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Filosofia Morale: Un'Introduzione ai Concetti Fondamentali, Sintesi del corso di Filosofia morale

Un'introduzione approfondita alla filosofia morale, esplorando i concetti chiave come l'etica normativa, l'antropologia filosofica e la relazione tra essere e dover essere. Diverse prospettive filosofiche, dai primi pensatori greci a kant, e affronta temi cruciali come la natura del bene, il ruolo della ragione e della volontà nella vita morale, e l'influenza della tecnoscienza sul comportamento umano.

Tipologia: Sintesi del corso

2024/2025

Caricato il 30/12/2024

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martina-calvaresi-1 🇮🇹

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FILOSOFIA MORALE [libro + appunti]
La filosofia è una disciplina che si interroga sul senso e sul perché del mondo, della vita umana, delle
relazioni. È un percorso che si svolge con gli altri, mediante il dialogo e la parola.
Morale riguarda la distinzione tra bene e male.
= La filosofia morale riguarda la dimensione dell’agire umano (la dimensione pratica dell’esistenza umana) e
riflette sull’esperienza umana cercando criteri che distinguano il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.
La valutazione dell’agire umano sulla base del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto implica una
riflessione complessiva sul senso della vita, in particolare su cosa renda una vita buona o felice, su quali
azioni possano concorrere al raggiungimento di tale dimensione, su quali siano i nostri doveri nei confronti
degli altri, di noi stessi, dell’ambiente che ci circonda.
[Permette di sviluppare un pensiero critico, una riflessività che riguarda l’agire- comportamento umano]
VITA MORALE
Chiunque ha una propria vita morale e si riconosce oggetto responsabile delle proprie azioni, capace di
giudicare fra bene e male.
Ogni essere umano possiede, in forme più o meno esplicite e consapevoli, un’esperienza morale; ha cioè
l’avvertimento di un dislivello fra un insieme di:
funzioni vitali che l’organismo sviluppa secondo dinamiche proprie, senza chiederci di volta in volta un
consenso esplicito (es. fame, sete, sonno..)
azioni e comportamenti che assumiamo in prima persona, sulla base di scelte autonome e responsabili
(= condotte umane)
Questi due livelli sono strettamente connessi eppure c’è la possibilità di distinguere fra
uno strato naturale del vivere: l’interazione con l’ambiente è determinata da causa-effetto
una dimensione morale dell’esistere: potere di scegliere in modo autonomo le varie opzioni
Agiamo sulla base delle scelte che compiamo(dall’iniziativa), in modo autonomo e responsabile; la
dimensione morale non è qualcosa che decidiamo di avere, ma è innata.
In quanto soggetto morale la persona umana, oltre ad adattarsi, interagire e trasformare l’ambiente, ha un
potere d’iniziativa capace di creare un nuovo ambiente: la persona riceve dall’ambiente e può restituire ad
esso più di quanto riceve, dare ciò che gli manca.
Definizioni:
1. Mondo morale:
Ambiente generato dall’insieme dei comportamenti umani. esso è, insieme, invisibile e visibile: è composto
non soltanto da affetti, valori, doveri, giudizi, promesse, progetti, relazioni; ma anche da una mole di
attività cooperative, di modelli di vita condivisi e in qualche modo istituzionalizzati.
Si rende visibile la struttura del vivere insieme di una comunità storica, irrinunciabile alle relazioni umane
interpersonali. Grazie a questa eccedenza etica, gli umani si tramandano di generazione in generazione
pratiche di vita condivise, creano scuole e ospedali, tribunali e parlamenti.
2. Vita morale
È la vita umana, composta dall’insieme di azioni e comportamenti, riconducibili e valutabili entro la scala
del bene e del male, di cui il soggetto umano si riconosce protagonista e responsabile.
[I comportamenti sono valutabili al bene e al male]
L’aggettivo morale è connesso alla vita in quanto può dirsi buona o cattiva, si tratta di una condizione
universale e necessaria all’esperienza umana. Considerata sulla possibilità di perseguire il bene ed evitare il
male, la moralità riguarda tutti e attraversa ogni momento della vita; non è possibile sottrarsi, invocando
risposte solamente tecniche e impersonali.
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FILOSOFIA MORALE [ libro + appunti]

La filosofia è una disciplina che si interroga sul senso e sul perché del mondo, della vita umana, delle relazioni. È un percorso che si svolge con gli altri, mediante il dialogo e la parola. Morale riguarda la distinzione tra bene e male. = La filosofia morale riguarda la dimensione dell’agire umano (la dimensione pratica dell’esistenza umana) e riflette sull’esperienza umana cercando criteri che distinguano il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. La valutazione dell’agire umano sulla base del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto implica una riflessione complessiva sul senso della vita, in particolare su cosa renda una vita buona o felice, su quali azioni possano concorrere al raggiungimento di tale dimensione, su quali siano i nostri doveri nei confronti degli altri, di noi stessi, dell’ambiente che ci circonda. [Permette di sviluppare un pensiero critico, una riflessività che riguarda l’agire- comportamento umano] VITA MORALE Chiunque ha una propria vita morale e si riconosce oggetto responsabile delle proprie azioni, capace di giudicare fra bene e male. Ogni essere umano possiede, in forme più o meno esplicite e consapevoli, un’esperienza morale; ha cioè l’avvertimento di un dislivello fra un insieme di:

  • funzioni vitali che l’organismo sviluppa secondo dinamiche proprie, senza chiederci di volta in volta un consenso esplicito (es. fame, sete, sonno..)
  • azioni e comportamenti che assumiamo in prima persona, sulla base di scelte autonome e responsabili (= condotte umane) Questi due livelli sono strettamente connessi eppure c’è la possibilità di distinguere fra
  • uno strato naturale del vivere: l’interazione con l’ambiente è determinata da causa-effetto
  • una dimensione morale dell’esistere: potere di scegliere in modo autonomo le varie opzioni →Agiamo sulla base delle scelte che compiamo(dall’iniziativa), in modo autonomo e responsabile; la dimensione morale non è qualcosa che decidiamo di avere, ma è innata. In quanto soggetto morale la persona umana, oltre ad adattarsi, interagire e trasformare l’ambiente, ha un potere d’iniziativa capace di creare un nuovo ambiente: la persona riceve dall’ambiente e può restituire ad esso più di quanto riceve, dare ciò che gli manca. Definizioni: 1. Mondo morale: Ambiente generato dall’insieme dei comportamenti umani. esso è, insieme, invisibile e visibile: è composto non soltanto da affetti, valori, doveri, giudizi, promesse, progetti, relazioni; ma anche da una mole di attività cooperative, di modelli di vita condivisi e in qualche modo istituzionalizzati. Si rende visibile la struttura del vivere insieme di una comunità storica, irrinunciabile alle relazioni umane interpersonali. Grazie a questa eccedenza etica, gli umani si tramandano di generazione in generazione pratiche di vita condivise, creano scuole e ospedali, tribunali e parlamenti. 2. Vita morale È la vita umana, composta dall’insieme di azioni e comportamenti, riconducibili e valutabili entro la scala del bene e del male, di cui il soggetto umano si riconosce protagonista e responsabile. [I comportamenti sono valutabili al bene e al male] L’aggettivo morale è connesso alla vita in quanto può dirsi buona o cattiva, si tratta di una condizione universale e necessaria all’esperienza umana. Considerata sulla possibilità di perseguire il bene ed evitare il male, la moralità riguarda tutti e attraversa ogni momento della vita; non è possibile sottrarsi, invocando risposte solamente tecniche e impersonali.

