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La testa ben fatta - Morin, Sintesi del corso di Pedagogia

Riassunto per paragrafi de "La testa ben fatta" di Edgard Morin

Tipologia: Sintesi del corso

2018/2019
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Caricato il 19/02/2019

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LA TESTA BEN FATTA – EDGAR MORIN
PROLOGO
Per Morin una necessaria riforma del pensiero coincide con la riforma dell’insegnamento e delle
istituzioni. Questo libro è in realtà dedicato all’educazione e all’insegnamento. Questi due termini
coincidono e nello stesso tempo si differenziano.
Educazione: messa in opera dei mezzi atti ad assicurare la formazione e lo sviluppo di un essere
umano
Insegnamento: arte o azione di trasmettere conoscenze ad un allievo, in modo che egli le
comprenda e le assimili. (Ha un senso più restrittivo perché solamente cognitivo).
Perciò la missione della didattica è di incoraggiare l’auto-didattica, favorendo perciò l’ autonomia
dello spirito, di trasmettere non solo del sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la
nostra condizione e di aiutarci a vivere, pensando in modo aperto e libero.
1. LE SFIDE
C’è un’ inadeguatezza sempre più ampia dei nostri saperi, che sono disgiunti, iper-specializzati,
cioè ripiegati su se stessi, non permettendo l’integrazione in una problematica globale o in una
concezione d’insieme dell’oggetto di cui la specializzazione considera solo un aspetto o una parte.
La separazione delle discipline impedisce di vedere ciò che è tenuto insieme. La sfida della
globalità è una sfida della complessità = inter-connessione, legame tra le parti ed il tutto e tra il tutto
e le parti (si deve pensare localmente per pensare globalmente e viceversa). Morin vuole lottare
contro l’approccio riduzionista che caratterizza la nostra società e che più che essere una soluzione
è il problema. L’intelligenza che sa solo separare, spezza il complesso del mondo in frammenti
disgiunti e unidimensionalizza il multidimensionale, atrofizza la possibilità di comprensione e di
riflessione, ci rende ciechi, ignoranti, incoscienti e irresponsabili. Il nostro sistema di insegnamento
purtroppo, sin dalle elementari ci insegna a ridurre, a isolare le discipline, a ridurre invece che
integrare, eliminando tutto ciò che è problematico e che apporta disordini all’intelletto. Così i
giovani perdono la loro capacità di integrare e saper contestualizzare, elementi che fanno progredire
la conoscenza. Esempio della disciplina dell’economia che per la sua iper-specializzazione è
avanzata matematicamente ma arretrata umanamente.
Il problema dell’insegnamento va studiato sulla base di due elementi:
considerare gli effetti sempre più gravi prodotti dalla compartimentazione dei saperi e
dall’incapacità ad articolare gli uni agli altri;
l’attitudine a contestualizzare e ad integrare è una qualità fondamentale della mente umana
che va sviluppata.
Morin raccoglie dunque tre sfide:
1. La sfida del globale;
2. La sfida del complesso;
3. La sfida dell’espansione incontrollata del sapere, siamo bombardati dall’informazione, ma
questa proliferazione di conoscenza sfugge al controllo umano, dunque è un problema
dell’organizzazione del sapere.
Le sfide a catena che derivano dalle tre sfide sono:
-La sfida culturale, nel 19esimo e 20esimo secolo si ha una grande disgiunzione tra discipline
umanistiche e quelle scientifiche che dovrebbero integrarsi a vicenda. Le prime alimentano
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LA TESTA BEN FATTA – EDGAR MORIN

PROLOGO

Per Morin una necessaria riforma del pensiero coincide con la riforma dell’insegnamento e delle istituzioni. Questo libro è in realtà dedicato all’educazione e all’insegnamento. Questi due termini coincidono e nello stesso tempo si differenziano.

Educazione: messa in opera dei mezzi atti ad assicurare la formazione e lo sviluppo di un essere umano

Insegnamento: arte o azione di trasmettere conoscenze ad un allievo, in modo che egli le comprenda e le assimili. (Ha un senso più restrittivo perché solamente cognitivo).

