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LIBRO 'DELIRIO DI GELOSIA', Appunti di Filosofia morale

RIASSUNTO DEL LIBRO DELIRIO DI GELOSIA

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 09/03/2019

bebpom
bebpom 🇮🇹

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18 documenti

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Delirio di gelosia
Introduzione
La gelosia: una passione morbosa. Secondo i principi del più tradizionale evoluzionismo la gelosia avrebbe fatto la sua
comparsa insieme all’uomo, un milione di anni fa, nelle pianure africane, quando i maschi avrebbero temuto di dover
allevare figli illegittimi, e le donne di ritrovarsi senza cibo, abbandonate per una fuga d’amore. La gelosia, secondo
l’evoluzionismo, è dunque un meccanismo ricondotto all’esigenza di preservare la specie. Un racconto diverso e ben più
suggestivo, emerge dalla tradizione letteraria la quale, intorno alla gelosia, ha animato gradi storie d’amore mostrando la
natura drammatica e passionale degli uomini: persino il Dio dell’Antico Testamento è geloso, al punto da vietare di essere
rappresentato in immagini, dipinti, statue e ogni sorta di raffigurazioni. In questi racconti biblici, così come nella mitologia,
la gelosia viene spesso a confondersi con l’invidia. Erodoto parla dell’invidia degli dei, alludendo alla loro gelosa custodia
della felicità. Ogni volta che le creature mortali, peccando di presunzione, si innalzavano troppo al di sopra degli altri
uomini, quasi a scalfire il potere divino, in risposta ricevono dagli delle punizioni, come monito ad attenersi alla loro natura
mortale Artabano: Il dio, dopo averci fatto gustare la dolcezza della vita, proprio in questo si dimostra invidioso.
L’immortalità resta così gelosamente custodita dagli dei, lasciando agli uomini la finitezza della loro mortalità. La gelosia
(zelos, zelus) rimanda al desiderio bramoso di preservare ciò che è proprio, alla paura di vederselo sottrarre, l’invidia
(fitonos, invidia) esprime invece lo sguardo malevolo rivolto ai beni, alle persone, alla vita degli altri, che si vorrebbero per
sé. Al contrario dell’invidia, la gelosia manifesta un sentimento ardente, nel quale si cela un amore incondizionato, come
rivelano le sue più antiche etimologie. Diversamente dall’invidia, per lo più costruita su una relazione diadica, rivolta a beni
materiali o immateriali di un’altra persona, la gelosia traduce a suo modo una philia, una relazione in genere triadica, che
presuppone il riconoscimento della comunità: non può soffrire di gelosia chi sia indifferente agli altri esseri umani. Forse
per questo nella mitologia l’invidia viene per lo più riservata a personaggi maschili, protagonisti di competizioni, reali o
immaginarie, mentre la gelosia si incarna spesso in tragiche e appassionate figure femminili. La vendicativa Era, l’Ermione
dell’Andromaca, la Deianira sofoclea sono donne vinte dall’amore, alla cui forza non riescono a sottrarsi. La gelosia è
nell’antichità la più umana delle passioni. All’esaurimento dell’età classica, in quella svolta epocale che inaugura la
stagione moderna, questa passione cambia però di segno, e di genere. La gelosia, la passione più intelligente e
ciononostante la massima sciocchezza diventa qualcosa di più di uno slancio appassionato verso un oggetto che si teme di
perdere. Chiamata a esprimere la cifra del disagio dell’uomo moderno, essa ne incarna ora il mal de vivre. Non è un caso
che maschile sia il più noto volto della gelosia moderna, l’Otello shakesperiano. Il palcoscenico del dramma diventa
l’interiorità: il protagonista non agisce sulla base di elementi concreti, di effettivi tradimenti svelati, ma è vittima di sé stesso
o, come afferma Iago, di quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Le grandi eroine dell’Antichità
cedono il passo a uomini gelosi e furiosi. Nel passaggio al Moderno quindi la gelosia delirante diventa segno universale di
una soggettività fragile, vittima dei mostri dell’anima che offuscano le facoltà non come potenze venute dall’esterno, ma
come spettri spaventosi, creati dalla stessa mente di chi li subisce. Indice di un mondo interiore chiuso su sé stesso, il
delirio di gelosia non è più passione umana bensì perdita di controllo su una realtà che muta troppo rapidamente.
