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04.10. Argomenti principali del corso:
- Formazione delle impressioni sugli altri
- Uso di schemi e categorie
- stereotipi e la loro funzione
- Codifica sociale
- Inferenza Sociale
- Le scorciatoie cognitive
- Teorie attribuzionali
- Influenza che l’interazione sociale ha sull’individuo.
- conformismo
- concetto di norma sociale ≠ regole sociali → norma ha potere di influenza sull’individuo perchè viene interiorizzata e regola il comportamento al di là della consapevolezza Bisogna mettere in discussione la teoria normalizzata che individuo e società siano pensabili come entità separate. La psicologia sociale fa ciò e vede queste due come intrecciate e permette l’una dall’altra. Comportamentismo e Neocomportamentismo Psicologia cognitiva → si occupa dei processi della cognizione umana che hanno a che fare con la percezione della realtà; si occupa della memoria, come usiamo il linguaggio; delle modalità di ragionamento individuale e di gruppo Psicologia Individuale → teoria dei big five che caratterizzano con diverse intensità ognuno e a seconda di queste ognuno è posizionato in una mappa. Evidenze scientifiche su queste sono abbastanza scarse Psicologia sociale → cambiamento di macrogruppi, strutture sociali. Fenomeni sociali a livello macro. Antropologia Sociale → processi culturali, elementi che caratterizzano un certo contesto attraverso un approccio di tipo osservativo Sociolinguistica e comunicazione → il linguaggio performativo come azione è fondamentale. Il linguaggio è uno degli strumenti principali nella stessa materia della sociologia e della psicologia. Psicoanalisi → già da Freud con la psicologia delle masse. I primi psicologi sociali sono derivati da Freud e dalla psicoanalisi. Per loro il pensiero umano nei gruppi è mosso dalla coesione sociale da una direttrice verticale: un innamoramento che produce negli individui un effetto di identificazione con il leader. si verifica poi una identificazione orizzontale degli individui grazie a quella comune con il leader. Tutto ciò ha l'effetto della perdita del senso del sé. Si perde parte di soggettività nei gruppi: identificazione a massa. Tutte teorie importanti perchè sono le basi di tante altre riflessioni. Oggi però sono un po’ antiquate come il principio del leader.
Cap. 1 – Psicologia Sociale Si occupa di studiare fatti sociali, temi concreti e quotidiani. Temi che possono essere studiati anche dalle discipline sopracitate. Ciò che le distingue è il metodo con cui questi fenomeni vengono approcciati. Psicologia sociale è una scienza: metodo si studio della natura (in questo caso della cultura) che include la raccolta di dati per verificare o rispondere alle domande. Alcuni studi partono invece da domande di ricerca. Due approcci del metodo scientifico: Paradigma deduttivo o Approccio Top-down → parto da una teoria di riferimento da cui genero delle ipotesi che vanno poi verificate. Astrazione delle ipotesi e si verificano. Approccio Induttivo → Si danno delle risposte ad interrogativi su certi fenomeni partendo dall’osservazione di certi gruppi e da questa si generano dati da cui produciamo risposte. Si osserva un fenomeno e dai dati raccolti si produce teoria. Teoria → insieme di concetti e principi che spiegano un fenomeno Ipotesi → Previsioni verificabili empiricamente sui rapporti di causa-effetto. Per capire se le ipotesi sono valide gli psicologi sociali analizzano i dati raccolti. Metodo Scientifico
- Replicabilità → uno studio fatto attraverso il metodo scientifico può essere replicabile
- Pluralismo metodologico → evita la tendenza alla conferma È il più utilizzato e diffuso. Metodo Sperimentale → attraverso l’esperimento si mette alla prova l’ipotesi. variabili dipendenti → variano al variare delle variabili di riferimento Variabili indipendenti → cambiano in modo spontaneo o possono essere manipolate dal ricercatore per creare effetti sulle var. dipendenti Prevede una manipolazioni delle variabili indipendenti e da queste lo studio delle var. dipendenti. Bisogna stare attenti però a non avere confusione se ci sono più di una variabile indipendente che variano Effetto pavimento o soffitto → la richiesta è fatta in modo da indurre l’interlocutore ad una certa risposta Metodo Sperimentale → Esperimento in laboratorio: ha il vantaggio di essere controllato e manipolato a proprio piacimento. È però difficile avere una situazione naturale e alcune sono persino irrealizzabili se non in un ambiente esterno. Si perde validità esterna. Metodi non sperimentali: Si analizza la correlazione tra variabili per capire quale ha causato quale. Mentre nel metodo sperimentale si dividono le persone casualmente per evitare le variabili soggettive, nell’esame correlazionale è invece necessaria la divisione selezionata. Si possono trarre conclusioni sui rapporti tra fenomeni e non sui rapporti causa-effetto.
- Ricerca d’archivio → Ci si appoggia a materiali preesistenti per indagare fenomeni su larga scala. Può risultare inattendibile per mancanza di controllo del ricercatore sui dati.
- Studi di caso → Approfondita analisi di un singolo evento individuo o gruppo. osservazione del comportamento con raccolta di dati attraverso interviste, focus group e questionari. Rischia però sempre di intervenire la tendenza sistematica e la desiderabilità di gruppo che influisce sulla testimonianza dei partecipanti del gruppo che tenderanno a dire ciò che sarebbe socialmente accettato e preferibile.
