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Testo completo Aristofane per esame Cavalli Unimi Letteratura teatrale Grecia Antica
Tipologia: Appunti
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di Aristòfane traduzione di Ettore Romagnoli PERSONAGGI DELLA COMMEDIA: ROSSO, servo di Dioniso DIONISO ERCOLE Un MORTO CARONTE CORO di RANE CORO di INIZIATI PORTIERE, di Plutone FANTESCA, di Persefone Un'OSTESSA SCODELLA, fantesca dell'Ostessa EURIPIDE ESCHILO PLUTONE PROLOGO In fondo due case: quella d'Ercole a destra, quella di Plutone a sinistra. Dalla párodos destra giunge Diòniso. calzato di coturni orientali, con in dosso una veste muliebre color zafferano, su la quale è gittata una pelle di leone. Lo segue Rosso sopra un somarello, reggenda su la spalla destra una forca alla cui estremità è legato un grosso pacco. ROSSO: Devo dirne qualcuna delle solite, padrone mio, che fanno sempre ridere gli spettatori? DIONISO: Sí, quella che vuoi, tranne: mi schiaccia! Questa te la puoi risparmiare: oramai fa proprio rabbia. ROSSO: Neppure un'altra fine fine... DIONISO: Tranne: mi stritola! ROSSO (Dopo un breve silenzio): Di' un po': ne dico una proprio tutta da ridere? DIONISO: Coraggio! Basta che poi non dica... ROSSO: Che? DIONISO: Mutando spalla alla forca, che te la fai sotto. ROSSO: E neppur, che, portando sul groppone questo po' po' di peso, se qualcuno non se lo piglia, finisce a scorregge? DIONISO: Ti prego! La dirai quando ho da recere. ROSSO: Oh, allora, perché porto questo carico, se poi non posso far nulla di ciò
che fanno sempre Amipsia, Lupo e Frínico? DIONISO: Non ne far nulla, via! Quando a teatro vedo alcuna di queste squisitezze, torno a casa invecchiato piú d'un anno! ROSSO: Oh tre volte infelice mia collottola! Sei spiaccicata, e la spiritosaggine non la puoi dire! DIONISO (Agli spettatori): È una vergogna o no? È una gran poltronaggine? Io, Dïòniso, figliuolo di Boccale, m'arrapino e mi spedo, e l'amico te lo mando sul ciuco, per non farlo tribolare né portar peso! ROSSO: Oh, non lo porto, il peso? DIONISO: Come lo porti, tu, se sei portato? ROSSO: Portando questa roba. DIONISO: E in che maniera? ROSSO: Con tanta pena! DIONISO: Oh, allora, questo carico ch'ai su le spalle, non lo porta il ciuco? ROSSO: No, perdio, quello che sostengo io! DIONISO: Lo sostieni? Se tu sei sostenuto da un altro! ROSSO: Non lo so! Ma questa spalla l'ho tutta pesta. DIONISO: E allora, via, giacché tu dici che non ti serve, il ciuco, fate il cambio: alza tu il ciuco, e portalo! ROSSO: Ahi, me misero, ché non mi son trovato alla battaglia di mare! Allora, sí, ti manderei a quel paese! DIONISO: Pezzo di birbante, giú! (Rosso scende: l'asino durante la scena seguente è trascinato dentro) Cammina, cammina, eccomi infine giunto vicino a questa porta, dove m'è d'uopo far la prima tappa. (Picchia e grida) Ehi là di casa! Ehi là di casa! Gente bella! ERCOLE (Dal di dentro): Chi ha picchiato alla porta? Da centauro scalcia, chiunque ei sia! (Esce, vede i sopravvenuti, fa un gesto di sorpresa) Oh, che rob'è? DIONISO (A Rosso): Giovanotto!
