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schemi riassuntivi del luperini cataldo sul 200 e il 300
Tipologia: Sintesi del corso
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La letteratura in Italia nasce in ritardo rispetto alla Francia. poichè la cultura ecclesiastica contribuì a mantenere in qualche modo in vita l'uso della lingua latina, c’era un forte uso di dialetti e il prevalere di attività pratiche, mercantili e tecniche, tra cui spiccavano gli studi giuridici, non facilitavano l’uso del volgare.
La tendenza di un rinnovamento della Chiesa era già sentito nel 200 a causa della nascita e impetuosa crescita di movimenti evangelici e pauperistici che si rifacevano allo spirito e alla lettera dei Vangeli e al modello di vita, povera e umile, di Cristo e Apostoli. Già nel corso dell’ XI secolo si erano sviluppate proteste contro il clero simoniaco , che vendeva e comprava cariche religiose. Nasce il movimento dei valdesi che prende nome dal mercante Valdo che ne è il fondatore, questi sostenevano che il diritto di predicare la fede deve essere di tutti i credenti, donne comprese, e non solo degli uomini di chiesa. Talora lo stesso corpo dottrinale della Chiesa viene attaccato alle radici: è il caso dei càtar i che si organizzarono in una struttura alternativa alla gerarchi ecclesiastica e sostengono una visione dualistica dell’esistenza: da un lato il male, che governa i beni terreni e le opere dell’uomo, tra cui anche la Chiesa, dall’altro il bene, riconosciuto solo da pochi “puri” che tutto devono sacrificargli. Altra corrente fu il gioachinismo , movimento fondato dal monaco calabrese Gioacchino da Fiore (1130 – 1202), che Dante loda mettendolo in Paradiso. La sua teoria era quella che il mondo sarebbe finito e sarebbe nato un nuovo millennio in cui Dio e Il Bene avrebbero governato la vita umana. Questa teoria influenzò anche molti movimenti apertamente ereticali, come quello di Fra Dolcino da Novara che guidò addirittura una rivolta contadina.
La reazione della Chiesa fu dapprima di repressione e poi l’istituzione nel 1 233 del Tribunale dell’Inquisizione che, con l’aiuto delle autorità politiche, doveva scoprire e condannare gli eretici. Successivamente la Chiesa incoraggiò una reazione ideologica con l’affermazione della figura del Frate predicatore, che era assai diversa dalla figura comune del monaco. Infatti il frate predicatore aveva il compito di predicare la fede, intervenire nelle controversie in città, figura più vicina al popolo, ma appunto per questo soggetta ai coinvolgimenti nella vita di ogni giorno. Con il Giubileo del 1300 voluto da Bonifacio VIII, la Chiesa segnò la sconfitta della rivolta eretica e il proprio trionfo.
Domenicani e Francescani.
riconosciuto dal papa Onorio III nel 1216. I domenicani erano soprattutto frati predicatori, esperti nel contraddittorio con gli eretici e perciò
profondi conoscitori della dottrina e della teologia. Attivi anche nelle università, come professori di quest’ultima disciplina. Tommaso d’Aquino fu il maggior teorico dei domenicani. Essi si integrarono facilmente nella struttura ecclesiastica una volta riconosciuti come ordine ufficiale.
imitarla in ogni comportamento pratico, e a ideali di povertà, di carità, di umiltà. Francesco sosteneva che i membri della comunità dovevano vivere del proprio lavoro senza possedere beni materiali. La semplicità e l’ingenuità è la caratteristica dei francescani, oltre a un forte anti-intellettualismo e una sorta di istanza anti-borghese. Fu più difficile, rispetto ai domenicani, l’integrarsi con la struttura ecclesiastica, la Regola dovette subire trasformazioni e lasciar cadere gli aspetti più rigidi. Ciò non impedì una ricca letteratura, spontanea e di base, volta a recuperare le primitive istanze del francescanesimo. La biografia stessa di San Francesco divenne terreno di varie controversie.
Generi e Aree geografiche
Nel medioevo buona parte della produzione letteraria tende ad
essere religiosa. Gli autori provengono da movimenti religiosi che si affermano nel corso del secolo: oltre a San Francesco, c’è anche Jacopone da Todi e Giacomino da Verona entrambi francescani, mentre Bonvesin da la Riva, faceva parte dell’ordine terziario degli umiliati. Si possono distinguere due generi poetici prevalenti: il poemetto narrativo e didattico che dette i suoi risultati più significativi nell’area lombardo- veneta la lauda , lirica e poi drammatica che si diffuse nel Centro.
