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Il rapporto tra realtà e racconto nel giornalismo, esplorando il fenomeno della spettacolarizzazione delle notizie e il suo impatto sulla percezione del pubblico. Si analizza l'evoluzione del giornalismo televisivo, dalla tv-verità al noir tv, e si esamina il ruolo dei media nel contesto del terrorismo, con particolare attenzione all'uso della violenza come spettacolo. Una prospettiva critica sul ruolo del giornalismo nella società contemporanea, evidenziando i rischi e le sfide legate alla rappresentazione della realtà.
Tipologia: Appunti
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Uno dei temi centrali della sociologia del giornalismo è il rapporto problematico tra realtà e racconto nella presentazione dei fatti. Il lavoro giornalistico consiste sempre nella ricostruzione degli eventi. In questa prospettiva i news media non rispecchiano la realtà ma la raccontano, cioè che la ricostruiscono con vincoli economici, politici e culturali per un pubblico di riceventi. Grazie alle tecnologie, è possibile l’accesso mediato a luoghi lontani, che diventano presenti e rilevanti nella nostra quotidianità. Il compito principale dei news media è quello di fornire sotto forma di storie, risorse simboliche nella nuova arena globale, costituendo la via principale per l’accesso al mondo reale. Secondo Simone la digitalizzazione del mondo non costituisce una crescita dell’esperienza e della vita ma la sostituzione di un mondo reale con un mondo tecnicamente falso, in quanto lo schermo non offre una semplice rappresentazione-fotografia del reale ma una realtà intensificata. Nell’era delle tecnologie informatiche si presenta una realtà aumentata. Gli schermi danno all’utente la sensazione della possibilità di un controllo tattile della realtà, lo spettatore ha la sensazione di essere in contatto con il mondo e di poter perfino esercitare un controllo sulla realtà. Viviamo nell’epoca del giornalismo emotivo, un giornalismo che per le sue caratteristiche mette in discussione i canoni tradizionali dell’informazione politica. Un giornalismo che preferisce l’idea di suscitare nei lettori, negli spettatori delle emozioni incontrollate, emotive e irrazionali e per raggiungere quest’obbiettivo, ha abbandonato la logica sequenziale e razionale del racconto giornalistico tradizionale preferendo uno stile espositivo drammatizzato, enfatico e iperbolico. Per cui parliamo di spettacolarizzazione delle notizie: un fenomeno che coinvolge molti paesi occidentali, questo trend si afferma a partire dagli anni 90’: un momento per cui per legge le tv commerciali devono mandare in onda i telegiornali in diretta. Il modello comunicativo della vetrina si è affermato e diffuso in larga scala coinvolgendo anche i media, per cui si parla di vetrinizzazione della società, una sorta di messa in scena perché tutto viene progettato e realizzato per apparire bello e seducente, viene curato dal punto di vista estetico, preparato e messo in scena per l’occhio della telecamera. L’esposizione di vite, storie, emozioni, corpi come se fosse una messa in scena spettacolo facendo emergere la trasparenza assoluta. I soggetti sono disposti a mostrarsi, la tv è una sorta di finestra sul mondo e sull’intimità, mettendo in scena la vita emozionale di un singolo soggetto. Anche a causa della maggiore pervasività degli schermi nella vita quotidiana, il processo di evoluzione dei media sembra spingere la nostra società verso una confusione tra reale e immaginario. Per cui si parla di tv verità, la presenza della realtà all’interno della televisione è una costante di tutta la storia della tv. In Italia l’unione tra
finzionale: racconto di una storia inventata; fattuale: racconto di una storia realmente accaduta, risale alla tragedia di Vermicino nell’81 che ha segnato la nascita dello spettacolo del dolore: il pozzo in cui il piccolo Alfredo Rampi muore in diretta tv trasforma il dolore in spettacolo televisivo. La tragedia viene narrata in una diretta televisiva di tre giorni durante il quale lo strazio diviene spettacolo. Quel luogo si trasforma in un set, in cui nasce un nuovo genere televisivo, lo show della sofferenza, che appassiona più di 30 milioni di telespettatori. La tv-verità nasce paradossalmente con: il racconto per immagini di una sola telecamera, un microfono calato nel pozzo, un bambino di nome Alfredo. Dal 1987 al 1994 una svolta radicale nella storia dell’intrattenimento televisivo è segnata dalla tv-verità inventata da Angelo Guglielmi, un nuovo modo di fare tv che quadruplica gli ascolti di rai 3, la tv diventa una specie di laboratorio aperto sulla realtà, i fatti di cronaca vengono ricostruiti e presentati con la tecnica del docudrama, le scene vengono rappresentate dagli attori mediante la tecnica dello story telling, il testo mediale e le immagini documentarie sono montate con riprese da fiction. La tv propone fatti reali, li ritrae nella loro essenzialità utilizzando strategie narrative per attrarre i destinatari e far diventare i casi di cronaca testi mediali utilizzando nuove forme di romanzo popolare. Per la prima volta si afferma una sorta di “neorealismo” televisivo. Emerge il reality show diffuso soprattutto negli anni