Perciò la missione della didattica è di incoraggiare l’auto-didattica, favorendo perciò l’ autonomia dello spirito, di trasmettere non solo del sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere, pensando in modo aperto e libero.

1. LE SFIDE

C’è un’ inadeguatezza sempre più ampia dei nostri saperi, che sono disgiunti, iper-specializzati, cioè ripiegati su se stessi, non permettendo l’integrazione in una problematica globale o in una concezione d’insieme dell’oggetto di cui la specializzazione considera solo un aspetto o una parte.

La separazione delle discipline impedisce di vedere ciò che è tenuto insieme. La sfida della globalità è una sfida della complessità = inter-connessione, legame tra le parti ed il tutto e tra il tutto e le parti (si deve pensare localmente per pensare globalmente e viceversa). Morin vuole lottare contro l’approccio riduzionista che caratterizza la nostra società e che più che essere una soluzione è il problema. L’intelligenza che sa solo separare, spezza il complesso del mondo in frammenti disgiunti e unidimensionalizza il multidimensionale, atrofizza la possibilità di comprensione e di riflessione, ci rende ciechi, ignoranti, incoscienti e irresponsabili. Il nostro sistema di insegnamento purtroppo, sin dalle elementari ci insegna a ridurre, a isolare le discipline, a ridurre invece che integrare, eliminando tutto ciò che è problematico e che apporta disordini all’intelletto. Così i giovani perdono la loro capacità di integrare e saper contestualizzare, elementi che fanno progredire la conoscenza. Esempio della disciplina dell’economia che per la sua iper-specializzazione è avanzata matematicamente ma arretrata umanamente.

Il problema dell’insegnamento va studiato sulla base di due elementi:

  • considerare gli effetti sempre più gravi prodotti dalla compartimentazione dei saperi e dall’incapacità ad articolare gli uni agli altri;
  • l’attitudine a contestualizzare e ad integrare è una qualità fondamentale della mente umana che va sviluppata.

Morin raccoglie dunque tre sfide :

  1. La sfida del globale;
  2. La sfida del complesso;
  3. La sfida dell’espansione incontrollata del sapere, siamo bombardati dall’informazione, ma questa proliferazione di conoscenza sfugge al controllo umano, dunque è un problema dell’organizzazione del sapere.

Le sfide a catena che derivano dalle tre sfide sono:

-La sfida culturale, nel 19esimo e 20esimo secolo si ha una grande disgiunzione tra discipline umanistiche e quelle scientifiche che dovrebbero integrarsi a vicenda. Le prime alimentano

l’intelligenza perché riflettono su interrogativi della condizione umana e favoriscono l’integrazione delle conoscenze, mentre le seconde separano i campi della conoscenza, fanno grandi scoperte ma non favoriscono la riflessione. Il mondo scientifico vede quello umanistico come un ornamento, lusso. A sua volta, il mondo umanistico vede quello scientifico come un insieme di saperi astratti.

-La sfida sociologica. L’informazione deve esser integrata e padroneggiata dalla conoscenza; la conoscenza deve esser costantemente rivisitata ed il pensiero è il bene più prezioso per l’individuo e per la società.

-La sfida civica. L’indebolimento di una percezione globale conduce all’indebolimento del senso di responsabilità (ciascuno tende ad essere responsabile solo del proprio compito specializzato) e di solidarietà (ciasciuno percepisce solo il legame organico con la propria città ed i propri concittadini). Si ha una riduzione della democrazia perchè il sapere è posseduto solo da pochi (esperti, specialisti, tecnici). Il cittadino perde il diritto alla conoscenza, poiché ha il diritto di acquisire un sapere specializzato compiendo studi ad hoc, ma è spossessato in quanto cittadino di ogni punto di vista inglobante e pertinente. Più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce. Così, mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza. È impossibile democratizzare un sapere compartimentato.

-La sfida delle sfide. Si ha la necessità di riformare il pensiero per permettere un impiego totale dell’intelligenza che consenta di affrontare le tre sfide. La riforma dell’insegnamento deve condurre alla riforma del pensiero e viceversa.

2. LA TESTA BEN FATTA

“Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”, dove il sapere è accumulato e non organizzato (Montaigne filosofo francese del 1500). Una testa ben fatta invece deve disporre allo stesso tempo di un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi e di principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso.

