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Il Giorno della Civetta di Leonardo Sciascia: un omicidio mafioso in Sicilia, Appunti di Lingue e letterature classiche

Il romanzo 'il giorno della civetta' di leonardo sciascia, ambientato in sicilia durante gli anni '40. L'opera denuncia la corruzione mafiosa e la sua connivenza con il potere politico. Il racconto ruota intorno all'omicidio di salvatore colasberna, un sindacalista comunista, e le indagini del capitano bellodi per scoprire la verità dietro l'assassinio. Il documento mette in evidenza la diffusa omertà e la resistenza di bellodi a cedere alla corruzione. Il romanzo è un esempio di letteratura impegnata e politica indipendente.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 29/01/2021

lcant
lcant 🇮🇹

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LEONARDO SCIASCIA: (Agrigento-1921)
Ha costituito un esempio di coincidenza tra il lavoro letterario e un impegno politico condotto
con assoluta indipendenza intellettuale: vicino volta a volta al P.C.I. o al partito radicale,
rimase fedele a un suo ideale illuministico di società civile, razionale e trasparente. È un
ideale che Sciascia non si stanca di riproporre. E0 tra i primi a rappresentare la corruzione
mafiosa e a denunciarne la convivenza col potere politico. La Sicilia diventa esemplare di
situazioni che interessano tutta la società italiana.
Il giorno della civetta Il racconto trae lo spunto dall'omicidio di Accursio Miraglia, un
sindacalista comunista, avvenuto a Sciacca nel gennaio del 1947 ad opera della mafia di
Cosa Nostra. Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata
Santa Fara, viene ucciso nella piazza Garibaldi, mentre sale sull'autobus per Palermo.
All'arrivo dei carabinieri, i passeggeri si allontanano alla chetichella, l'autobus resta vuoto e
rimangono soltanto l'autista e il bigliettaio, che comunque di fronte alla divisa non
riconoscono il morto e non si ricordano chi fossero i passeggeri. Il venditore di panelle,
rimasto a terra al momento del delitto, è scomparso. Un carabiniere lo trova all'ingresso
della scuola elementare, dove come al solito vende i suoi prodotti, e lo accompagna dal
maresciallo Arturo Ferlisi. Ma neanche lui sa nulla e, anzi, dice di non essersi nemmeno
accorto dello sparo. Dopo due ore di interrogatorio il panellaro ricorda che, all'angolo tra via
Cavour e piazza Garibaldi, verso le sei, ha sentito due spari provenire da un sacco di
carbone situato vicino al cantone della chiesa. Le indagini vengono affidate al capitano
Bellodi, comandante della compagnia di C., emiliano di Parma, ex partigiano, destinato a
diventare avvocato, ma rimasto in servizio nell'arma in nome di alti ideali, non condividendo,
peraltro, il clima di omertà che caratterizza la Sicilia e i suoi abitanti. Intanto, in un bar di
Roma, un'importante persona politica chiede ad un onorevole del suo partito (che si intuisce
essere la Democrazia Cristiana) di far trasferire Bellodi, a causa dei problemi che sta
creando, designando l'omicidio di Colasberna come omicidio mafioso. Bellodi intanto
interroga un proprio confidente, doppiogiochista noto alla mafia: Calogero Dibella detto
Parrinieddu. Il capitano ascoltando le menzogne che l'informatore riferisce, riesce
comunque, con quelle sue gentili maniere da "continentale", a sapere il nome di Rosario
Pizzuco, il possibile mandante. Il capitano, o meglio il maresciallo, riceve il nome del
presunto omicida, Diego Marchica detto Zicchinetta, dalla moglie di Paolo Nicolosi, un
potatore scomparso e certamente ucciso per aver riconosciuto l'assassino, viste le
coincidenze che accompagnano la sua scomparsa. Bellodi scopre nel fascicolo investigativo
del Marchica che è un noto sicario, processato e condannato per molti reati, ma scagionato
per altrettanti, causa insufficienza di prove. Nota, inoltre, una fotografia che lo ritrae insieme
con don Calogero Guicciardo e all'onorevole Livigni. Nel frattempo, Parrinieddu viene
assassinato e Bellodi ottiene, grazie ad un'inquietante testimonianza scritta dal
doppiogiochista prima di morire, che Marchica, Pizzuco e il padrino don Mariano Arena,
vengano fermati, ma l'interrogatorio si risolverà in un nulla di fatto. Nell'incontro con Bellodi,
Sciascia fa pronunciare a don Mariano la frase contenente l'espressione idiomatica
"quaquaraquà", destinata a divenire celeberrima e collegata nella cultura popolare al mondo
mafioso e ai concetti che lo governano. I giornali fanno molto clamore e pubblicano le foto di
Arena insieme al ministro Mancuso; questo dimostra le persone vicine che lo sostengono. Il
fatto porta a un dibattito in Parlamento al quale partecipano anche due anonimi mafiosi e
alcuni parlamentari. Bellodi nel frattempo legge sui giornali spediti da un carabiniere dalla
Sicilia, che il castello probatorio è stato smantellato grazie ad un alibi di ferro costruito da
rispettosissimi personaggi per il Marchica, opera, naturalmente, di uomini politici interessati