Non burlar, fratello! Non credere, ci soffro! La passione mi strugge! ERCOLE: Fratelluccio! E che passione? DIONISO: Non te lo saprei dire. Te lo spiego con un confronto. T'è mai presa voglia, all'improvviso, d'un purè di ceci? ERCOLE: D'un purè? Cospettoni! Mille e mille volte, da sí che vivo! DIONISO: Parlo chiaro, o te lo dico in altro modo? ERCOLE: Quanto al purè, no: capisco a meraviglia. DIONISO: Tale mi rode il cuor desio d'Euripide! ERCOLE: Desiderio d'un morto? DIONISO: E nessun uomo saprebbe indurmi a non andarne in cerca! ERCOLE: Che? Forse giú nell'Orco? DIONISO: E se magari c'è da scender piú giú, piú giú, per Giove! ERCOLE: A fare che? DIONISO: Mi serve un buon poeta: Son morti i buoni, e i vivi sono tristi! ERCOLE: E che? Iofonte non è vivo? DIONISO: Questo solo di buono c'è rimasto: se pure lui... già, ci vedo poco chiaro, anche in questa faccenda! ERCOLE: E dal momento che laggiú, l'hai da prendere, perché non condurre su Sofocle, che vale piú d'Euripide? DIONISO: Punto! Voglio prima sperimentare che farà Iofonte da solo, senza Sofocle. Del resto, Euripide è un furbone, e mi darà man forte a venir via. L'altro era qui un bonaccione, e un bonaccione è lí. ERCOLE: E Agatone dov'è? DIONISO: Dov'è? Se n'è andato, m'ha piantato. Buon poeta, quello, e caro agli amici! ERCOLE: Poveraccio! E in che paese? DIONISO:
Al desco dei Beati! ERCOLE: Oh Sènocle? DIONISO: Il malanno che lo pigli! ERCOLE: Pitàngelo? ROSSO: E di me non se ne parla, che l'ho già stritolata, questa spalla! ERCOLE: Non c'è costí quell'altra ragazzaglia che fa tragedie, diecimila e passa, che per chiacchiera superano Euripide le mille miglia? DIONISO: Raspollini sono, chiacchierini, assemblee di rondinelle, guastamestieri. Appena hanno ottenuto un po' di coro, appena scompisciata una mezza tragedia, eccoli a secco. Cercalo pure, non lo trovi mica un poeta di razza, che ti butti là qualche frase poderosa! ERCOLE: Come poderosa? DIONISO: Cosí, che gridi alcuna di simili arditezze: «Etra, casupola di Giove!» - «Oh pie' del tempo!» - «Per le sante cose giurò la mente, e non spergiura: la lingua spergiurò, né il sa la mente!» ERCOLE: E questa roba ti soddisfa? DIONISO: Io? Ne vado piú che pazzo! ERCOLE: Eppure, sono buffonate, lo vedi anche da te! DIONISO: Hai casa: nel pensier mio non intruderti. ERCOLE: Ma mi pare che sia roba da chiodi! DIONISO: Fammi il maestro a tavola! ROSSO: E di me non se ne parla. DIONISO: Oh, senti perché vengo con questi impicci addosso, e camuffato da te. Vorrei che mi dicessi gli ospiti, se mai n'avrò bisogno, che t'accolsero quella volta che tu scendesti a Cerbero, e i porti, i lupanari, i crocevia, le vie, le tappe, le fontane, i forni, le stanze, le città, gli alberghi dove ci sono meno cimici. ROSSO: E di me non se ne parla. ERCOLE:
