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Slide quinta lezione 2020/21 (Letteratura nell'umanesimo)
Tipologia: Dispense
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Come si è detto nelle pagine introduttive, Alberti è una personalità poliedrica che riesce a governare quasi tutti i saperi umani del suo tempo. La sua condizione di figlio naturale (o illegittimo) non gli permise di ereditare il ricco patrimonio paterno, che andò ai cugini: di questo fatto privato si ha un’eco nei Libri della famiglia , una delle sue opere in volgare. Qui Alberti parla di economia domestica e mercantile, di come debba essere la moglie di un mercante, ecc. Ma soprattutto c’è in sottofondo una discussione tra lui e i parenti sulla funzione della ricchezza: il letterato cerca la fama (la letteratura, oltre alle armi, era l’unico mestiere a concedere l’immortalità nella memoria umana), mentre il mercante cerca la ricchezza durante la propria vita e a lui non importa di essere dimenticato dopo la morte; certo, però, la ricchezza è basilare anche per la tranquillità del letterato… Oltre a questi temi di fondo vengono affrontati altri problemi: nel passo che segue viene esposta, forse per la prima volta in modo così chiara, l’opposizione al concetto medievale del tempo. Per il pensiero teologico medievale il tempo era proprietà di Dio (con conseguenze sull’economia e sul divieto di prestito a interesse: vedi Pozzi-Mattioda, Introduzione alla letteratura italiana , p. 75). Si veda a questo proposito la citazione proposta alle pp. 94-95 in Pozzi-Mattioda: GIANNOZZO Ma per dirti brieve, tre cose sono quelle le quali un uomo può chiamare sue proprie […] L'una di queste sappi ch'ell'è quello mutamento d'animo col quale noi appetiamo e ci cruciamo tra noi. […] L'altro è il corpo. […] LIONARDO La terza quale sarà? GIANNOZZO Ha! Cosa preziosissima. Non tanto sono mie queste queste mani e questi occhi. LIONARDO Maraviglia! Che cosa sia questa? […] GIANNOZZO […] El tempo, Lionardo mio, el tempo, figliuoli miei. […] Così proprio interviene del tempo. S'egli è chi l'adoperi in lavarsi il sucidume e fango quale a noi tiene l'ingegno e lo intelletto immundo, quale sono l'ignoranza e le laide volontà e' brutti appetiti, e adoperi il tempo in imparare, pensare ed essercitare cose lodevoli, costui fa il tempo essere suo proprio; e chi lascia transcorrere l'una ora doppo l'altra oziosa sanza alcuno onesto essercizio, costui certo le perde. Perdesi adunque il tempo nollo adoperando, e di colui sarà il tempo che saprà adoperarlo. Ora avete voi, figliuoli miei, l'operazioni dell'animo, il corpo e il tempo, tre cose da natura vostre proprie, e sapete quanto le siano preziose e care. Per rimedire e sanare il corpo ogni cosa preziosa si spone, e per rendere l'anima virtuosa, quieta e felice, s'abandona tutti gli appetiti e desiderii del corpo; ma il tempo quanto e a' beni del corpo e alla felicità dell'anima sia necessario, voi stessi potete ripensarvi, e troverrete il tempo essere cosa molto preziosissima.^1 Un’altra opera di Alberti che ebbe una profonda influenza teorica, questa volta nel campo dell’arte, fu il De pictura scritta in latino nel 1435 e poi tradotta in volgare l’anno successivo. Il volumetto è diviso in tre libri: il primo si occupa di problemi di prospettiva geometrica, il secondo è dedicato alla composizione dei dipinti e all’espressione delle passioni nei personaggi (e in questo Alberti applica alla pittura le categorie della retorica: inventio e dispositio , soprattutto, ma anche l’ elocutio tradotta nei colori); il terzo libro è dedicato alla caratteristiche che deve avere il pittore, ai suoi studi e ai soggetti che deve rappresentare. Il De pictura non parla della pittura contemporanea (l’unico moderno citato è Giotto), ma in qualche modo diventa il “manifesto” della nuova pittura toscana: in primo luogo perché dichiara che la pittura più nobile è quella di storie, cioè di narrazioni; questo porterà alla svalutazione del ritratto, del paesaggio e della natura morta in tutta la tradizione rinascimentale italiana. Ma Alberti dichiara anche un altro fondamento della pittura classica: la pittura non deve rappresentare il reale, ma cercare di rappresentare il bello ideale che in natura è diviso nella varietà dei soggetti.
(^1) L.B. Alberti, I libri della famiglia , a cura di R. Romano e A. Tenenti, Einaudi, Torino 1994, pp. 206-208. (^2) Il fine del pittore è non la pittura che stupisca per le grandi dimensioni (il colosso, semmai, è più adatto alla scultura), ma la narrazione, in particolare la narrazione di eventi storici, religiosi, ecc.
(^3) La superficie, che è la prima da dipingere, deve essere impostata secondo le regole prospettiche che Alberti ha spiegato nel primo libro. (^4) Le opposizioni troppo forti, come si vedono nei visi magri delle vecchie, conducono alla bruttezza e vanno evitate. (^5) Al contrario, il pittore deve cercare di rappresentare la bellezza, che è data dalle giuste proporzioni tra le parti. (^6) Il pittore deve prendere la natura come maestra ma, come si dice subito dopo, deve imitare le cose belle e proporzionate fatte dalla natura. (^7) Il punto di fuga prospettico. (^8) Dalla superficie si passa ai membri delle figure, cioè alla proporzione e alla scelta di parti del corpo che rendano la bellezza. (^9) La mancanza di proporzione provoca un’impressione di bruttezza e mostruosità, come aveva già detto il poeta latino Orazio. (^10) Cioè, è importante che il pittore conosca l’anatomia umana e animale. (^11) Un essere animato, un qualunque animale. (^12) Scelga una parte del corpo e su quella misuri le proporzioni con le altre parti. (^13) Per il teorico latino dell’architettura Vitruvio le figure erano misurate moltiplicando la misura del piede. Alberti propone invece la testa come base per moltiplicare le altre parti del corpo. I teorici successivi discuteranno su quante volte moltiplicare (nove o undici, ecc.) la misura della testa per ottenere un corpo proporzionato. (^14) Si provveda che ogni membro del corpo sia coerente con l’azione che il corpo sta facendo.