a tutelare la propria posizione. L'omicidio del giardiniere viene attribuito all'amante della
moglie e don Mariano viene scarcerato. Con i suoi pensieri e con la sua ultima affermazione,
Bellodi chiude il romanzo.
Tutta l’Italia va diventando Sicilia”: Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia… A me è venuta
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LEONARDO SCIASCIA: (Agrigento-1921) Ha costituito un esempio di coincidenza tra il lavoro letterario e un impegno politico condotto con assoluta indipendenza intellettuale: vicino volta a volta al P.C.I. o al partito radicale, rimase fedele a un suo ideale illuministico di società civile, razionale e trasparente. È un ideale che Sciascia non si stanca di riproporre. E0 tra i primi a rappresentare la corruzione mafiosa e a denunciarne la convivenza col potere politico. La Sicilia diventa esemplare di situazioni che interessano tutta la società italiana. Il giorno della civetta Il racconto trae lo spunto dall'omicidio di Accursio Miraglia, un sindacalista comunista, avvenuto a Sciacca nel gennaio del 1947 ad opera della mafia di Cosa Nostra. Salvatore Colasberna, presidente di una piccola impresa edilizia chiamata Santa Fara, viene ucciso nella piazza Garibaldi, mentre sale sull'autobus per Palermo. All'arrivo dei carabinieri, i passeggeri si allontanano alla chetichella, l'autobus resta vuoto e rimangono soltanto l'autista e il bigliettaio, che comunque di fronte alla divisa non riconoscono il morto e non si ricordano chi fossero i passeggeri. Il venditore di panelle, rimasto a terra al momento del delitto, è scomparso. Un carabiniere lo trova all'ingresso della scuola elementare, dove come al solito vende i suoi prodotti, e lo accompagna dal maresciallo Arturo Ferlisi. Ma neanche lui sa nulla e, anzi, dice di non essersi nemmeno accorto dello sparo. Dopo due ore di interrogatorio il panellaro ricorda che, all'angolo tra via Cavour e piazza Garibaldi, verso le sei, ha sentito due spari provenire da un sacco di carbone situato vicino al cantone della chiesa. Le indagini vengono affidate al capitano Bellodi, comandante della compagnia di C., emiliano di Parma, ex partigiano, destinato a diventare avvocato, ma rimasto in servizio nell'arma in nome di alti ideali, non condividendo, peraltro, il clima di omertà che caratterizza la Sicilia e i suoi abitanti. Intanto, in un bar di Roma, un'importante persona politica chiede ad un onorevole del suo partito (che si intuisce essere la Democrazia Cristiana) di far trasferire Bellodi, a causa dei problemi che sta creando, designando l'omicidio di Colasberna come omicidio mafioso. Bellodi intanto interroga un proprio confidente, doppiogiochista noto alla mafia: Calogero Dibella detto Parrinieddu. Il capitano ascoltando le menzogne che l'informatore riferisce, riesce comunque, con quelle sue gentili maniere da "continentale", a sapere il nome di Rosario Pizzuco, il possibile mandante. Il capitano, o meglio il maresciallo, riceve il nome del presunto omicida, Diego Marchica detto Zicchinetta, dalla moglie di Paolo Nicolosi, un potatore scomparso e certamente ucciso per aver riconosciuto l'assassino, viste le coincidenze che accompagnano la sua scomparsa. Bellodi scopre nel fascicolo investigativo del Marchica che è un noto sicario, processato e condannato per molti reati, ma scagionato per altrettanti, causa insufficienza di prove. Nota, inoltre, una fotografia che lo ritrae insieme con don Calogero Guicciardo e all'onorevole Livigni. Nel frattempo, Parrinieddu viene assassinato e Bellodi ottiene, grazie ad un'inquietante testimonianza scritta dal doppiogiochista prima di morire, che Marchica, Pizzuco e il padrino don Mariano Arena, vengano fermati, ma l'interrogatorio si risolverà in un nulla di fatto. Nell'incontro con Bellodi, Sciascia fa pronunciare a don Mariano la frase contenente l'espressione idiomatica "quaquaraquà", destinata a divenire celeberrima e collegata nella cultura popolare al mondo mafioso e ai concetti che lo governano. I giornali fanno molto clamore e pubblicano le foto di Arena insieme al ministro Mancuso; questo dimostra le persone vicine che lo sostengono. Il fatto porta a un dibattito in Parlamento al quale partecipano anche due anonimi mafiosi e alcuni parlamentari. Bellodi nel frattempo legge sui giornali spediti da un carabiniere dalla Sicilia, che il castello probatorio è stato smantellato grazie ad un alibi di ferro costruito da rispettosissimi personaggi per il Marchica, opera, naturalmente, di uomini politici interessati a tutelare la propria posizione. L'omicidio del giardiniere viene attribuito all'amante della moglie e don Mariano viene scarcerato. Con i suoi pensieri e con la sua ultima affermazione, Bellodi chiude il romanzo. “ Tutta l’Italia va diventando Sicilia ”: Forse tutta l'Italia va diventando Sicilia… A me è venuta

una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l'ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l'Italia, ed è già oltre Roma… “