Diversamente dalla quieta consapevolezza che nella letteratura classica dava al lettore la sensazione di poter cogliere il
cuore dei personaggi, nella Modernità la gelosia porta in scena piuttosto l’enigma che ogni uomo è diventato a se stesso.
Proust nella sua Recherche raffigurava questo disorientamento nel piccolo neo di Albertine, che nel corso del romanzo muta
di posizione, sfuggente come fuggevole appare ora l’oggetto amato allo sguardo dell’amante. Quella gelosia che
nell’Antichità distruggeva vite, sfigurava volti, infrangeva speranze, associata al delirio esprime ora molto più che una
passione dell’anima: indizio acuto della rottura tra soggetto e mondo, diventa cifra dell’impossibilità di dominare sé stessi e
gli altri; annuncio dell’inferno sartriano Grossman: la gelosia ci porta a creare, con tutto il potere della nostra
immaginazione, un giardino dell’Eden da cui saremo scacciati. È questo lo scopo principale del paradiso immaginario che
creiamo con la gelosia: il vederci scacciati da quel paradiso. La possibilità di rivivere, volta dopo volta, la sensazione di
venire estromessi, esiliati; così i personaggi gelosi descritti da pittori, compositori, drammaturghi esiliano sé stessi da una
qualche fonte, vera o presunta, di bontà, di calore, di bellezza, per lanciarsi nel gelo e nella estraneità, nell’immagine in
negativo del Paradiso, nel terribile e solitario inferno di chi soffre di gelosia. Segno e metafora della soggettività moderna,
il delirio di gelosia incuriosisce la ricerca filosofica, e al contempo diventa oggetto elettivo della medicina. Per una
disciplina in statu nascendi, come la psicopatologia di fine Ottocento, il delirio diventa quasi una categoria dello spirito. In
esso si sovrappongono le paure di un soggetto fragile e le fragilità di una scienza nuova. Lungi dal manifestare soltanto il
malessere di una condizione psichica abnorme, il delirio mostra la distonia tra la logica del soggetto e quella del mondo, la
tensione tra eccezione e norma. Nella sua forma più radicale esso esprime il tragico collasso di ogni dialettica possibile tra
pensiero ed essere, soggetto e oggetto, inaugurando così il Novecento, secolo della crisi. Gelosia e delirio. Uno dei primi
trattati medici sul delirio di gelosia, risalente al 1891, è Il delirio di gelosia nel maschio. In questo scritto, lo psichiatra
tedesco Richard von Krafft-Ebing riconduce il delirio di gelosia all’alcolismo e ad alcuni processi corporei interni al sistema
psicofisico. Dai suoi studi empirici emerge che nell’80% degli alcolisti maschi insorgono rappresentazioni deliranti causate
dalla gelosia. Esse si svilupperebbero nella fase avanzata dell’alcolismo, e sarebbero caratterizzate da momenti di sfiducia
motivati da presunta infedeltà della partner. Una volta sviluppatasi, questa gelosia per così dire fluida e immaginaria
acquisterebbe una forma stabile e persistente, impermeabile a qualsiasi evidenza della sua infondatezza. La radice organica,
nella donna, si legherebbe invece a tumori dell’utero. A molti psichiatri di inizio Novecento, l’associazione tra delirio di
gelosia e alcolismo non sembra però sufficiente per la comprensione dell’intero fenomeno e per la determinazione della sua
genesi. Kraepelin, autore di uno dei testi sacri della psichiatria del XX secolo, il Compendio di psichiatria, inserisce il
delirio di gelosia tra le forme parossistiche della paranoia. Esso troverebbe terreno fertile in quel sistema delirante,
permanente e incrollabile, accompagnato dalla preservazione di un pensiero chiaro – cioè non confuso – e ordinato – cioè
non dissociato -, proprio dei soggetti paranoici. Anche Freud, nel suo contributo al problema della gelosia del 1922,
riconduce questa forma di deliri alla paranoia, e all’omosessualità, cui segue la formulazione della percezione dell’ostilità
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Delirio di gelosia

