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riassunto delle guerre indiane tra i nativi americani e i coloni europei e successivamente con l'amministrazione americana.particolare riferimento al commercio illegale di alcolici, soprattutto del whisky.
Tipologia: Appunti
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Inizialmente i bianchi erano pochi, dediti alla caccia e al commercio; quindi non venivano percepiti dai pellerossa come un pericolo e potevano avere con essi rapporti più o meno pacifici intramezzati da scontri sanguinosi. Rappresentavano semplicemente un’altra tribù con la quale potevano esserci rapporti amichevoli o ostili come avveniva per ogni altra tribù. Il numero dei bianchi aumentava man mano e la loro avanzata diventava una valanga incontenibile. A questo punto il mondo degli indiani e quello dei bianchi erano inconciliabili. Gli indiani erano anche disposti ad accogliere i bianchi, ma si aspettavano che essi vivessero come loro. I bianchi parimenti erano disposti ad accettare che gli indiani restassero nei loro territori, ma assegnando ad essi dei terreni da coltivare; ma gli indiani non erano agricoltori, non comprendevano proprio questo modo di vivere, era una cosa che andava al di la delle loro possibilità. Uno dei due mondi doveva necessariamente soccombere. Inoltre per gli indiani era solito operare scorrerie e furti e i bianchi vedevano il problema indiano come un problema di sicurezza, gli indiani erano assimilati ai fuorilegge. Inevitabilmente allora erano dei nemici pronti ad assalire i bianchi ad ogni buona occasione. I bianchi non potevano fidarsi e quindi concludevano che “un indiano buono era l’indiano morto. Si pensò allora ad assegnare ad essi delle aeree ben delimitate, le famose “riserve”. All’inizio potevano anche essere accettabili, ma via via che l'avanzata bianca procedeva le riserve erano zone sempre più marginali, piccole (relativamente alla visione indiana) e povere. Il governo si impegnava però a distribuire razioni di viveri e altre cose necessarie. Ma gia questo era ovviamente una tragedia: i fieri guerrieri e cacciatori erano privati della loro dignità, non vivevano più della loro abilità ma elemosinavano il cibo dal governo. Gli indiani quindi prorompevano in disperate e sanguinose “rivolte” che venivano represse sanguinosamente.
LA DIFFUSIONE DELLE MALATTIE Nel corso dei lunghi decenni di guerre indiane che caratterizzarono la conquista del west da parte delle popolazioni bianche, un'ampia parte nel ridurre le ribellioni dei popoli nativi la fecero le malattie europee. Il contatto con i bianchi, infatti, non portò agli indiani solamente lo spostamento forzato di decine e decine di tribù da un posto ad un altro e portò anche la spettacolare diffusione di numerose malattie che gli indiani non erano in grado di fronteggiare. Le morti per malattie di origine europea tra gli indiani sono state da due volte a cinque superiori a quelle causate da eventi guerreschi. A causa del diffondersi di malattie sparirono intere tribù, incapaci com'erano di comprendere il perché delle morti stesse e ignoranti quanto ai metodi di cura. Il vaiolo fu portatore di nuove tragedie. Questa malattia si presentava sempre in forma di epidemia e nessun bianco era in grado di intervenire e non ne aveva nessun interesse. Gli stessi indiani, fiaccati dalla malattia e resi insofferenti dall’alto numero di vittime non accettavano aiuti dai bianchi. L’ avanzata dei bianchi portava con sé numerose malattie che si affiancavano al terribile vaiolo. Erano il tifo, scarlattina, morbillo, influenza. Una volta che un gruppo veniva colpito da una malattia ed iniziava a subirne pesantemente i danni, esso si spostava, fuggendo idealmente dal male, ma questo atteggiamento, purtroppo, provocava una più ampia diffusione della
malattia tra altri gruppi coi quali il primo finiva per incontrarsi. La diffusione delle malattie era talvolta indotta da persone senza scrupoli, al fine di decimare certi gruppi tribali, senza doversi impegnare in lunghe e costose lotte armate. Le malattie e le morti causavano anche cambiamenti della sfera di controllo che le tribù esercitavano sul territorio ed i gruppi che erano stati ridotti di numero finivano persino per essere maggiormente esposti alle azioni guerresche delle tribù rivali o dei bianchi.