L’attitudine generale

L’educazione deve favorire l’attitudine generale della mente a porre e a risolvere i problemi e correlativamente deve stimolare il pieno impiego dell’ intelligenza generale. Questo lo si vede anche nell’infanzia e nell’adolescenza in cui domina la curiosità che va stimolata e non uccisa, come l’insegnamento spesso fa. Lo sviluppo dell’ intelligenza generale richiede d legare il suo esercizio al dubbio, alla riflessione, all’auto-interrogazione. La mente deve essere logica ed elastica e la filosofia deve aiutare a creare questo spirito problematizzatore, ma oggi è una disciplina ripiegata su se stessa. Pur svolgendo il proprio insegnamento infatti, il professore di filosofia dovrebbe estendere il suo potere riflessivo e interrogativo alle conoscenze scientifiche come alla letteratura e alla poesia.

L’organizzazione delle conoscenze

Una testa ben fatta è una testa atta a organizzare le conoscenze così da evitare la loro sterile accumulazione. La conoscenza comporta al tempo stesso operazioni di interconnessione e di separazione, di analisi e di sintesi (secondo un processo circolare), ma interconnessione e sintesi rimangono sottosviluppate (a causa della nostra civiltà e perciò del nostro insegnamento). Lo sviluppo dell’attitudine a contestualizzare e globalizzare i saperi diviene un imperativo dell’educazione. Il pensiero deve essere “ecologizzante”, cui ogni informazione, evento ecc.. deve esser connesso al suo ambiente sociale, politico, economico ecc, ambiente che ne risulta quindi modificato o chiarito. Tale pensiero diventa con ciò anche inevitabilmente pensiero del complesso, poiché non basta inscrivere ogni cosa/evento in un “quadro”, ma si tratta di ricercare sempre le relazioni tra ogni fenomeno e il suo contesto, le relazioni reciproche tutto-parti. Per pensare localmente si deve pensare globalmente, come per pensare globalmente si deve anche pensare localmente (Imperativo dell’educazione, Pascal)

relazione dell’uomo con la natura non può essere concepita in maniera riduzionista né in maniera disgiunta. L’essere umano, nello stesso tempo naturale e sovra-naturale, ha la sua origine nella natura vivente e fisica, ma ne emerge e se ne distingue attraverso la cultura, il pensiero e la coscienza. Tutto ciò ci pone di fronte al carattere duplice e complesso di ciò che è umano: l’umanità non si riduce affatto all’animalità, ma senza animalità non c’è umanità. Il concetto di uomo ha ormai due dimensioni: una bio-fisica e una psico-socio-culturale, ed entrambe si richiamano a vicenda

L’apporto delle scienze umane

Le scienze umane danno il minor contributo allo studio della condizione umane perché sono frazionate, occultando la relazione individuo-specie-società, distruggendo la nozione di uomo, inoltre il frazionamento delle scienze biologiche distrugge la nozione di vita. Si dovrebbe delineare una scienza antropo-sociale ricomposta che consideri l’umanità nella sua unità antropologica ma anche nelle sue diversità culturali e individuali. Le scienze naturali e umane dovrebbero convergere verso la condizione umana.

L’apporto della cultura umanistica

L’apporto della cultura umanistica allo studio della condizione umana resta capitale e ha diversi piani di studio: il linguaggio ci introduce direttamente al carattere più originale della condizione umana. La letteratura infatti, costituisce un patrimonio di contributi e riflessioni sulla condizione umana, ma anche il romanzo e il cinema mostrano la relazione dell’essere umano con la società e gli altri. La poesia mostra il lato poetico della condizione umana e ci fa comunicare con il mistero, l’indicibile. Le arti ci mostrano il lato estetico dell’esistenza: in ogni opera artistica vi è un pensiero profondo sulla condizione umana, l’uomo si confronta con problemi vitali e mortali. La filosofia infine dovrebbe far coinvolgere la pluralità dei loro punti di vista sulla condizione umana. L’insegnamento quindi deve coinvolgere le scienze naturali, le scienze umane, la cultura umanistica e la filosofia nello studio della condizione umana.