Introduzione La gelosia: una passione morbosa. Secondo i principi del più tradizionale evoluzionismo la gelosia avrebbe fatto la sua comparsa insieme all’uomo, un milione di anni fa, nelle pianure africane, quando i maschi avrebbero temuto di dover allevare figli illegittimi, e le donne di ritrovarsi senza cibo, abbandonate per una fuga d’amore. La gelosia, secondo l’evoluzionismo, è dunque un meccanismo ricondotto all’esigenza di preservare la specie. Un racconto diverso e ben più suggestivo, emerge dalla tradizione letteraria la quale, intorno alla gelosia, ha animato gradi storie d’amore mostrando la natura drammatica e passionale degli uomini: persino il Dio dell’Antico Testamento è geloso, al punto da vietare di essere rappresentato in immagini, dipinti, statue e ogni sorta di raffigurazioni. In questi racconti biblici, così come nella mitologia, la gelosia viene spesso a confondersi con l’invidia. Erodoto parla dell’invidia degli dei , alludendo alla loro gelosa custodia della felicità. Ogni volta che le creature mortali, peccando di presunzione, si innalzavano troppo al di sopra degli altri uomini, quasi a scalfire il potere divino, in risposta ricevono dagli delle punizioni, come monito ad attenersi alla loro natura mortale Artabano: Il dio, dopo averci fatto gustare la dolcezza della vita, proprio in questo si dimostra invidioso. L’immortalità resta così gelosamente custodita dagli dei, lasciando agli uomini la finitezza della loro mortalità. La gelosia (zelos, zelus) rimanda al desiderio bramoso di preservare ciò che è proprio, alla paura di vederselo sottrarre, l’invidia (fitonos, invidia) esprime invece lo sguardo malevolo rivolto ai beni, alle persone, alla vita degli altri, che si vorrebbero per sé. Al contrario dell’invidia, la gelosia manifesta un sentimento ardente, nel quale si cela un amore incondizionato, come rivelano le sue più antiche etimologie. Diversamente dall’invidia, per lo più costruita su una relazione diadica, rivolta a beni materiali o immateriali di un’altra persona, la gelosia traduce a suo modo una philia, una relazione in genere triadica, che presuppone il riconoscimento della comunità: non può soffrire di gelosia chi sia indifferente agli altri esseri umani. Forse per questo nella mitologia l’invidia viene per lo più riservata a personaggi maschili, protagonisti di competizioni, reali o immaginarie, mentre la gelosia si incarna spesso in tragiche e appassionate figure femminili. La vendicativa Era, l’Ermione dell’Andromaca, la Deianira sofoclea sono donne vinte dall’amore, alla cui forza non riescono a sottrarsi. La gelosia è nell’antichità la più umana delle passioni. All’esaurimento dell’età classica, in quella svolta epocale che inaugura la stagione moderna, questa passione cambia però di segno, e di genere. La gelosia, la passione più intelligente e ciononostante la massima sciocchezza diventa qualcosa di più di uno slancio appassionato verso un oggetto che si teme di perdere. Chiamata a esprimere la cifra del disagio dell’uomo moderno, essa ne incarna ora il mal de vivre. Non è un caso che maschile sia il più noto volto della gelosia moderna, l’Otello shakesperiano. Il palcoscenico del dramma diventa l’interiorità: il protagonista non agisce sulla base di elementi concreti, di effettivi tradimenti svelati, ma è vittima di sé stesso o, come afferma Iago, di quel mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Le grandi eroine dell’Antichità cedono il passo a uomini gelosi e furiosi. Nel passaggio al Moderno quindi la gelosia delirante diventa segno universale di una soggettività fragile, vittima dei mostri dell’anima che offuscano le facoltà non come potenze venute dall’esterno, ma come spettri spaventosi, creati dalla stessa mente di chi li subisce. Indice di un mondo interiore chiuso su sé stesso, il delirio di gelosia non è più passione umana bensì perdita di controllo su una realtà che muta troppo rapidamente. Diversamente dalla quieta consapevolezza che nella letteratura classica dava al lettore la sensazione di poter cogliere il cuore dei personaggi, nella Modernità la gelosia porta in scena piuttosto l’enigma che ogni uomo è diventato a se stesso. Proust nella sua Recherche raffigurava questo disorientamento nel piccolo neo di Albertine, che nel corso del romanzo muta di posizione, sfuggente come fuggevole appare ora l’oggetto amato