Anche lí, sono giunti? E come? ERCOLE: Tèseo, ce li portò! Dopo, vedrai serpenti, e mille e mille fiere orribilissime! DIONISO: Non sgomentarmi, non farmi paura: tanto, non mi rimuovi! ERCOLE: E dopo, tanto fango, e sterco perenne: e, immersi in quello, chi fece oltraggio all'ospite, o fotté un ragazzetto, e poi non lo pagò, o malmenò la madre, o su la guancia percosse il padre, o franse un giuramento... DIONISO: E ci dovrebbe stare, oltre a codesti, chi una pirrica apprese di Cinesia, o una tirata ricopiò di Mòrsimo. ERCOLE: Avanti, poi, t'avvolgerà di flauti un sospirare, e, come qui, vedrai una luce bellissima, e boschetti di mortella, e drappelli avventurati d'uomini e donne, e un gran picchiar di palme. DIONISO: Senti! E che gente è? ERCOLE: Gl'inizïati! ROSSO: Io, poi, fo proprio l'asino ai Misteri! Ma non la duro piú! (Si leva di spalla la forca, e depone il fardello al suolo) ERCOLE: Saprai da loro ciò che ti serve, per filo e per segno: ché stan di casa giusto in quella via, davanti all'uscio di Plutone. - E tanti saluti, fratel mio! DIONISO: Grazie, sta sano. (Ercole entra in casa, e serra l'uscio. Diòniso si volge a Rosso) Andiamo, tu ripiglia quel fagotto. ROSSO: Se ancor non l'ho deposto! DIONISO: E svelto, dico! ROSSO: Di grazia, no: piglia qualcuno a nolo! DIONISO: E se poi non lo trovo? ROSSO: Son qua io. DIONISO: Non hai poi tutti i torti! (Dalla párodos destra sbucano quattro becchini che portano un morto sopra un cataletto) E giusto, vedi che trasportan quel morto. - Ehi, coso! A te dico, a te, morto! - Amico, vuoi portare giú all'Orco questo pacchettino? (I becchini si arrestano) MORTO (Levandosi a sedere):
Quale? DIONISO: Questo. MORTO: Paghi due dramme? DIONISO: Affé di Giove, caliamo un po'! MORTO (Ai becchini): Tirate dritto, voi! DIONISO: Resta, brav'òmo, forse ci s'aggiusta! MORTO: Dammi due dramme, o non sciupare il fiato! DIONISO: Nove oboli li vuoi? MORTO: Vorrei piuttosto tornare al mondo! (Si ributta giú: i becchini compiono il giro dell'orchestra, ed escono dalla párodos di sinistra) ROSSO: Se ne dà dell'aria, furfante maledetto! Oh, vada al diavolo! Trotterò io! DIONISO: Sei proprio un buon figliuolo: buono e bravo! Oh, cerchiam questo battello! (Si rimettono in via) (La scena muta. Si vede una palude, verso la cui sponda Caronte spinge il suo battello) CARONTE: Ohop, approda! DIONISO (Impaurito): Oh, che rob'è, codesta? ROSSO: Codesta? Una palude. DIONISO: È, perdio, quella che ci ha detto l'amico! E vedo pure il battello. ROSSO: Sicuro, per il Dio del mare! E vedi lí Caronte! DIONISO (Con voce normale): Salve, Caronte! ROSSO (Con voce piú alta): Salve, Caronte! DIONISO E ROSSO (Urlando): Caronte, salve! CARONTE: Chi dai malanni e dalle brighe viene all'eterna pace? Chi di Lete alla pianura, alla Tosa dell'asino, al Tenaro, ai Cerberî, a Quelpaese? DIONISO: Io! CARONTE: Sali, svelto! DIONISO: Dove vuoi condurmi? Davvero a quel paese?