3. Etica o filosofia morale È l’insieme delle riflessioni con le quali si tematizza, con una concettualità filosofica e con metodologie appropriate, la vita morale. [Si interroga, pone domande sui concetti della vita morale] = L’essere umano riconosce la dimensione morale come un’esperienza:

  • Originale: personale, il soggetto ne risponde in prima persona
  • Irrinunciabile: innata
  • Problematica: non ha risposte definitive ed è costituita da un interrogativo costante L’insieme di queste esperienze porta a considerare la vita morale un’ insieme “universale” e “storica”. Universale significa che riguarda tutti, ogni tempo, luogo e persona; riconduce il molteplice ad un’unità. Storica significa che l’esperienza morale cambia in base in base al contesto, alle epoche storiche che introducono una nuova dimensione di senso e di valore nel divenire della natura, in quanto l’azione morale è sempre una forma d’interazione tra il “mondo interno” (del soggetto agente) ed il “mondo esterno” che mutua → il mondo morale acquista spessore storico sulla base della circolarità fra interiore ed esteriore, attivo e passivo, individuale e collettivo. Quando pronunciamo un giudizio sull’intero orizzonte storico, non è più solo “storica”(valida per un’epoca e non per altre), ma trascendentale: la scelta e la responsabilità sono esperienza di tutti => Nell’esperienza morale trascendentale e storico si toccano. Nasce dalla capacità di mediare tra l’altezza dell’invisibile e la larghezza del visibile, tra l’autonomia dell’agire e l’eteronomia del patire, tra la solitudine della libertà personale e il peso della responsabilità sociale. [Per tenerle insieme non dobbiamo rinunciare ad una possibile convergenza, non dimenticare che è un’esperienza comune. Convergenza: l’esperienza con l’altro consente di relativizzare e mettere in dubbio la propria visione] Domande di oggi L’epoca attuale è segnata da una sorta di paradosso: si fa continuamente riferimento all’etica, ma appare sempre più difficile trovare una convergenza su valori, principi, forme di vita condivise. Si moltiplicano le etiche, si riducono gli orizzonti di possibilità di un’etica comune. Si dilatano in modo esponenziale gli spazi di libertà, si riduce la cornice dell’ethos condiviso. Appartiene all’epoca contemporanea la tendenza a ritenere la stessa sfera etica come frutto di una scelta possibile. Le conseguenze di questo fenomeno investono lo stesso punto di congiunzione fra sfera privata e pubblica: mentre acquista sovranità nella propria sfera privata, l’individuo perde i confini tradizionali che gli erano stati forniti da un’identità sociale → Si estendono gli spazi della libertà privata e si restringe lo spazio della vita pubblica [c’è l’individuo al centro]. Nasce la cultura dell’autorealizzazione e dell’autenticità espressiva, che alimenta il “lato oscuro dell’individualismo” perché l’Io strumentalizza gli altri in quanto li finalizza alla propria realizzazione. Vengono in questo modo a modificarsi le “chances di vita” di una società, che dipendono da un bilanciamento fra legature (definiscono l’identità personale in termini di appartenenze, relazioni socialmente significative) e opzioni (scelte possibili). Fra questi due fattori è indispensabile un equilibrio dinamico: le legature senza opzioni significano oppressione; le opzioni senza legami sono prive di senso. = La dimensione morale è sempre più percepita come un’opzione, anziché come una condizione: in questo modo si amplia la sfera del non-morale, cioè quella dimensione del vivere che può essere sottratta alla giurisdizione dell’etica (di per sé competente a giudicare l’intera estensione della vita umana compresa tra il comportamento morale e quello immorale). La sfera del non-morale è, in un certo senso, ancora più estranea e indifferente all’etica della sfera amorale, ovvero un comportamento che entra in conflitto con la vita morale, mantenendo quindi ancora un qualche rapporto con essa.
  1. Antitesi tra bene e male declinata intersoggettivamente L’etica originaria ha trovato una formulazione nella cosiddetta “ regola d’oro ”(come esempio di un mondo morale comune in cui universale e storico s’incontrano). Si distingue in versione:
  • Positiva: fai agli uomini ciò che vorresti fosse fatto a te
  • Negativa: non fare agli uomini ciò che non vorresti fosse fatto a te Invitando a non separare mai il bene-per-me dal bene-per-altri, la regola d’oro custodisce un principio etico che segnala un’antitesi insuperabile tra bene e male declinata intersoggettivamente. La vita morale prescrive relazioni di buona reciprocità perciò passa dal piano individuale a quello universale, dando forma a un ideale di giustizia che invita a “dare a ciascuno i suo” e a “non danneggiare nessuno”. [Il bene è originario, crea; il male non potrà mai sostituirsi al bene perché distrugge, non crea] 
  1. Divario tra legge positiva e legge naturale La tragicità del conflitto discende dal divario fra legge positiva, cioè posta da un atto storico umano, e legge naturale, riconosciuta come originaria e precedente all’uomo, scaturisce da un’adesione interiore della coscienza. (Es. Antigone nega la possibilità umana di abrogare le leggi non scritte dagli dèi, quelle leggi che sempre vivono e nessuno sa dove apparvero, ammettendo che il cammino della vita morale deve sempre misurarsi con un’insuperabile dimensione tragica) Siamo di fronte all’avvertimento dell’impossibilità di neutralizzare la vita morale e quindi di declassare le scelte a livello di opzioni circoscritte e ininfluenti.
  • La persona umana ha scelta. È l’essere che può allontanarsi dal bene e non deve farlo.