Novanta. Non contano le cose mostrate, quanto piuttosto come esse vengono mostrate. Conta sempre meno che la tv dica il vero, conta invece di più che la tv sia percepita come vera. Una volta ottenuto questo risultato, non importa più che si vadano a cercare eventi particolari della realtà quotidiana, importa soltanto che la storia sia in grado di coinvolgere e di trasformare in spettacolo anche la quotidianità perché ciò che il t e l e s p e t t a t o r e c h i e d e è s o p r a t t u t t o d i d i v e r t i r s i e d e m o z i o n a r s i. Secondo Cava però c’è stato un recente calo di interesse nei confronti dei reality show e questo ha spinto i telespettatori in una nuova formula televisiva, il noir tv (programmi di intrattenimento che si fondando sulla cronaca nera più cruenta). Il successo clamoroso di programmi come: Chi l’ha visto? Che indaga nella vita di persone scomparse misteriosamente o Quarto Grado hanno contribuito all’affermazione definitiva anche in Italia di uno spettacolo delle notizie sul crimine e sugli eventi tragici che usa la realtà come una semplice piattaforma sulla quale ricostruire programmi info-trattenutivi raccapriccianti ed emozionanti. Ciò rende le notizie considerabili come merci da rendere appetibili e prodotti di intrattenimento, per cui si introduce il concetto di infotainment: allude alla tendenza dei media a presentare l’informazione come uno spettacolo, per cui la principale funzione è quella di servire da gancio per catturare e mantenere l’audience. Con la nascita di cinema e tv la parola spettacolo ha assunto una centralità nuova in quanto hanno trasformato tutto in qualcosa da guardare. La logica dell’infotainment si fonda sul rifiuto della semplicità e imitazione della realtà, mirando a stupire e impressionare i telespettatori
La persuasività dei messaggi giornalistici su atti di violenza feroci e lo straordinario successo della cronaca nera in quanto prodotti informativi possono essere letti come uno degli esiti più evidenti del processo di spettacolarizzazione della realtà. Il delitto feroce si adatta perfettamente alla logica dell’infotainment: la notizia deve intrattenere ed attrarre l’attenzione del pubblico annoiato da casa, servendosi di intrecci negativi dove si racconta la realtà. La pratica giornalistica di racconto della violenza può ricorrere a strategie narrative lessicali differenti che vanno a minimizzare il fenomeno fino all’alterizzazione dei soggetti coinvolti fino a forme di una vera e propria criminalizzazione della vittima iniziando a parlare di New Drama. Il news coverage consiste nella costruzione di una vera e propria tragedia mediatica nella quale i fatti veri sono estrapolati dai contesti in cui hanno luogo, raccontanti poi con uno sguardo cinematografico. Le news coverage del crimine dell’ultimo decennio si è appropriato della logica visuale televisiva e risponde al bisogno diffuso di dare certezza trovando colpevoli in un percorso investigativo con intervento narrativo, in cui, il singolo evento è trasformato in una storia da raccontare. Il giornalismo tradizionale invece ha dato vita ad un giornalismo ibrido, definito anfibio, con l’obiettivo principale di costruire uno spettacolo del dolore. Ogni tanto nell’informazione si generano ondate improvvise di notizie su una storia specifica: per settimane un argomento domina le prime pagine dei quotidiani e i tg con i giornalisti impegnati nella ricerca di nuovi elementi della storia. Gli eventi si accumulano nelle notizie in rapida successione, creando l’impressione che la situazione sia improvvisamente peggiorata, fino a trasformarsi in una crisi reale. È il caso ad esempio quando i media scoprono un nuovo tipo di crimine, riportando nuovi episodi ogni giorno, che a loro volta contribuiscono a creare crescente ansia nel pubblico. Ogni giorno i media offrono nuovi scoop, rivelazioni e sviluppi: anche i dettagli più banali possono diventare la notizia più importante. Per ottenere la drammatizzazione delle notizie è frequente il ricorso a strategie di intensificazione del linguaggio e, nelle news televisive, l’uso di elementi para linguistici, come ritmo e tono della voce, hanno grande impatto sul pubblico perché ognuno può vedere immagini e sentire suoni che raccontano il terrore dei volti o l’orrore per i particolari macabri. Si tratta, quindi di forme di ostentazione della violenza. Il terrorismo si inserisce in questo contesto di accentuata spettacolarizzazione delle notizie e ne approfitta. Adotta la logica dei media-commerciali ed offre loro materiale informativo già pronto, capace di suscitare panico, reazioni emotive importanti, di attrarre l’attenzione e terrorizzare il pubblico adottando pienamente il linguaggio dei media e la loro logica. L’ settembre 2001 crea una svolta epocale anche sul piano delle strategie comunicative del terrorismo, per la prima volta un attentato è stato progettato e realizzato come evento televisivo, ha avuto luogo in diretta davanti le telecamere. Secondo Baudrillard dal 2001 ci