4. APPRENDERE A VIVERE

Come affermava Durkheim, l’oggetto dell’educazione non è dare all’allievo una quantità sempre maggiore di nozioni, ma di far sì che queste informazioni si trasformino prima in conoscenza e poi in sapienza. Infatti imparare a vivere richiede non solo conoscenze, ma la trasformazione, nel proprio essere mentale, della conoscenza acquisita in sapienza e l’incorporazione di questa sapienza per la propria vita.

La scuola di vita e la comprensione umana

Il termine “cultura” nel senso antropologico sta per una cultura che fornisce le conoscenze, i valori, i simboli che orientano e guidano le vite umane. La cultura umanistica è stata, rimane e deve divenire non più per un’èlite, ma una preparazione alla vita per tutti. Letteratura, poesia e cinema devono esser considerate SCUOLE DI VITA in diversi sensi:

  1. Scuole della lingua, che rivela tutta la sua qualità e possibilità attraverso le opere di scrittori e poeti e permette all’adolescente, delle cui ricchezze egli si appropria, di esprimersi pienamente nella sua relazione con gli altri;
  2. Scuole della qualità poetica della vita, dell’emozione estetica e dello stupore;
  3. Scuole della scoperta di sé, in cui l’adolescente può riconoscere la sua vita soggettiva attraverso quella dei personaggi di romanzi e di film;
  4. Scuole della complessità umana, perché la conoscenza della complessità umana fa parte della conoscenza della condizione umana e poiché nello stesso tempo questa conoscenza ci inizia a vivere con esseri e situazioni complesse. È nella letteratura che l’insegnamento sulla

condizione umana può rendere forma vivente a attiva per illuminare ciascuno sulla propria vita. L’adolescente non ha bisogno di letteratura annacquata, cosiddetta “per ragazzi”;

  1. Scuole della comprensione umana, dal momento che spiegare non basta a comprendere, ma è utilizzare tutti i mezzi obiettivi di conoscenza, ma che sono insufficienti per comprendere l’essere soggettivo. C’è comprensione umana quando sentiamo e concepiamo gli umani come soggetti; essa ci rende aperti alle loro sofferenze e alle loro gioie. È a partire dalla comprensione umana che si può lottare contro l’odio e l’esclusione. La pedagogia deve avere un ruolo attivo in questo apprendimento alla comprensione.

L’iniziazione alla lucidità

L’iniziazione alla lucidità è per di per se stessa inseparabile da un’iniziazione all’onnipresenza del problema dell’errore. Si deve insegnare, fin dalla scuola elementare, che ogni percezione è una traduzione ricostruttiva, operata dal cervello a partire dai terminali sensoriali, e che nessuna conoscenza può fare a meno dell’interpretazione. È progressivamente, nell’insegnamento secondario, che si potrà mettere in luce l’opposizione tra la razionalizzazione, sistema logico di spiegazione ma privo di fondamento empirico, e la razionalità, che si sforza di unire la coerenza all’esperienza; e si tratteranno, nell’insegnamento superiore, i limiti della logica e si argomenterà la necessità di una razionalità non solo critica ma auto-critica. Si dovrebbe mostrare infine che l’apprendistato alla comprensione e alla lucidità non solo non è mai compiuto una volte per tutte, ma deve essere continuamente rigenerato. Perciò esser lucidi significa essere autocritici e non solo critici, sapersi osservare e questa auto-interpretazione si sviluppa lungo tutta la nostra vita.

L’introduzione alla noosfera

Sfortunatamente non esiste ancora una noologia, scienza consacrata alla sfera dell’immaginario, dei miti, degli dei, delle idee, cioè alla noosfera. Noi non siamo solo possessori delle idee, ma da esse siamo anche posseduta, capaci di morire o di uccidere per un’idea. Si dovrebbe così poter aiutare gli adolescenti a muoversi nella noosfera, aiutarli ad instaurare la convivialità con le proprie idee, senza mai scordare di mantenerle nel loro ruolo mediatore, impedendo loro di identificarsi con il reale.