FILOSOFIA MORALE

L’atteggiamento filosofico si costituisce come un particolare tipo di domanda che nasce dall’esperienza ed è capace di problematizzarla [È una riflessione sulla vita morale, analizza e riflette sull’esperienza morale]. Esperienza e pensiero , sotto il profilo della loro rilevanza morale, non sono universi incommensurabili, ma possono essere correlabili grazie alla riflessione filosofica, in grado di articolare una distinzione tra vita vissuta e sguardo filosofico. Il mondo della vita non è opaco e irrazionale, il pensiero non ha uno sguardo asettico e disincarnato; l’esperienza della vita morale è costantemente accompagnata da un’autocomprensione critica, così come l’interrogazione filosofica ha in sé uno spessore pratico. La nostra esperienza è razionale e l’agire umano può essere accompagnato da un controllo della coscienza, da cui dipende la possibilità di orientamento e giudizio. Il soggetto morale è capace non solo di agire, ma anche di entrare in rapporto con il se stesso che entra in rapporto con il mondo →Con lo sguardo filosofico, il soggetto è coinvolto nella vita: la filosofia morale è parte viva di una comunità umana e deve sempre cercare di esserlo; la capacità di ascolto, di coinvolgimento, è la condizione per raggiungere la distanza critica indispensabile per la ricerca della verità. = La filosofia morale è quindi una specificazione del rapporto tra esperienza e pensiero: la filosofia è continua riflessione sull’intero dell’esperienza o sull’essere come tale. È una ricerca orientata al fondamento, al senso, al principio, al “perché” dell’intero più al “come” di qualcosa. Tende a oltrepassare il piano particolare e immediato dell’esperienza per interrogarsi intorno alle condizioni universali e necessarie che lo rendono possibile. I termini etica e morale sono sinonimi, ma hanno una diversa etimologia.

  • Etica (dal greco): indica le determinazioni storiche legate a norme comunitarie condivise
  • Morale (dal latino): tende a indicare istanze di fondo e principi ispiratori della vita morale Oggi sono perlopiù considerate come sinonimi. In greco il riferimento all’ethos indica due elementi:
    • Êthos (con accento circonflesso) indica carattere, dimora, soggiorno.
    • Éthos (con accento acuto) indica abitudine, consuetudine, pratica di vita
  • La filosofia morale assume come oggetto proprio di studio l’intero della vita in quanto morale, vale a dire l’insieme degli atti, delle azioni, dei comportamenti che costituiscono la condotta umana, considerata sotto la particolare angolatura formale della sua qualità etica. In quanto filosofia, l’etica (o morale) rientra nelle discipline filosofiche per 3 requisiti tipici:
    1. Razionalità critica: capace di dar conto di se stessa e di problematizzare il mondo dell’esperienza
    2. Rigore metodologico: non lascia nulla alla casualità o all’improvvisazione utilizzando metodi precisi
    3. Unificazione del molteplice e ricerca del fondamento: tende all’universalità(cerca di accomunare più situazioni) e alla ricognizione empirica e narrativa di fatti e comportamenti La filosofia si differenzia dalle altre discipline in quanto non esercita uno sguardo puramente descrittivo sul comportamento umano (come la psicologia o sociologia) e neppure si focalizza su un approccio normativo (come il diritto) → deve unire descrittivo e prescrittivo perché, oltre a descrivere un comportamento, lo valuta su una scala che va dal bene al male. Lo sguardo critico della filosofia morale deve essere capace di assumere l’intero orizzonte della moralità, senza fermarsi alla sua superficie, senza censurare o omettere aspetti rilevanti; insomma la filosofia morale deve evitare il doppio rischio del:
  • Riduzionismo: accontentandosi di una dimensione naturale (descrittivo)
  • Moralismo: che importa dall’esterno norme considerate vincolanti ma non giustificate (prescrittivo) Deve evitare di ridurre questioni complesse della vita morale a un livello più elementare; deve altresì evitare d’imporre alla condotta umana norme importate dall’esterno → La filosofia non può chiamarsi fuori rispetto ai problemi vitali della comunità umana: il pensiero filosofico tende a una comprensione critica dell’esperienza morale, che scaturisce dalla possibilità di interrogarsi intorno ai fattori costitutivi dell’agire , di chiedersi quali ne siano le condizioni necessarie e universali di possibilità , lo fa gettando contemporaneamente una luce sul fondamento del bene, sullo statuto dell’umano e sul valore dei comportamenti personali e collettivi.

Le implicazioni antropologiche dell’etica nascono soprattutto da una domanda intorno alla nozione di agente morale, che comporta una relativa identità personale: quando alla persona umana può essere riconosciuta una responsabilità morale? Tale questione può essere istituita secondo tre coordinate diverse che guardano la radicalità del coinvolgimento personale, la qualità dell’orientamento e della motivazione morale. L’articolazione delle facoltà: 1 - si può segnalare il valore autoimplicativo della ricerca morale: è un sapere che orienta, condiziona i modi di vivere, investe la vita quotidiana e la coscienza critica della persona. Il soggetto è personalmente coinvolto e non spettatore passivo 2 - nel differenziare le forme e i livelli di coinvolgimento del soggetto nell’atto morale, la riflessione filosofica di trovare un riscontro al potere di attrazione del bene nella vocazione etica del soggetto stesso 3 - la qualità dell’orientamento e della motivazione morale chiama in causa un’articolazione della vita coscienziale, che si esprime in una teoria delle facoltà Una questione cruciale riguarda le facoltà che concorrono alla vita morale e sono: l’intelletto, la volontà (e la coscienza) → c’è chi riconosce un equilibrio fra conoscere e volere, sono considerate entrambi condizioni necessarie ma non sufficienti per dare un atto morale vero e proprio e un’attribuzione di responsabilità. Si hanno, dall’altra parte, dottrine bilanciate in un senso o dell’altro quando volontà o intelletto vengono considerate necessarie e sufficienti nella vita morale:

  • Intellettualismo etico: assegna una funzione determinante alla conoscenza del bene e considera ogni comportamento buono come frutto di una piena conoscenza del bene stesso, addebitando ogni comportamento cattivo a un deficit di ordine conoscitivo. [Basta conoscere il bene per farlo]
  • Volontarismo etico: il comportamento buono dipende dalla volontà. Si distacca dalla conoscenza di un bene universale e ognuno segue la propria idea di bene. [La volontà giudica ciò che è bene o male]
  • Coscienza morale: è capace di riconoscere e distinguere il bene dal male, di elaborare giudizi ponderati e responsabili rispetto alle situazioni critiche (particolarità) e ai principi (universalità). Exterior: la trama delle relazioni Quando la riflessione filosofica assume la vita morale come ambito della propria indagine, si abbracciano la sfera pubblica e plurale dell’agire umano, definendo “mondo morale” il flutto della confluenza dei comportamenti di tutti i soggetti umani (ethos). La vita morale è eminentemente personale nella sua genesi, nella sua libera articolazione e nella conseguente attribuzione di responsabilità, ma è interpersonale nel suo esercizio storicamente situato; più in generale, ha sempre una ricaduta esterna, che investe non soltanto le altre persone, ma anche il mondo della natura e quello delle istituzioni → la vita morale è personale (si produce nella coscienza morale) ed è interpersonale (l’agire è sempre con/per l’altro: riguarda e coinvolge gli altri, la natura e le istituzioni)  L’agire umano genera sempre comportamenti che interagiscono con il mondo circostante, intrecciando una trama di relazioni di segno e valore diverso. In filosofia morale si distingue la relazione di irreciprocità (è il rapporto con il mondo naturale, unilaterale) e di reciprocità (tra l’io e l’altro c’è uno scambio, relazione corrisposta). Quest’ultima può essere:
  • Simmetrica: rapporto presuppone una parità di ruoli e di funzioni (es. tra fratelli, coniugi)
  • Asimettrica: differenza di status tra le persone, c’è una disparità che tuttavia non impedisce una mutua cooperazione (es. medico-paziente, genitori-figli, maestro-allievo) Le questioni morali più rilevanti sulla differenza tra buona e cattiva reciprocità investono soprattutto la qualità della relazione interumana e la possibilità di riconoscere un equilibrio tra libertà e uguaglianza: la vita delle relazioni viene spesso valutata sulla base di questi due principi e la loro differenza è utilizzata per classificare le dottrine politiche. Infatti, nelle dottrine dove prevale il valore dell’ uguaglianza , si condanna il tentativo di assolutizzare la disuguaglianza e si sacrifica parte della libertà personale; mentre nelle dottrine dove prevale la libertà si è meno interessati all’uguaglianza ispirando la tradizione del liberalismo che ha cercato di erigere una sfera di protezione politica intorno all’individuo, elaborando il tema della dignità e dei diritti civili, e criticando ogni forma di utopia totalitaria.