allo sguardo dell’amante. Quella gelosia che nell’Antichità distruggeva vite, sfigurava volti, infrangeva speranze, associata al delirio esprime ora molto più che una passione dell’anima: indizio acuto della rottura tra soggetto e mondo, diventa cifra dell’impossibilità di dominare sé stessi e gli altri; annuncio dell’inferno sartriano Grossman: la gelosia ci porta a creare, con tutto il potere della nostra immaginazione, un giardino dell’Eden da cui saremo scacciati. È questo lo scopo principale del paradiso immaginario che creiamo con la gelosia: il vederci scacciati da quel paradiso. La possibilità di rivivere, volta dopo volta, la sensazione di venire estromessi, esiliati; così i personaggi gelosi descritti da pittori, compositori, drammaturghi esiliano sé stessi da una qualche fonte, vera o presunta, di bontà, di calore, di bellezza, per lanciarsi nel gelo e nella estraneità, nell’immagine in negativo del Paradiso, nel terribile e solitario inferno di chi soffre di gelosia. Segno e metafora della soggettività moderna, il delirio di gelosia incuriosisce la ricerca filosofica, e al contempo diventa oggetto elettivo della medicina. Per una disciplina in statu nascendi , come la psicopatologia di fine Ottocento, il delirio diventa quasi una categoria dello spirito. In esso si sovrappongono le paure di un soggetto fragile e le fragilità di una scienza nuova. Lungi dal manifestare soltanto il malessere di una condizione psichica abnorme , il delirio mostra la distonia tra la logica del soggetto e quella del mondo, la tensione tra eccezione e norma. Nella sua forma più radicale esso esprime il tragico collasso di ogni dialettica possibile tra pensiero ed essere, soggetto e oggetto, inaugurando così il Novecento, secolo della crisi. Gelosia e delirio. Uno dei primi trattati medici sul delirio di gelosia, risalente al 1891, è Il delirio di gelosia nel maschio. In questo scritto, lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing riconduce il delirio di gelosia all’alcolismo e ad alcuni processi corporei interni al sistema psicofisico. Dai suoi studi empirici emerge che nell’80% degli alcolisti maschi insorgono rappresentazioni deliranti causate dalla gelosia. Esse si svilupperebbero nella fase avanzata dell’alcolismo, e sarebbero caratterizzate da momenti di sfiducia motivati da presunta infedeltà della partner. Una volta sviluppatasi, questa gelosia per così dire fluida e immaginaria acquisterebbe una forma stabile e persistente, impermeabile a qualsiasi evidenza della sua infondatezza. La radice organica, nella donna, si legherebbe invece a tumori dell’utero. A molti psichiatri di inizio Novecento, l’associazione tra delirio di gelosia e alcolismo non sembra però sufficiente per la comprensione dell’intero fenomeno e per la determinazione della sua genesi. Kraepelin, autore di uno dei testi sacri della psichiatria del XX secolo, il Compendio di psichiatria , inserisce il delirio di gelosia tra le forme parossistiche della paranoia_._ Esso troverebbe terreno fertile in quel sistema delirante, permanente e incrollabile, accompagnato dalla preservazione di un pensiero chiaro – cioè non confuso – e ordinato – cioè non dissociato -, proprio dei soggetti paranoici. Anche Freud, nel suo contributo al problema della gelosia del 1922, riconduce questa forma di deliri alla paranoia, e all’omosessualità, cui segue la formulazione della percezione dell’ostilità

inconscia (il testo è alcuni meccanismi nevrotici nella gelosia, paranoia e omosessualità ). È dunque probabile che tale dibattito abbia spinto il giovane Jaspers, a quel tempo assistente volontario presso la clinica di Heidelberg, a lavorare su questo tema, dedicandovi nel 1910 uno dei suoi primi saggi: Delirio di gelosia. Un contributo alla questione: “sviluppo di una personalità” o “processo”?. Questo scritto segue la dissertazione Nostalgia e Crimini del 1909. Gelosia e nostalgia, due grandi passioni dell’anima, che nelle loro degenerazioni patologiche possono condurre anche al delitto, diventano così per Jaspers oggetto sperimentale per nuove interpretazioni metodologiche. A colpire, nell’approccio