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Le mani della madre, Sintesi del corso di Pedagogia

Analisi della figura della madre

Tipologia: Sintesi del corso

2015/2016

Caricato il 08/02/2016

alessfrass
alessfrass 🇮🇹

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Massimo Recalcati
Le Mani della madre
Introduzione:
Elevando il padre a una sorta d’ideale disciplinare repressivo, la cultura
patriarcale aveva nello stesso tempo anche tramandato e imposto una
versione della madre altrettanto ingombrante. È la madre del sacricio e
dell’abnegazione, la madre come destino ineluttabile dell’essere donna.
L’ideologia patriarcale che oggi sta esalando i suoi ultimi respiri, voleva
ridurre l’essere donna a quello della madre. Solo la gura della madre poteva
sancire una versione socialmente accettabile, beneca, positiva, salutare,
generativa della femminilità. Invece la donna disgiunta della funzione materna
appariva come l’incarnazione dei fantasmi più maligni: cattiveria,
peccaminosità, stregoneria, ecc.
Nella prospettiva dell’ideologia patriarcale, solo l’accesso alla materni
poteva conferire una forma di realizzazione beneca e pubblicamente
accettabile della donna. La libertà sociale e sessuale acquisita dalle donne
negli ultimi decenni ha, infatti, sovvertito quella rappresentazione.
L’organizzazione sociale della nostra vita non facilita, infatti, l’integrazione
feconda tra la donna e la madre, anzi, ne favorisce il divorzio. Scaturiscono
perciò fantasmi che introducono inedite versioni patologiche della maternità.
La madre che sopprime la donna, come accadeva nella versione patriarcale
della maternità, o la donna che nega la madre, come accade nel tempo
ipermoderno, non sono due rappresentazioni della madre, ma due sue
declinazioni egualmente patologiche.
L’insegnamento di Lacan ha mostrato che l’esistenza del desiderio della donna
come non tutto assorbito in quello della madre sia la condizione essenziale
ainché il desiderio della madre possa essere generativo. Solo se la madre è
“non tutta madre”, il bambino può fare esperienza di quell’assenza che rende
possibile il suo accesso al mondo dei simboli e della cultura.
IL DESIDERIO DELLA MADRE
Le mani
La vita non viene alla vita tenendosi, aggrappandosi, aidandosi sempre alla
mano dell’Altro? (la madre di Torino, che sorregge il proprio glio appeso alle
sue mani dopo essere caduto dal balcone).
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Massimo Recalcati

Le Mani della madre

Introduzione:

Elevando il padre a una sorta d’ideale disciplinare repressivo, la cultura patriarcale aveva nello stesso tempo anche tramandato e imposto una versione della madre altrettanto ingombrante. È la madre del sacrificio e dell’abnegazione, la madre come destino ineluttabile dell’essere donna. L’ideologia patriarcale che oggi sta esalando i suoi ultimi respiri, voleva ridurre l’essere donna a quello della madre. Solo la figura della madre poteva sancire una versione socialmente accettabile, benefica, positiva, salutare, generativa della femminilità. Invece la donna disgiunta della funzione materna appariva come l’incarnazione dei fantasmi più maligni: cattiveria, peccaminosità, stregoneria, ecc.

Nella prospettiva dell’ideologia patriarcale, solo l’accesso alla maternità poteva conferire una forma di realizzazione benefica e pubblicamente accettabile della donna. La libertà sociale e sessuale acquisita dalle donne negli ultimi decenni ha, infatti, sovvertito quella rappresentazione.

L’organizzazione sociale della nostra vita non facilita, infatti, l’integrazione feconda tra la donna e la madre, anzi, ne favorisce il divorzio. Scaturiscono perciò fantasmi che introducono inedite versioni patologiche della maternità.

La madre che sopprime la donna, come accadeva nella versione patriarcale della maternità, o la donna che nega la madre, come accade nel tempo ipermoderno, non sono due rappresentazioni della madre, ma due sue declinazioni egualmente patologiche.