La vita morale possiede anche una fitta trama di relazioni interpersonali con il mondo esterno, “naturale” e “artificiale” = c’è un rapporto tra l’uomo e la natura perché la natura è un bene comune e la sua cura o distruzione riguarda tutti →Secondo Hadot ci sono due diverse modalità di approccio: nel paradigma volontarista, a fronte di una natura avvertita come ostile, l’uomo cerca di dominarla grazie alla tecnica; in un paradigma contemplativo, l’uomo è parte della natura e l’arte ne diventa un prolungamento estetico. Un’altra componente del mondo morale è rappresentata dalle istituzioni che, grazie a un insieme di atti umani, acquistano rilevanza pubblica e valore normativo → Le istituzioni sono frutto dell’agire umano e l’uomo può produrre strumenti più o meno buoni e si distingue tra i diversi fini di tali strumenti:

  • Fine polivalente: tanto più il giudizio morale si sposta dal piano della sua costruzione a quello del suo uso (es. è bene che il coltello sia affilato, è male usarlo per scopi aggressivi)
  • Fine univoco: è appositamente pensato per fare del bene o male, il giudizio morale tende a sovrapporti al giudizio tecnico (es. il farmaco è pensato per guarire, il veleno per danneggiare)
  • Fine immanente: non può avere un’esistenza distinta dallo scopo, il fine è nell’esatto svolgimento degli obiettivi (es. parlamento = istituzioni) L’etica rientra anche nella sfera economica e politica. Ogni essere umano è primariamente un soggetto morale, che persegue sempre la propria vocazione verso il bene, anche nella sfera economica o politica; l’etica poi invita a riconoscere la valenza propriamente morale delle dinamiche sociali ed economiche, come di quelle giuridiche e politiche. Rispetto alla sfera economica, l’etica invita a non assolutizzare il paradigma quantitativo del profitto ed andare oltre la sfera dei bisogni, della naturalità, verso una prospettiva autentica di reciprocità in cui si affiancano, alla competizione, la cooperazione e la gratuità [→nella sfera economica accanto alle relazioni economiche e alla dinamica competitiva, si riconducono la cooperazione e la gratuità]. Rispetto alla sfera politica l’etica fa valere il carattere massimamente inclusivo del proprio orizzonte. Indaga il comportamento umano legato alla collettività e cerca di organizzare il comportamento e le istituzioni politiche secondo il principio di giustizia, libertà o uguaglianza.
  • Lirici: l’essere umano è in bilico tra l’ordine e il divino (stabilità) e la precarietà del tempo (esperienze mutabili, divenire)
  • Tragediografi: evidenziano la natura conflittuale della vita morale, da una parte c’è il destino, legge naturale e dall’altra ci sono le leggi umane; tra giustizia divina e responsabilità umana Anche nei primi filosofi si trova il legame tra esperienza e riflessione morale:
  • Eraclito: consapevole dello stretto rapporto tra sapienza e vita morale (la massima virtù è essere saggi e la sapienza consiste nel e fare cose vere), il passo verso questa vita buona è la conoscenza
  • Democrito: autore di una dottrina anatomica, sottolinea come la felicità provenga dalla rettitudine (buon comportamento) e non da doti fisiche o ricchezze In tale contesto, l’etica si fa strada fra le polarità opposte della fortuna e della virtù, con le quali il filosofo si deve costantemente confrontare per qualificare moralmente la semantica dell’eccellenza oltre l’esperienza della fragilità → la fortuna è qualcosa che non si controlla, elemento imponderabile; mentre la virtù è lo spazio in l’uomo si adopera per poter essere felice [anche se ci sono elementi incontrollabili, non significa che non dobbiamo essere virtuosi]. il filosofo deve sempre confrontarsi tra queste due polarità per migliorarsi e puntare all’eccellenza, nonostante la fragilità che lo contraddistingue. Il grande dilemma dell’etica greca è la ricerca della stabilità, che viene ritrovata nella felicità: le etiche antiche possono definirsi eudemonistiche, ovvero orientate alla vita felice, quindi i filosofi greci si interrogano sul modo giusto per raggiungere la felicità. La felicità è uno stato di quiete, deve essere guida della vita, deve darle una direzione. La riflessione morale nasce dalla meraviglia, non tanto verso la natura, ma piuttosto verso la vita umana, la sua profondità, la sua capacità di bene e male. Socrate (469-399 a.C.) può essere considerato il padre della filosofia morale. Non ha lasciato fonti scritte, ma abbiamo solo testimonianze indirette (Platone, Aristotele, Senofonte..). L’Atene del quinto secolo è una polis attraversata da profonde trasformazioni:
  • Il processo di democratizzazione delle virtù, sostenuto dalla convinzione che il singolo cittadino potesse perseguire il proprio bene in armonia con il bene della città, la nuova virtù consiste nell’osservanza della legge che non è più un bene familiare, ma è patrimonio cittadino, frutto dell’educazione dei cittadini attraverso le leggi
  • Messo in discussione il rapporto tra la natura e la legge: l’uomo si autoafferma, diventa autonomo e può scegliere le proprie leggi, che non devono essere per forza in accordo con la natura
  • Culturalmente è invasa dai Sofisti: esperti del sapere e di virtù. Insegnano, sotto pagamento, la sapienza apparente, utilizzando un metodo trasmissivo, ovvero consideravano l’alunno come un contenitore in cui trasmettere, senza discussione, quel sapere [è l’arte della parola fine a se stessa]. Nonostante la rappresentazione negativa del sofista, esso introduce un nuovo modo di fare filosofia, che si sviluppa in un rapporto ravvicinato con la vita e la storia, caricandosi di responsabilità pedagogiche. Socrate accetta il metodo di confronto dei sofisti, ne riconosce il valore intrinsecamente educativo, ma non intende ridurlo a una tecnica persuasiva e superficiale, volta alla trasmissione di abilità strumentali. Al contrario, Socrate è interessato al raggiungimento della verità utilizzando un metodo dialogico e maieutico: a partire dall’ammissione dell’ignoranza e attuando una decostruzione del vero, attraverso un atteggiamento critico anche e soprattutto nei confronti di se stessi, fino a riconoscere di non sapere; si attua una ricostruzione, attraverso il dialogo, della verità → Il suo metodo ricerca definizioni universali (tramite la domanda “che cos’è”), tenta di cogliere l’essenza delle cose attraverso ragionamenti induttivi (parte dai molti casi per arrivare all’unità, cerca ciò che accomuna tutti) Dopo aver decostruito le illusorie concezioni del bene e della vita buona, Socrate propone, attraverso il confronto, un’etica della cura dell’anima, della conoscenza di sé, per cui il bene si identifica con la cura della parte migliore di sé, ovvero l’anima = la sapienza umana è essenzialmente elevazione dell’anima, poiché non c’è nulla di più alto dell’anima. Il bene e la verità si equivalgono: si tratta di conoscere il bene per perseguirlo. Quindi è portavoce dell’ intellettualismo etico, perciò il male è ignoranza del bene. L’autodominio, il bene più eccellente per gli uomini, si raggiunge attraverso la conoscenza di se stessi. Per Socrate il male è la rinuncia alla ricerca della verità e non si può aspirare alla felicità se si fa ingiustizia, quindi per lui è meglio subire il male che farlo e l’uomo buono non può subire alcun male.