Il poemetto didattico Si sviluppò principalmente nelle aree del Nord, in particolare nei comuni dell’area lombardo -veneta, dove la mentalità era ancora di una religione semplice e schematica. Scritte in volgare, i vari poemetti, riflettono il volgare di tipo municipale delle varie città senza ambizione di costruire né un modello illustre, né una lingua comune dell’area padana. I maggiori esponenti furono Giacomino da Verona e Bonvesin da la Riva. Giacomino da Verona: frate francescano, compose due poemetti in quartine monorime, De jerusalem celesti (la Gerusalemme celeste) e De Babilonia civitate infernali (La Babilonia città infernale) dedicati rispettivamente alle due città che si contrapponevano nell’immaginario religioso, Gerusalemme il Paradiso e Babilonia la città di Satana, l’Inferno. Bonvesin da la Riva: (nato intorno al 1250 morto fra il 1313 e il 1315) appartenente all’ordine degli umiliati, scrisse in quartine monorime il Libro delle tre scritture, dedicate: la prima (scrittura negra) all’Inferno, la seconda (scrittura rossa) alla Passione di Cristo e la terza (dorata) al Paradiso.
La vita di Francesco è segnata da altri gesti simbolici, come quello del pellegrinaggio in Terra Santa dove incontrò il Sultano e la stessa invenzione del presepe, indicano il suo atteggiamento polemico nei confronti delle crociate: se Cristo può nascere ovunque si operi in suo nome, è inutile la necessità di riconquistare le regioni che storicamente si legano a Gesù. Francesco muore nella Porziuncola il 3 ottobre del 1226. E fu fatto Santo nel 1228 dal papa Gregorio IX. Poco prima di morire, compose una lauda in volgare umbro: Laudes Creaturarum (Lodi delle Creature) che ha anche il nome di Cantico di frate sole. Nel Cantico si ha una concezione ottimistica e felice della Natura e un rifiuto verso del mondo e delle sue convenzioni. L’idea evangelica dell’uguaglianza fra gli uomini è rilanciata da Francesco come il rapporto armonioso fra l’uomo e la Natura, con l’Universo e con Dio. Il Cantico de frate Sole è il primo testo artistico della letteratura italiana , e anche uno dei pochi rimasti del Santo. Fu scritto eccezionalmente in volgare , per rivolgersi anche al popolo che ignorava il latino. La funzione ideologica di questa lauda e duplica: da una parte vuole contrastare l’eresia càtara che vedeva la terra come rappresentazione del male e il cielo del bene, e dall’altra contrastare la tradizione pessimistica apocalittica della tradizione millenaria, mostrando l’aspetto sereno del creato, della morte e del rapporto con Dio. Nel Cantico il linguaggio è gioioso e rasserenato , atto a descrivere e caratterizzare anche le cose più semplici e comuni dell’esperienza materiale dell’uomo, riscoprendo con serenità la bellezza fisica e naturale della terra, senza più sentirne la minaccia e il peso di una tentazione diabolica.
Jacopone da Todi Fu uno dei più originali poeti del Duecento e una delle personalità più inquietanti della nostra civiltà letteraria. Pur inserendosi nel solco della tradizione francescana, Jacopone non vive più il rapporto fiducioso e ottimistico con la natura che caratterizza Francesco d’Assisi. Egli non oppone all’ideologia della ricchezza e del potere i valori elementari della natura; la sua lotta è invece tragica e sfiduciata. L’uomo di Jacopone è interamente calato nella materia della società e della storia, mentre la natura si ritira sullo sfondo o invita a un rapporto di tensioni tragiche. L’equilibrio di Francesco risulta impossibile per Jacopone, il quale riprende del modello piuttosto gli aspetti polemici e le punte violente, costruendo un sistema fatto di eccessi, di disarmonie, di negazioni, di contrasti e di paradossi, senza giungere mai a un orizzonte rasserenante e positivo. Fece un uso personale della lauda, piega la forma ormai tradizionale a un impiego: nelle laudi jacoponiche si esprime un tormento esistenziale e una battaglia politico culturale che eccedono di molto le tematiche, pure ancora presenti, delle “lodi” religiose. Scrisse alcune opere latine, non tutte di sicura attribuzione. Fra le quali spicca la celebre sequenza dello Stabat mater. Ma il meglio della produzione è da cercarsi
nelle laudi. I temi sono spesso quelli della tradizione francescana: l’umiltà dell’uomo, e delle cose finite rispetto alla grandezza di Dio. Il trattamento riservato dall’autore a queste opere è però profondamente originale, domina un senso di rabbiosa irrequietezza nei confronti della condizione umana, costantemente aggredita nella sua colpevole superbia; mentre l’altezza di Dio provoca un sentimento di indegnità e la vertigine della deistanza. Rispetto al valore assoluto della divinità ogni altra cosa perde significato, riducendosi a nulla. L’uomo resta schiacciato tra due diverse forme di nichilismo: quello relativo della Terra (che è nulla rispetto alla divinità) e quello assoluto di Dio (che è ad infinita e irrecuperabile distanza dalla limitatezza umana). Affermazione del nulla: l’ “ alta nichilitade” (il profondo nulla) della divinità è un eccesso di luce che coincide con la tenebra, un eccesso di parole che coincide con il silenzio, un eccesso di certezza che coincide con l’ignoto. La tradizione mistica medievale è rivissuta da Jacopone con energia e finalità rinnovate. L’io è aggredito nel corpo: Jacopone invoca malattie e sofferenze, rovesciando le consuete richieste devote di protezione dai mali. La dimensione sociale è respinta come dimensione mondana e peccaminosa; e però al tempo stesso la incalzante oratoria jacoponiana implica un ascoltatore da catturare e convincere. La scelta “politica” del dialetto umbro , compiuta in chiave anti-intellettualistica, non esclude il ricorso a termini e forme dalla più varia provenienza: il latino ecclesiastico, il gergo giuridico, il codice della lirica d’amore. Jacopone non si acqueta mai nell’accettazione dei confini della esprimibilità umana e torna insistentemente a forzarli. Di qui nasce l’arditezza del dettato, esasperato nel lessico e nello stile. Per lo più il risultato stilisticamente risentito è ottenuto attraverso l’impiego di mezzi semplici, sia sul piano lessicale, dove domina l’uso consapevolmente utile del dialetto umbro meno raffinato, sia su quello retorico, dato l’impiego frequente di figure di ripetizione e di contrapposizione. La sintassi si mostra spezzata, con frequenti asindeti, ellissi, cambiamenti di soggetti. Spetta probabilmente a Jacopone il passaggio da lauda lirica a lauda drammatica. Tra i suoi testi più celebrati e riusciti (il Pianto della Madonna) vi è appunto un intreccio di voci; e in questa oggettivazione “teatrale” di Jacopone sa trovare accenti teneri e dolenti, segno di una eccezionale possibilità di incontro.