(Il battello s'allontana lentamente dalla riva) CORETTO DI RANE (Invisibile): Brechechechè, coà, coà, brechechechè, coà, coà! O palustre progenie dei fonti, alziamo a coro fra suon di flauti il nostro inno canoro, coà, coà, coà, che ad onorar Dïòniso Nisèo, figlio di Giove, cantare usiam nelle Paludi, quando nella sacra dei pentoli cerimonia, esultando, al santuario mio la turba muove. Brechechechè, coà coà! DIONISO (Su l'aria del loro ritornello, con caricatura): Il coderizzo mi duol già; ma voialtri, coà, coà, non vi fate né in qua né in là! RANE: Brechechechè, coà, coà! DIONISO: Oh, crepate, con quel coà! Non sapete che far coà! RANE: Si capisce, gran ficchíno! Le dolci Muse m'amano, e Pan dal pie' caprino, che in gambi armonïosi intòna la melode. E Apollo, de la cetra signore, di me gode, ché nel palustre talamo io nutro, delle lire sostegno, un molle calamo. Brechechechè, coà, coà! DIONISO (Come sopra): Io sono già pieno di bolle, e il sedere da un pezzo ho in molle; a momenti si sporge e fa... RANE (Interrompendolo bruscamente): Brechechechè, coà, coà! DIONISO (Come sopra): Della musica amica prole, smetti? RANE: Di piú si strillerà, se nei giorni di gran sole, saltellando in mezzo ai biodi ed ai ciperi, ci piacque mescer mai tuffi e melodi: se, fuggendo la celeste piova, ascose in fondo all'acque, s'intonò l'aria, che a leste acquee danze il segno dà, fra gorgogli di gallozzole... DIONISO (Interrompendo e picchiando forte il remo nell'acqua): Brechechechè, coà, coà! Voglio battermi al vostro giuoco! RANE: Brutta, dunque, ce la vedremo! DIONISO: Io piú brutta, se scoppio al remo! RANE: Brechechechè, coà, coà! DIONISO: Brechechechè, coà, coà!
E scoppiate! M'importa poco! RANE (Fitto fitto): Seguitare il gracidío tuttodí vo', sin che il mio gorgozzul ne capirà: Brechechechè, coà, coà! DIONISO: Brechechechè, coà, coà! Di superarmi in ciò dispera! RANE: Non ci vinci nemmen per sogno! DIONISO: Né voi me: da mattina a sera strillerò, se ce n'è bisogno, Brechechechè, coà, coà! sinché non v'abbia fatto smettere quel coà! Brechechechè, coà, coà, brechechechè, coà, coà! (Le rane ammutoliscono) L'avevate a finir, con quel coà! (Giungono all'altra riva) CARONTE: Ehi, smetti, smetti! Appunta il remo, e approda. Scendi, paga il pedaggio. DIONISO: Ecco i due soldi. (Scende. Caronte s'allontana) Ehi, Rosso! Rosso dove sia? Qui, Rosso! ROSSO: Ehi! DIONISO: Vieni qui! ROSSO: Buon dí, padrone mio! DIONISO: Che cosa c'è, costí? ROSSO: Buio e motriglio. DIONISO: Li hai visti, i parricidi e gli spergiuri che disse quello, costaggiú? ROSSO: Tu no? DIONISO: Altro! (Si rivolge a guardare gli spettatori) E ne vedo ancora, affé di Dio! Via, che si fa? ROSSO: Tiriamo dritto, è il meglio; ché questo è il luogo ove l'amico ha detto che son le belve spaventose... DIONISO: Il fistolo che se lo porti! Piantava carote per mettermi paura. Ingelosí, nel vedermi cosí spericolato. Già, non ce n'è, piú fanfaroni d'Ercole! Io son pronto a pagarlo, un brutto incontro, qualche avventura degna del viaggio! ROSSO: Perdio, sento rumore! DIONISO (Sbigottito): Dove, dove?