Le illusioni ottiche dimostrano come la percezione sia un processo di decostruzione e ricostruzione di uno stimolo. Una stessa percezione può essere costruita in modo diverso da individuo a individuo e da uno stesso in periodi diversi nel tempo. Modelli della Cognizione Sociale
- Coerenza Cognitiva → fa riferimento a Festing che si occupò di comunità chiuse e del tema del rapporto tra esseri umani e l’incoerenza dei pensieri, la cognizione, e il comportamento. L’incoerenza risulta spiacevole e quindi le persone si muovono per modificare i comportamenti in modo da risolvere il problema e tornare alla coerenza. Il modello è stato superato nel tempo dato che le persone in realtà tollerano le incoerenze molto meglio di quanto pensi il modello.
- Modello dello scienziato ingenuo → Gli individui sono impegnati cognitivamente a cercare le cause dei comportamenti nostri e degli altri e di eventi per tentare di dare un senso alla realtà. Cerca cause attraverso le teorie attribuzionali → adottate in modo aprioristico rispetto ai contesti. Sono piccole teorie che consentono di attribuire cause a delle macro categorie. Modello criticato perchè prevede una razionalità di fondo e schiaccia la cognizione su una base di analisi scientifica.
- Economizzatore Cognitivo → Fa riferimento allo scienziato ingenuo mostrando come l’uomo in realtà non sia così razionale, perchè spesso prende delle scorciatoie cognitive → meccanismi che consentono un salto ad una conclusione rapida ma fallace. L’attività mentale risulta quindi predisposta a fare economia mentale a discapito della qualità del pensiero.
- Il Tattico Motivato → L'essere umano è uno stratega che usa diverse strategie cognitive sulla base dei suoi obiettivi, esigenze e necessità. Si aggiunge la dimensione della progettualità e della motivazione nell’andare verso uno scopo.
- Infusione dell’affetto → È il modello più recente e aggiunge la componente dell’emotività. C’è un’influenza reciproca tra emozione e cognizione. La capacità di giudizio sociale riflette spesso il tono emotivo. La Formazione di Impressioni Processo per cui organizziamo informazioni su un individuo in una struttura di conoscenze coerenti. Da poche informazioni tendiamo quindi a costruire un'immagine cognitiva. Salomon Asch - psicologo sociale storico → teorizzò il Modello Configurazionale : Le persone sono concepite come unità psicologiche, le informazioni sono ricondotte ad un nucleo interpretativo unificante, una configurazione che definisce il significato dei singoli elementi. Si dà quindi più attenzione a certi elementi che fanno riferimento al nucleo in cui tutti gli altri elementi convergono. Una persona è concepita come unità e non un insieme di caratteristiche. Tratti centrali → sono correlati a tanti altri tratti e hanno influenza sproporzionata sull’idea di una persona Tratti periferici → hanno meno influenza sull’impressione finale e sono influenzati da tratti centrali Si presuppone ci sia quindi una correlazione tra tratti quasi automatica. Alcuni aspetti caratteriali hanno una grande influenza sull’idea che ci facciamo dell’altro, altri meno. Asch fece uno studio in cui attribuì ad ogni individuo 7 caratteristiche. Fa un esperimento in cui a due gruppi presenta due liste di aggettivi in cui l’unica cosa che cambia è l’ordine in cui questi sono messi. Asch ne trae che l’ordine influisce sull’impressione che traiamo di una persona. Kelly → Costrutti Personali → Modi personali con cui rappresentiamo gli altri.
Kelly individualizza la questione rispetto ad Asch, che invece cercava delle leggi più o meno universali che regolassero la costruzione di un’impressione. Kelly ipotizza che ognuno abbia delle convinzioni che lo portano a concentrarsi più su alcuni tratti che su altri. Schneider → Teorie implicite della personalità → Le teorie non sono più uniche ma socialmente diffuse e variano da persona a persona e sono molto idiosincratiche. Le persone possono anche formare più teorie implicite della personalità integrate. Processi cognitivi che caratterizzano il modo in cui processiamo le informazioni. Hanno a che fare con l’ordine in cui le info ci arrivano Effetto Primacy → Le info che ci arrivano per prime diventano estremamente rilevante e sono utilizzati come riferimento per dare un senso anche alle info successive. È l’effetto più importante. Effetto Recency → Le info comunicate per ultime hanno anch'esse un effetto determinante nell’impressione. Diventa importante quando l’ascoltare è distratto o poco interessato, o il discorso è molto lungo. Nell’organizzazione di un discorso infatti si dà un attenzione particolare a ciò che viene detto all’inizio e ciò che viene detto alla fine. Inoltre spesso si tende a dare più peso alle informazioni negative, che segnalano un potenziale pericolo a livello relazionale. Il Linguaggio Il linguaggio è performativo, permette di creare nella realtà. Il linguaggio non è neanche solo rappresentazione della realtà ma anche la creazione di distorsioni di essa e cose impossibili, permette la creazione di immagini mentali. Il linguaggio è comunicazione di una percezione. Ci sono diverse teorie che indagano se venga prima il linguaggio del pensiero in quanto strumento di costruzione delle immagini, oppure venga prima una percezione ed un’immagine mentale che noi poi comunichiamo attraverso il linguaggio. La percezione non dipende dagli elementi ma da come sono disposti, dal loro rapporto e le interazioni. La percezione è fortemente influenzata da ciò che ci risulta noto e conosciuto. Gli stimoli visivi e non in realtà riflettono elementi cognitivamente già noti per poter fare economia cognitiva. Noi tendiamo a interpretare prima di percepire. Nel discorso ciò che viene percepito è la ripetizione e l’utilizzo di termini e periodi semplici, che rendono chiaro e memorizzabile. Nei suoi discorsi Trump tende a collocare le parole su cui vuole fare leva al termine della frase e calca molto sui lati negativi in modo da attirare l’attenzione. Il richiamo personale anche avvicina l’interlocutore e l’ascoltatore attraverso la seconda persona e il nome proprio. Disclaimer: rivelazione anticipatoria su ciò che verrà poi detto, serve a gestire l’immagine della fonte. Schemi e Categorie Schemi e categorie danno una finestra dentro la quale inserire un’informazione rendendola più maneggiabile cognitivamente. Rende le informazioni complesse più chiare, ma solo in apparenza. Categorie → Insiemi sfuocati di caratteristiche organizzati attorno a un prototipo.