Durante l'alto medioevo, depositaria della cultura era le Chiesa, e la figura del chierico sviluppava una produzione esclusivamente in latino. Con lo sviluppo delle lingue volgari, un nuovo gruppo sociale, i Cavalieri, coscienti della propria rilevanza sociale e desiderosi di comunicare i propri ideali, valori e visione del mondo, diffusero una produzione in lingua volgare, destinata a chiunque fosse desideroso di cultura.
villani, i contadini che vivevano nelle campagne: rozzi, volgari, meschini e piccoli d'animo. Vi fu anche un trasformazione del concetto di nobiltà che non si considerò più determinato dal sangue, ma dalle virtù interiori e dalla nobiltà d'animo.
L'affermazione e diffusione della Cortesia, provocò la nascita di una nuova valorizzazione della Donna , la castellana divenne il fulcro della vita a corte, come espressione materiale di questi ideali e loro ispiratrice. Nacque così una nuova concezione dell'Amore, definito Amore Fino , inteso unicamente come amore adultero, caratterizzato da forti componenti sensuali e fisiche, il quale aveva il potere di ingenerare nell'uomo un processo di nobilitazione interiore e raffinamento morale, ma che doveva rimanere perennemente inappagato perché il suo sfogo avrebbe posto fine all'amore stesso e a questo processo. Di pari passo si sviluppò di conseguenza un culto della donna come essere irraggiungibile e impareggiabile, dotato di ogni virtù e a volte rappresentato con elementi o qualità divine dall'amante che a lei si sottometteva completamente. Questo tipo di amore era però precluso ai villani, perché il loro animo non era nobile e aderente agli ideali cortesi. L'amore Fino era apportatore di gioia, ebbrezza, pienezza vitale, ma doveva essere fine a se stesso; infatti la donna amata poteva anche essere lontana o essere stata vista una sola volta. In oltre il nome della donna doveva essere celato allo scopo di proteggerla, e per questo veniva sostituito con un nome fittizio. Questa passione era però considerata dominante e totalizzante, portando l'amante a provare grandi sensi di colpa, perciò entrò in contrasto con i valori cristiani, ragione per cui la Chiesa condannò l'Amore Fino. Il tema dell'Amor Cortese era dominante nella Lirica trobadorica (in lingua D'oc) che fiorì tra la fine del XI secolo e il XII secolo nella Francia meridionale, e la cui diffusione avvenne grazie a giullari e poeti, detti Trovatori (trobar: comporre poesie) che recitavano a memoria queste poesie accompagnandosi con la musica. Queste opere che recuperavano la poesia lirica classica, nel XIII secolo cominciarono ad essere raccolte in canzonieri che riportavano anche: Vidas: note bibliografiche sugli autori trasfigurate leggendariamente; Razos : commenti alle poesie.
A differenza del passato, iniziò una valorizzazione della creatività e dell'originalità, infatti molti poemi a noi pervenuti presentano il nome dell'autore. La poesia era uno strumento per affermarsi nelle corti e perciò i poeti erano uomini di varia estrazione sociale, dai signori agli umili, dagli uomini della bassa nobiltà alle donne.
I temi principali di questa produzione furono: L'Amore, con l'affermazione di motivi topici; Tematiche militari, politiche e satirico - polemiche. Queste opere potevano seguire due diversi registri poetici: Trobar leu: poetare leggero, cioè facilmente comprensibile, scorrevole e caratterizzato da un linguaggio semplice; Trobar clus: poetare chiuso, cioè criptico, di difficile comprensione, oscuro, enigmatico, con l'uso di termini difficili, rari e pieno di figure retoriche.