ACQUA DI FUOCO Nella frontiera tutti bevevano. Solo imbottendosi di questa roba un soldato poteva correre a morire sotto i cannoneggiamenti del nemico, un minatore affrontare la sua tomba quotidiana, un mandriano resistere alla polvere ed al gelo. E potete ora capire come mai nel West, dopo la rituale bevuta nel saloon, i cowboy si scatenavano in risse e sparatorie, perdendo totalmente il controllo di sé. I pellerossa della prateria, che non conoscevano l’alcool, rivelarono ben presto una sete inestinguibile ed i commercianti ne importarono in quantità immense traendone profitti favolosi. Per fare ancora più soldi, i mercanti avevano ben presto imparato che avrebbero potuto vendere agli indiani qualunque intruglio, purché contenesse un poco d’alcool. Nacque allora un liquido nel quale l’alcool veniva mischiato prima di tutto con abbondante acqua e degli ingredienti per dargli colore e corposità. Il risultato finale era una pozione infernale che non solo ubriacava gli indiani, ma li avvelenava, accreditando un’altra leggenda del West secondo cui i pellerossa, esseri razzialmente inferiori, non reggevano l’alcool come i veri uomini, come i bianchi. Gli indiani chiamavano questa robaccia Acqua di Fuoco, proprio perché ne bastava una goccia versata sui carboni accesi per produrre una fiammata. Se essi si ammalavano con i liquori spacciati nelle riserve dai commercianti senza scrupoli, non era perché non reggevano l’alcol, ma perché quei liquori erano puro veleno. Anche se la vendita di alcool era proibita nelle riserve gli indiani trovavano, con la complicità di tutti, il modo di avere quella schifezza ed a prezzi altissimi. Il tasso di cambio corrente negli anni Cinquanta e Sessanta dell’Ottocento era di due bicchierini di whisky in cambio di una pelle di bisonte. Dunque un valore di pochi centesimi per i 100 o 150 dollari che era il prezzo corrente di una pelle. Per l’acqua di fuoco i pellerossa , divenuti dipendenti, offrivano pelli, manufatti, cavalli e talvolta anche le loro mogli. Sotto gli effetti dell’alcool spesso si lasciavano andare a risse, scorrerie e nefandezze a danno dei bianchi. Così offrivano un valido pretesto per essere uccisi dal piombo dei visi pallidi prima ancora che le malattie causate dall’alcool li mandassero a raggiungere il creatore. Lo stesso Benjamin Franklin arrivò a dire che l’alcool era un dono della Provvidenza per estirpare i selvaggi e far posto ai coloni.
FORT WHOOP-UP Il nome di Fort Whoop-up è notorio. Nella lunga storia della vendita del Whisky e delle Giubbe Rosse Canadesi (quelle che furono chiamate "Mounties") rappresenta quel che di peggio il West seppe produrre. In particolare a Fort Whoop-up si lega la tragica ed illegale attività dei moltissimi e feroci "desperados" americani che si recavano in terra canadese con l'idea di realizzare e vendere i peggiori e più nocivi intrugli liquorosi (dando loro il nome assolutamente improprio di Whisky) alle locali popolazioni indiane, assolutamente non abituate all’alcool. Al forte si legò anche la sparizione di centinaia di migliaia di pelli di bisonte - imbarcate verso gli stati dell'Est americano ove vi era una forte richiesta - mentre le carcasse delle bestie venivano
poco a comprendere che l'idea di ritornare alle vecchie abitudini era ormai da scartare per cui, compreso che non ci sarebbe stata una seconda opportunità, decisero di iniziare a lavorare onestamente.
L’ECCIDIO DI UN POPOLO Presentiamo tre estratti, tre piccoli ma significativi documenti scritti nell'arco di un solo decennio, che possono ben servire da sintesi dell'evoluzione della politica americana nei confronti dei pellerossa.
"…Se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere tra il Platte e l'Arkansas dovremo far proteggere ogni treno, ogni cantoniera, ogni gruppo di persone che lavora alla ferrovia. In altre parole, 50 indiani "ostili" possono tenere in scacco 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l'imbroglio da parte dei commissari per gli affari indiani o uccidendoli." (Da una lettera scritta dal generale William T. Sherman, comandante della divisione militare del Missouri, al segretario della guerra, Edwin M. Stanton - novembre 1868). "… Voi siete munito di pieni poteri per attuare la sistemazione definitiva delle tribù indiane nomadi su territori ad esse graditi e porle pacificamente sotto il controllo dei funzionari a ciò incaricati dal Dipartimento per gli Affari Indiani." (Dalla lettera di istruzioni scritta dal Presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant, al plenipotenziario Vincent Coyler - luglio 1871). "Io… farò in modo di ridurre ciascuno di loro alla fame più nera se gli indiani non vorranno lavorare..." (Da una lettera scritta da Nicholas C. Meeker, agente per gli indiani Ute, al senatore Teller - febbraio 1878).