Le persone tendono ad usare delle categorie di base di ampiezza media. Categorie di ampiezza grande è ad esempio quella delle donne, di ampiezza media sono le donne in carriera, ampiezza piccola sono le donne astronaute. Si privilegiano le categorie medie perchè sono più utili ai fini di ordinamento della realtà sociale. Normalmente una volta attribuita una certa categorizzazione usando uno schema, è difficile cambiare idea, anche se ci sono presentate prove del contrario. Stereotipi Sono degli schemi di gruppo sociale, schemi associati a categorie: immagini semplificate valutative e ampiamente condivise dai membri di un gruppo sociale. Si basa sulla semplificazione e sono immagini valutative, implicano sempre un giudizio di valutazione. Sono spesso associati ai pregiudizi, ma possiamo averli anche rispetto a gruppi di cui non abbiamo pregiudizi. Sono associati al processo sociale dell’etnocentrismo → quando lo si associa a qualcuno di un altro gruppo, un outgroup, interviene una sorta di discriminazione e gli i affibbiati sono dispregiativi e creano differenze tanto più i rapporti tra gruppi si fanno conflittuali. Tutti gli i derivano dalle categorie ma non tutte le categorie diventano i. Gli i sono duri a morire perchè hanno anche una serie di funzioni:
- funzione cognitiva → concerne la capacità di semplificare l’ambiente sociale attraverso la categorizzazione secondo il principio di economia cognitiva.
- Funzione di difesa → difende i sistemi di valore di un individuo. Sono una controfigura cognitiva delle ideologie sociali.
- Funzione di differenza → io che sono parte di un gruppo, mi differenzio da un altro
- Funzione adattativa → ci permettono di formare rapidamente giudizi sulle persone e di muoverci in modo più veloce secondo il principio dell’economia cognitiva. Servono ad organizzare il mondo sociale.
- Funzione identitaria → ci si può appoggiare a strutture per muoversi nella realtà sociale e per potersi identificare in una di esse. Permettono di strutturare la propria identità. Identità che poi bisognerà distinguere tra identità reale e sociale. Sono resistenti al cambiamento perchè soddisfano necessità umane riguardo la definizione di noi stessi, degli altri e dei nostri obiettivi. Se cambiano non è per iniziativa personale ma per cambiamenti socioculturali che hanno un impatto sull’accessibilità dello o. Meno uno o si attiva nella mente e meno è accessibile e utilizzato. Molti sono poi acquisiti fin dall’infanzia quando non abbiamo neanche le risorse di interpretazione e lettura. Passano attraverso definizioni, etichette linguistiche associate ai membri di un gruppo. Nascono dalle categorie e si basano sul rapporto che c’è tra gruppi di diverse categorie. Il loro utilizzo è però pressoché inevitabile. Principio di Accentuazione - Tajfel L’uso di categorie porta però ad effetti di distorsione, per cui certi aspetti distintivi vengono enfatizzati ben oltre quel che sono creando così gli stereotipi. Tendiamo a percepire una maggiore uniformità ed omogeneità nell’outgroup. Notiamo di più le differenze tra due categorie diverse riguardo i loro tratti caratteristici. L’effetto è più forte quando la categorizzazione ha una rilevanza dal punto di vista della mia definizione identitaria. Esperimento di Tajfel e Wilkes - 1963 I partecipanti vedono 8 linee, la cui lunghezza varia in modo costante. Il compito dei soggetti è stimare la lunghezza delle otto linee. Gruppo 1: due gruppi di linee A e B, A le più lunghe. Gruppo 2: A e B sono gruppi dati casualmente.
Gruppo: non c’è nessuna classificazione. I risultati furono che il gruppo 1 sovrastimava le differenze tra gruppo A e B piuttosto che le differenze tra singola linea e singola linea, e le differenze tra linee di una stessa categoria sono minimizzate. Acquisizione e cambio degli schemi Gli schemi si formano attraverso le conoscenze che facciamo. Sono anche veicolati dai mezzi di comunicazione e dai mass media. Oggi in particolare data la potenza dei social network che vedono un costante confronto tra persone. Possiamo acquisire o modificare degli schemi con istanze che si inseriscono nelle categorie. Possono cambiare per:
- registrazione → un eccessivo accumulo di prove. Ad esempio conosciamo tante persone che sconfermano uno schema di cui eravamo convinti ed è un cambiamento graduale.
- conversione → avviene all’improvviso dopo che si è accumulata una massa critica di prove discordanti.
- formazione di sottotipi → per rimediare alla presenza di prove discordanti gli schemi possono formare una nuova sottocategoria. Questo è il cambiamento più frequente che facciamo. È un’applicazione cognitiva della logica dell’eccezione che conferma la regola. Quindi non distruggiamo gli schemi già presenti ma creiamo sottoinsiemi di eccezioni. È la modalità più frequente. Teoria della distinzione ottimale - Brewer → Le categorie si adattano alla necessità di classificare le persone secondo due spinte e tendono all’equilibrio: di inclusione e di distinzione. Tra omogeneità nei membri di una stessa categoria e differenziazione tra categorie. Normalmente tendiamo ad utilizzare delle categorie di base, che non siano troppo ampi o troppo precisi. Le categorie vengono applicate in base alla situazione, se è importante e rischiamo delle sanzioni esterne tendiamo ad utilizzare schemi più accurati, se abbiamo tempi stretti e siamo sotto stress usiamo schemi più rapidi di categorizzazione. Se abbiamo tante caratteristiche categoriali precise usiamo schemi più generali. Codifica Sociale Processo di rappresentazione degli stimoli esterni nelle nostre menti. È il processo attraverso cui rielaboriamo la realtà esterna. Schemi e categorie influenzano tutte le fasi di questo processo. Secondo Bargh sono quattro le fasi:
- Analisi preattentiva → è una scansione automatica e inconscia dell’ambiente. Qualcosa che avviene senza che noi gli prestiamo attenzione, è uno sguardo di insieme di una situazione che però già da un certo ordine.