Platone: l’altezza del bene Miglior allievo di Socrate, l’eredità socratica è accolta soprattutto da Platone Socrate aveva rappresentato il punto di non ritorno nella ricerca di un approdo sicuro, oltre un mondo immerso in un divenire: l’uomo trova il suo compimento se riesce a contemplare ciò che non passa, oltre la precarietà del rischio e dell’autosufficienza. Per conoscere veramente se stessi bisogna cercare altrove. Il punto di arrivo di Socrate si trasforma nel punto di partenza di Platone: l’essenza è oltre l’esperienza grazie al principio che le conferisce uno statuto ontologico. Il bene costituisce il fine supremo di un mondo di Forme ideali (o Idee). Nel pensiero platonico l’intera scala degli atti umani ne risulta trasformata: la vita morale è posta sotto il segno di un amore della sapienza che è essenzialmente armonia dell’anima, giusto ordine delle virtù.

  • L’uomo è in bilico tra due mondi: stabilità (eternità) e la transitorietà del tempo = la ricerca di Platone parte dalla ricerca di qualcosa che non muti, all’interno dell’esperienza del divenire e per fare questo ci serve un ancoraggio ultrasensibile, che va oltre. Si passa:
    • dal mondo della sensibilità: mondo terreno, ciò di cui facciamo esperienza con i sensi (è apparenza e mutevole, transitoria)
    • al mondo ultrasensibile: mondo delle Idee, è eterna e fissa (da senso alla realtà) = Platone si muove in una visione metafisica dove c’è una realtà più vera, ovvero il mondo delle Idee che è eterno e incorruttibile; poi c’è un mondo non vero, ovvero il mondo delle Copie che è transitorio. Per esistere il mondo sensibile deve ancorarsi su qualcosa che non cambia (ultrasensibile): l’ultrasensibile è grazie a cui il sensibile vive = il mondo delle Idee trascende dal mondo delle Copie e nello stesso tempo lo fondano e lo identificano. Questo passaggio ha delle conseguenze in termini etici: la vita morale conduce la ricerca costante della verità, del bene o della giustizia ed è l’anima che porta alla stabilità e all’agire moralmente. L’anima coglie l‘essere quando si libera dal corpo →se il corpo non è guidato dall’anima, è corruttibile. L’obiettivo metafisico di Platone è di conciliare unità e molteplicità, eternità e divenire, immutabilità e mutamento, ragione ed esperienza; ed è da qui che prende forma la dottrina delle Idee → le cose sensibili e le essenza soprasensibili sono costituite da delle molteplicità che il mondo ideale unifica. In questa prospettiva l’ esperienza sensibile non è fonte di conoscenza: lo sarà piuttosto l’anamnesi (ricordo), conoscere è ricordare, quindi trarre da sé la verità. Platone delinea un percorso di crescita della conoscenza, raffigurandolo nel mito della caverna : dove si trovano degli schiavi incatenati, costretti a vedere solo sul fondo le loro ombre (credendo fosse quella la vera realtà), i quali si sciolgono dalle catene e iniziano una risalita verso la luce (realtà vera). Quindi due sono le forme del conoscere:
    1. L’opinione, che riguarda la sfera sensibile e si articola in immaginazione e credenza
    2. La scienza, che riguarda la sfera ultra sensibile e suddivida in intellezione ed enti matematici È questa la natura propria del filosofo: si innalza alle Idee con un procedimento discorsivo e intuitivo, fino alla suprema idea del Bene (o compie il percorso inverso) → Al vertice di tutte le Idee sta l’idea del Bene. Un cosmo di Idee, ordinate gerarchicamente attorno all’Idea del Bene, è la forma metafisica dell’armonia alla quale deve corrispondere in modo speculare, con il suo supremo paradigma normativo, la forma dell’armonia morale nella vita umana → il Bene funge da guida per le nostre esistenze e l’uomo vive in armonia cercando di elevarsi e facendosi guidare dall’Idea di Bene, che mette il corpo al servizio dell’anima. La natura di ciascuna cosa tende al bene come al fine che le è proprio = riferimento teleologico. A tale scopo è necessaria la metretica, scienza della giusta misura, che permette di dividere e unire (per esempio i beni al bene) sulla base dei rapporti delle idee tra loro.

Nel mito di Er viene spigato il libero esercizio della vita morale, secondo il quale la reincarnazione avviene anche per via della responsabilità personale (oltre al destino): le anime devono scegliere le rispettive condizioni di vita secondo un ordine affidato alla casualità → la responsabilità morale si coniuga con la dimensione della necessità; c’è un ciclo di reincarnazione che l’anima in parte sceglie, vari punti:

  • non abbiamo scelto di vivere
  • possiamo scegliere il nostro modo di vivere
  • dobbiamo fare proprio il destino e accettarlo in modo consapevole L’azione è sempre connotata moralmente, lo scegliere è libero anche quando le opzioni si riducono di molto [dobbiamo capire qual è il male minore, accettarlo e dare il meglio di noi]

= L’anima è immortale, la sua storia e le sue scelte condizionano la successione delle vite in cui s’incarna.