Naturalmente tre documenti, per quanto significativi, sono troppo pochi per spiegare compiutamente un fenomeno storico enorme, che vide non solo la soppressione fisica di un popolo, gli indiani d'America, o Pellirosse, ma anche l'annichilimento delle loro tradizioni, di un uso di vita che si perdeva nella notte dei tempi.
Nel 1616 gli Inglesi fondarono la Nuova Inghilterra. La penetrazione verso i territori dove vivevano le tribù indiane iniziò già da quei tempi, ma in termini commerciali più che di occupazione vera e propria e i rapporti col popolo rosso si mantennero in accettabili equilibri. Queste prime colonizzazioni portarono nella vita dei Pellirosse elementi nuovi e importantissimi. Anzitutto il cavallo, poi le armi da fuoco e il Whisky. Comunque l'equilibrio fra uomini bianchi e uomini rossi si mantenne fino all'ultimo decennio del 1700; la fine della guerra per l'indipendenza delle colonie inglesi dalla madrepatria e la nascita della nuova nazione, gli Stati Uniti, segnarono l'inizio di una tragedia che si sarebbe consumata, nell'arco di circa un secolo. La nuova nazione americana, terminato il periodo dell'edificazione, cercava uno sviluppo territoriale e questo non si poteva realizzare che verso Ovest, verso gli immensi territori ancora semisconosciuti, capaci di dare lavoro e ricchezze non solo agli ex - coloni, ma anche ai numerosissimi emigranti che arrivavano dal Vecchio Mondo a cercare fortuna in questo nuovo Paese, che sembrava promettere libertà e progresso per tutti. Tra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX la nazione dei Chippewa, che viveva nei territori degli odierni Minnesota e Wisconsin, fu la prima a spostarsi verso
Ovest, urtando, non senza contrasti armati, contro la nazione Sioux e costringendola a spostarsi nelle pianure a est del Mississippi. I Sioux, guerrieri di grande valore, nulla poterono contro i Chippewa, che erano i primi indiani ad essere dotati di armi da fuoco, ottenute dai mercanti e dai coloni bianchi dei territori da cui provenivano. I Sioux, scacciati ma a loro volta invasori delle pianure, si trovarono a fronteggiare una grande tribù gli Shoshone, che cercavano nel centro ovest terreni più ospitali degli sterili pianori montani. Gli Shoshone furono ricacciati nelle montagne da cui provenivano. In questi movimenti di assestamento furono coinvolte anche altre tribù minori; citeremo i Kiowa, i Pawnee, i Nasi Forati, gli Cheyenne. Ma i veri grandi avversari dei "visi pallidi"
sarebbero state le nazioni Sioux ed Apache. Contro di loro furono condotte le vere e proprie "guerre indiane"; sarebbero state loro a pagare e a far pagare il più alto prezzo di sangue prima di essere definitivamente sconfitte dall'uomo bianco. Al termine dell'assestamento le genti indiane si potevano suddividere, a grandi linee, in due gruppi, a nord o a sud della linea tracciata dal fiume Arkansas. Le condizioni ambientali e la diversa presenza di selvaggina e di terreni coltivabili avrebbe determinato, come già accennavamo, due stili di vita fondamentali, quello del nomadismo delle tribù delle Grandi Pianure e quello stanziale delle tribù meridionali e montane. Nelle pianure era predominante la presenza della nazione Sioux, a Sud gli Apache furono i veri dominatori. Diversi sarebbero stati anche i motivi per cui l'uomo bianco iniziò la sua politica contro l'uomo rosso. La pura e semplice espansione verso Ovest sarebbe divenuta estremamente più aggressiva con le scoperte dei giacimenti di oro e di argento, mentre la costruzione delle ferrovie avrebbe sconvolto l'assetto di vita degli indiani delle Pianure, avendo come primo effetto quello di mutare le direzioni delle migrazioni dei bisonti. Questa politica può essere definita genocidio in quanto per genocidio si intende: “metodica distruzione di un gruppo etnico, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l'annullamento dei valori e dei documenti temporali" (Vocabolario della lingua italiana, di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, Le Monnier, Milano 1984). i miti del West e le filmografie crearono degli stereotipi. Il cow boy, lo sceriffo, gli indiani, l’avventura, le cavalcate nelle praterie, la vittoria dei buoni sui cattivi. Gli indiani erano perlopiù selvatici e gli eventuali indiani buoni erano quelli disposti a collaborare con l’uomo bianco. È quindi opportuno ricordare che i pellirosse si trovavano sulla propria terra, che fu invasa. Inoltre è anche adeguato sottolineare che precedentemente il movimento dei popoli era