La prima elaborazione letteraria di un volgare italiano e la prima esperienza poetica originale si ebbe con la cosiddetta scuola siciliana, che si affermò in Sicilia presso la corte di Federico II di Svevia fra il 1220 e il 1250. Proteso a realizzare, nei suoi possedimenti italiani, il disegno di uno stato forte e accentratore, capace di contrapporsi sia per potenza sia per originalità e laicità di cultura ai domini della chiesa, il sovrano svevo riunì attorno a sé numerosi tra i dotti del tempo, cultori della latinità classica, della filosofia, del diritto, delle scienze (la Magna Curia ). In questo raffinato ambiente culturale si diffuse l'esercizio della poesia, soprattutto come aristocratica consuetudine mondana e come ricerca di eleganza, di perizia, di perfezione nello scrivere. Gli esponenti della scuola siciliana sono in parte siciliani di nascita e in parte provenienti dal continente; in effetti "siciliani", per estensione del termine, vennero chiamati tutti i poeti italiani che verso la metà del Duecento poetarono sforzandosi di fare del volgare siciliano un linguaggio lirico dotto e raffinato. Ormai è accertato che quei poeti scrivevano in un siciliano illustre , in un siciliano cioè nobilitato dal continuo raffronto con le due lingue in quel momento auliche per eccellenza: il latino e il provenzale. Non meno accertato è il fatto che essi accettassero la poetica (i contenuti e le forme) della lirica provenzale. Tuttavia essi non furono imitatori privi di originalità, perché si distinguevano dai provenzali in alcuni aspetti assai importanti : alle spalle dei poeti siciliani vi era un organismo statale, quale il regno di Federico II, straordinariamente avanzato per i tempi, che rappresentava certamente una novità per l'intera Europa e che era il punto d'incontro della civiltà cristiana e di quella araba; vi è inoltre una differenza profonda sul piano della posizione sociale, fra i trovatori provenzali e i poeti siciliani: gli uni cantori professionisti, che passavano di corte in corte e spesso scadevano al livello dei giullari, gli altri funzionari burocrati di grado elevato e, quindi, colti "dilettanti di poesia". Di qui, anche, il fatto che, lungi dall'accettare l'eredità della poesia provenzale in modo passivo, i siciliani operano una decisa selezione dei temi (riducendoli
Essendo la poesia dei siciliani principalmente un hobby elegante, il prodotto di un dilettantismo di classe (e non di uno specifico mestiere, come era il trobar dei provenzali), la sua qualità media è piuttosto modesta e non va oltre l'esercitazione convenzionale, molto attenta ai caratteri tecnici e retorici del verseggiare, e dunque alla forma metrica del testo (tanto più importante per la mancanza di un accompagnamento musicale, imprescindibile nella lirica occitanica). La poesia siciliana è caratterizzata sin dall'inizio, cioè fin da Jacopo da Lentini, da tre generi metrico -tematici. 1) La canzone , il genere alto per eccellenza, curiale, che tratta il tema specifico della lirica, l'amore, e che nella mescolanza di endecasillabi e settenari, si presenta con una produzione ignota ai modelli provenzali La canzone è costituita da un numero indeterminato di strofe o stanze, tra loro uguali per numero, qualità e ordine dei versi; la stanza può essere indivisibile, o divisibile in fronte e sirma. La fronte a sua volta è generalmente divisa in piedi (di solito due, talvolta tre) di uguale struttura; e analogamente la sirma può dividersi in due volte. La serie delle stanze si chiude con un commiato o congedo, raramente costituito da una intera stanza. 2) La canzonetta , che spesso contiene parti dialogiche, ha tema amoroso, in versi ottonari o settenari. Fu un metro tipico della poesia popolare, modellato sulla canzone antica con accompagnamento musicale. 3) Il sonetto , forma metrica creata dai siciliani, probabilmente da Jacopo da Lentini, fu impiegato o per la discussione dottrinale o per la descrizione. Originariamente le rime delle quartine erano alternate ( ABAB , ABAB ), mentre le rime delle terzine rimavano CDE , CDE. Ma già verso la fine del Duecento prevalse per le quartine lo schema incrociato ABBA , ABBA , per le terzine lo schema CDC , DCD. Autori principali furono Jacopo da Lentini, Guido delle Colonne, Giacomino Pugliese e Stefano Protonotaro.
Giacomo da Lentini
Giacomo da Lentini fu probabilmente l’inventore del sonetto. Di quest’autore ci restano trentotto componimenti, fra i quali sonetti, canzoni e canzonette. È considerato dallo stesso Dante il massimo rappresentante dei Siciliani. Giacomo da Lentini fu funzionario imperiale dal 1233 al 1241. Giacomo da Lentini padroneggia gli schemi della tradizione provenzale e al tempo stesso sa inserirvi notevoli innovazioni sia sul piano tematico, che su quello fantastico della creazione delle immagini. Sul piano tematico egli tende all’analisi dei movimenti psicologici dell’io e alla descrizione della fenomenologia dell’amore. L’Amore viene scomposto in occhi, tramite i quali si riesce a vedere la bellezza dell’amata, e cuore, nel quale hanno sede le riflessioni amorose del soggetto e il suo spirito vitale. In un sonetto egli riprende dal De Amore di Andrea Cappellano l’immagine di un paradiso terrestre degli amanti, già trasponendola in un’atmosfera ultramondana
che sembra anticipare i modi di Guinizzelli e del primo “Stil novo”, ma manca in Giacomo da Lentini il tema dell’angelicazione della donna, fondamentale dello Stilnovismo.