La filosofia della vita

La filosofia non è una disciplina, ma è una forza di interrogazione e di riflessione che verte non solo sulle conoscenze e sulla condizione umana, ma anche sui grandi problemi della vita. Il filosofo dovrebbe perciò stimolare l’attitudine critica e l’autocritica (quindi la lucidità) ed incoraggiare alla comprensione umana. La filosofia è fondamentale nell’apprendistato della vita.

5. AFFRONTARE L’INCERTEZZA

Il contributo più importante del sapere del 20esimo secolo è stata la conoscenza dei limiti della conoscenza, la necessità di imparare ad affrontare l’incertezza del futuro. Anche l’unica nostra certezza, la morte, è incerta perché ignoriamo la sua data, venuta.

L’incertezza fisica e biologica

La prima rivoluzione scientifica comporta ha profondamente cambiato la nostra concezione del mondo. Tutto ciò che esiste nasce dal caos e la natura ha forze creatrici e distruttrici. La vita costituisce un mistero ed è nata da una combinazione di caos e necessità. L’avventura dell’ominizzazione si è fatta attraverso la mancanza e la sofferenza. Tutto ciò che vive deve rigenerarsi incessantemente: il Sole, l’essere vivente, la biosfera, la società, la cultura, l’amore.

L’incertezza umana

La condizione umana è segnata da due grandi incertezze:

  1. L’incertezza cognitiva, legata a tre principi di incertezza nella conoscenza:

La comunità di destino: la comunità è di carattere culturale (per i valori, i costumi, i riti, le norme e le credenze comuni) e storico (per le trasformazioni e le prove vissute nel corso del tempo). Questo destino comune è memorizzato, commemorato, trasmetto di generazione in generazione attraverso la famiglia, i canti, le poesie ecc.. e poi attraverso la scuola, che integra il passato nazionale nello spirito dei ragazzi, così l’identificazione del passato con se stesso rende presente la comunità di destino.

L’entità mitologica: la comunità di destino è tanto più profonda quanto più è confermata da una fraternità mitologica. In effetti, lo Stato-nazione è una patria in cui si allargano le relazioni familiari a tutto il popolo. Lo stato è di natura materna (madre patria, terra madre) perché ci protegge e si prova amore, ma è presente anche una natura paterna perché la sua autorità è assoluta e gli si deve obbedienza. Di fronte al nemico si prova un sentimento di fraternità mitica, ci si sente figli della Patria. Spesso però il mito della fraternità mitologica sfocia in un senso di fraternità biologica, che unisce tra di loro esseri dello stesso sangue, il che tende a suscitare il mito della razza (biologicamente erroneo), sfociando così in un razzismo virtuale.

La “religione” nazionale: la mitologia matri-patriottica suscita una vera e propria religione dello Stato-nazione, il che comporta le proprie cerimonie d’esaltazione, i propri oggetti sacri, il culto di adorazione della Madre-Patria ecc.. Come ogni religione, essa si nutre d’amore, che è però capace anche di ispirare odio e fanatismo. Il mito non è la sovrastruttura della nazione, ma è ciò che genera la solidarietà e la comunità ed evita le divisioni.

Verso il “superamento”: il potere assoluto dello stato nazione (troppo astratto e omogeneizzatore attraverso l’apparato burocratico) oggi però deve esser superato e passare da una solidarietà al suo interno ad una solidarietà planetaria, universale, anche perché l’unico nemico dell’uomo è l’uomo stesso.

L’identità europea

La storia nazionale non si può capire separatamente dalla storia europea. La cultura europea si basa su un risveglio della problematizzazione con il ritorno all’origine greca che permette il risveglio della filosofia e lo sviluppo della scienza da cui deriva una concezione umanistica ed emancipatrice dell’essere umano, basandosi sul dialogo tra religione e fede da una parte e dall’altra tra ragione e dubbio. I grandi temi europei si sono propagati dall’Ovest all’Est: lo Stato nazionale, l’abolizione della schiavitù, la democrazia ecc... L’Europa inconsapevolmente aveva vissuto una comunità di destino fino alla metà del XX secolo, mentre oggi tenta di costruirsi sulla coscienza e sulla volontà di un destino comune. La coscienza di appartenenza all’identità europea può favorire lo sviluppo di una cittadinanza europea.