dettato dalle necessità di trovare terre coltivabili, di trovare cioè di che sopravvivere. Qui abbiamo uno scontro condotto soprattutto nel nome del progresso, inteso nel senso più materialista del termine. Se è vero che gli Stati Uniti d'America nacquero come affermazione di libertà e furono la prima democrazia moderna, è altrettanto vero che la spinta economica fu determinante nelle scelte politiche generali e in particolare nella politica verso gli indiani. Inoltre lo scontro era tra due civiltà, tra due visioni della vita talmente diverse tra loro, da divenire inevitabile: ma non per questo accettabile moralmente. Lo sviluppo degli Stati Uniti fu in effetti eccezionale, senza paragoni nella Storia, sia in termini di aumento della popolazione, sia in termini di progresso economico, tecnico e scientifico. Alcuni brevi dati ci aiutano a comprendere questa affermazione: popolazione nel 1810, 7.329.000; nel 1850, 23.261.000; nel 1860, 31.513.000. Dal
"teepe"), ma in povere capanne costruite con argilla e ricoperte con erba a larghe foglie. Le cosiddette apacherie erano i villaggi in cui gli Apache vivevano, spesso anche in gruppi di poche famiglie, senza una struttura precisa come quella degli indiani delle praterie. La tradizionale ferocia dell'Apache aveva una radice storica ben precisa: gli sfruttamenti e le angherie subite dai messicani, che consideravano gli indiani come intrusi da eliminare dal loro territorio, che usavano rapire i bambini per venderli come schiavi e le bambine per avviarle alla prostituzione, avevano fatto dell'Apache un individuo eternamente spaventato, che per affrontare e rintuzzare la distruzione a cui era destinato era diventato un maestro nella guerriglia e un guerriero spietato e feroce, che combatteva senza alcun senso "agonistico", ma solo per uccidere il nemico e appropriarsi dei suoi beni. La tortura del nemico catturato faceva parte degli usi di guerra degli Apache, che spesso assalivano le fazendas, sterminando gli occupanti e rubando tutto il bestiame. In un circolo vizioso di ferocia reciproca, i messicani arrivarono, nella municipalità di Chihuahua, a dichiarare "aperta" la caccia all'indiano, ponendo una taglia per ogni scalpo di Apache che fosse stato portato alle autorità, con una differenziazione di premio per scalpi di adulto maschio, di donna o di bambino; era premiato l'uccisione di qualsiasi indiano, che fosse o meno in guerra contro gli uomini bianchi. Quando gli americani arrivarono nel Texas e nell'Arizona gli Apache ne cercarono l'alleanza, per combattere il comune nemico messicano, ma ben presto dovettero accorgersi che gli "occhi bianchi" (così gli Apache chiamavano gli americani per distinguerli dai messicani, detti "visi pallidi") applicavano anch'essi la politica dello sterminio. E così l'Apache continuò ad essere il "nemico" per eccellenza. Prima della stabilizzazione che avrebbe visto la nascita degli Stati Uniti d'America il Nuovo Mondo era stato teatro di guerra tra le nazioni europee che se contendevano il dominio. Gran Bretagna, Francia, Spagna e Paesi Bassi fecero a gara per assicurarsi l'alleanza dei selvaggi contro il nemico del momento, impegnandosi con promesse, regolarmente disattese, di eterna amicizia, salvo ricominciare la spinta ad Ovest quando il conflitto si andava spegnendo. I primi seri dissidi con l'uomo bianco ebbero l'effetto di spingere diverse tribù o nazioni ad accantonare le ancestrali rivalità e ad allearsi per meglio resistere. Durante la guerra tra Stati Uniti ed Inghilterra (1812 -
governo americano e vediamo bene di qual tipo di politica. Con esso si stabilisce il diritto del governo di deportare intere popolazioni, sconvolgendone così gli usi di vita e ponendo le basi per la distruzione di quella memoria storica che consente ad un popolo di salvare la propria identità. La prima guerra indiana mostrò anche il fianco debole delle forze armate degli Stati Uniti, che pur ben equipaggiate ed addestrate, avevano dovuto combattere per tre mesi per avere ragione di un gruppo di selvaggi, armati nel modo più eterogeneo e non inquadrati. Inoltre, sull'esempio di Falco Nero, un gruppo di Seminole, guidati da capo Osceola, diede vita tra le paludi della Florida ad una guerriglia che sarebbe durata, tra alterne vicende, per un quinquennio e che si sarebbe conclusa solo catturando Osceola con l'inganno e purtroppo il metodo del sotterfugio verrà più e più volte usato, giustificato dalla necessità di liberare le regioni dai selvaggi, contro uomini che, l'esperienza