Con la dissoluzione della potenza sveva nell’Italia meridionale dopo la morte di Federico II e la sconfitta di Manfredi a Benevento ad opera di Carlo d’Angiò (per cui l’Italia meridionale passò sotto gli Angioini), venne meno anche la lirica siciliana, ma la sua eredità fu raccolta da una serie di poeti toscani: POETI
SICULO TOSCANI che si ispiravano, per i loro componimenti, alla produzione siciliana e a quella provenzale, recuperandone moduli espressivi e tematiche dominanti. La realtà socio politica in cui si inserirono era molto diversa da quella feudale della lirica provenzale: si trattava di una realtà fatta di comuni prosperi economicamente ma in continua lotta tra loro e questa conflittualità la si poteva trovare anche all’interno del comune tra classi e fazioni avverse. Il poeta viveva in prima persona, partecipava a questa situazione di conflittualità. Si trattava di intellettuali collegati il più delle volte al ceto dirigente a avevano coscienza della loro autonomia da ogni forma di condizionamento esterno (soprattutto la chiesa). Spesso attraverso la loro produzione volevano essere un punto di riferimento etico e politico per la comunità di cui facevano parte. Infatti questi poeti toscani, appartenenti a città diverse, ampliarono le tematiche trattate dai poeti siciliani, trattando anche il tema morale, civile, politico, talvolta anche quello religioso. Non erano tuttavia riconducibili ad un’unica scuola perché ognuno personalizzava le sue opere nonostante esistessero numerose somiglianze. Il più importante tra questi poeti fu Guittone d’Arezzo, di cui ci sono pervenuti numerosi componimenti. Il suo stile era caratterizzato da un grande sperimentalismo evidente nella sovrabbondanza di artifici metrici – retorici, sintassi contorta, pluralità di registri linguistici e quindi sperimentalismo. Faceva uso anche di parole attinte dal basso. Proprio per questo Guittone sarà contestato da Dante nel “De vulgari eloquenta” (un trattato sul parlato in volgare). La canzone più famosa di Guittone è di argomento civile – politico. La scrisse dopo la battaglia di Montaperti, quando la Firenze guelfa venne sconfitta da una coalizione ghibellina (formata da esuli ghibellini guidati da Farinata degli Uberti, truppe tedesche inviate da Manfredi e ghibellini provenienti da altre città toscane) e Guittone (guelfo) si rammaricò di quanto avvenuto e deplorando lo spargimento di sangue tra fiorentini. Vedeva una forte decadenza a causa dei contrasti civili e rimpiangeva l’ordine all’interno del comune. In Guittone d’Arezzo il tema dominante è quello civile e ciò esprime il suo coinvolgimento in prima persona.
Appare nel dolce stil novo il motivo dell’incontro e del saluto della donna amata, che assume anche il significato di salvezza spirituale per chi lo riceve. I poeti dello stilnovismo vogliono uno stile più limpido e lineare, che viene definito, appunto, dolce. Per continuare ad usare il paragone con la lirica francese, possiamo dire che, mentre Guittone si rifaceva al trobar clus, questi nuovi poeti si rifacevano al trobar leu. Sul piano dei contenuti, al motivo dell’omaggio feudale del cavaliere alla dama, si sostituisce una visione molto più spiritualizzata della donna amata che, appunto, viene proprio gradualmente esaltata non solo per le sue qualità femminili, ma soprattutto come una figura angelica, come se fosse un angelo in terra. In quanto donna-angelo, la donna diventa dispensatrice, cioè colei che può donare all’uomo la salvezza, e una mediatrice tra Dio e l’uomo : l’amore per la donna diventa la via per arrivare a Dio. E’ chiaro che facendo della dama una dispensatrice, il poeta si caricava di una grossa responsabilità perché intellettualmente doveva motivare la funzione della dama e quindi questa poesia è molto densa per i contenuti intellettuali, del pensiero; per esempio è una poesia dove non sono rari dei riferimenti di carattere filosofico e teologico. La nuova concezione della corte e la nobiltà d’animo Un altro obiettivo di questo gruppo di poeti fu anche quello di sostituire alla realtà della corte reale, che stava alla base della poesia provenzale e siciliana, con un modello di corte tutta “ideale”, in cui si ritrova una cerchia ristretta di “ spiriti eletti ”, cioè l’idea di ricreare una specie di circolo molto elitario, in cui si distinguono delle teste intelligenti, pensanti, qualitativamente superiori alla massa. Questa cerchia si contrappone, appunto, al volgo “villano”. Quindi lo stil novo si rivela come espressione dello strato più elevato delle nuove classi dirigenti comunali. Naturalmente essi aspiravano a presentarsi come una nuova aristocrazia, non nel senso di nobiltà di sangue, ma una aristocrazia basata sulla qualità dell’ingegno, intellettuale (“altezza di ingegno”, usato da Dante). Questo nuovo concetto di nobiltà diventa uno dei temi fondamentali del dolce stil novo perché viene ad identificarsi nel tema corrispondente tra amore e gentilezza (nel senso di nobiltà, cioè: sapere amare diventa l’indizio fondamentale della nobiltà d’animo).