Aristotele: la precarietà del bene Anche Aristotele compone dei dialoghi destinati alla pubblicazione; le tre grandi opere di etica sono: l’Etica Nicomachea, l’Etica Eudemia e la Grande etica. A differenza di Platone che “alza lo sguardo”, bisogna andare oltre per ricercare il Bene; Aristotele vuole tornare ad indagare il mondo della natura, il bene non è così inaccessibile ma è praticabile e possiamo esperimentarlo nel mondo dell’esperienza. Per lui la realtà è univoca e il mondo vero è quello che noi vediamo → la conoscenza non divisa in due elementi, ma è l’esperienza l’inizio della conoscenza. Esistono due modi di essere: l’essere in potenza(possibilità) e l’essere in atto(realizzazione della possibilità), il bene è una possibilità quindi l’uomo deve realizzarlo = Si passa dalla potenza all’atto perciò l’essere tende al compimento, alla sua piena realizzazione. Si apre quindi la questione dell’anima: in quanto “atto primo di un corpo naturale che ha la vita in potenza”, l’anima non è un’entità separata dal corpo (come pensava Platone), ma è la forma stessa del corpo. Mentre il corpo, essendo materia, ha la potenzialità del vivere, l’anima, in quanto forma, rappresenta la pienezza del compimento che rende possibile la vita. L’anima si suddivide in tre facoltà:

  1. Anima vegetativa: principio del nutrimento e della riproduzione (in comune con le piante)
  2. Anima sensitiva: principio del movimento e sensazione (in comune con gli animali)
  3. Anima razionale: è propria dell’uomo ed è principio del pensare, indirizza verso il bene Anche in Aristotele c’è una dinamica teleologica, ma il bene è una pienezza che si raggiunge nel mondo. Ciò a cui tutto tende Il Bene è stato definito come ciò a cui tutto tende, quindi è la felicità il fine massimo a cui l’uomo tende. [Bene sommo = felicità] La felicità è il fine ultimo e unitario, capace di tenere insieme il molteplice. Occorre quindi ammettere una molteplicità di fini (beni) tra loro diversi che si compongono nel conseguimento di un fine supremo, ovvero la felicità. La felicità si può considerare bene perfetto, in quanto scelto sempre per se stesso e mai in vista di altro: tutti gli altri beni (es. onore, piacere, virtù..) si scelgono in vista di altro (della felicità); mentre la felicità non si sceglie in vista di quei beni. [Il bene comprende diverse stratificazioni che devono unirsi verso la felicità] Aristotele definisce la filosofia “scienza della verità”, ma distingue tra filosofia teoretica e filosofia pratica. La filosofia teoretica ha come fine la verità, mentre la filosofia pratica ha come fine l’azione (non basta conoscere il bene, occorre praticarlo, diventare buoni) → L’oggetto della filosofia pratica è dato quindi dalla prassi, dall’insieme di azioni che sono messe in pratica. A differenza della produzione (poiesis) che esiste a prescindere da chi l’ha compiuto (es. quadro), l’azione (praxis) non ha alcun fine fuori da sé, realizza il proprio fine (es. atto di vedere o pensare). Quindi la forma della vita buona è un agire ben riuscito e la felicità si configura come un certo modo di vivere e agire bene.

Per Aristotele il metodo della conoscenza è il metodo induttivo (unificazione del molteplice). La filosofia pratica, e quindi il filosofo, valuta l’esperienza nota per rintracciare i principi comuni, che saranno argomentati e valutati alla luce della distinzione tra bene e male. È infatti la dialettica che assume il compito di valutazione ed esaminazione delle opzioni diverse per raggiungere concetti comuni. Quindi il ragionamento morale assume un procedimento diaforetico: cerca di armonizzare le questioni su cui si sono opinioni contrastanti. => Tutto questo lavoro consiste nella deliberazione pratica che non è una scienza, ma è ciò che porta alla scelta grazie al pensiero che permette di valutare cosa è bene e cosa è male. Colui che è titolare di questa deliberazione è il saggio, una persona dotata di saggezza pratica, che svolge un lavoro di revisione dei principi per capire quale sia la scelta migliore. Aristotele critica l’intellettualismo etico perché non basta conoscere bene, ma bisogna anche realizzarlo → le diverse parti dell’anima devono quindi armonizzarsi: l’anima sensitiva deve farsi guidare da quella razionale; guida il desiderio razionale che coincide con la volontà. Virtù e felicità Il bene umano corrisponde all’anima secondo ragione, attività più propria dell’uomo, e consiste nella capacità di realizzare perfettamente questa attività → bisogna esercitare l’anima razionale, mettere in atto. La piena realizzazione è l’atto, la messa in pratica, e in questo ha un ruolo fondamentale la virtù. Essa è una disposizione abituale all’agire razionale, stabilizzata mediante l’educazione e l’esercizio, capace di orientare in modo costante verso fini buoni: agire bene è una questione di allenamento che diventa abitudine. Virtù e vizi quindi sono disposizioni, comportamenti abituali, volti a ripetere atti buoni (virtù) o atti cattivi (vizi) volontari non per costrizione o ignoranza. Le virtù che rendono una vita buona si distinguono in:

  • virtù etiche:corrispondono all’anima irrazionale(sensitiva), hanno a che fare con le passioni. Sono disposizioni a scegliere il giusto mezzo tra vizi opposti, che dipende dalla valutazione del fine e dei valori; è il giusto mezzo per evitare l’eccesso e il difetto (es. il coraggio è una via di mezzo tra vigliaccheria e imprudenza). La virtù etica perfetta è la giustizia che in sé trova equilibrio tra il troppo e il poco ed è capace di esercitare la virtù anche verso il prossimo (serve per armonizzare la società e i rapporto tra gli altri). Ci sono due tipi di giustizia: distributiva, distribuisce onori e beni pubblici in modo proporzionato; commutativa o regolativa, regola rapporti privati secondo uguaglianza aritmetica. La giustizia può avere valenza politica in quanto stabilisce diritti uguali ai cittadini.
  • virtù dianoetiche: corrispondono all’anima razionale e ci aiutano a raggiungere la massima aspirazione.
    • teoretiche: intelligenza, scienza e sapienza, hanno come oggetto l’essere eterno o necessario. La sapienza raggruppa le altre due perché conosce ciò che deriva dai principi.
    • pratiche: arte e saggezza, hanno come oggetto ciò che è contingente (cambia) e dipende dall’uomo. Tra le due è più importante la saggezza perché consiste nella capacità di valutare ciò che è bene e ciò che è male, quindi di deliberare bene; unifica desiderio e ragione orientando l’azione verso fini buoni e calcola i mezzi per conseguirli [Il saggio ci permette di identificare i fini dell’agire aiutando a valutare i mezzi necessari]. La saggezza applica i principi generali ai casi particolari e bisogna solo allenarla. Nell’Etica Nicomachea Aristotele sviluppa un trattato sull’ amicizia , ne distingue di tre tipi:
  1. Fondata sul piacere: si condivide solo il piacevole, non segreti o intimità (es. feste)
  2. Fondata sull’utilità: si è utili per qualcosa reciprocamente (es. passare appunti)
  3. Fondata sulla virtù: si condividono visioni del mondo, consigli, confidenze, ragionamenti e pensieri

