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Lingue Kentum e Satem, Appunti di Glottologia

Riassunto lingue Kentum e lingue Satem

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 27/03/2022

m4t1lde
m4t1lde 🇮🇹

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KENTUM E SATEM
Fin dall’epoca delle prime attestazioni si presentano suddivise in varie famiglie. Uno degli obiettivi
degli indoeuropeisti è sempre stato cercare di raggruppare queste famiglie in unità intermedie fra
l’indoeuropeo ricostruito e le lingue eettivamente attestate. Una delle prime divisioni a essere
individuate è quella fra lingue kentum e lingue satem."
da luraghi:
le lingue indoeuropee vengono tradizionalmente divise in due gruppi: detti kentum e satem
dalla parola per ‘cento’ in latino e avestico"
i due gruppi si dierenziano in base al trattamento delle velari indoeuropee."
per l’indoeuropeo abbiamo individuato 3 serie di velari:"
velari pure /k,g,g(h)/"
labiovelari /k(w), g(w),g(wh)/"
velari palatalizzate (k^, g^, g^h)"
nelle lingue kentum:
velari pure e velari palatalizzate si uniscono in un’unica serie di velari;"
le labiovelari hanno esiti diversi: o sono conservate, come in latino, germanico e
anatolico, o diventano occlusive come in greco e celtico."
nelle lingue satem
le velari palatalizzate si palatalizzano ulteriormente: la loro articolazione subisce un
processo di avanzamento, che le porta a essere articolate come aricate o fricative
palatali o dentali."
velari pure si fondano in un’unica serie con le labiovelari e hanno due esiti: davanti a
vocali anteriori (i,e) subiscono anch’esse una palatalizzazione, mentre davanti a
vocali posteriori (o,u) diventano velari."
Solo armeno e albanese conservano tracce di tre serie distinte di velari. Fra le lingue
indoeuropee note nel XIX secolo, sono kentum le lingue celtiche, germaniche, italiche,
compreso il latino, e il greco, mentre sono satem l’albanese, l’armeno, l’indoiranico, lo slavo e il
baltico, che però presenta casi sporadici di esiti kentum"
Il trattamento delle velari sembrava tracciasse una distinzione abbastanza netta fra lingue
occidentali e orientali. Ma con la scoperta dell’anatolico e del tocario, lingue orientali che
conservano caratteristiche kentum, ha messo in crisi questo medio di vedere. "
Il termine isoglossa fu coniato per indicare una linea che su un’area geografica delimita la
comparsa di un certo fenomeno fonologico. I limiti di diusione di un dato mutamento non sono
netti però"
Il modello dell’albero genealogico presuppone che le varietà si separino in origine e i
mutamenti interessino in maniera globale un intero ramo: per fare un esempio, ponendo che
la distinzione fra lingue kentum e satem abbia caratterizzato una divisione in due rami, la
palatalizzazione tipica delle lingue satem si dovrebbe verificare in tutte queste lingue senza
dierenziazioni. Invece, armeno e albanese presentano discrepanze e il baltico presenta forma
che hanno l’esito kentum, pur essendo una lingua satem."
fu proposto un modello alternativo a quello dell’albero genealogico, la teoria delle onde. Lo
studioso tedesco Schmidt propose di considerare i mutamenti linguistici come fenomeni che,
partendo da un centro di irradiazione, si diondono a cerchi concentrici, indebolendosi man
mano che ci si allontana dal centro. Con questo modello si inizia a tener conto dei possibili
eetti della variazione diatopica su quella diacronica. "
da luraghi, problema del vocalismo del sanscrito e apofonia:"
per il prestigio di cui godeva la cultura dell’antica India, i primi studiosi che scoprirono la
somiglianza del sanscrito con le lingue europee antiche pensarono che il sanscrito fosse la
lingua madre delle lingue indoeuropee."
questa visione era problematica: otre all’esito satem delle velari, la dicoltà risiede nel
vocalismo del sanscrito. In sanscrito le tre vocali ie. *o,e,a sia lunghe che brevi si sono fuse
in un’unica vocale /a/ lunga o breve. Quindi da una /a/ originaria si sarebbero sviluppate
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KENTUM E SATEM