l'avrebbe insegnato, non erano facili da battere in guerra ed erano praticamente imbattibili nella guerriglia. Nel frattempo nei territori del Nord del Messico accadevano altre vicende, che avrebbero avuto il loro peso al passaggio di queste regioni, California, Nuovo Messico, Arizona, sotto la bandiera a stelle e strisce. Accennavamo già prima alla "caccia all'indiano" legalizzata dalla municipalità di Chihuahua; questa spietata decisione arrivava come epilogo di oltre un decennio di guerriglia condotta dagli Apache Mimbreno contro gli insediamenti di bianchi nella zona di Santa Rita del Cobre, dove erano stati scoperti ricchi giacimenti di rame. Le decisioni di Chihuahua furono le più disumane, e portarono ad un massacro di Apache durante una fiesta indetta proprio per attirarli in trappola, con la falsa promessa di colloqui di pace. Con lo scoppio della guerra (maggio 1846) tra Messico e Stati Uniti, guerra che si sarebbe conclusa con l'annessione all'Unione dei territori sopra citati, gli indiani si illusero di poter convivere con gli americani, dato il comune interesse a combattere i messicani. L'armonia durò poco. Il 9 febbraio 1848 un certo James W. Marshall, sorvegliante di un mulino per il grano in California, trovò una pepita d’oro. Iniziò una delle più tumultuose e incontrollate migrazioni che la Storia ricordi: la corsa all'oro della California. Gli Apache si trovarono all'improvviso il loro territorio invaso da diecine di migliaia di cercatori, con l'immancabile codazzo di giocatori, prostitute, parassiti e trafficanti d'ogni tipo; gli indiani riuscirono a mantenere comunque rapporti tranquilli con i bianchi, pur non capendo bene cosa facessero. La scoperta di ulteriori giacimenti di oro fece morire l’illusione di una possibile convivenza pacifica. Quando gli indiani incominciarono a ribellarsi all'invasione ormai incontrollata dei loro territori si accorsero ben presto che i soldati, dei quali si erano considerati alleati contro il comune nemico messicano, avevano l'ordine di garantire comunque il libero passaggio delle carovane di cercatori e coloni, perché il governo di Washington voleva che i nuovi territori acquisiti venissero colonizzati e la corsa all'oro era una spinta formidabile, da favorire e non da frenare. Significativa la vicenda dei Modoc, che tennero in scacco per cinque anni truppe regolari e compagnie di volontari, dopodiché il capitano Ben Wright (eravamo nel novembre del 1857) organizzò un banchetto come atto preliminare di un consiglio in cui parlare di pace, avvelenando i cibi, con lo scopo di uccidere il capo Old Schonchin e il suo seguito di guerrieri. Poiché il veleno non faceva effetto, il capitano Wright estrasse la sua pistola, uccidendo due degli ospiti indiani, imitato subito dai suoi soldati, che avevano aperto il fuoco tutti assieme. Il banchetto si era concluso con l'uccisione di 36 guerrieri. Anche i Modoc, sbandati dopo l'uccisione del loro capo, avevano cessato di essere un problema per gli insediamenti dei bianchi. Mentre accadevano questi avvenimenti,
In quella stessa primavera del 1856 in cui si concluse la guerra della vacca bastò una contesa tra alcuni coloni e una banda di Cheyenne per innescare un’altra serie di uccisioni. La politica di sterminio venne adottata anche nel grande territorio del nord ovest, dove il 29 novembre 1864 sul Sand Creek si consumò uno degli eventi più infami. In questa zona si era accampata per l’inverno la tribù di Cheyenne di capo Pentola Nera. Egli aveva convocato un consiglio dei capi Cheyenne convincendo anche i più riottosi a riprendere la vita pacifica di prima e aveva effettuato poi molte visite al colonnello Chivington, comandante di Fort Weld, per sapere se le sue proposte di pace erano state accettate dal "padre bianco" di Washington. Il colonnello Chivington prendeva tempo, rassicurando peraltro il capo Cheyenne affinché stesso tranquillo nel suo campo. L'ufficiale stava semplicemente ammassando forze sufficienti per "dare una lezione" ai pellirossa. All'alba del 29 novembre 1864 il colonnello Chivington con una forza di 800 uomini attaccò di sorpresa il campo indiano, uccidendo circa 300 pellirossa, dei quali solo 75 erano guerrieri; gli altri erano donne, bambini e vecchi. L’infamia del Sand Creek eliminò ogni possibilità di pacifica convivenza tra uomini bianchi e uomini rossi. Occorsero diversi anni e il sacrificio di un gran numero di vite umane perché il presidente Ulysses Grant cercasse di avviare una politica meno disumana, anche se ciò si