Combinando il principio del Logos con l’analisi delle funzioni corporee, si riconosce nell’uomo il passaggio progressivo da un vivere secondo l’istinto di autoconservazione (sceglie secondo sopravvivenza), ad un vivere secondo il logos (la ragione): prima viene l’appropriazione delle cose che sono secondo natura, poi con l’acquisizione dell’uso della conoscenza, o concetto, si dà più importanza alla ragione →Quindi le azioni del bene e del male significheranno conformità o mancanza di conformità alla legge naturale/razionale. Successiva a questa divisione fra bene e male determinata dall’accordo o distacco con l’ordine razionale, si individuano dei beni “indifferenti”, quindi moralmente neutri (es. vita/morte, salute/malattia, ricchezza..), non sono valutabili al bene e al male e l’importante è l’atteggiamento nei confronti di questi beni. = La vita morale si configura perciò secondo un ideale di completa autosufficienza, in cui si debbono neutralizzare le turbolenze passionali, rifugiandosi nell’impassibilità (apatheia) rispetto alle passioni, fonte di infelicità. Quindi la saggezza basta a se stessa ed è in grado di allontanare le pulsioni irrazionali, a costo di annullare i sentimenti → il saggio stoico allontana le passioni dall’anima essendo autosufficiente, si governa Gli stoici vedono la felicità come una difesa dai turbamenti, è assenza dalle passioni ed è una ricerca individuale (come in Epicuro ha una visione negativa). [L’universo è governato da un Logos a cui gli esseri umani possono partecipare. Il Logos è anche ordine di una natura a cui gli esseri umani, per vivere bene, devono adeguarsi mediante una serie di azioni rette. La libertà è l’accettazione del nostro destino e la nostra esistenza non dipende dagli altri ma praticando l’autosufficienza] Nostalgia del ritornoPlotino (205-270 d.C.) Tutto ciò che sussiste è comprensibile solo in virtù dell’unità; quindi la riflessione filosofica deve essere intesa come un movimento che riconduce il reale al suo Fondamento universale, ovvero all’ Uno assoluto. Perciò il Bene consiste nel ricongiungimento con l’Uno, mentre il male è l’allontanamento dall’ Uno. L’uomo deve elevarsi il più possibile verso l’Uno e deve oltrepassare la molteplicità attraverso l’ascesi, abbandonando tutto ciò che è corporeo e portando l’anima alla contemplazione del bene = Uno. Per emanazione l’Uno trasmette il suo essere nello Spirito e nell’anima. [L’etica plotiniana consiste in un cammino di ascesa e liberazione che conduce alla purificazione e alla contemplazione della verità]

IL PENSIERO MEDIEVALE: LA CREAZIONE, IL PECCATO, LA SALVEZZA (476 d.C. - 1492) In questo periodo l’elemento che influenza il pensiero morale è il cristianesimo. La dottrina predicata dai seguaci di Gesù di Nazaret non si presentava come una filosofia o come un’etica, ma come una rivelazione di un’alleanza fra il Creatore e la creatura proiettandola verso un giudizio finale e un orizzonte di eternità. In questa dottrina non sono più i molti che tendono verso un Principio immobile, ma è Dio che con un atto gratuito e libero chiama all’essere dal nulla l’universo e istituisce una relazione d’amore con l’uomo, introducendo un principio di fraternità originaria nella comunità umana. Il pensiero cristiano accetta di misurarsi con nuovi problemi di contenuti e di metodo armonizzandosi con la tradizione filosofica, nel processo d’inculturazione della fede → come metodo viene esplicitata la dimensione della fede, ma non si tratta di contenuti (insieme di verità da comprendere); piuttosto si distingue la fede come atteggiamento di fiducia con cui credere, grazie al quale ci si apre ai contenuti di quelle verità. È un affidamento e una rivalutazione della conoscenze [bisogna credere per conoscere]. Con la creazione, Dio dona ad ogni persona umana la capacità di distinguere il bene dal male attraverso l’esatto uso della ragione, che il peccato indebolisce ma non cancella del tutto. Il pensiero cristiano valorizza nuove virtù rispetto a quelle classiche: non sono disposizioni da coltivare per far fiorire la vita umana, ma diventano un percorso che conducono al di là di esse e quindi vengono articolate secondo una gerarchia a seconda delle tappe di questo percorso, il cui fine è condurre alla somiglianza con Dio (quindi diventare giusti e santi, e insieme sapienti). L’uomo deve porsi in posizione “dialettica”: da un lato serve un distacco dalle vicende storiche perché la felicità non è nella vita terrena; mentre dall’altro serve un coinvolgimento perché siamo tutti figli di Dio, quindi fratelli → idea di una fraternità universale: il mondo vive di persone con pari dignità. La persona nel cristianesimo significa vita interiore (# maschera), questo termine acquisisce significato durante l’elaborazione del dogma della trinità: nella persona esistono tre parti che si unificano. [La creazione viene introdotta dal cristianesimo; il mondo greco non conosce la parola creazione, ma il mondo è necessario, c’è sempre stato] Agostino: ordo amoris La gioventù di Agostino è segnata da un’adesione alla gnosi manichea, in seguito pone attenzione al cristianesimo e si converte. Alcune produzioni di Agostino sono:

  • Confessioni: racconta della sua conversione
  • De civitate Dei: a fronte dell’invasione di Roma riflette intorno all’amore cristiano, identificato nell’ Agape (amore disinteressato, un dono, gratuità) In nome di un dialogo tra fede e ricerca, Agostino elabora una sintesi fra le fonti cristiane e la filosofia dei “platonici”. Dio ha donato all’uomo la facoltà della ragione, che lo rende superiore a tutti gli altri esseri viventi: non potremmo credere se non avessimo un’anima razionale. La fede quindi apre la ricerca e interpella l’intelligenza →l’atto di fede è il primo passo per poter comprendere veramente. Affronta il tema dell’anima e Dio: parla di un’anima razionale, data da Dio e il primo atto di conoscenza è credere, accogliere Dio perché solo lui può illuminare le menti e ribadisce che la vera sapienza è la verità nella quale si scorge e si possiede il bene sommo e immutabile. Affronta anche il tema della creazione dal nulla: il mondo è stato creato, prima non esisteva; si vede un’idea di contingenza del mondo (non necessario) in cui il tempo è un segmento finito, che “comincia” con il creato e termina con la risurrezione finale.