Questa formula è stata coniata da Dante nel 24° canto del Purgatorio, in cui Bonagiunta degli Orbicciani chiede a Dante se è lui che “trasse le rime nove”. Bonagiunta fa questa domanda partendo dalla lirica dantesca “Donne c’avete intelletto d’amore”. Dante risponde: “Io sono uno che quando Amore m’ispira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo’ significando” (quando l’amore lo ispira, egli lo analizza in base a ciò che gli comunica: il tema che indaga l’animo del poeta è quello dell’amore profondo e complesso). Un’altra formula che Dante usa per indicare questa poesia è quella di definire le rime “ dolci e leggiadre ” (26° canto del Purgatorio); tali aggettivi hanno una connotazione tecnica, stilistica e indicano le caratteristiche di questo stil novo. Precursori di questi poeti è Guido Guinizzelli, con una canzone che è la più
illustre e può essere considerata come il “manifesto” di questa tendenza poetica : “ Al cor gentil rempaira sempre amore”.
Figura misteriosa, della quale restano tuttora incerte la data di nascita (intorno al
integri (cinque canzoni e quindici sonetti). Alcune prove, con ogni probabilità le più antiche, attestano un esordio secondo il gusto di Guittone e dei siculo -toscani; in un sonetto (scritto dopo il 1265) Guinizzelli si rivolge a Guittone con rispetto chiamandolo “padre” e “maestro”. La svolta poetica deve essere intervenuta successivamente, e legata quindi agli ultimi anni di attività del poeta. La nuova poetica evidenzia una semplificazione dello stile, che abbandona i modi ricercati della preziosa retorica guittoniana dell’ ars dictandi , aspirando al linguaggio “dolce e leggiadro” che incontrerà le lodi di Dante. D’altra parte, alla limpidezza stilistica corrisponde un maggior impegno strutturale e dottrinario (soprattutto nella canzone “Al cor gentile rempaira sempre amore La novità guinizzelliana riguarda anche la ricezione: la sua poesia non si rivolge al più potenziale vasto pubblico borghese della civiltà comunale, ma a una stretta cerchia, la nascente aristocrazia intellettuale che costituirà il nuovo pubblico eletto degli stilnovisti toscani. Anche in relazione al pubblico la svolta guinizzelliana disegna perciò già lo scenario specifico dello Stil novo. Questa indubbia affinità con la futura nuova scuola della lirica d’amore si registra anche nei temi tipici della poesia guinizzelliana : l’identità di amore e di cuore nobile, la caratterizzazione angelica della donna, la lode dell’amata (come nel sonetto “Io voglio del ver la mia donna laudare” ). Tali temi non sono in sé stessi nuovi, né in Guinizzelli ne negli stilnovisti toscani; ma è nuovo in entrambi il rigoroso inserimento di tali temi in un sistema teorico capace di organizzare con coerenza le scelte strutturali, lessicali, stilistiche,
Contemporaneamente al Dolce Stil Novo si afferma una corrente che viene chiamata comico realistica. Il primo aggettivo è per il fatto che questa poesia è scritta in stile comico, come veniva allora chiamato lo stile umile in opposizione a quello elevato o tragico, alto e più nobile. Il secondo definisce una poesia più aderente a quella che deve essere la vera realtà o quella che sembra la vera realtà della vita borghese. All'idealismo cortese degli stilnovisti questa poesia contrappone una rappresentazione più concreta della vita quotidiana. La donna e l'amore sono presentati nell'aspetto sensuale. All'esaltazione della nobiltà d'animo si contrappone la ricchezza, il vino, la buona tavola, la vita gaudente e spensierata. È la poesia che descrive la vita quotidiana della borghesia che ama le donne, il vino, i dadi, le taverne. È una poesia scherzosa, a volte anche aspra, con spesso
caricaturale. La rappresentazione dell'ambiente grossolano nel quale si svolge la vita quotidiana nel Comune. Non mancano gli insulti contro le donne vecchie e brutte, gli attacchi contro i nemici, e reciproci scambi di insulti tra letterati. Gli autori, tuttavia, non sono persone rozze o incolte e neppure così immediati e schietti come vogliono apparire ma seguono anche in questo caso le norme di un genere codificato che risale alla poesia goliardica medievale. Lo dimostra il fatto che in questo tipo di poesia si cimenteranno anche poeti stilnovisti come Guinizzelli, Cavalcanti e Dante. Il cosiddetto realismo degli scrittori significa quindi che prevale in loro, e in queste poesie, un gusto giocoso, della caricatura, della parodia, che riporta a una rappresentazione della realtà e dei rapporti umani povera da un punto di vista morale ma più reale. È però importante la loro produzione dal punto di vista storico e culturale perché riflette gli aspetti del costume della vita del comune. Quando questi poeti inoltre si descrivono come squallidi scialacquatori, dissipatori, persone moralmente e socialmente disadattate, se da un lato lo fanno per rispettare le regole tradizionali di questo genere poetico, dall'altro