concretizzò nella distruzione del popolo rosso attuata con la cancellazione della loro identità ( usi, costumi, tradizioni). Il 9 aprile 1865 il generale Lee in un villaggio della Virginia settentrionale si arrendeva al generale Grant comandante dell’esercito unionista. Era la fine della guerra di secessione e la nazione americana poteva ora riprendere il suo sviluppo, incentrato sulla colonizzazione definitiva della parte occidentale. Già durante il periodo di guerra, nel 1862, era stato emanato l'Homestead Act, la legge che offriva ai pionieri le terre dell'Ovest, alla sola condizione di occuparle e lavorarle. Gli eventi bellici avevano cristallizzato la situazione, ma ora la penetrazione a Ovest poteva riprendere con tutta la sua forza e per il popolo rosso si preparava il confronto definitivo con una massa di diecine di milioni di uomini ben decisi a costruire una nazione, forti della disponibilità di enormi mezzi tecnici e di un apparato militare ampiamente collaudato. La fine della guerra di secessione comportò, oltre alla realizzazione dell'Homestead Act, anche la ripresa dei lavori per le ferrovie intercontinentali, allo scopo di collegare la costa dell'Atlantico con quella del Pacifico; due fattori che fecero rinascere, aumentandolo, il flusso di colonizzatori verso Occidente. Ma l'Ovest non era da colonizzare solo dal punto di vista agricolo. Gli immensi territori erano ricchi anche di oro, di argento e di materiali strategici; erano terre troppo ricche per poter sperare di frapporre alcun ostacolo alla conquista. L'unico nemico da fronteggiare per i colonizzatori era il pellerossa e i più lungimiranti tra i capi indiani si rendevano ben conto della fine della loro civiltà. La lotta dei popoli rossi assunse sempre di più quei caratteri di orgogliosa disperazione che hanno gli uomini fieri della propria libertà, quando sanno di combattere una battaglia persa, in cui resta però da salvare un bene più prezioso della ricchezza e della stessa vita: la dignità. Da parte dei bianchi la politica nei confronti degli indiani si sarebbe realizzata con tre principali mezzi: l'esercito; lo sterminio dei bisonti che sconvolgeva le basi stesse dell’economia primitiva degli indiani delle pianure; il confinamento nelle “riserve”, dove l’indiano era costretto a un nuovo tipo di vita, a credenze religiose per lui incomprensibili, alla rinuncia alle proprie tradizioni. Mentre la guerre secessione era
ancora in corso, era esplosa la rivolta dei Sioux e degli Cheyenne, le due grandi nazioni indiane del nord ovest. In un consiglio tenuto il 2 gennaio1865 si era deciso di dare inizio ad una serie di atti di guerra per vendicare l'infame attacco del Sand Creek. Tra i capi guerrieri che avevano preso questa decisione alcuni sarebbero diventati famosi: Nuvola Rossa, Naso Aquilino e soprattutto Toro Seduto. L'obiettivo prescelto dai pellirossa fu Julesburg, allora centro di smistamento dei servizi postali. Contro quest'obiettivo mossero, il 7 gennaio 1865, circa 1.000 guerrieri pellirossa, che distrussero completamente Julesburg, infliggendo anche gravi perdite ai soldati. La rivolta continuò fino alla fine di luglio 1865 e vide i pellirossa vincitori su reparti militari sempre più numerosi, tanto da spingere Washington a cercare contatti di pace con le tribù del Nord Ovest, per guadagnare il tempo necessario per completare un dispositivo militare più efficace, al quale poter devolvere compiti di sicurezza e repressione. Una commissione fu nominata col compito di perseguire due risultati: il permesso di transito attraverso i territori del Wyoming e del Montana per le carovane di minatori e coloni, e l'insediamento di stanziamenti permanenti; la cessione della regione per realizzare il tracciato di una delle ferrovie intercontinentali. Si trattava della parte ancor incontaminata di territorio indiano e soprattutto nuvola Rossa si oppose alla firma di qualsiasi trattato stipulato con i bianchi su queste basi. Infatti in base ai trattati sarebbe stata sconvolta proprio la zona di caccia delle tribù meridionali, la regione del fiume Smoky Hill, dove era in progetto il passaggio della linea ferroviaria. Ma agli inizi del 1867 voci sempre più insistenti di una nuova rivolta indiana avevano messo in allarme il comandante del dipartimento militare del Missouri, generale Hancock, che aveva deciso di organizzare una spedizione contro i pellirossa, per far loro capire che entro i limiti di questo dipartimento siamo in grado di punire quanti di essi molestino coloro