tuttavia sembrava avviato a ben altra carriera quando il padre lo iscrisse dopo il ginnasio ai corsi di medicina a Parigi. Nella città dell’arte per eccellenza Berlioz non poteva che sentire ancor più impellente il richiamo della musica; abbandonò presto i precedenti studi per avviarsi verso il Conservatorio dove prese lezioni di composizione e, pur tra innumerevoli difficoltà, dovute anche all’ostilità del padre per la nuova scelta, riuscì nel 1830 ad aggiudicarsi l’ambito Prix de Rome per la composizione iniziando definitivamente una nuova vita, costellata di successi ed avventure così come di immensi dolori quali la prematura scomparsa della seconda moglie e poi del figlio Louis nel 1867, una sofferenza alla quale resisterà due anni prima di spegnersi a Parigi nel 1869.
La Symphonie fantastique di Hector Berlioz
Il 1830 del Prix de Rome fu davvero un anno di svolta, allo stesso periodo risale anche la composizione proprio della Sinfonia Fantastica, Symphonie fantastique, sua opera simbolo e manifesto estetico di una intera corrente romantica. Un’opera praticamente d’esordio, eppure perfettamente compiuta; diretta in prima esecuzione da François-Antoine Habeneck al
Conservatorio di Parigi il 5 dicembre 1830, la Fantastica inaugura la serie delle composizioni sinfoniche a programma di Berlioz ed è anzi l’archetipo assoluto di questo genere di musica.
Nella sua complessità anche quest’opera trae lo spunto iniziale da una tormentata vicenda biografica e sentimentale. Il musicista si era infatti innamorato perdutamente di un’attrice irlandese, Harriet Smithson, pur senza averla mai avvicinata, idealizzandone la figura; pensò di trovare questo sentimento sublimato nella bella pianista Camille Moke, che tuttavia lo deluse sposando poco dopo Camille Pleyel.
Questa serie di fenomenologie sentimentali portò l’impetuoso Hector ad un tal grado di ossessione da fargli meditare propositi omicidi verso le donne da lui inseguite e poi di suicidio. Per sua e nostra fortuna tali propositi si smorzarono presto per trovare una più onorevole concretizzazione appunto nella composizione della Sinfonia che in un certo senso raffigura queste vicende emozionali; l’intreccio tra vita e arte fu inatteso quanto affascinante.
Proprio la sinfonia che raccontava il grottesco destino di cui Berlioz si sentiva involontario protagonista fu invece la sua fortuna: l’opera, infatti, per le innovazioni timbriche e concettuali, ben presto proiettò l’autore nell’olimpo degli artisti più ammirati e la bella Harriet Smithson dopo averne ascoltato una rappresentazione nel 1833 ne rimase tanto affascinata da riavvicinarsi al musicista per poi sposarlo.
Musica assoluta e musica a programma
Per i romantici la musica era considerata l’arte regina, in grado di comunicare attraverso il più astratto dei sensi con le regioni più recondite dell’animo traducendone gli impeti come nessun altro idioma artistico.
Due punti di vista, più complementari che opposti in verità, si indagavano nel dibattito estetico dell’Ottocento in merito a questa modalità interpretativa: i sostenitori della ‘musica assoluta’, tra cui potremmo annoverare, ad esempio, Mendelssohn o Brahms, ritenevano che il linguaggio musicale fosse talmente efficace da non doversi contaminare con nessun’altra arte ed esprimersi solo attraverso i propri mezzi peculiari; esempi di tale idea erano considerate le fughe di Bach o la V sinfonia di Beethoven.
I paladini invece della ‘musica a programma’, tra tutti Liszt e appunto Berlioz, ritenevano quasi indispensabile la contaminazione della musica con altre discipline, come poesia, pittura ma anche filosofia, affinché da quelle, attraverso il suono, si esaltassero significati nuovi ed inimmaginabili. La Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz è il manifesto di questa corrente estetica. Il musicista intende, attraverso il linguaggio dei suoni, raccontare il viaggio emozionale di un immaginario artista avvelenatosi con l’oppio per amore di una donna ed in preda a visioni, sogni ed ossessioni. Anche la scelta della forma è significativa di un atteggiamento controcorrente e rivoluzionario.