L’identità terrestre

Infine dovremmo concepire una storia generale dell’umanità che comincia con la diaspora dell’Homo sapiens su tutto il pianeta. Dopo questa diaspora si erano create le grandi separazioni tra frammenti d’umanità: l’Asia e l’Europa erano quasi chiuse l’una all’altra, il cuore dell’Africa, l’Oceania e le Americhe vivevano in maniera isolata. Una nuova storia planetaria comincia con Colombo e Vasco da Gama e dal XVI secolo si delineano due mondializzazioni, la prima di dominazione, colonizzazione e sfruttamento e la seconda di diffusione delle idee umanistiche portatrice di una coscienza comune di umanità. Nella seconda parte del XX secolo, dopo la Seconda guerra mondiale e il doppio annientamento nucleare di Hiroshima e Nagasaki nasce una consapevolezza di comunità di destino. In conclusione oggi possiamo concepire:

  • Una comunità di destino, poichè tutti gli umani sono sottomessi alle medesime minacce mortali (arma nucleare, effetto serra, catastrofi ecc..);
  • Un’identità umana comune, che dipende da un’unità genetica, un’unità psicologica e una affettiva;
  • Una comunità di origine terrestre che deriva dalla nostra evoluzione animale, fa di noi figli della vita e figli della Terra.

Perciò dobbiamo contribuire all’auto-formazione del cittadino italiano e fornire la conoscenza e la coscienza di ciò che significa una nazione. Ma dobbiamo anche estendere la nozione di cittadino e entità che non dispongono ancora di istituzioni politiche compiute o che non dispongono per niente di un’istituzione politica comune, come il pianeta Terra. Una tale formazione deve favorire il radicamento all’interno di sé dell’identità nazionale, dell’identità europea e dell’identità planetaria. Si è veramente cittadini quando ci si sente solidali e responsabili.

7. I TRE GRADI

Primaria

La testa ben fatta si raggiunge tramite un programma di domande che parta dall’essere umano, per scoprire la sua duplice natura, biologica e culturale. Da una parte si acquisiscono le basi della biologia; da lì dopo aver colto l’aspetto chimico e fisico dell’organizzazione biologica, si inquadrano i domini della fisica e della chimica, e poi le scienze fisiche ci portano a collocare l’essere umano nel cosmo. Dall’altra parte si scoprono le dimensioni psicologiche, sociali, storiche della realtà umana. Così dal principio, scienze e discipline sono collegate e l’insegnamento può fare la spola tra le conoscenze parziali e una conoscenza del globale. L’apprendistato alla vita passa attraverso due vie: la via interiore (con l’esame di sé, l’auto-analisi) e la via esteriore (legata alla conoscenza dei media). La televisione mette in scena i nostri sentimenti, paure ecc. ma spesso da una riproduzione arbitraria della realtà, così come nella via interiore la mente occulta i fatti che disturbano la visione delle cose.

Secondaria

L’insegnamento secondario è il luogo dell’apprendistato a ciò che deve essere la vera cultura, quella cioè che stabilisce il dialogo fra cultura umanistica e cultura scientifica, non solo sviluppando una riflessione sulle acquisizioni e sul divenire delle scienze, ma anche considerando la letteratura come palestra ed esperienza di vita. I programmi devono essere sostituiti da guide d’orientamento che permettano agli insegnanti di situare le discipline nei nuovi contesti: l’Universo, la Terra, la vita, l’umano. Infine, l’insegnamento della storia nazionale, calata nella storia dell’Europa, è di estrema importanza per la formazione alla cittadinanza. Gli insegnanti inoltre dovrebbero aprirsi alla cultura mediatica esterna alla scuola (es. serie televisive)