che viaggiano attraverso le pianure o che commettano ostilità contro i bianchi". I superiori di Hancock, generali Sherman e Pope approvarono incondizionatamente il piano, anche se le voci di rivolta non avevano effettivi riscontri: erano state a bella posta messe in giro dai finanziatori delle ferrovie che auspicavano una pressione militare contro i pellirossa, nella convinzione che in tal modo si sarebbe garantita la tranquilla prosecuzione dei lavori. Il 28 marzo 1867 la spedizione voluta da Hancock, lasciò Fort Riley, per iniziare una delle più curiose campagne della storia dell'esercito degli Stati Uniti. Infatti per quasi quattro mesi i soldati non riuscirono mai ad avere un contatto diretto con i pellirossa che, giocando come il gatto col topo, li precedevano o li aggiravano su territori a loro notissimi e dei quali i militari non possedevano nemmeno carte topografiche. Il risultato fu che gli indiani, messi in allarme comunque dai movimenti di truppe, da loro considerati atti aggressivi, si diedero a scorrerie attaccando gli insediamenti del Kansas e del Nebraska, distruggendo stazioni di posta e fattorie e punzecchiando le colonne militari con continui attacchi di guerriglia, soprattutto notturna. I reparti rientrarono stremati e frustrati. L'inutilità dell'azione militare spinse il Congresso a cercare di nuovo soluzioni politiche, che si concretarono nel trattato stipulato il 28 ottobre 1867 sul Medicine Lodge Creek, nel Kansas meridionale. Con questo trattato si definiva il territorio indiano ristretto nei limiti dell'attuale Oklahoma, entro il quale i pellirossa avrebbero dovuto tenersi senza sconfinare a nord, col divieto per i bianchi di valicarne i confini per cacciare. Con questo trattato l'Amministrazione di Washington era convinta di aver risolto ogni
questa politica venne realizzata; per gli indiani d'America si preparavano gli ultimi anni: erano comunque destinati a scomparire come popolo, perché sarebbero stati di ostacolo alla costruzione definitiva della nazione americana.
LE GUERRE DEL NORD OVEST La corsa alle nuove terre dell'Ovest americano fu una conseguenza logica dell'espansione degli Stati Uniti. Ad essere travolti furono, naturalmente, i Nativi. Con la secessione degli Stati del Sud e quindi il loro ritiro dal Congresso, i nordisti approvarono una legge, a cui i sudisti si erano sempre opposti, chiamata Homestead Act, che accordava ai futuri coloni un lotto di sessanta ettari di terreno, a condizione che venisse coltivato per cinque anni, per la cifra simbolica di dieci dollari. In realtà furono le compagnie ferroviarie e le banche ad appropriarsi delle terre che furono rivendute ai coloni. Ma anche così, questo provvedimento aprì la strada verso l'Ovest, permettendo a immigrati di tutto il mondo di trovare il proprio posto in quello sconfinato paese che sono gli Stati Uniti. Gli Indiani erano già in agitazione e la nuova legge aggravò ulteriormente la situazione: molti coloni avrebbero invaso i loro territori. I Nativi dovevano resistere o essere sterminati: decisero di resistere e furono sterminati ugualmente. Dovettero affrontare orde di coloni, di cercatori d'oro, di cacciatori o di semplici approfittatori, oltre all'esercito regolare, composto dai «lunghi coltelli»; era così che gli Indiani chiamavano i soldati, a causa delle baionette in dotazione ai loro fucili. La sottomissione, o, come si diceva all'epoca, la civilizzazione dei Nativi fu realizzata in più di trenta anni di tentativi di educarli attraverso le riserve e le scuole che dovevano insegnare a dimenticare, ma soprattutto di continue lotte: sembrava che l'esercito americano non riuscisse ad avere ragione di un gruppo di selvaggi male equipaggiato e disorganizzato. L'errore principale nella tattica militare statunitense consistette nel voler affrontare i Nativi con combattimenti condotti tradizionalmente, mentre essi praticavano la guerriglia, compiendo rapidi e veloci raid per poi sparire, aiutati in questo dalla perfetta conoscenza del territorio che, inoltre, permetteva loro di sfruttare boschi, canyon e ogni singola piega del terreno per compiere attacchi a sorpresa. Gli Indiani, dal punto di vista strategico, non riuscirono a essere compatti: ogni guerriero spesso seguiva il proprio imprevedibile estro. Gli ufficiali americani non capirono l'impossibilità di affrontare i nemici in campo aperto dove questi avrebbero senz'altro avuto la meglio; bisognava invece bloccarli in una posizione impedendo loro la possibilità di qualsiasi movimento.