- Attenzione focalizzata → Fase che influenza tutto il processo. Corrisponde alla identificazione e categorizzazione più cosciente degli stimoli che abbiamo ritenuto più importanti
- Comprensione → È una interpretazione e attribuzione di senso agli stimoli ma non si può configurare come comprensione giusta o sbagliata.
- Elaborazione inferenziale → È la possibilità di collegare gli stimoli che abbiamo focalizzato e dare lettura ad altre conoscenze per rendere possibili delle inferenze e ipotesi. Associamo la comprensione di un certo insieme ad altre conoscenze per poter inferire. Ad influenzare la nostra attenzione sono l’accessibilità e la salienza.
Processo che si attiva con osservazioni empiriche da cui con l’utilizzo degli schemi mettiamo in atto un ragionamento da cui traiamo delle conseguenze che discendono da informazioni di cui siamo già in possesso. Alle conclusioni tratte diamo più credito di quanto non vorremmo. Processo bottom-up o induttivo → Processo costantemente attivo. Stiamo sempre ragionando sulle cose e stiamo sempre traendo conclusioni dai fenomeni, siamo costantemente coinvolti in attività interpretativa; a volte consapevolmente a volte no. È tendenzialmente più accurato perchè fondato empiricamente. L’informazione qui è elaborata sinteticamente a partire da singoli casi specifici. Processo top-down o deduttivo → Si basa sugli stereotipi e sulle scorciatoie cognitive. Da un tratto generale che afferisco ad una persona ne traggo delle deduzioni su di lei. Da un tratto generale deduco determinati comportamenti. Questo processo prevale se siamo poco motivati o stanchi. Rischiamo di cadere più facilmente in errori cognitivi e tendenze sistematiche nella cognizione. Correlazione illusoria → Percezione di correlazione tra eventi sulla base della loro manifestazione contemporanea. Se si manifesta un evento e per coincidenza se ne manifesta un altro, la mente tende a legarli perchè tende sempre a dare un senso agli avvenimenti. La mente fatica ad attribuire gli eventi al caso perchè non gradisce l’idea di caos (scienziato ingenuo). Concerne i meccanismi di superstizione e suggestione. Funziona sulla base del significato associativo e della differenziazione condivisa. Euristiche Euristiche → Scorciatoie cognitive che nella maggior parte dei casi forniscono alla maggioranza delle persone la capacità di produrre inferenze sufficientemente accurate. Permette di bypassare conformazioni per produrre conoscenze più o meno corrette. È un processo largamente guidato dagli schemi. Si attivano quando si dovrebbe usare un grosso sforzo cognitivo, nell'elaborazione di giudizi complessi e con fattori che diminuiscono l'accuratezza dei processi cognitivi. Euristica della rappresentatività → scorciatoia grazie alla quale le persone vengono assegnate a categorie o tipi sulla base della somiglianza complessiva che essi presentano nei confronti della categoria. Le persone vengono categorizzate sulla base di quanto sono simili al prototipo di quella categoria. Interviene quando dobbiamo stimare quanto un esemplare sia simile al prototipo di una categoria. I giudizi di probabilità vengono fatti sulla base di un principio di somiglianza. Elemento problematico dell’euristica è che poi quella che è un’ipotesi probabilistica la consideriamo come una certezza. Viene trascurata la probabilità di caso. Euristica della disponibilità → Scorciatoia cognitiva in cui la frequenza e la probabilità del verificarsi di un evento si basano sulla velocità con cui vengono alla mente esemplari o associazioni. La probabilità dell’evento è influenzata dalla tendenza sistematica nella ricerca di informazioni (i “vicini”): tendiamo a circondarci di persone che sentiamo come affini e si comportano in modo simile al nostro, quindi queste vanno a confermare quelle che sono le nostre convinzioni e i nostri valori; la particolare immaginabilità di un evento: si attiva quindi facilmente a far cadere un evento in un’immagine. Le persone valutano infatti come più frequenti gli eventi drammatici (incidenti aerei) rispetto a quelle che sono le normali e più frequenti cause di morte (malattie cardiocircolatorie); il riferimento al sé: tendiamo a ricordare meglio le cose che ci riguardano, tendiamo infatti a sovrastimare il nostro contributo ad un’attività di gruppo. Euristica di ancoraggio e accomodamento → In situazioni di incertezza per emettere un giudizio o una stima le persone tendono ad ancorarsi a una conoscenza nota ed accomodarla sulla base di informazioni pertinenti. Quindi usiamo qualcosa di già noto per emettere giudizi in futuro. Quando siamo in dubbio riduciamo le probabilità ancorandoci nel ragionamento a qualcosa di stabile e già noto per poter emettere un giudizio.