Affé di Dio! DIONISO: Giuralo ancora! ROSSO: Affé di Dio! DIONISO: Giuralo! ROSSO: Affé di Dio! DIONISO: Come mi sono, ahimè, sbiancato, nel vederlo! ROSSO (Accennando al vestito su cui si vedono le tracce evidenti della paura ai Diòniso): E questa di paura, per te, s'è fatta gialla! DIONISO: Chi me li manda questi mali? A quale dei Numi imputerò la mia rovina? ROSSO: Di Giove alla Casuccia, o al Pie' del tempo! (Arriva da lungi un suono di flauti) DIONISO: Coso? ROSSO: Che c'è? DIONISO: Non hai sentito? ROSSO: Che? DIONISO: Suono di flauti! ROSSO: E come! E a me d'attorno spira un odor di fiaccole assai mistiche! Tiriamoci da parte, ed ascoltiamo. (Si ritirano e nascondono nella parte sinistra della scena. Rosso depone il fardello) CORO D'INIZIATI (Da lunge, non ancora visibile: le voci giungono velate): Iacco, Iacco! Iacco, Iacco! ROSSO: O padrone, ci siamo! Qui si spassano inizïati che disse l'amico. Cantano Iacco; quello che Dïàgora... DIONISO: Anch'io, direi. Però la meglio cosa, per vederci piú chiaro, è stare zitti! PARODOS (Dalla párodos sinistra incominciano ad entrare i coreuti, coronati di mirto, tenendo in mano fiaccole accese. Il corifeo indossa una veste di porpora. Insieme con essi sono danzatrici) CORO: Strofe O tu che alberghi in questa sacra sede, o Iacco, Iacco, muovi su questo prato a danza il piede, fra i tuoi santi seguaci. Squassa il mirto che, folto di bacche, ombra il tuo volto di florida ghirlanda: segna con passi audaci in mezzo ai cori mistici
la mia giocosa danza, pura, d'ogni fren libera, cui largiron le Grazie ogni eleganza! ROSSO: O di Demètra santa e onoratissima figlia, che dolce odor m'aleggia intorno di ciccia di maiale! DIONISO: E zitto! Forse ci buschi pure un pezzo di budello. CORO: Antistrofe Scuoti le faci, e la fiamma ridesta, o Iacco, Iacco, astro che irraggi la notturna festa. Il prato arde di fuochi: fremono dei vegliardi già le ginocchia; e i tardi anni, e le cure scosse, corrono ai sacri giuochi. Al lume delle fiaccole, or qui avanti, o Beato, i carolanti giovani guida tu sul fiorito umido prato. (I coreuti sono oramai entrati tutti quanti, e si sono disposti in giro intorno all'altare di Diòniso) CORIFEO: Taccia, e resti dal Coro lungi chi stranïero è a questo rito, o impuro tuttor serba il pensiero, né vide o danzò l'orge delle nobili Muse, né alle bacchiche furie nell'idïoma infuse di Cratino taurofago s'iniziò; chi a sceda goffa ed impronta gode, né civil gara seda, ai suoi concittadini cuor mostrando benigno, ma l'aizza e fomenta, pur d'empire il suo scrigno; chi reggendo il timone dello Sato in burrasca navi al nemico e forti consegna, e ingoffi intasca; o al par di Toricione, di vigesime infame esattore, a Epidauro manda pece, coiame e vele, in contrabbando, da Egina; o altrui consiglia che fornisca denaro all'ostile flottiglia: o scrive cori ciclici, e poi di piscio allaga d'Ecate l'erme: o un rabula, che rifilò la paga ai poeti, per essere stato messo in burletta nelle bacchiche patrie feste. Diamo disdetta, la diamo una seconda volta, a tutti costoro, e una terza, che lunge stian dal mistico Coro. (Agli iniziati) E voialtri, alla veglia preparatevi; e desta sia la canzon che addicesi a questa sacra festa. PRIMO SEMICORO: Strofe Sovra i floridi seni dei prati, ognuno a tessere carole il pie' disfreni; e beffe mesca e giuochi e scede: omai s'è banchettato assai. (Evoluzione del Coro) SECONDO SEMICORO: Antistrofe Avanza! E sia tua cura d'inneggiare a Persefone, che di far salvo giura ora e sempre il paese; e a lei s'oppone invan Toricïone. (Grida di giubilo in onore di Persefone. Nuove evoluzioni) CORIFEO:
Fottino di Segonia - con lunga querimonia. Epirrema terza E Callia, dice, il figlio d'Ippochiavone, a lotta venne, avvolto in un vello di leon, con la potta... DIONISO (Interrompendo): Sapreste di Plutone dirmi ov'è la magione? Ignari siam del loco - giunti qui siam da poco. CORO: È proprio qui vicino: ch'io t'indichi il cammino non serve: giusto appunto - all'uscio tu sei giunto. DIONISO: Tu ripiglia il fardello! ROSSO: Oh, che affare è codesto? Il «Corinto di Giove?» Un ritornello! CORIFEO: Presto! All'altar della Diva sacro, al bosco fiorito movete, o voi partecipi di questo santo rito. (Gli iniziati incominciano il giro dell'orchestra) Con sacra fede io guido le fanciulle e le donne che ad onorar la Diva passan la notte insonne. (Escono con le donne) CORO (Compiendo a lento passo il giro dell'orchestra): Strofe Al prato che florido si vela di rose, si corra, s'intreccino le nostre scherzose carole, guidate dall'Ore beate. Per noi lieti brillano gli etèrei lumi, per noi che partecipi dei riti, costumi serbiamo ai nostrani benigni e agli estrani. (Compiuto il giro dell'orchestra, i coreuti tornano ad aggrupparsi intorno all'altare di Diòniso. Rosso e Diòniso s'accostano all'uscio di Plutone) DIONISO (Con esitazione paurosa): In che maniera ho da picchiare all'uscio? In che maniera? Come picchierà la gente, qui? ROSSO: Non starmi a cincischiare! Abbi cuore e cipiglio degni d'Ercole, e picchia sodo. DIONISO (Picchia): Ehi di casa! Ehi di casa! PORTIERE DI PLUTONE (Si affaccia e guarda): E quel coso, chi è? DIONISO: Ercole il forte! PORTIERE DI PLUTONE (Con voce terribile): Ah, lezzone, sfrontato, temerario che sei, canaglia, pezzo di canaglia, fior di canaglia, il can di casa, Cerbero, che custodivo io, tu l'hai cacciato fuori dell'uscio, e a furia te la sei
svignata poi, te la sei data a gambe, tirandolo pel collo! Ora ci sei. Come di Stige i negri flutti, come la rupe acherontèa sangue grondante ti terran custodito, e di Cocito le vagabonde cagne! A te i budelli già squarcia Echidna dalle cento teste: la murena tartesia ai tuoi polmoni s'aggranfa: i reni, con la rete e tutto sanguinolenti a te strappan le Gòrgoni titrasie: ad esse il pie' veloce io spingo! (Si ritira e sbatte l'uscio con immane fracasso: intanto Diòniso s'è accoccolato, e ha dato evidentissimi segni d'incoercibile paura) ROSSO (Guardando il padrone): Coso, che fai? DIONISO: L'ho fatta. Invoca il Nume! ROSSO: Oh coso buffo! Sú, rízzati, prima che qualcuno ti veda. DIONISO: Adesso svengo! Dammi una spugna, che sul cuor la ponga. ROSSO (Estraendone una dal fardello): To', metticela! DIONISO: Ov'è (La piglia e ci si netta) ROSSO: Dei d'oro! Il cuore tu l'hai costí? DIONISO: Lo vedi? Per paura m'è scivolato in fondo alle budella. ROSSO: Oh il piú vigliacco fra i Celesti e gli uomini! DIONISO: A me, vigliacco? E come? Se t'ho chiesta la spugna! Un altro non l'avrebbe fatto. ROSSO: Ah, no? Che avrebbe fatto? DIONISO: Uno vigliacco starebbe ancora ad annusarla. Io mi sono alzato, e nettato, per giunta! ROSSO: Pel Dio del mare, che po' po' di fegato! DIONISO: Lo credo! E a te non t'han messo paura la romba della voce e le minacce? ROSSO: Perdio, neppure me ne sono accorto! DIONISO: E allora, giacché tu sei tanto bravo e tanto prode, tu diventa me, piglia randello e pelle di leone, giacché hai tanto fegato! Io sarò il tuo portafagotti. ROSSO: Dà qua, svelto! Tanto, non c'è da rifiutare! E guarda se quest'Ercolerosso avrà paura, e seguirà l'esempio tuo.