Jasperiano a questi temi è l’attenzione euristica che egli dedica all’elemento biografico: le vite dei pazienti assumono un ruolo importante nella comprensione di queste patologie. Se è vero che la scelta di Jaspers di dedicarsi alla ricerca, selezionando e schedando nel proprio studio i diversi casi clinici, fu dovuta probabilmente alla malattia ai bronchi di cui soffrì fin da giovane, e che gli impedì di svolgere il normale lavoro in corsia, questo episodio contingente sembra però assecondare la sua spontanea inclinazione a uno sguardo clinico innovativo. Già Kraepelin aveva sostenuto l’importanza della ricostruzione delle storie di vita come sostegno empirico-clinico alle riflessioni teoriche. A partire dai primi anni del Novecento questa idea aveva poi trovato una prima concreta realizzazione nei lavori di Karl Wilmanns sul vagabondaggio. Ponendosi lungo questa linea di ricerca, anche Jaspers decide di dedicarsi a lunghi e minuziosi dettagli relativi alla vita dei pazienti, soffermandosi sia sugli anni che precedono il ricovero, sia su quelli che lo seguono, oltre al periodo che i malati trascorrono in clinica, sotto osservazione. Tramite questa ricostruzione egli riesce a individuare differenze e particolari, normalmente trascurati dagli studi dell’epoca. Jaspers legge cos’ la malattia come una parte della via del paziente, traendo attraverso l’accurata analisi dei casi, differenziazioni concettuali precise rispetto a fenomeni in precedenza avvolti da incertezza o quanto meno incardinati in astratte generalizzazioni. In tal modo diventa ancora più chiaro, agli occhi di Jaspers, che non tutti i deliri di gelosia possono essere equiparati, così come non sono equiparabili tutti i fenomeni di nostalgia patologica. A volte essi possono essere riportati allo sviluppo di una personalità, all’impatto con un milieu ostile, a fattori insomma non semplicemente riconducibili a patologie organiche. Stabilire i rapporti tra i moventi, investigare la struttura del delirio e le connessioni di tutte le forze che partecipano alla sua insorgenza, consente a Jaspers di aprire un nuovo capitolo nella storia della psichiatria, e di avviare la formulazione di quel pluralismo metodologico a cui ancora oggi resta legato il suo nome, e che consiste appunto nella necessità di guardare la malattia mentale da diversi punti di vista, a condizione di fornire a ciascuno di essi una fondazione scientifica. Processo o sviluppo? Gli anni in cui Jaspers studia psichiatria sono attraversati da un dibattito, non molto diverso da quello attuale, tra coloro che intendevano ricondurre i disturbi della psiche a lesioni cerebrali, i Somatiker , e coloro che invece intendevano collegarli a problemi di origine psicologica, gli Psychiker. Rispetto a questo scontro di prospettiva e ai possibili riduzionisti, Jaspers prende una netta posizione fin dal 1913, nell’Introduzione alla prima edizione della sua Psicopatologia generale, schierandosi sia contro la riduzione della soggettività all’anatomia cerebrale, indicando tali totalizzazioni interpretative come mitologie del cervello , sia contro il voler compiere dall’alto ciò che può realizzare solo l’esperienza da basso, definendo tagli operazioni come il frutto di pregiudizi filosofici. Ogni tentativo di ricondurre l’uomo a un unico denominatore, dal punto di vista metodologico, è ai suoi occhi inaccettabile. Già in Delirio di gelosia, e quindi qualche anno prima della sua opera sistematica, Jaspers si muove all’interno di questo orizzonte, ponendo l’accento sulla necessità di indagare le diverse origini alla base di fenomeni apparentemente uguali, attraverso metodi diversi. Quello che il giovane medico intende criticare è il ricorso, nella comprensione della vita psichica abnorme, a categorie prestabilite, sganciate dal rapporto con la realtà empirica, con l’uomo n carne e ossa. Nel caso specifico, l’obiettivo è di sottolineare che non tutti i deliri di gelosia sono uguali. Jaspers lo dimostra introducendo una netta distinzione tra gelosia psicologica e gelosia morbosa da un lato, e gelosia delirante e delirio di gelosia dall’altro. Rispetto alle prime due