Prendiamo una decisione come presupposto per le scelte successive: in tribunale, la severità della pena è influenzata dall’ordine in cui vengono emesse. Come attribuiamo la causalità Heider → Persone sono come psicologi ingenui. Tutti fanno uso di teorie informali per spiegare degli eventi. Sono teorie ingenue, di senso comune, per questo hanno un alto livello di condivisione nella società. Dividiamo le cause in due macro classi:
- Attribuzione interna o disposizionale - fattori individuali → spieghiamo un evento con il carattere della persona
- Attribuzione esterna o situazionale → quando assegnamo delle cause del comportamento nostro o altrui a fattori esterni o ambientali Quando dobbiamo valutare altre persone tendiamo a valutare per fattori interni, quando cerchiamo cause per i nostri comportamenti allora li giustifichiamo con fattori esterni se negativi, se positivi con fattori interni. Kelley → Per lui le persone sono comuni scienziati. Le persone si interrogano su quale siano i fattori che influenzano il comportamento di un individuo. Modello di covariazione → Le persone assegnano la causa del comportamento al fattore che covaria più sistematicamente con il comportamento; presente quando l’effetto è presente e assente quando l'effetto è assente. Questo perchè noi vogliamo capire cosa provoca un comportamento in modo da poter prevedere cosa accadrà in futuro. La ripetizione delle osservazioni consente di stabilire se e con che regolarità le informazioni covariano tra loro sulla base di: distintività: è un caso limite o è un evento che ritrovo anche in altri casi? coerenza temporale e nelle modalità: il fatto di non capire la lezione del docente X è limitato a questa mattina o è sempre così? Ha più valore perchè se una cosa è sempre in un modo allora influenza tantissimo l’inferenza a cui giungiamo. consenso: quanto la nostra valutazione è condivisa con altri. Se i tre fattori sono tutti alti, la causa della situazione viene attribuita a fattori interni della persona. Weiner → Sviluppa le teorie di Kelley e Heider e cerca di considerare non solo l’attribuzione interna ed esterna ma aggiunge la stabilità e la controllabilità. Ci interroghiamo quindi su fattori attribuzionali o situazionali aggiungendo la Teoria dell’attribuzione:
- fattore del luogo - Locus of control: interno ed esterno
- fattore di stabilità: la causa è stabile in diverse situazioni? Maggiore stabilità correlata ad aspettative più positive per il futuro
- fattore di controllabilità: se la causa è controllabile dall’individuo si hanno effetti di lettura e di comportamenti futuri. Solo le cause interne possono essere considerate controllabili
Teoria dell'autopercezione – Aumentiamo la conoscenza di noi stessi facendo autoattribuzioni/attribuzione interna. Inferiamo i nostri tratti a partire dai nostri comportamenti piuttosto che il contrario. Noi osserviamo come ci comportiamo e quindi capiamo di avere determinate caratteristiche caratteriali. esempio: come diamo senso alle nostre emozioni?
- attraverso la cognizione attribuiamo un significato all’attivazione corporea, associandone un’emozione.
- Degli studi hanno dimostrato che noi attribuiamo l’attivazione corporea ad un’emozione prima ancora di provare l’emozione stessa. Non c’è prima l'emozione, ma l’attivazione corporea.
Effetto attore-osservatore – È la tendenza ad attribuire comportamenti nostri a cause esterne e le azioni altrui a cause interne. È quindi un po’ un approfondimento dell’EFA. Quando siamo osservatori ci spieghiamo i comportamenti per tratti degli altri. Quando siamo noi gli attori siamo più indulgenti e diamo la colpa ai fattori di contesto. Le cause:
- (Heidegger) → centro dell’attenzione: quando gli altri sono al centro del focus, li giudichiamo indipendentemente dal contesto
- Asimmetria dell’informazione → abbiamo conoscenza maggiore del nostro comportamenti quindi sappiamo quando agiamo spinti da cause esterne o dal nostro carattere. Modalità usata in psicologia per rivalutare la prospettiva e ribaltare gli effetti di questa tendenza è registrare gli individui e sottoporli poi alla visione di sé stessi che agiscono in un dato contesto. Rendere quindi gli attori osservatori per aumentare la consapevolezza disposizionale. Falso Consenso – Tendenza a considerare il proprio comportamento più diffuso di quanto non sia. Questo perchè tendiamo a circondarci di persone simili a noi in bolle sociali perchè ciò funge da rispecchiamento e ci fa sentire rincuorati sul nostro comportamento, questi tendono a confermare le nostre opinioni e idee. Secondo fattore è la salienza delle nostre opinioni. Quindi le nostre opinioni e credenze sono sempre presenti per noi e acquisiscono salienza proprio per la loro onnipresenza che ce ne fa convincere sempre di più. Terzo fattore è che tendiamo a dare valore alle nostre opinioni sulla base di un consenso percepito. Tendenze sistematiche a vantaggio del sé – Distorsioni attribuzionali che proteggono o migliorano l’autostima. L’attribuzione delle cause dei nostri comportamenti è strumento di accrescimento e protezione del sé. Quando c’è un merito lo attribuiamo a noi stessi, se c’è una colpa allora le cause saranno del contesto esterno. Gli insuccessi quindi sono qualcosa che non riflette chi siamo veramente. Tendenze funzionali ad un accrescimento positivo di sé e ad un accrescimento della stima. Strategie autolesive – Sono attribuzioni a fattori esterni espresse pubblicamente in modo anticipato quando si prevede la possibilità di un fallimento, quindi di fronte agli altri attribuiscono a fattori esterni per facilitare che anche dagli altri ci sia un riconoscimento delle cause nelle circostanze. Ciò riduce la responsabilità personale in tutti i casi in cui si teme che ci sarà un insuccesso. Strategie preventive che aiutano a gestire l’ansia sociale. Errore ultimo di attribuzione – Quando l’azione non è individuale ma di un gruppo sociale, si parla di errore ultimo di attribuzione: un processo in cui attribuiamo a fattori interni i comportamenti desiderabili dell'ingroup e negativi dell’out-group, mentre a fattori esterni azioni negative o non desiderabili comportamenti dell’in-group e desiderabili o positive ad azioni dell’out-group. Attribuzione intergruppi – Si assegnano le cause del comportamento proprio e altrui all’appartenenza ad un gruppo. Ideologia → è un insieme di credenze e concetti tra loro sempre interconnessi che rappresenta una cornice del pensiero. Detta le condizioni di possibilità e immaginabilità del pensiero. Cap. 3 – Sé identità e società Sé e identità sono concetti che condizionano l’interazione sociale e la percezione e sono in rapporto costante con l’esterno. Costrutti → concetti astratti o teorici oppure variabili non osservabili, usati per spiegare o chiarire un fenomeno.