L’insegnamento di Lacan ha mostrato che l’esistenza del desiderio della donna come non tutto assorbito in quello della madre sia la condizione essenziale affinché il desiderio della madre possa essere generativo. Solo se la madre è “non tutta madre”, il bambino può fare esperienza di quell’assenza che rende possibile il suo accesso al mondo dei simboli e della cultura.

IL DESIDERIO DELLA MADRE

Le mani

La vita non viene alla vita tenendosi, aggrappandosi, affidandosi sempre alla mano dell’Altro? (la madre di Torino, che sorregge il proprio figlio appeso alle sue mani dopo essere caduto dal balcone).

Madre non è forse il nome che definisce le mani di questo primo Altro che ciascuno di noi ha invocato nel silenzio del suo vuoto?

Le mani della madre di Torino afferrano quelle del figlio sospeso nel vuoto. È una metafora dell’altro che risponde al grido della vita non lasciandola cadere nell’insignificanza, ma offrendole un sostegno senza il quale precipiterebbe nel vuoto.

La resistenza silenziosa offerta, l’ostinazione a non lasciare la vita sola e senza speranza.

Nella descrizione freudiana dell’Altro materno come primo “soccorritore” all’esordio traumatico della vita, possiamo rintracciare una prima definizione della madre come quell’Altro “più prossimo” che sa rispondere all’appello della vita che grida. Se la vita umana viene alla vita in una condizione di “impreparazione” di vulnerabilità, occorrono innanzitutto le mani dell’Altro per custodire quella vita, proteggerla.

Una funzione essenziale della maternità che nessun cambiamento storico potrà cancellare è la funzione dell’Altro che non lascia che la vita cada nel vuoto, è il nome del primo “soccorritore”. Quello che qui chiamo madre non corrisponde necessariamente alla madre reale intesa come genitrice biologica. “madre” è il nome della prima figura dell’Altro che si occupa di una vita umana.

L’attesa

Se si ascoltano le madri, la figura dell’attesa occupa una posizione centrale nei loro discorsi. La gravidanza innanzitutto. Ogni vera attesa è attraversata da un’incognita: non si sa mai cosa o chi si attende, non si sa mai come sarà il tempo della fine dell’attesa.

Nell’amore, come nella maternità, facciamo esperienza di un’immanenza e di una trascendenza unite insieme.

Solo la madre può fare esperienza di una prossimità assolutamente straniera. La maternità non è un fatto della natura, ma un suo sconvolgimento. È quello su cui insistono in modi diversi sia la psicoanalisi che il magistero biblico. La lezione della maternità che si ricava dalle matriarche è che la maternità non è solo un accadimento che colpisce il corpo, ma un “andare verso”, un’apertura. Per il testo biblico la maternità non è affatto un’esperienza determinata dalle leggi della natura, ma rappresenta la loro frattura, sfaldamento, sovversione.

L’accesso alla maternità non avviene attraverso i corpi ma attraverso la parola. È la preghiera, come forma più radicale della parola, come invocazione dell’Altro, che rende possibile, per esempio la gravidanza di Rebecca o di

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Ciò che Lacan descrive nella formula del “corpo in frammenti”, può trovare una sua prima e benefica unificazione nel volto della madre, il quale è anche il volto del mondo.

Levinas afferma che il volto dell’Altro apre sempre a un Terzo situato al di là della relazione speculare, a un orizzonte che non può esaurirsi nella coppia madre-bambino. Solo se il bambino si guardato dall’Altro, solo se si rivede nel volto dell’Altro, potrà autorizzarsi a guardare il volto del mondo. (Lacan, Winnicott).

I disturbi della relazione primaria con la madre coincidono sempre, con la possibilità per il bambino di abitare creativamente l’apertura del mondo. Quando il bambino non è accolto dallo sguardo materno, quest’ apertura si sottrae e non si rende disponibile. Quando una madre guarda il suo bambino vi deposita inconsciamente gran parte della sua storia di figlia.

In ogni gravidanza la futura madre si confronta con il fantasma della propria madre; inscriversi nella catena generazionale come madre significa anche dover morire come figlia.