forme, in cui la capacità critica resta attiva e quindi permane una sorta di presenza del soggetto a se stesso e al mondo, nel caso della gelosia delirante ci troviamo in un condizione di impermeabilità a ogni forma di critica, che acquista una struttura ancora più complessa nel delirio di gelosia che si esprime in forma sistematica. Per meglio descrivere la differenza tra queste forme, Jaspers chiama in causa di concetti di sviluppo di una personalità e di processo , distinguendo all’interno di quest’ultimo tra processi psichici e processi fisico-psicotici. Cosa si intende per sviluppo e cosa per processo? Non richiamano entrambi lo stesso concetto di evoluzione? Jaspers riconosce in questo contesto due significati diversi al termine sviluppo: esso può rappresentare un semplice cambiamento , che è quanto avviene nel processo , oppure riprendendo la distinzione di Rickert, esso può dar vita ad una serie di modifiche che però convergono in un’unità complessiva da cui deriva un concetto teleologico più ampio di sviluppo. Questa forma è quella a cui si fa riferimento nel concetto unitario di sviluppo della personalità e che ha bisogno di un colpo d’occhio più ampio, ma anche più individualizzante, per essere colta dal medico, il quale, sottolinea Jaspers, in questo caso deve ricorrere a una sorta di sensibilità naturale per le forme. A tal fine, le storie dei pazienti offrono un contributo molto importante. L’idea di processo psichico sembra invece costruita da Jaspers quasi in analogia con la nozione di lesione cerebrale. Non ci troviamo però dinanzi ad un parente povero del processo fisico o a una sorta di lesione cerebrale fantasma. Il processo psichico viene utilizzato qui per indicare quelle determinazioni eterogenee rispetto al comprendere empatico e che anzi segnano il fallimento di questa forma di comprensione. L’insorgere di un processo abnorme interrompe il flusso della personalità precedente, intervenendo nella vita psichica in maniera unica e isolata. Nel caso dello sviluppo di una personalità sarà possibile attraverso un procedimento di empatia da parte del medico, comprendere la vita psichica come tale, la cosa stessa. Nel processo, invece, si potranno conoscere solo i sintomi, i fenomeni della cosa stessa, intesa come una connessione di natura fisica o psichica, ma non comprenderli, non sarà cioè possibile individuare connessioni empatizzabili, né razionabili. Sebbene in questo saggio le distinzioni concettuali, grazie alle quali Jaspers segnerà un passo importante nella storia della psicopatologia, siano già tracciate, esse si presentano qui ancora allo stato embrionale, mancando loro la chiarezza con cui verranno esposte solo pochi anni dopo. Non compare chiaramente la distinzione tra comprendere statico e comprendere genetico, mentre è affrontata con più attenzione quella tra connessioni razionali e connessioni empatizzabili o psicologiche. Non si trova esplicitata la canonica distinzione tra comprendere e spiegare (erklaren), alla quale qui corrisponde tra comprendere e concepire (begreifen). Ciononostante i concetti sono già definiti nel loro contenuto: al comprendere si legano

malattia con la soggettività, disvela perciò la natura disturbata del giudizio di realtà. Piuttosto che essere ricondotto alla sola questione organica, a un disturbo dell’umore o a una debolezza della razionalità il delirio viene interpretato come un modo errato del soggetto di dare senso alla realtà, indizio di un deviato rapporto tra uomo e mondo. Delirio, mondo e fragilità dell’esistenza. Il caso dell’orologiaio e quello del pastore protestante rientrano fra i processi. L’orologiaio Julius Klug, a cinquantaquattro anni, improvvisamente, senza un episodio esterno scatenante, cade preda di un gravissimo delirio di gelosia. Internato, il signor Klug si mostra fin dal primo momento un uomo gentile e cordiale. Eppure ad un certo punto della sua vita irrompe qualcosa di nuovo. Dalle analisi condotte su di lui, non si evince nessun disturbo del ragionamento, emotivo o comportamentale. Come Jaspers chiarisce in un passaggio successivo, il delirio, soprattutto nella sua forma