L’idea del sé è relativamente nuova e risale al 1500. Fu un’invenzione della modernità; prima della modernità i rapporti tra individui erano mediati da credenze e istituzioni, decretati dalla posizione di un soggetto o da sistemi di valori e ideali trasmessi da istituzioni e ideologie. Le persone erano quindi definite da coordinate di appartenenza di ceto sociale, credo religioso… Prima anche nelle società individualiste la riflessione era schiacciata sul collettivo, sull’ideale, sull’omogeneità sociale. I concetti come la realizzazione personale, ambizione e disposizione interna, sono invenzioni nate da cambiamenti sociali e culturali che hanno coniato il concetto del sé. Il costrutto di adolescenza nasce nel dopoguerra, una fase di passaggio a livello sociale che marca una transizione dalla fase infantile a quella adulta. Istituita anche come risorsa comune dagli anni del boom economico. Oggi invece l’adolescenza è una fase in costante espansione che inizia sempre prima e finisce sempre dopo come i cosiddetti eterni adolescenti. I cambiamenti principali che hanno consentito l’invenzione del sé:
- secolarizzazione → laicizzazione. Il passaggio dal potere ecclesiastico a quello temporale. Non sono più gli schemi religiosi a decretare i rapporti sociali. Ciò apre all’idea di realizzazione personale che diventa perseguibile sulla terra e non nell’aldilà come era concepita prima. Non domina più l’elemento esplicativo della provvidenza ma ora si dà rilevanza alla capacità individuale.
- industrializzazione → individuo diventa unità di produzione mobile e non vincolata a strutture sociali statiche o immutevoli. Se prima si apparteneva ad un ceto e quello era, adesso è possibile per alcuni emanciparsi dal punto di vista socioeconomico e c’è maggiore dinamismo per il singolo individuo.
- illuminismo → La filosofia si focalizza per la prima volta sulla valorizzazione dell’intelletto. È il movimento filosofico che pone l’accento su qualcosa di innovativo rispetto a prima, ovvero la capacità del singolo di usare la ragione. Si faceva appello alla ragione del singolo come antidoto ai normatismi.
- psicoanalisi → C’è chi dice che Freud inventò totalmente l’inconscio perchè prima mai nessuno aveva mai pensato di leggere la mente in quel modo. Freud coniò l’idea che l’io non è padrone in casa propria. Distingue tra conscio, preconscio e inconscio scomponendo il sé. Freud dice che qualcosa di noi stessi ci sfuggirà sempre. Freud disse anche che la psicologia è sempre sociale per sua natura. Il sé è un fenomeno collettivo. Negli anni è stata dubbia anche la concezione di un sé collettivo, dal momento che per molto tempo s'è pensato ai gruppi come formazioni e agglomerati di individui e non come un unico corpo. Ciò nonostante negli anni ci si è resi conto che le dinamiche intergruppo sono fondamentali nella concezione dell’io e nella formazione identitaria. Si arriva a creare una mente di gruppo, un s’è collettivo. Guardando come funzionano le rappresentazioni sociali, come si formano le norme… William James Scompone il sé in:
- io → soggetto consapevole, è la componente più razionale, un flusso di pensieri conscio.
- me → la percezione che l’io ha di se stesso. l’io è una sorta di osservatore e il me è l’osservato. Ciò che noi possiamo conoscere ed osservare di noi stessi, la parte passiva del sé.
- il gioco organizzato ( game ) → Si impara che i ruoli sono sempre interdipendenti e si impara a coordinarsi con gli altri. Le persone imparano quindi a sviluppare il ruolo più adatto alle diverse situazioni. L’interazionismo sociale va quindi in netto contrasto con il detto cartesiano cogito ergo sum , anzi lo vuole proprio criticare, mostrando come questa credenza per cui l’individuo sia sufficiente a se stesso nella creazione del sé sia sbagliata. L’individuo nasce dall’interazione. Attraverso il gioco infantile e lo scambio simbolico con l’altro in età adulta interiorizziamo atteggiamenti normativi che regolano la comunità di cui facciamo parte. La conoscenza condivisa sul mondo è il terreno minimo per cercare di capirsi. D’altro canto noi non ci capiamo al 100% con l’altro, ma forse è proprio questo che ci spinge a comunicare sempre, nel tentativo di capirci. L’individuo riconosce la sua esperienza come privata, è la possibilità di potersi distinguere dall’altro pur avendoci un background comune (assoggettamento). Il processo di differenziazione dall’altro avviene attraverso il linguaggio e gesti simbolici, l’indicare il sé con nomi specifici (io, me, mio…). La funzione simbolica di distinguere è la base della capacità simbolica. Per cui io non sono l’altro e l’altro è diverso da me. La nominazione è un processo che va al di là dell’etichettamento, ma un tentativo di dare un senso al mondo. Le facoltà di differenziazione e nominazione sono la base dell’acquisizione della mente. Sono il riflesso dello svilupparsi di una mente. Autoconsapevolezza L’utoconsapevolezza è la consapevolezza che abbiamo di noi stessi, l’io che riflette sul “me” in modo oggettivo; per questo si definisce autoconsapevolezza oggettiva. Questa porta al confronto di noi stessi con gli altri e con gli ideali e standard della società, portando spesso ad una sensazione di disagio e ansia. Ciò nonostante ha anche delle implicazioni positive come la consapevolezza dei propri limiti e il tentativo di superarli come anche il cercare di migliorare se stessi. Sono state coniate due definizioni del sé che si possono avere:
- sé privato → consapevolezza della nostra personalità, pensieri e sentimenti
- sé pubblico → come ci presentiamo agli altri ed in pubblico Dal momento che il riflettere su se stessi e quindi i conseguenti paragoni ed autoesami che si fanno causano disagio, spesso sono messe in atto tecniche per evitare che ciò accada come l’uso di alcol e sostanze stupefacenti. Esiste anche un fenomeno di deindividuazione in cui una persona non è in grado di essere autoconsapevole, o comunque ne ha una ridotta capacità.