La possibilità di accedere all’apertura del mondo dipende dall’essersi costituiti attraverso lo sguardo e il volto della madre. Senza questo passaggio che dà forma all’esistenza non c’è possibilità di percepire pienamente la bellezza del mondo.

“Lalingua”

Si tratta di una lingua del corpo, irriducibile ai suoi elementi grammaticali. Si tratta di un primo deposito stratificato di segni generatosi dalla relazione tra la madre e il bambino. Mentre si occupa delle cure del suo bambino, la madre porta la parola, costruisce, insieme al suo bambino, la trama spessa de lalingua. Senza questa costruzione non c’è accesso al simbolico.

Il seno

La madre del seno è la rappresentazione più classica che la cultura patriarcale ha voluto fornire della maternità. In realtà, il seno materno appare come un oggetto da sempre sdoppiato: da un lato soddisfa i bisogni più elementari del bambino, quelli legati alla fame e alla sete, è cioè un seno-oggetto, dall’altro lato è il segno della presenza amorevole e accudente dell’Altro, è un seno- segno. Il bambino ormai saziato, trattiene nelle sue labbra il capezzolo.

In primo piano ci sono un’altra domanda e un’altra soddisfazione. Il bambino vuole sentire la presenza dell’Altro e trasfigura il seno-oggetto nel segno di questa presenza. Anche il pianto del soddisfacimento dei bisogni nei bambini non coincide affatto con quello del riconoscimento del desiderio.

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Se la madre del seno agisce attraverso l’avere, offre quello che ha, quella del segno agisce innanzitutto attraverso la sua mancanza, facendo sentire il proprio bambino come insostituibile.

Donare la propria mancanza significa mostrare che l’esistenza del figlio non è tanto il completamento dell’essere della madre quanto ciò che vi scava una mancanza singolare.

Per questa ragione il fantasma primario di ogni bambino, secondo Lacan, si manifesta nella frase: ”Puoi perdermi?”. Il che significa “La mia esistenza ha un valore inestimabile e insostituibile per te?”.

Il gioco del nascondino che appassiona così tanto i bambini trova qui la sua matrice fantasmatica: sparire, aprendo una mancanza nell’Altro, per poi farsi ritrovare.

L’assenza

Per ogni bambino è fondamentale poter fare esperienza tanto della presenza della madre quanto della sua assenza. Senza sperimentare l’alternanza dell’assenza e della presenza della madre, la presenza può acquisire tratti persecutori diventando soffocante, mentre l’assenza può suscitare vissuti depressivi e abbandonici. È necessario che l’offerta materna della presenza lasci spazio anche alla sua assenza. Per Melanie Klein è questa la condizione a fondamento della creatività e della sublimazione.

Il gioco del rocchetto di Ernst di Freud spiega bene questa tensione tra perdita e ritrovo.

La madre esce dalla porta, va verso il mondo, non resta attaccata alla sua creatura. Il suo sguardo non è tutto rivolto al bambino. Soltanto la sua uscita di scena fonda la possibilità della scena.

Il piccolo Ernst ci insegna che è solo sullo sfondo dell’assenza della madre che si possono mobilitare positivamente le risorse sublimatorie del bambino. L’esperienza dell’assenza non viene in questo caso direttamente dal padre, il cui compito, come indica la dottrina classica della psicoanalisi, deve essere quello di separare il bambino dall’onnipotenza materna, ma è il gesto stesso della madre a generarla. Il desiderio della donna deve poterla rendere “non del tutto madre”. Saper abbandonare, lasciare che il figlio faccia esperienza dell’assenza è importante quanto il garantire la propria presenza amorevole.

È il gesto della madre che rende possibile all’alterità del figlio, la sua separazione, il distacco da se stessa.

L’esistenza del figlio non esaurisce affatto quella del mondo, è perché per la madre esiste un “fuori” rispetto alla coppia chiusa madre-bambino.