Università

Venne riformata da Humboldt nell’800. L’università è conservatrice, rigeneratrice e generatrice, integra e attualizza un’eredità di valori e saperi, deve fornire una cultura. Il carattere conservatore dell’Università può essere vitale o sterile: la conservazione è vitale se significa salvaguardia e preservazione, ma è sterile se è dogmatica, stereotipata, rigida. Anche qui cultura umanistica e scientifica dovrebbero integrarsi. L’ università è aperta alla problematizzazione, all’autonomia della coscienza, al primato della verità sull’utilità. La riforma di pensiero esige la riforma dell’Università: questa riforma dovrebbe comportare una riorganizzazione generale, con la creazione di facoltà, dipartimenti o istituti consacrati alle scienze che abbiano già operato un riaccorpamento polidisciplinare intorno ad un nucleo organizzatore sistemico (ecologia, scienze della Terra, cosmologia). La riforma dovrebbe istituire:

  • Una facoltà della conoscenza, che riunirebbe l’epistemologia, la filosofia della conoscenza e le scienze cognitive;
  • Una facoltà della vita, benché le scienze biologiche siano divise fra un’unificazione riduzionista attraverso la biologia molecolare e una compartimentazione senza unità;
  1. Il principio “ologrammatico”, che mette in evidenza l’apparente paradosso delle organizzazioni complesse nelle quali non solo la parte è nel tutto, ma in cui anche il tutto è inscritto nella parte;
  2. Il principio dell’anello retroattivo, che permette la conoscenza dei processi auto-regolatori. Rompe con il principio della casualità lineare: la causa agisce sull’effetto e l’effetto agisce sulla causa;
  3. Il principio dell’anello ricorsivo, che supera la nozione di regolazione con quelle di auto- produzione e auto-organizzazione. È un anello generatore nel quale i prodotti e gli effetti sono essi stessi produttori di ciò che li ha prodotti (gli uomini producono la società attraverso le loro relazioni e la società nella sua globalità produce l’umanità portando loro il linguaggio e la cultura).
  4. Il principio d’autonomia/dipendenza (auto-eco-organizzazione), secondo cui gli esseri viventi sono esseri auto-organizzatori che si producono incessantemente, e con ciò consumano energia per mantenere la loro autonomia (gli uomini sono allo stesso tempo dipendenti e autonomi nel loro ambiente);
  5. Il principio dialogico, che mette in comunicazione ordine e disordine. La dialogica permette di assumere l’inseparabilità di nozioni contraddittorie per poter concepire un fenomeno complesso;
  6. Il principio della reintegrazione del soggetto conoscente in ogni processo di conoscenza, che opera la restaurazione del soggetto e svela il problema cognitivo centrale: ogni conoscenza è una ricostruzione.

La riforma del pensiero è paradigmatica, poiché concerne la nostra attitudine a organizzare la conoscenza. È tale riforma che permetterebbe di conformarsi alla finalità della testa ben fatta, che favorirebbe il pieno impiego dell’intelligenza. Si deve comprendere che la nostra lucidità dipende dalla complessità del modo di organizzazione delle nostre idee. La riforma di pensiero dovrebbe integrare nelle due culture le idee capitali nate a margine dell’una e dell’altra; permetterebbe così la comunicazione tra queste due culture, che finirebbero per costituire i due poli di una sola cultura. Ne uscirebbe un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale e nel particolare, ma capace di concepire gli insiemi e sarebbe adatto a favorire il senso della responsabilità e il senso della cittadinanza.

9. AL DI LA’ DELLE CONTRADDIZIONI

Non possiamo riformare l’istituzione se prima non riformiamo le menti, ma non possiamo riformare le menti se prima non riformiamo le istituzioni. La macchina dell’educazione è rigida e burocratizzata, esige una riforma perché dalla scuola dipende la società così come dalla società dipende la scuola, infatti esse si riflettono a vicenda, essendo in un rapporto circolare. Ma come riformare la società se non si riforma la scuola e come riformare la scuola se non si riforma la società? La riforma parte in modo periferico e marginale. L’iniziativa può avvenire da una minoranza, all’inizio incompresa. Poi avviene la disseminazione dell’idea che nel diffondersi diventa una forza efficace.