L’ amore identifica la vocazione più profonda dell’essere umano. L’amore è un appetitus orientato verso un oggetto desiderabile per se stesso, che Agostino intende anche come una forza di gravità capace di elevare e orientare il desiderio. Quando è rettamente orientato a Dio può chiamarsi caritas o dilectio → l’amore è una tensione desiderante che deve essere orientata all’amore di Dio. Non dobbiamo amare prima le creature, ma al primo posto va Dio così avremmo un amore disinteressato(caritas) anche verso le creature. Volgere l’amore alle creature anziché a Dio comporta la corruzione dell’uomo, sia sul piano personale che sul piano storico. Nell’ordine del creato, le virtù si possono considerare «beni grandi» e i corpi sensibili «beni minimi», mentre «beni medi» sono le facoltà spirituali, come la volontà, in quanto possono essere usati in modo ambivalente. Bisogna indirizzare la volontà verso Dio per fare la cosa giusta. => Quindi l’amore umano può essere più o meno lecito, a seconda che rispetti o meno un’adeguata gerarchia tra amore di Dio, di sé, del prossimo, del corpo. È Dio che illumina l’amore terreno e ci da la forza per puntare verso la salvezza, la felicità: tutti gli amori sono leciti solo se finalizzati a qualcosa di superiore, ovvero Dio che ci insegna ad amare = è carità e dono. La pace è definibile come tranquillità dell’ordine, la pace esprime il telos del bene ad ogni livello dell’universo creato → è rispetto del creato e gerarchia di amore che antepone il la carità e il dono, al desiderio e alla cupidigia. Quindi non è possibile una pace al di fuori della comunità di credenti. Tommaso d’Aquino: l’architettura della partecipazione La filosofia ha accesso al sapere preliminare della teologia (ha posto le premesse); la teologia si fonda sulla rivelazione. Questo perché la verità è una e i due processi si incontrano e accedono alla verità con metodologie diverse: filosofico dal basso, dalla concretezza dell’esperienza; e teologico dall’alto, dalla rivelazione. [Per Tommaso la conoscenza filosofica parte dai sensi, attraverso l’esperienza, induttivamente, si arriva ai principi, poi l’intelletto elabora i concetti] Come Aristotele, egli afferma che abbiamo un’esperienza immediata solo dell’ente (piante, animali e umani), per questo Dio (l’Essere) non è immediatamente vivente = Il Creatore( Dio) coincide con l’Essere; tutto ciò che è creato è Ente. Gli enti sono autonomi, ma Dio li ha creati (crea l’essere finito dal nulla) ed esistono solo in quanto partecipano all’essere del creatore (non sono essere, ma hanno l’essere), per cui ogni ente finito tende a Dio, causa creatrice e insieme finale. La creatura umana Il cammino dell’uomo si sviluppa secondo una dinamica di uscita e ritorno: esperienza della lontananza da Dio e progressivo ritorno alla comunione di amore con Lui. Il motivo ultimo dell’atto creatore è nella compiutezza del bene, che si esprime in un atto d’amore. Egli non agisce perché tende ad un fine, ma per amore del fine. [Il fine è il bene sommo = amore] Intelletto e volontà corrispondono al conoscere e desiderare. Essi si accordano, camminano insieme, grazie all’amore di Dio. L’attenzione si concentra sulle facoltà intellettive e appetitive dell’anima → l’ anima è sostanza, ovvero esiste per conto proprio grazie alla creazione, ed è immortale. In questa anima volontà e intelletto cooperano nell’atto morale: nella determinazione dell’atto, quindi, l’intelletto prevale in quanto coglie l’oggetto (in attingendo); nell’esercizio concreto di tale atto, invece, prevale la volontà in quanto muove l’intelletto (in movendo). [Tutto in armonia perché il fine è il bene sommo e l’amore]

La volontà è una forma di appetitus intellectivus, in cui giunge al culmine la naturale inclinazione verso un fine, propria di ogni ente finito. Il fondamento di tale tendenza desiderativa (o appetitus) consente di riconoscere il rapporto di coappartenenza originaria fra l’ordine dell’essere e quello del bene: il fine attrae proprio in quanto si configura come la perfezione dell’ente, che tende verso di esso come suo bene in ragione di qualche somiglianza → la volontà è la massima realizzazione di questa espressione verso il fine, propria di ogni ente finito (tutti siamo indirizzati verso un fine = impianto teologico). Questa tendenza desiderativa verso il fine e la perfezione avviene in quanto l’ente è simile a Dio, all’Essere; quindi raggiungere la perfezione significa assecondare la direzione verso il bene. Tutti gli enti possiedono la tendenza appetitiva, ma solo nell’uomo coincide con la volontà, configurandosi come un desiderio consapevole, riconosciuto e perseguito come un bene. Il bene che accomuna Il vertice che finalizza l’intero processo dell’agire morale è il bene. Fare il bene ed evitare il male è un presupposto per arrivare alla perfezione, e quindi alla felicità; infatti, l’uomo avrà la sua perfezione nel possesso oggettivo di Dio, perché solo in lui si trova la felicità umana. Il desiderio di felicità nell’uomo è naturale ed originaria, e ogni volta che desideriamo tendiamo verso il bene = sinderesi (l’uomo tende originariamente al bene); perciò la coscienza valuta in modo responsabile la conformità dell’azione alla legge morale: un’azione è buona se segue la legge morale. Il male è quell’atto, quella scelta, che ostacola il cammino verso il fondamento, per cui il mancato raggiungimento di quel fine; interrompe il percorso verso la perfezione. => La misura di una vita felice, piena, è quella che risulta coerente con l’intero percorso della vita orientata al bene sommo, in tutti i suoi atti e beni particolari finalizzati ad esso (es. i beni relativi alla vita sensitiva o materiali non danno felicità). Sono le virtù le disposizioni che consolidano il giusto operare intellettivo e della volontà, si distinguono:

  • virtù intellettive: consiste nella corretta conoscenza
  • virtù morali: corrisponde al corretto scegliere della volontà, quindi al corretto agire. Per Tommaso le passioni sono un apparato pulsionale neutro, che la ragione può regolare; quindi non sono di per sé fonte di peccato, ma dipende dal loro uso buono o cattivo. Consolida la distinzione, propria della tradizione cristiana, tra:
  • virtù cardinali (temperanza, fortezza, prudenza, giustizia): presiedono alla rettitudine delle inclinazioni e riguardano la felicità naturale
  • virtù teologali (fede, speranza, carità): sono un dono della grazia divina eccedente la naturale capacità umana e orientate alla felicità soprannaturale Distingue anche tre tipi di legge:
  1. legge eterna: legge divina che coincide con la legge naturale per essere compresa dall’ente
  2. legge naturale: regola generale originaria e precedente all’uomo, che conduce al bene
  3. legge positiva: prodotta dalla volontà di una comunità ed è giusta quando coincide con la legge naturale La via moderna della libertàfine Medioevo Pernsiero del Misticismo: corrente si distacca dal mondo terreno, dal materiale per incontrare Dio:

- Eckhart: distacco e allontanamento dal molteplice

  • Duns Scoto e Guglielmo d’Ockham: la volontà diventa autonoma, quindi ascolta solo se stessa. L’azione buona o cattiva non dipende dalla conoscenza del bene, ma solo dalla volontà (volontarismo etico). Emerge il contrasto tra il naturale e l’arbitrario: la volontà obbedisce al libero arbitrio, non al naturale. Questo sistema porta anche a mettere in discussione l’ordine gerarchico sociale, quindi del potere politico.