Le prime associazioni sono calamitate generalmente dal parto. L’intensità di tali angosce cresce quanto più la madre si trova sola nell’affrontare questo passaggio cruciale della sua vita. È necessario convocare un Terzo per stornare il carico eccessivo di angoscia che può gravare su di loro. È quello che Franco Fornari teorizza nella figura della “paranoia primaria”: la relazione madre-bambino può essere generativa solo a condizione che l’ombra della morte che pesa sulla madre venga trasferita su un oggetto esterno, solitamente incarnato dal padre. La triangolazione simbolica diventa così indispensabile sin dall’atto del concepimento. Il padre sa prendere su di sé il fantasma di morte stornandolo dalla madre. Per questo egli si riferisce al padre come a colui capace di testimoniare sulla necessità di dover sempre nascere e ricominciare. Il padre è il “primo ammortizzatore” che facilita l’ossigenazione del rapporto madre-bambino.

Il nome

L’amore materno, non è mai un amore generico, esso rivela che, quando si ama, si ama sempre una vita particolare, unica per la sua esistenza irripetibile e insostituibile. Una madre-come Dio nella tradizione cristiana- conoasce l’esatto numero dei capelli sulla testa del figlio. Una madre non esige il figlio ideale, non ama il figlio a partire dalle sue capacità. L’amore materno è amore non per l’ideale, ma per il reale del figlio, è amore per il suo nome proprio. Si impone l’abbandono di ogni rappresentazione narcisistica di sé e del proprio figlio, non coincidente con le consuete aspettative narcisistiche della madre.

L’adozione rappresenta il modello elettivo della genitorialità perché mostra che ciò che costituisce una madre o un padre non sono né l’utero, né lo spermatozoo, ma l’atto simbolico che riconosce il figlio come proprio, in questa disabilità del figlio è la figura della madre a rivelare che la sua domanda- Ce la farà senza di me? Sarà autosufficiente?- non è altro che l’esasperazione iperbolica della domanda che attraversa in realtà ogni madre e ogni padre: “sarà la sua una vita felice?”. Nessuno potrà mai dare una risposta certa a questa domanda.

La cura

La differenza che separa la vita umana da quella animale è che per la vita umana la condizione del legame con l’Altro è costituita dall’esistenza del linguaggio che determina la perdita della possibilità di accesso alla Casa del godimento. L’istino umano è sospeso, gettato nelle reti del linguaggio dove la soddisfazione del desiderio è obbligata a seguire delle vie più tortuose di quelle che soddisfano i bisogni cosiddetti primari. La radice più profonda della funzione materna e della sua eredità è il desiderio della madre che non è anonimo, ma capace di trasmettere il desiderio. Se l’esistenza di un desiderio non-anonimo resta la condizione di fondo per la trasmissione del desiderio da una generazione all’altra.

La funzione paterna veicola il senso umano della Legge: un padre non schiaccia il desiderio sotto il peso sacrificale della Legge, ma mostra che esiste una possibile incarnazione della Legge nel desiderio, un’alleanza fondamentale tra la Legge della castrazione e la forza del desiderio. Nel desiderio, significa che il compito della funzione paterna non è semplicemente interdire o proibire il desiderio, ma sostenerne la vocazione.

E la funzione materna? Le mani della madre sanno ospitare la singolarità insostituibile e irripetibile del soggetto senza ridurre le sue cure a una serie di adempimenti, ma senza alcun desiderio. La madre sa far esistere un’attenzione che valorizza la singolarità della vita. Mentre il desiderio del padre trasmette il trauma della Legge e la possibilità di incarnare la Legge nel desiderio, il desiderio della madre trasmette il sentimento della vita. La funzione materna coniuga il desiderio con il particolare insostituibile del nome, unisce il desiderio non alla Legge ma alla vita, perché sa fare posto all’eccezione del particolare.

Nell’epoca in cui domina a tutti i livelli della nostra vita individuale e collettiva un’accelerazione del tempo che sembra far venire meno ogni “interesse particolareggiato”, la lezione della maternità evidenzia, al contrario, la centralità del tratto singolare.