di smargiasso alla clava. Il Coro lo ammira, e canta) CORO: Strofe prima Cosí l'uomo ha da procedere ch'à talento, ch'à cervello, che pel mondo navigò! Sempre al fianco ha da rivolgersi piú sicuro del battello, anziché starsene, a mo' d'un'immagine in pittura, sempre in una positura. Ma buttarsi ove c'è il morbido, è da uomo che sa bene quel che fa: da Teramène. DIONISO: Strofe seconda Anche i polli riderebbero, se qui Rosso, alla supina sopra un molle canapè di Mileto, sbaciucchiandosi un amor di ballerina, l'orinal chiedesse a me. Io lo guardo, e me lo meno. Lui mi vede; e in un baleno, tanto è pieno di malizia, via mi schizza con un pugno quanti denti ho a fior di grugno. (Entrano dalla destra un'ostessa, seguita dalla sua fantesca Scodella) OSTESSA: Oh Scodella, Scodella, corri qui! C'è quel briccone che una volta venne alla taverna, e sterminò da sedici pagnotte. SCODELLA: È lui, perdina, è lui! ROSSO (Sentenzioso): Qualcuno finisce male! OSTESSA: E poi, venti porzioni, da un soldo e mezzo l'una, di bollito! ROSSO: La pagherà, qualcuno! OSTESSA: E poi tanto aglio! DIONISO (Fra spaventato e feroce): Cianci, e non sai quello che dici, o femmina! OSTESSA: E perché calzi le scarpette, forse pensavi ch'io non ti riconoscessi? Aspetta! E dove lascio la salacca? SCODELLA: E la caciotta fresca, poverette noi, che ingozzò con le fiscelle e tutto? OSTESSA: E quando poi gli dissi di pagarmi, fece gli occhiacci, e cominciò a mugghiare! ROSSO: Lo riconosco al tratto! Fa cosí dove si trova. OSTESSA: E sguainò la spada, come un pazzo furioso! ROSSO: Oh poverina! OSTESSA:
Dalla paura, ci si arrampicò presto e lesto in soffitta. E lui si prese pure le stuoie, spiccò un salto, e via! ROSSO: Le sue prodezze solite! SCODELLA: Si piglia qualche partito? OSTESSA (A Scodella): Va', chiama Cleone, il mio ministro. ROSSO: E a me, chiamami Iperbolo, se lo trovi. OSTESSA: E si stritola! (A Diòniso) Che gusto, gola, cavarti con un sasso quei denti che maciullata han la mia roba! SCODELLA: Io ti vorrei scaraventar nel baratro! OSTESSA: Io ti vorrei segare con la falce quel gozzo che insaccò tanta busecchia. SCODELLA: Ma fammi andare da Cleone. Quello oggi lo cita, e sbroglia la matassa. (Escono minacciando. Rimangono soli Rosso e Diòniso. Momento di silenzio) DIONISO (Insinuante): Se non ti voglio bene, Rosso mio, mi venga un tiro secco. ROSSO: Ho inteso, ho inteso! Non sciupare piú fiato. Tanto, Ercole non ci divento piú. DIONISO: No, no, Rossuccio! ROSSO (Con caricatura, scimmiottando il padrone): Io divenir figlio d'Alcmena? Io, servo e mortale? DIONISO: Lo so, lo so, che sei in collera con me. Troppo di giusto. E se pure mi picchi, non rifiato. Ma se d'ora in avanti ti rispoglio, possa crepar d'un accidente a secco io, mia moglie, i miei bimbi, e sino Archèdemo il caccoloso. ROSSO: Accetto questa clausola, e il giuramento annesso. A me la pelle. (Si camuffa di nuovo da Ercole: durante il nuovo travestimento il Coro lo esorta) CORO: A te spetta, poi che agli abiti nuovamente dài di piglio che indossati avevi già, ritornar daccapo giovine, far daccapo quel cipiglio che sfoggiavi poco fa. Non scordare di che Nume imitar devi il costume.