sistematica, non perde la componente della finalità, anzi, il comportamento, le azioni del paziente, proprio in funzione della loro connessione, possono essere compresi razionalmente Lo stesso accade nella vita di Max Mohr, un brillante insegnante che all’età di quarantatré anni comincia a soffrire di delirio di gelosia, smarrendo tutte le capacità e qualità di maestro, di segretario comunale e di organista. In seguito a questa esplosione i due uomini non svilupperanno nuovi deliri, pur mantenendo le precedenti convinzioni deliranti. Ci troviamo dinanzi al verificarsi un’interruzione improvvisa. Il malato perde il contatto con il mondo, fino ad arrivare a un punto in cui un nuovo significato speciale si collega sia a ciò che viene pensato, sia a ciò che viene percepito. Il mondo esterno non ha più la possibilità di agire su di loro. Sembra quasi un’illustrazione metaforica di una forma distorta di idealismo. Le cose perdono realtà per quel che sono, per assumere il carattere che la soggettività impone loro, pretendendo che siano vere. Impareggiabile certezza oggettiva, impermeabilità all’esperienza concreta e alle confutazioni della realtà, impossibilità del contenuto sono le caratteristiche con cui in questi casi il delirio si presenta. Viene meno qualsiasi capacità di verifica e rettifica. Il mondo non esiste più, o quanto meno non è più in grado si opporre resistenza, viene meno quell’urto capace di richiamarci a una dimensione intersoggettiva, comune, normale. Questo passaggio apre ad una nuova prospettiva; l’esistenza che vive, soffre, esperisce il delirio. Sta forse qui la ragione per cui l’analisi del delirio interessa fin da subito il giovane Jaspers. Il delirio diventa sempre più metafora delle contraddizioni inscritte nell’uomo. Esso costituisce il controcampo psicopatologico delle situazioni-limite, di quel soggetto che si trova dinanzi ad una discontinuità dell’esperienza, ad una rottura, o a un conflitto tra istanze opposte – una situazione in cui è implicita un’autonomia. Lotta ed aiuto reciproco, vita e morte, caso e senso, colpa e coscienza della purificazione sono termini congiunti l’uno all’altro, di cui l’uno non esiste senza l’altro. Questo carattere antinomico sembra riguardare, nella versione patologica del delirio, un rapporto in cui è in gioco l’integrità della soggettività stessa. In essi crolla qualsiasi difesa rispetto allo sguardo degli altri. Non si da più un’articolazione dialettica tra il qui e il là, non è più possibile uscire fuori da sé, dai propri confini, si resta come prigionieri della soggettività, la vita viene segnata dal sigillo irrevocabile dell’autoriferimento e della illibertà. Il soggetto non è più capace di porsi come speculator sui, i pensieri vanno presi come si presentano, non c’è modo di gestirli, interpretarli. Quando nel rapporto originario della soggettività con la realtà si produce un’esperienza delirante viene di conseguenza compromesso non solo il giudizio di realtà, ama con questo anche la capacità di agire e reagire, in una parola di condividere un mondo con gli altri. Abnorme è un ondo che separagli individui invece di unirli. Di qui l’inaccessibilità e l’incorreggibilità dei giudizi deliranti sul mondo La ragione dell’incorreggibilità non dobbiamo ricercarla in un singolo fenomeno, ma nella totalità della condizione umana. Una correzione in questi casi sarebbe possibile solo con una rivoluzione nel modo di concepire la vita. Ma questo non avviene. Nell’esperienza del delirio, a trasformarsi è l’intero mondo del malato, a dominare è una trasformazione della realtà, dalla quale non c’è ritorno: nel delirio urtiamo contro ciò che è irrimediabilmente perduto nella non verità: il mondo comune. Alla fine di questo saggio è evidente come l’interesse si sposti gradualmente dalla questione della gelosia alla dimensione patologica del mondo delirante. Propri a causa della perdita del mondo comune non c’è comprensione possibile della vita psichica di questi uomini, ma solo la possibilità da parte del medico di rivolgersi ad essi a partire da quell’ethos comune che ci rende tutti e comunque sempre e solo uomini.