La trascendenza

L’icona cristiana della Vergine Maria ha offerto una rappresentazione simbolica della madre che la cultura patriarcale ha piegato a suo uso e consumo mettendone in risalto innanzitutto l’opposizione alla figura tentatrice di Eva e la sua natura addolorata e sacrificale. Il mistero della maternità di Maria, madre “umana” del figlio di Dio, indica come la maternità custodisca la presenza di un’assoluta trascendenza, come ogni madre sia chiamata a fare esperienza di una trascendenza che viene dal più interno del proprio corpo. Ecco il punto che ritroviamo in ogni esperienza della maternità: assoluta immanenza e assoluta trascendenza.

In questo senso Maria è il paradigma più puro del mistero della maternità: contenere in sé il mistero di una dismisura, di un’impossibilità, di un evento che non si può spiegare mai del tutto. Custodire un’eccedenza, contenere nel piccolo del proprio ventre la sproporzione dell’assoluto.

Il dono più grande che possano fare un padre e una madre è donare la libertà. La scena del sacrificio di Isacco, il figlio più amato, il più atteso parla di questo. Isacco deve essere lasciato andare, non è la sua vita che deve essere sacrificata ma la sua proprietà. Non è secondario che nel racconto biblico, Sara muoia proprio quando il figlio viene sciolto dai lacci che lo stringevano come agnello sacrificale e può finalmente incamminarsi lungo la propria vita che è, innanzitutto, quella si poter diventare uomo al fianco di una donna che

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Lasciar andare il figlio avendo fede nella forza del suo desiderio. È questo indubbiamente uno dei doni e delle gioie più grandi della maternità.

La madre che invece sa rinunciare alla proprietà sul proprio figlio è la madre che gli restituisce una seconda vita al di là di quella che viene al mondo tramite l’evento della nascita.

Voler avere un figlio

La disposizione all’attesa. Se c’è stato un tempo in cui il problema era quello di separare la sessualità dalla necessità della riproduzione, oggi il problema sembra essersi invertito: è possibile generare facendo a meno dell’esercizio della sessualità e, soprattutto, dell’incontro d’amore?

La clinica psicoanalitica della sterilità di origine psicogena illustra molto efficacemente l’importanza della disponibilità di una donna ad acconsentire al proprio diventare madre.

L’angoscia materna

Riferirsi alla natura dell’istinto materno non può spiegare l’inclinazione di diverse madri a vivere la propria gravidanza come un’esperienza intrisa di angoscia. Lacan a questo proposito parla del bambino come di una “apparizione del reale”. Questo significa che ogni madre incontra un corpo- quello del bambino neonato-che non obbedisce, chi rifiuta le pratiche necessarie al suo incivilimento. Un corpo reale che eccede l’ordine del simbolico. Questo incontro non è mai privo di una certa quota di angoscia. È un’esperienza che ogni madre conosce bene: il corpo del bambino non è mai un corpo che accetta senza resistenze la regolazione pulsionale. Sorge qui prepotente la figura della madre della madre e la necessità-affinché possa realizzarsi un accesso positivo alla maternità-che il legame con la propria madre sia stato reciso simbolicamente. Per diventare davvero madre una donna non può continuare ad essere figlia. Molte depressioni cosiddette “postpartum” parlano proprio di questo rifiuto del bambino reale di fronte alla rappresentazione idealizzata del bambino immaginario.

Il bambino come oggetto

La cultura patriarcale aveva consegnato alla donna il destino della maternità come destino ineludibile e necessario. L’istinto materno suffragava questa rappresentazione ideologica della donna nutrendo l’illusione di un’armonia prestabilita e naturale tra madre e bambino. In realtà, l’esperienza clinica mostra l’inesistenza o la totale insufficienza di questo istinto a spiegare le infinite pieghe sintomatiche che può assumere la maternità.