La missione

E soprattutto, chi educherà gli educatori? Ci sarà una minoranza di educatori, animati dalla fede nella necessità di riformare il pensiero e di rigenerare l’insegnamento. Saranno educatori che hanno già in sé il senso della loro missione. L’insegnamento non deve essere solo una funzione, una professione ma deve essere una missione di trasmissione che richiede (come diceva Platone) l’eros, l’amore, il desiderio per la conoscenza che deve esser trasmesso agli allievi come un dono. La missione unisce amore, arte e fiducia nelle possibilità della mente umana e nella cultura. La missione dell’insegnante deve fornire una cultura che permetta di distinguere e contestualizzare,

preparare le menti a rispondere alle sfide che pone alla conoscenza umana la crescente complessità dei problemi, preparare le menti ad affrontare le incertezze favorendo l’intelligenza strategica e la scommessa per un mondo migliore, deve insegnare l’affiliazione sia all’interno del proprio stato sia in senso globale, come figli della Terra e non solo della Patria e insegnare la cittadinanza terrestre.

Ritrovare le missioni

Le cinque finalità educative sono legate e devono nutrirsi a vicenda:

  • La testa ben fatta, che ci fornisce l’attitudine a organizzare la conoscenza;
  • L’insegnamento alla condizione umana;
  • L’apprendistato alla vita;
  • L’apprendistato all’incertezza;
  • L’educazione alla cittadinanza.

Esse devono suscitare la rinascita della cultura attraverso la connessione delle due culture e contribuire alla rigenerazione della laicità e alla nascita di una democrazia cognitiva. La riforma, così pensata, necessariamente inseparabile da una rigenerazione culturale, sarebbe a sua volta inseparabile da una rigenerazione della laicità nazionale, la quale creerebbe forse le condizioni di un nuovo Rinascimento. La riforma di pensiero è una necessità democratica chiave: formare cittadini capaci di affrontare i problemi del loro tempo; frenare il deperimento democratico, che è suscitato in tutti i campi della politica dall’espansione dell’autorità degli esperti, degli specialisti di tutti i tipi, che limita progressivamente la competenza dei cittadini. Lo sviluppo di una democrazia cognitiva è possibile solo all’interno di una riorganizzazione del sapere. La riforma di pensiero è una necessità storica chiave: abbiamo bisogno di rianimarci intellettualmente, istruendoci per pensare alla complessità, per tentare di pensare i problemi dell’umanità nell’era planetaria.

APPENDICE 1, INTER-POLI-TRANS-DISCIPLINARITA’

La disciplina è una categoria organizzatrice in seno alla conoscenza scientifica e tende naturalmente all’autonomia; vi istituisce la divisione e la specializzazione del lavoro e risponde alle diversità dei domini delle scienze. L’organizzazione disciplinare è stata istituita nel XIX con la formazione delle Università moderne. Le discipline hanno una storia che si inserisce in quella dell’Università e quella dell’Università si inserisce a sua volta in quella della società. Le discipline non devono però isolarsi in loro stesse, devono aprirsi al dialogo. La storia delle scienze è anche una storia di rottura di barriere, di messa in comunicazione di diverse discipline (esempio: studio della preistoria/ ominizzazione, dell’ecosistema e del cosmo), di scambio di idee e concetti (spesso in relazione a eventi storici o sociali). La nozione non ha competenza solo nel campo disciplinare in cui è nata, anzi può migrare da un settore all’altro. Ciò porta ad idee di:

INTERDISCIPLINARITA’ = differenti discipline che cooperano e operano scambi reciproci + POLIDISCIPLINARITA’ = associazione di discipline in virtù di un progetto/oggetto comune + TRANSDICIPLINARITA’ = schemi cognitivi che possono passare da un settore all’altro.

La vitalità di certe concezioni scientifiche dipende dal fatto che non sono chiuse in sé stesse.

Le nozioni di ordine e di disordine non sono più in contrasto tra di loro ma sono complementari: la missione della scienza non è di scacciare il caos dalle sue teorie ma di prenderlo in considerazione.

APPENDICE 2, LA NOZIONE DI SOGGETTO

È fondamentale definire prima l’individuo e successivamente il soggetto. L’individuo è connesso sia alla specie che alla società. La nozione di soggetto è data non solo dal punto di vista affettivo, ma anche da punto di vista biologico dal momento che l’individuo è al tempo stesso dipendente e autonomo nell’ambiente in cui vive. Dal punto di vista biologico l’individuo è prodotto e produttore