Conoscenza del sé
La conoscenza di noi stessi si sviluppa in schemi di sé, delle strutture affettivo-cognitive capaci di organizzare l’elaborazione di informazioni riguardanti il sé. Schemi specifici a seconda dei diversi contesti sociali. Organizzano i nostri attributi, tratti e ruoli. Organizzano le esperienze passate ma anche le aspettative future. Sono funzionali a mantenere un senso di identità. Avere una molteplicità di schemi serve a proteggersi da alcune avversità. Noi siamo molto schematici su delle dimensioni che sono per noi importanti e che riteniamo ci definiscano meglio. Su altre dimensioni che ci interessano meno e riteniamo meno importanti siamo meno schematici e rigidi. Ma più gli schemi sono rigidi più vanno a nostro svantaggio e più sono gli schemi più abbiamo flessibilità nel pensare a noi stessi, più l’idea di noi stessi è dinamica.
È bene avere più schemi e non troppo rigidi, altrimenti si rischia che il contesto abbia un’influenza eccessiva e se ci rimanda qualcosa che non è coerente con i nostri schemi da forti variazioni nello stato d’animo. Teoria dell’autopercezione In quali modi ci conosciamo? Attraverso l’autopercezione, ovvero facciamo attribuzioni interne, inferenze su noi stessi riguardo ciò che facciamo. Per cui, proprio come facciamo con gli altri, capiamo chi siamo in base a ciò che facciamo. Ci comportiamo in un certo modo e quindi capiamo chi siamo. Anche riflettere o immaginare di fare qualcosa influisce sull’idea del sé. Si agisce sugli schemi di sé. Effetto di sovragiustificazione → Se per il nostro comportamento ci sono scarse spinte esterne o questa viene poco percepita, diamo il merito della prestazione a noi stessi e la motivazione aumenta. Se ci sentiamo indotti a fare qualcosa per la pressione di una minaccia di una punizione o la promessa di un premio, daremo una attribuzione a fattori esterni con un calo della motivazione. Molti studi dimostrano però anche il contrario, per cui se viene dato uno stimolo di premio o punizione si aumenta la prestazione. Ciò che ne risulta è che va ricompensato l’impegno e non l’attività in sé, non in termini di risultato ma di impegno. Festinger – Teoria del confronto sociale → sostiene che cerchiamo di conoscere noi stessi confrontandoci con gli altri che diventano un confronto continuo sperando ci diano una risposta a ciò che è considerato accettabile socialmente. C’è però l’effetto bolla sociale, dunque tendiamo a cercare persone simili a noi e il confronto risulta alla fine sempre limitato. Tendenzialmente si cerca di confrontarsi con chi fa peggio di noi, perchè ciò ci aiuta a mantenere un’alta autostima. Autostima = sentimenti e giudizi a proposito di sé Medvec provò a dimostrare questa tendenza di paragonarsi a chi riteniamo peggio di noi facendo uno studio sugli atleti dimostrando come le espressioni facciali dei secondi e terzi che i secondi erano molto meno sorridenti dei terzi che guardavano a tutti quelli prima di loro che non erano neanche sul podio. I secondi invece tendevano a guardare i primi posti, verso l’alto. Teoria della categorizzazione del sé → categorizzazione del sé come membro di un gruppo produce l’identità sociale e specifici comportamenti nel gruppo e tra gruppi. Al cambiare del contesto cambia anche la rilevanza che diamo ad una categorizzazione di noi stessi. (in patria il patriottismo non è molto sentito, mentre all'estero molto di più). Markus e Nurius → esplorarono il concetto di sé possibili e potenziali: schemi del sé rivolti al futuro che non organizzano informazioni sullo stato presente ma su chi vorremmo essere e non. Possono orientare il comportamento ed essere incentivi. Higgins – Teoria della discrepanza del sé Sé reale → come percepiamo di essere Sé ideale → come vorremmo essere. Una declinazione positiva del sé reale. Sé normativo → come pensiamo dovremmo essere, dal punto di vista altrui in particolare. I primi due sono delle guide, mobilitano e orientano verso alcune direzioni.