“la dissociazione tra il bambino immaginario e il bambino reale, tra fantasia e vita, fa sì che il figlio nato non coincida mai completamente con l’atteso e che

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l’apparire del bambino del giorno comporti l’evanescenza del suo doppio notturno, con inevitabili effetti di malinconia” (Veggetti Finzi)

Il ventre materno si è svuotato; è la prima esperienza di perdita che segnala la fine di una continuità dei corpi e di un godimento della madre senza paragoni; è una sottrazione che attraversa sia il corpo che la mente e impone l’alterità e la trascendenza del figlio.

Il sentimento di estraneità con il quale la donna in gravidanza, o dopo il parto, può percepire il proprio figlio risulta, da questo punto divista, emblematico.

Il fenomeno della depressione appare, in particolare, quando manca la mediazione paterna e il bambino rischia di essere inghiottito dal desiderio materno smarrendo, di conseguenza, il suo statuto di soggetto per diventare, né più né meno, l’oggetto incestuoso della madre.

Il rifiuto della madre

L’incontro con il proprio figlio non è solo l’incontro con un elemento fallico che compensa la castrazione della madre alleviando la propria ferita narcisistica (tesi freudiana). In molti casi siamo di fronte a un’angoscia materna provocata dal rapporto con il reale del corpo del bambino che non è addomesticato dall’equivalenza bambino-fallo. La vestizione immaginaria della vita informe del bambino sembra fallire e il figlio emerge come puro reale privo di senso.

La “perversione primaria”

Che secondo Lacan contraddistingue il rapporto madre-bambino nelle prime fasi di reciproca fusione, si cristallizza e il bambino diventa il fallo reale della madre. Il che però non significa che lo stesso bambino-fallo possa essere per una madre anche il bambino come oggetto di godimento. Nelle psicosi il bambino oscilla tra l’essere preso come fallo che satura il desiderio della madre (relazione al narcisimo) o come oggetto che condensa il suo godimento (relazione alla pulsione della madre).

Il godimento della madre

La madre è anche colei che può godere del proprio bambino come fosse un oggetto sessuale, è la madre come incarnazione di una volontà di godimento che rifiuta la Legge della castrazione. Questo godimento contrasta con la rappresentazione della madre come un contenitore affettivo bonificato dai fantasmi sessuali. Qui in primo piano è la passività del corpo del bambino di fronte all’onnipotenza della madre. Occupandosi del bambino, la madre veicola la potenza dell’ordine simbolico che impone una serie di limitazioni che sono alla base del suo incivilimento. Ma mentre segue questo compito, questa madre scava nel corpo del bambino incidendovi le lettere del suo godimento.

Si tratta di una specie di delusione necessaria al figlio per rivolgersi, a suo volta, altrove, per non restare irretito nell’illusione fallica di essere lui, solo lui, a esaurire il desiderio della madre.

Quando una madre diventa soffocante? Quando la normale ambivalenza materna tra il custodire e il nutrire la vita del figlio e l’attivare processi che ne promuovano la separazione si sbilancia a senso unico sulla prima. Siamo di fronte ad uno spostamento decisivo: l’attenzione si sposta sul rapporto della madre con la sessualità. L’oscillazione materna dalla presenza in eccesso all’assenza in eccesso è un sintomo che segnala propriamente la difficoltà di una donna a integrare generativamente la madre e la donna.

La madre narcisitica

Alla madre dell’abnegazione si è sostituita una nuova figura della madre che potremmo definire madre narcisistica. Questa madre è figlia dell’ideologia della liberazione sessuale del ’68. È una madre che ha riconosciuto su di sé l’artiglio sadico della madre-coccodrillo e che ha giustamente lottato per emanciparsi. Questo modello può sfociare però in una nuova patologia della maternità. Si tratta dell’alterazione ipermoderna della madre-coccodrillo. È l’altra faccia della divorazione, disinvestimento libidico nei confronti del bambino. Atteggiamenti sempre più diffusi denotano l’interpretazione della maternità vissuta come minaccia della femminilità. In gioco è qui un rifiuto inconscio della maternità in nome di un ideale sterile della femminilità. Da questo punto di vista la madre narcisistica trova la sua rappresentazione nella donna freudiana che ama solo la sua immagine e che, a causa di questa passione unilaterale, non può accedere simbolicamente a un effettivo amore per l’Altro. Se c’è stato un tempo, quello dell’ideologia patriarcale, in cui la madre tendeva ad uccidere la donna, adesso il rischio pare l’opposto: che la donna possa uccidere la madre.