troviamo dinanzi all’atto di nascita di un nuovo terrorismo, che ha spostato sulla sfera simbolica la lotta contro l’Occidente militarmente superiore. Il terrorismo ha scelto di comunicare se stesso e le sue posizioni attraverso i media, mostrando una piena consapevolezza delle potenzialità delle tecnologia di comunicazione. Il terrorismo contemporaneo resta, di non facile definizione, poiché si è manifestato secondo modalità radicalmente diverse. L’atto terroristico è un evento reale che produce traumi e sofferenza. Il termine terrorismo si riferisce ad un uso della violenza che, paragonato alla guerra aperta, è relativamente ridotto e localizzato, in genere indirizzato verso la popolazione civile, con lo scopo di demoralizzare una società e lanciare un messaggio che nessuno è al sicuro perché il nemico potrebbe essere ovunque. Si tratta di una sorta di guerra psicologica, concepita per attaccare non militari ma obiettivi simbolici, facendo anche vittimi innocenti. La valutazione però risulta problematica dal momento che per molti viene visto come un terrorista, per altri è un combattente per la libertà. Bisogna capire le modalità di interazione tra la logica della comunicazione oggi prevalente e la logica dei terroristi. Il punto di partenza è che ci sono obiettivi diversi: - i giornalisti hanno l’obbligo di informare; - i terroristi vogliono solo terrorizzare. Questi ultimi ci riescono perfettamente perché nella società dello schermo in cui viviamo possono utilizzare un’infinità di canali attraverso i quali far circolare, quindi dare visibilità. Infatti l’attacco al World trade center è stato un evento simbolico finalizzato a traumatizzare un’intera società attraverso la distruzione, ed è riuscito a traumatizzare profondamente l’audience globale. Il Media Oriente terrorism, è caratterizzato solo se i luoghi o bersagli sono facilmente notiziabili. Il finale principale è il coverage informativo degli attentati, unica e vera arma per ottenere straordinari effetti di visibilità. Una questione importante è il coverage giornalistico degli attentati terroristici che è stata molto dibattuta. Barnhurst distingue due modelli di analisi: CULPABLE MEDIA MODEL: mette una relazione diretta tra coverage giornalistico e terrorismo. Qui si impone l’obbligo di regolamentare i media, essi sono coinvolti in un gioco pericoloso visto che probabilmente il loro coverage potrebbe incoraggiare il terrorismo ed entrare in un circolo vizioso; VULNARABLES MEDIA MODEL: considera proprio i media informativi le vittime principali del terrorismo e non le cause perché non possono sfuggire all’obbligo della copertura di tali fatti in un contesto globale che vede il predominio della logica. Uno degli esempi più significativi è offerto dalla tragica esperienza del terrorismo delle Brigate Rosse in Italia. In particolare modo nel caso di Aldo Moro, dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto ad un processo politico da parte del cosiddetto “tribunale del popolo” istituite dalle stesse BR e dopo che queste chiesero uno scambio di prigionieri con lo Stato Italiano, Moro fu ucciso. La vittima diventa messaggio, arma contro il sistema, la sua vita viene ridotta a merce permettendo alle brigate rosse di essere una minaccia reale per la democrazia. Il suo sequestro segna uno spartiacque nella storia delle strategie comunicative perché le BR ricorrono soprattutto a testi scritti, parole difficili da
volto. Una delle novità rispetto ai conflitti tradizionali, è che la guerra contemporanea può essere vista e mostrata su supporti multimediali nel momento stesso del suo accadere. CLONAZIONE: dal 2001, dall’attacco alle Torri Gemelle, oltre alla figura del terrore si è affiancata quella del clone, ovvero dopo quell’attacco l’effetto ricevuto è stato quello di clonare/replicare il numero degli attacchi terroristici. Sfruttati entrambi da Bush entra nella sua campagna la guerra dei cloni. Terrorismo e clonazione sono due concetti iconiche riescono a suscitare reazioni negative, sono forme di estremismo, del male assoluto, la prima connessa al tabù sulla riproduzione, il secondo raffigurato con tratti demoniaci, convergono le ansie contro i processi innaturali con il divieto religioso di giocare a Dio nel distruggere la vita. Dal 2001 numerosi attentati sono stati compiuti in varie parti del mondo, questi fatti hanno diffuso la percezione che la minaccia terroristica sia concreta. I terroristi sono diventati Producer di un flusso comunicativo planetario, una logica che è perfettamente coerente con l’infotainment. Eventi sempre più macabri sono presenti in tv o in rete: suicidi, decapitazioni, un crescendo di orrore che diffonde terrore in un contesto nel quale nessuno può sentirsi più soltanto spettatore. Si è diffusa la percezione che l’orrore sia tra noi. Il 13 Novembre 2015, i bersagli ci raccontano di un attacco frontale all’idea di leisure time, in quanto si tratta di luoghi in cui le persone comuni vanno a divertirsi. L’attacco in questi luoghi significa attaccare alla vita occidentale. La luce spenta della Torre Eiffel è stata percepita come segno di sconfitta. Da quel momento ogni cittadino europeo ha maturato la consapevolezza di essere diventato concretamente un potenziale bersaglio. Nessuno può sentirsi al sicuro e non ci sono vie per evitare il pericolo. È la fine dell’illusione della sicurezza. Bisogna chiedersi se la Guerra del Terrore sia veramente finita o in attesa di essere risvegliata.