vogliono indicare forse una sorta di insofferenza nei confronti dell'alta cultura ufficiale che si sviluppa in questo periodo. Tra i principali autori di questa poesia, oltre alla produzione minore dei già citati stilnovisti, ci sono sicuramente figure come il fiorentino Rustico Filippi e il senese Cecco Angiolieri. Cecco Angiolieri Abbiamo scarse notizie sulla vita di Cecco Angiolieri. Nato a Siena poco dopo il 1260 e morto tra il 1311 e il 1313. Sappiamo che fu persona rissosa, che dissipò tutto il patrimonio paterno e che morì nei debiti. L'immagine che emerge dalle notizie che sono giunte fino a noi è quella di un uomo insofferente e indisciplinato, irrequieto dedito a una vita dissipata. I temi della sua poesia sono lo specchio di
questa sua vita. Esalta la donna, la taverna e il gioco d'azzardo, il dado, come supremi ideali di vita. Si lamenta contro l'avversa fortuna che lo vuole sempre in bolletta, elogia la ricchezza come unica fonte di felicità, nutre odio nei confronti dei genitori, in particolar modo nei confronti del padre ricco e avaro che non si decide mai a morire e lo tiene sempre senza un soldo. Descrive poi un amore nei confronti di una donna, Becchina, figlia di un lavoratore di cuoio, da lui descritta come avida di denaro e facile di costumi. Se si seguisse pedissequamente la descrizione che fa di se stesso, sicuramente avremo la figura di un uomo cinico e cupo. In realtà la sua costruzione è prevalentemente di carattere letterario; Cecco Angiolieri è uno spirito bizzarro e vivace che fa delle sue passioni il pretesto di giochi poetici. Anche nei sonetti, che sembrano riflettere i momenti reali della sua vita, si avverte un'esagerazione compiaciuta, il gusto della caricatura, il gusto di stupire e sbalordire con una comicità cruda e tagliente. È un letterato colto che sa dosare i suoi effetti esi riallaccia a una tradizione giocosa e burlesca viva in tutto il medioevo. C'è una scelta di rifiutare le idealità cortesi. È una polemica letteraria incapace di suggerire nuovi ideali ma che indica una crisi di valori e un'insofferenza nei confronti della cultura esistente e denuncia l'esigenza di una cultura più vicina alla vera realtà. Cecco Angiolieri si abbandona a una visione del mondo lontana da riflessioni di carattere morale e religiosa. Appartiene a quella schiera di poeti che trasformano in gioco il vivere terreno. Riflette un lato dello spirito umano scanzonato, disinteressato e allegro. Sa comporre giocando sulle antitesi, sui contrasti; ne nasce quindi un'intelligenza umoristica che il poeta sa abilmente racchiudere nel sonetto.
Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 in una famiglia della piccola nobiltà fiorentina. Il suo primo e più importante maestro di arte e di vita è Brunetto Latini , che in questi anni ha una notevole influenza sulla vita politica e civile di Firenze. Dante cresce in un ambiente " cortese" ed elegante, impara da solo l’arte della poesia e stringe amicizia con alcuni dei poeti più importanti della scuola stilnovistica: Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia, condividendo con loro un ideale di cultura aristocratica e di poesia raffinata. Ancora giovanissimo conosce Beatrice (figura femminile centrale nell’opera del nostro poeta), a cui Dante è legato da un amore profondo e sublimato dalla spiritualità stilnovistica. Beatrice muore nel 1290, e questa data segna per Dante un momento di crisi: l’amore per la giovane donna si trasforma assumendo un valore sempre più finalizzato all’impegno morale, alla ricerca filosofica, alla passione per la verità e la giustizia che infine portano Dante (a partire dal 1295) ad entrare attivamente e coscientemente nella vita politica della sua città. La sua carriera politica raggiunge l’apice nel 1300 quando Dante, guelfo di parte
che possa assicurare la pace e la sicurezza, è la monarchia, una monarchia universale, che rifletta nel nostro mondo l’unicità e l’universalità del regno di Dio; l’imperatore deve garantire la pace, la giustizia e la libertà degli uomini. Le Rime: Si tratta della raccolta, ordinata dai posteri, dei componimenti poetici che Dante scrive nel corso della sua vita e che non include nella Vita Nuova e nel Convivio. I temi di queste poesie sono legati alle varie esperienze di vita del poeta: l’amore cortese, la filosofia, la politica, lo stile poetico, l’esilio. 1306-1321 : Divina Commedia. La Divina Commedia è il capolavoro di Dante e l’opera che racchiude tutta la sua esperienza umana, civile, politica, spirituale e poetica. E’ composta da tre cantiche (Inferno, Purgatorio e Paradiso), ciascuna delle quali comprende 33 canti, scritti in terzine di endecasillabi, eccetto l’Inferno che contiene un canto in più quale prologo all’intera opera. L’Inferno viene completato probabilmente verso il 1309, il Purgatorio verso il 1312, il Paradiso verso il 1318; tuttavia Dante lavora sulla Commedia fino alla morte.