Nella madre narcisistica il godimento esaltato del figlio che ritroviamo al centro della madre-coccodrillo lascia il posto a un suo tendenziale rifiuto. Prevalgono allora sentimenti depressivi o di semplice indifferenza affettiva verso il figlio che risulta essere un corpo estraneo rispetto all’idealizzazione della propria immagine di donna.

La madre narcisistica è una madre sempre in fuga e tendenzialmente insoddisfatta.

Il complesso di Medea (Euripide-tragedia greca di Medea).

Si narra la vicenda di una donna che non potendo sopportare il tradimento del suo uomo, Giasone, decide di uccidere per vendetta i propri figli. La spinta al figlicidio è provocata dal trauma dell’abbandono.

Divenire madre per una donna significava un tempo morire come donna, sacrificare tutta la propria femminilità all’accudimento della vita dei propri figli. È la rappresentazione canonica della madre patriarcale.

La figura di Medea la rovescia violentemente e tragicamente. Medea è la madre che viene sacrificata all’intemperanza, fuori dalla Legge, della donna. Potremmo definire “complesso di Medea” quel complesso che porta non solo le madri ad uccidere i propri figli, rovesciando d’un sol colpo la catena della generazione, ma a cancellarsi come madri per voler esistere ancora come donne.

Medea ha origini barbare, è una donna senza radici, venuta da Oriente; la sua vita rifiuta la ragion di Stato e i principi della civiltà che invece Giasone rappresenta. Appare il conflitto tra cultura religiosa e arcaica della terra (Medea) e cultura della civilizzazione e della Legge della città (Giasone) mostrandone la natura irrisolvibile.

Medea è un “grumo di delitti”: abbandona la sua patria, tradisce il padre, uccide il fratello, provoca la morte dello zio del suo uomo, prima di uccidere senza esitazione i suoi figli. Non solo Medea incarna l’insubordinazione della donna alle convenzioni e alle leggi che regolano la vita in famiglia e l’istituto matrimoniale che la costringe a sottomettersi al potere dell’uomo, ma, mostra che nemmeno la maternità è sufficiente ad appagare la propria vita, a compensare la perdita dell’amore, che nessuna donna può mai essere assorbita e abolita nella madre. Giasone trascura la rabbia di Medea, ferita nel suo amore. Lei gli aveva dato tutta se stessa. Medea è mossa dall’amore come passione dell’essere, Giasone invoca il piano dell’avere, dei beni, dell’utile. La sua passione oltrepassa il principio di realtà che Giasone invece incarna. Medea rifiuta il destino borghese promessole da suo uomo.

L’EREDITA’ DELLA MADRE

La potenza materna

Il bambino dipende senza riserve dall’esistenza della madre come non accade in nessun altro legame umano. Lo sbilanciamento della relazione madre- bambino consegna alla madre un potere sconfinato. La potenza materna decide della vita e della morte e, per questa ragione, espone sempre ogni madre al rischio di pensarsi come la sola “proprietaria” del figlio. Ma nel caso del rapporto madre-bambino il fantasma di proprietà si accompagna originariamente all’esperienza reale di una dipendenza assoluta che è avvenuta all’inizio dell’esistenza come vincolo vitale di un corpo a un altro corpo. Per una madre è necessario imparare a rinunciare al proprio figlio, a trascendersi, come proprietaria del figlio, mentre per un padre questa “morte” è già stata, è già da sempre avvenuta; il padre non ha fatto alcuna esperienza

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madre morta appare come una “figura atona, quasi inanimata” che ostacola la trasmissione del desiderio.