LA PRIMA GUERRA INDIANA I combattimenti di quella che fu chiamata la prima guerra indiana durarono due anni. I primi attacchi iniziarono nell’agosto del 1866 e nel dicembre dello stesso anno i Sioux, guidati da Cavallo Pazzo , sterminarono un drappello di ottanta coraggiosi comandati dal capitano Fetterman. La tattica usata da Cavallo Pazzo fu quella di attirare i soldati in una imboscata. Gli indiani attaccarono il gruppo dei boscaioli che dal forte uscivano ogni giorno per fare scorta di legname per le cucine e per scaldare i cameroni. Intervennero subito i soldati, appunto gli "80 cavalleggeri" con i quali Fetterman contava di poter schiacciare la rivolta indiana. Inseguirono gli indiani per un lungo tratto, credendo che fossero rallentati dalla neve e che stessero realmente fuggendo. Si trattava, invece, di uno stratagemma per attirare i soldati in un punto non visibile dal forte e Fetterman ci cascò, disobbedendo al suo superiore che gli aveva vietato di andare dietro agli indiani dopo aver liberato i boscaioli. L'agguato
scattò rapidamente e i soldati vennero uccisi in neanche mezz'ora di combattimenti intensissimi. La battaglia fu chiamata dai bianchi il massacro di Fetterman, dagli Indiani fu ricordata invece come il «combattimento dei cento soldati uccisi». L'inverno del 1867 fu molto rigido e gli Indiani, trovando difficoltà a procurarsi il cibo, si divisero, dirigendosi in differenti zone per poter sopravvivere. Il governo decise di trattare nuovamente con Nuvola Rossa: il capo chiese che, prima di iniziare i colloqui, la pista Bozeman fosse abbandonata dai soldati. La richiesta non fu accolta e, ancora una volta, il tentativo di trattare la pace andò in fumo. La guerriglia riprese. Intanto fu allestita una spedizione con l'intenzione di arginare il secondo fronte. Alla spedizione, comandata dal generale Hankok, partecipò il settimo Reggimento di cavalleria. Questa fu un fallimento, anzi, l'unico risultato che ottenne fu quello di rafforzare gli Indiani nei loro propositi: cacciare l'uomo bianco dai loro territori. Si moltiplicarono così gli atti di guerriglia in quelle zone che il Settimo Reggimento era rimasto a pattugliare. Nonostante l'esito della guerra pendesse a favore degli Indiani, il generale Sherman non era pessimista. Egli infatti aveva capito che con il completamento della rete ferroviaria e la conseguente occupazione del territorio da parte dei coloni, la «civiltà» avrebbe annientato la cultura dei Nativi; inoltre i cacciatori avrebbero sterminato le mandrie di bisonti, riducendo gli Indiani alla fame.
All'inizio dell'agosto 1867, Nuvola Rossa tentò di sbloccare la situazione che ristagnava in una continua serie di piccole battaglie.
I piani di Nuvola Rossa riguardavano in realtà il piccolo avamposto sorto a metà strada tra il forte e il bosco. La pineta, massicciamente sfruttata, era retrocessa pericolosamente per cui si era reso necessario proteggere i boscaioli che si recavano a fare legna. Al capitano Powell fu affidata una piccola guarnigione che si barricò in un recinto costruito con le sponde di alcuni carri; l'ufficiale, in questo modo, voleva evitare lo scontro in campo aperto, certo che non lo avrebbe favorito, confidando, tra l'altro, nelle su molte munizioni, nei nuovi fucili a retrocarica Springfield e nelle pistole Colt. Fu così che una sessantina di soldati americani ebbe la meglio su circa mille guerrieri Sioux. Lo scontro viene ricordato con il nome di “la battaglia delle sponde dei carri”.
Mentre il capo indiano tentava la carta della forza, gli Stati Uniti giocarono quella della diplomazia, firmando il trattato di Medicine Lodge con i Kiowa, i Comanche, gli Arapaho e gli Cheyenne che acconsentirono al passaggio nelle loro terre degli emigranti. In cambio sarebbe stata creata una zona interdetta ai bianchi. Fu l'ennesimo trattato non rispettato da entrambe le parti. Anzi, si dovette porre rimedio ai continui assalti ai danni dei coloni da parte dei Nativi; il generale Sheridan fornì reparti speciali di volontari. Ormai tutto l'Ovest era infiammato dalla guerriglia indiana e la situazione divenne insostenibile per Sheridan, al comando del distretto militare del Missouri, che si vide costretto a firmare un nuovo trattato con Nuvola Rossa nella primavera del 1868. Il trattato di Fort Laramie prevedeva che la pista Bozeman venisse abbandonata dagli Americani e che il territorio del Sud Dakota a oriente del fiume Missouri e la zona compresa tra le Colline Nere e i Monti del Bighorn fossero dichiarati territori indiani. La ferrovia doveva cambiare strada e passare a nord di tale zona. Rimasto da affrontare solo il fronte meridionale, i piani dell'esercito furono plasmati sulle intenzioni estremiste del generale Sheridan, che