La ‘sinfonia’ tra sperimentazione e strutturalismo
La forma ‘sinfonia’, fin dai tempi di Haydn, era divenuta il punto d’arrivo del compositore, una forma nella quale convogliare la propria sapienza tecnico espressiva, nella quale saggiare la propria capacità di coniugare l’esigenza creativa con una logica coerente ed equilibrata come nella coeva forma letteraria del romanzo.
Haydn è stato probabilmente il più fedele seguace di questo pensiero che tendeva a far germinare una intera composizione da un materiale molto sintetico e coeso. Se con Mozart gli inserti più liberi e fantasiosi tipici della sua poetica non intaccano l’idea strutturale di fondo, con Beethoven raggiungiamo la massima vetta di convergenza tra sperimentazione audace e struttura sottesa e granitica.
melodia amata ricompare, ma ha perduto ogni carattere di nobiltà e timidezza; non è più che un ignobile motivo di danza, triviale e grottesco; è Lei che giunge al Sabba e si mescola alle altre tristi figure.
Si odono i rintocchi di una campana a morto, cui si unisce la parodia grottesca del «Dies irae», l’inno gregoriano per la sequenza dei defunti ed un finale grandiosamente ironico nel quale si celebra che “giustizia è fatta”.
L’eredità della ‘Fantastica’
Nonostante la sua evidenza narrativa, sarebbe sbagliato pensare che la precedente spiegazione sia indispensabile per apprezzare una composizione che in realtà è anche assolutamente autosufficiente nella sua ricchezza di contenuti sonori, come ammise anni dopo lo stesso autore auspicando che la sua opera potesse essere intesa anche senza preoccuparsi del programma sottinteso.
Berlioz dopo la Sinfonia conosciuta in particolare nell’Ottocento anche grazie alla formidabile trascrizione pianistica di Franz Liszt aggiungerà al suo catalogo numerose altre composizioni dallo spirito inquieto e fantastico nonché dalla complessa ricerca timbrico-formale e tutte caratterizzate da un titolo che rimanda ad un ‘programma’ più o meno esplicito: Poemi sinfonici come Romeo e Giulietta, opere teatrali come I Troiani e perfino un monumentale Requiem.
A 150 anni dalla scomparsa la lezione estetica di Berlioz è ancora estremamente attuale e l’esempio della sua Sinfonia Fantastica resta nella storia della musica per più di un motivo: dal punto di vista formale, Berlioz inaugurò un modo di procedere per associazioni più libere ed improvvise, che sarà fecondo di sviluppi prima nella tecnica del leitmotif wagneriano e poi, da questo, nella moderna musica cinematografica.
La necessità di descrivere le più impalpabili sfumature emozionali stimolò, da Berlioz in poi, e mai come prima, uno studio sempre più raffinato della timbrica orchestrale di cui egli fu uno tra i massimi maestri; non casualmente è l’autore di un trattato di orchestrazione ancora oggi utilizzato dagli studenti di composizione in cui si esplora non solo il lato tecnico-timbrico dei vari strumenti ma anche la traduzione emozionale dei loro colori peculiari.
In Berlioz infine appare l’idea, anch’essa tanto feconda di sviluppi, di considerare l’evento musicale alla stregua di un vero e proprio rituale sacro da svolgersi in modalità a luoghi specifici, idea perseguita in seguito e con esiti originalissimi ad esempio da Wagner, Scriabin e poi da Stockhausen.
Dunque, possiamo affermare che se Berlioz di nessuno strumento fu virtuoso alla moda, al contrario di quell’immenso e screziatissimo, quanto impalpabile strumento che è l’intera orchestra, fu alchimista tra i più straordinari e se in nessuna estetica può essere interamente inglobato è perché fu tra i profeti di quell’opera d’arte totale che si realizzerà compiutamente ben oltre il proprio tempo.