La madre morta non è la madre perduta, la madre davvero assente, ma è la madre della quale risulta impossibile elaborare il lutto, dalla quale sembra non ci si possa mai separare. L’ombra della madre morta disattiva il desiderio del soggetto impedendo un’eredità positiva. L’ereditare diviene un movimento di pura conservazione e non di riconquista.

Madre e figlia

Come una figlia può rendere generativa la memoria di sua madre?

Il corpo a corpo che caratterizza il rapporto madre-figlia nella sua originaria indifferenziazione non facilita affatto il movimento dell’ereditare, ma lo rende assai più difficile e tortuoso rispetto al rapporto madre-figlio. Per una figlia l’ereditare può risultare più complicato proprio a causa di una prossimità dei corpi, di una specularità evidente che caratterizza fin dall’inizio la relazione madre-figlia. Come sciogliere questo legame arcaico?

Il ricorso al legame di sangue come ad un legame stabilito non è sufficiente per rispondere alla domanda di amore di una figlia. L’assenza di attenzione materna per la particolarità della figlia, per la sua propria singolarità, risponde alla domanda di amore.

Affinché vi sia eredità, affinché vi sia una trasmissione di sapere sia possibile, l’Altro non si deve porre come colui che lo detiene in toto, ma come colui che è consapevole dell’impossibilità di possederne la chiave. La possibilità della separazione è resa più difficile dall’assenza dell’amore più che dalla sua presenza. Più c’è stata frustrazione della domanda d’amore, più il lutto della separazione risulta inaccessibile. Lacan ha definito ravage (devastazione) il cattivo infinito che può caratterizzare il fallimento dell’eredità nel rapporto madre-figlia. Il ravage indica un legame che non si esaurisce mai, un legame distruttivo. L’intenso attaccamento che lega originariamente la figlia alla madre è destinato a non esaurirsi mai. Una figlia non si separa mai del tutti dalla propria madre, il suo lutto per il primo oggetto di amore non si esaurisce mai definitivamente. Lacan vuole mettere in evidenza come in ogni figlia vi sia una difficoltà specifica nell’elaborazione del lutto che permetterebbe lo scioglimento simbolico del legame che la vincola alla madre e come il perdurare di questo legame sia sempre fonte di una passione fortemente ambivalente: la figlia reclama la sua separazione dalla madre ma non può vivere senza la presenza della madre.

La devastazione sorge da un’attesa delusa: la madre non ha dato alla figlia la risposta che lei si aspettava su cosa è davvero una donna, non le ha fornito la chiave per accedere al mistero della femminilità. La madre non sa donare alla figlia quella “sostanza” che la figlia si attende e che riguarda il mistero del 16

desiderio e del godimento femminile. L’apparizione della donna nella madre non è tollerata.

Dunque, mentre l’eredità paterna si snoda attraverso un processo di identificazione idealizzante del figlio al padre, quella materna sembra arrestarsi di fronte all’impossibilità di trasmettere che cosa sia una vera donna. Se la soluzione edipica nell’uomo sfocia nel rafforzamento dell’identificazione al padre e nella sostituzione metaforica della madre con un’altra donna, la donna resta invece una delle incarnazioni più forti, anarchiche ed erratiche, impossibili da governare. Afferma Lacan: “La donna non esiste, esistono solo le donne”. Il problema è che questa identificazione può strutturarsi solo e sempre parzialmente, ogni donna deve trovare la propria risposta all’enigma del desiderio femminile. È da questa delusione fatale che può sorgere l’odio rivendicativo e l’accusa recriminativa rivolta alla madre.

Il ravage può essere definito come il fallimento femminile dell’eredità: la figlia esige dalla madre la chiave per accedere alla femminilità, ma la madre, ogni madre, manca di questa chiave, non può trasmettere cosa significa essere una donna, perché la Donna non esiste.

Essere giusti con la madre

Bisognerebbe provare a essere giusti con la madre e riconoscere nelle sue mani un’ospitalità senza proprietà di cui la vita umana necessita.

Bisognerebbe rintracciare nel suo dono del respiro la possibilità che la vita abbia un inizio e che possa ogni volta ricominciare.