Il primo che pose l’attenzione sull’importanza di un “ unica” lingua , fu Dante Alighieri. Nato nel 1265 a Firenze studiò i classici latini e s’interessò di filosofia, non ancora ventenne si sposò con Gemma Donati dalla quale ebbe 4 figli ma sin dalla giovinezza amò Beatrice (pseudonimo di Bice di Folco Portinari).L’opera di riferimento per la questione della lingua è il “ De vulgari Eloquentia”. A causa della sua attività politica fu condannato all’esilio per molto tempo e morì di malaria nel 1321. Un primo assaggio di quello che è la sua idea circa l’uso del volgare lo anticipa con il “Convivio” opera dottrinale in volgare che doveva essere di 15 libri ma si interruppe al quarto. L’opera tratta tutta la scienza del tempo e attinge alla Bibbia, a Cicerone, a Seneca ed introduce il concetto dei 4 sensi per la lettura delle Scritture (e non solo, ciò servirà anche per comprendere appieno la divina commedia in seguito): l’allegorico, il morale, il letterale e l’anagogico. Il Convivio è importante perché lo scrittore apre la via del sapere, prima esclusivamente degli ecclesiastici, anche ai non dotti e perché rappresenta il primo grande esempio di prosa volgare scientifica e filosofica. Il DE VULGARI ELOQUENTIA , viene scritto quasi contemporaneamente al Convivio, ma in latino, perché indirizzata principalmente ai dotti. Doveva comprendere 4 libri ma fu interrotta al secondo. Nel primo libro Dante sostiene la legittimità dell’uso del volgare in letteratura e in poesia, sulla base di una ricostruzione minuziosa della storia dei linguaggi dalla creazione dell’uomo fino ai giorni suoi, che, se si tiene conto delle conoscenze scientifiche del tempo, appare sorprendente. La distinzione fondamentale, che sta alla base della teoria linguistica dantesca, è quella tra il volgare e la grammatica:
il volgare è una lingua naturale , che si impara fin da piccoli e che si parla quotidianamente la grammatica è una lingua artificiale , creata da dei saggi, stabile e duratura nel tempo, il latino. Il problema, dunque, per lo scrittore che ha scelto di trattare le sue materie in lingua volgare è quello di riuscire a sollevare il linguaggio parlato, rozzo e troppo
comunale, al livello della grammatica; questo “ volgare illustre (→capace di dare
lustro a chi ne fa uso nei suoi scritti), cardinale (→in quanto cardine attorno al
quale ruotano tutti gli altri dialetti), regale (→perché se in Italia ci fosse una reggia
sarebbe la sua sede), curiale (→ossia degno di una corte e di un tribunale) ” è in
Italia “ quello che è di ogni città e che sembra non appartenere a nessuna, con il quale tutti gli altri volgari italiani si confrontano ”: non dunque una vera e propria lingua migliore delle altre, ma una lingua colta, ottenuta mediante un raffinamento intellettuale, affidato ai vari gruppi di letterati in rapporto fra loro operanti nei diversi centri della penisola. Dante tuttavia vedeva nella frammentazione politica d’Italia un ostacolo insormontabile alla creazione di questa lingua; la mancanza di unità politica influisce sulla mancanza d’unità linguistica. Nel II libro Dante afferma che il volgare illustre si addice agli argomenti più elevati, quelli cioè che trattano delle virtù militari e morali dell’amore. Inoltre distingue tre “stili”: quello tragico, ossia elevato; quello comico, ossia mediano; quello elegiaco, ossia umile.
Petrarca nacque ad Arezzo il 20 luglio 1304 da una famiglia borghese fiorentina. Il padre, ser Petracco, che era notaio, fu mandato in esilio quando la fazione nera si impadronì di Firenze. Allora si trasferì con la famiglia ad Avignone, dove risiedeva la Curia papale. Francesco a 16 anni intraprese gli studi giuridici, ma la sua vocazione era quella letteraria; per cui da Bologna, dove studiò, si ritrasferì ad Avignone. Qui condusse una vita futile, ma allo stesso tempo si dedicò allo studio dei classici. Accanto a questi aveva sempre con sé un libro, ovvero le Confessioni di Sant’Agostino. Da ciò si può risalire alle tendenze fondamentali di Petrarca: il culto dei classici e a spiritualità cristiana. La lingua che prediligeva era il latino, ma coltivava l’interesse anche per la poesia lirica in volgare. Come i poeti d’amore, Petrarca rivolse le sue poesie intorno alla figura di Laura, la donna che amava, il cui nome richiama la pianta del lauro, la pianta sacra ad Apollo, dio della poesia.