- Tendenza sistematica di autoaccrescimento - distorsioni attribuzionali → tendenza ad attribuire successi a noi stessi e negare responsabilità di fallimento dando attribuzioni esterne ( → tendenza sistematica dell’attribuzione)
- si tende ad accettare facilmente le lodi e le critiche a fatica
- tendiamo ad attribuire le critiche al pregiudizio, per cui non le raccogliamo come personali ma le consideriamo preconcetto per evitare di farcene carico
- vediamo i nostri difetti come condivisi e i pregi come rari e peculiari di noi stessi dandoci una percezione di unicità Se le strategie sono applicate a immagini negative del sé può diventare pericoloso cercando informazioni negative per confermare la cattiva immagine che abbiamo di noi stessi invece che ribaltare questo pensiero. Se si tratta di tratti positivi cerchiamo conferme positive, se negativi andiamo alla ricerca di conferme sulla negatività. La motivazione più forte è l’autoaccrescimento, poi l’autoverifica e infine l’autovalutazione. Quindi si tende a pensare bene di noi stessi attraverso la conoscenza del sé e con la ricerca di informazioni che confermino ciò che pensiamo. Teoria dell’autoaffermazione → Le persone riducono il pericolo di minacce al sé affermando la propria competenza in aree diverse da quelle messe in crisi. Emerge quando ci sentiamo minacciati in qualcosa che consideriamo rilevante per noi, tentiamo quindi di distrarre l’attenzione dal fattore negativo su fattori positivi. Autostima Secondo alcuni autori l’autostima si lega a tendenze di sovrastima e autoaccrescimento aumentando pregi, controllo sugli eventi e ottimismo irrealistico. Alcuni studi hanno dimostrato come in caso di discrepanza ci sia una diminuzione di cellule nel sistema immunitario che servono a difenderci da tumori e virus; per cui i sé hanno un impatto concreto anche sul nostro organismo e mantenere un’autostima positiva è funzionale al nostro stato di salute. Ci sono due problematiche però nell’uso che facciamo del costrutto: l’autostima è individualizzante e spiega i fenomeni alla luce del concetto che ciascuno ha di sé, è dunque autoreferenziale e si rischia di riportare problemi relazionali a questioni di mancanza di amor proprio con riduzionismo che non ci fa considerare fattori sociali o economici. Non ci si deve illudere sia sufficiente aumentare l’autostima per risolvere problemi di sistema. Il costrutto di stress lavoro correlato è molto individuale e fa riferimento ad una risposta personale e individuale che condiziona il lavoro, ma ciò rischia di sostenere uno status quo di lavoro che provoca lo stress. Ma è molto più facile però concentrarsi sul singolo che su un problema di sistema. Altro fattore di rischio è che troppa autostima non è sana ed è stato dimostrato come atti violenti siano correlati ad una alta autostima per cui chi la vede minacciata reagisce in modo violento. Un’alta autostima è anche un rischio per un forte narcisismo che porta ad una mancanza di realtà dei fatti. Leary 1995 – È un sociometro? L’autostima è intesa come indice di inclusione sociale, è un rilevatore interno dell’accettazione e dell’inclusione sociale. Per cui l’autostima diventa indice dell’inserzione sociale e della qualità di questa inserzione. Diventa un costrutto utile. Per cui siamo tutti un po’ impegnati in una automonitorazione riguardo l’impressione degli altri su noi stessi.
Goffman – La vita quotidiana come rappresentazione – Si occupò della metafora teatrale della ribalta e del retroscena. Divide ogni essere umano in attori a seconda di gesti, vestiario e atteggiamenti. Ognuno interpreta un dato ruolo di sé stesso a seconda del gruppo sociale, del momento. In certe situazioni sappiamo di essere osservati, valutati e giudicati per cui siamo più vincolati a certe norme di comportamento. In altri momenti invece dove siamo meno osservati ci possiamo rilassare e andiamo al di là dei ristretti ruoli sociali. Il sè quindi per Goffman non è qualcosa di autentico, non esiste un io definitivo perchè stiamo sempre recitando. La sua è una posizione disillusa sull’autenticità del sè, che emerge solo in situazioni intime. Il sè è il prodotto della rappresentazione che mettiamo in scena. Il sè è un effetto della messa in scena teatrale. Oggi è stata sviluppata una teoria per cui le persone possono in qualche modo essere definite e individuate in una scala di adattamento, nella quale ognuno si posiziona in un continuum tra questi due poli categoriali: Soggetti ad alto monitoraggio → modellano il proprio comportamento e si avvicinano molto all’idea di Goffman. In base alla situazione regolano un maggiore o minore conformismo alle norme sociali. Sono individui che cambiano diversi gruppi adattandosi sempre al clima del gruppo. Negli anni 80 fu coniata una sindrome particolare, la sindrome di Zelig, per cui una persona contrae una dipendenza dal contesto, ovvero non esiste come personalità al di fuori di un contesto a cui si adatta. La persona non sa chi è veramente, perchè non è niente se non in rapporto ad un ambiente. Per regolarsi in base alla situazione vengono messe in atto delle strategie:
- autopromozione
- accattivamento è un’insieme di strategie che punta a piacere agli altri dicendogli ciò che si pensa gli farebbe piacere sentire
- intimidazione
- esemplificazione è la tendenza a far sì che gli altri ci considerino come esempi, modelli di qualità
- supplica è il farci sentire vittime Soggetti a basso monitoraggio → sono persone che meno si prestano al conformismo e all’adattamento sociale, sono meno sensibili alle norme sociali e hanno una funzionalità del sè abbastanza alta perchè i contesti non li plasmino e rispondono meno alle richieste di contesti e situazioni. Si circondano di persone che ritengono affini ed evitano situazioni che li esporrebbero ad un doversi adattare.
Cap. 4 – Gli Atteggiamenti
L’atteggiamento → è un’organizzazione relativamente stabile di credenze sentimenti e tendenze comportamentali verso oggetti, gruppi, eventi o simboli socialmente significativi. Sono pervasivi nella vita di tutti e corrispondono ad un insieme di credenze, sentimenti e tendenze comportamentali. Servono a reagire a certi eventi e attribuire un significato. Sono relativamente stabili perchè possono cambiare ma sono piuttosto resistenti e persistono nel tempo. Possono cambiare attraverso un processo di persuasione. Sono a carico di gruppi, eventi o