Fin dall’epoca delle prime attestazioni si presentano suddivise in varie famiglie. Uno degli obiettivi degli indoeuropeisti è sempre stato cercare di raggruppare queste famiglie in unità intermedie fra l’indoeuropeo ricostruito e le lingue effettivamente attestate. Una delle prime divisioni a essere individuate è quella fra lingue kentum e lingue satem. da luraghi:

  • le lingue indoeuropee vengono tradizionalmente divise in due gruppi: detti kentum e satem dalla parola per ‘cento’ in latino e avestico
  • i due gruppi si differenziano in base al trattamento delle velari indoeuropee.
  • per l’indoeuropeo abbiamo individuato 3 serie di velari :
    • velari pure /k,g,g(h)/
    • labiovelari /k(w), g(w),g(wh)/
    • velari palatalizzate (k^, g^, g^h)
  • nelle lingue kentum:
    • velari pure e velari palatalizzate^ si uniscono in un’ unica serie di velari ;
    • le^ labiovelari^ hanno esiti diversi: o sono^ conservate , come in latino, germanico e anatolico, o diventano occlusive come in greco e celtico.
  • nelle lingue satem
    • le^ velari palatalizzate si palatalizzano ulteriormente : la loro articolazione subisce un processo di avanzamento, che le porta a essere articolate come affricate o fricative palatali o dentali.
    • velari pure^ si fondano in^ un’unica serie con le labiovelari^ e hanno due esiti:^ davanti a vocali anteriori (i,e) subiscono anch’esse una palatalizzazione , mentre davanti a vocali posteriori (o,u) diventano velari.
  • Solo armeno e albanese conservano tracce di tre serie distinte di velari. Fra le lingue indoeuropee note nel XIX secolo, sono kentum le lingue celtiche, germaniche, italiche, compreso il latino, e il greco, mentre sono satem l’albanese, l’armeno, l’indoiranico, lo slavo e il baltico, che però presenta casi sporadici di esiti kentum
  • Il trattamento delle velari sembrava tracciasse una distinzione abbastanza netta fra lingue occidentali e orientali. Ma con la scoperta dell’anatolico e del tocario, lingue orientali che conservano caratteristiche kentum, ha messo in crisi questo medio di vedere.
  • Il termine isoglossa fu coniato per indicare una linea che su un’area geografica delimita la comparsa di un certo fenomeno fonologico. I limiti di diffusione di un dato mutamento non sono netti però
  • Il modello dell’albero genealogico presuppone che le varietà si separino in origine e i mutamenti interessino in maniera globale un intero ramo: per fare un esempio, ponendo che la distinzione fra lingue kentum e satem abbia caratterizzato una divisione in due rami, la palatalizzazione tipica delle lingue satem si dovrebbe verificare in tutte queste lingue senza differenziazioni. Invece, armeno e albanese presentano discrepanze e il baltico presenta forma che hanno l’esito kentum, pur essendo una lingua satem.
  • fu proposto un modello alternativo a quello dell’albero genealogico, la teoria delle onde. Lo studioso tedesco Schmidt propose di considerare i mutamenti linguistici come fenomeni che, partendo da un centro di irradiazione, si diffondono a cerchi concentrici, indebolendosi man mano che ci si allontana dal centro. Con questo modello si inizia a tener conto dei possibili effetti della variazione diatopica su quella diacronica. da luraghi, problema del vocalismo del sanscrito e apofonia:
  • per il prestigio di cui godeva la cultura dell’antica India, i primi studiosi che scoprirono la somiglianza del sanscrito con le lingue europee antiche pensarono che il sanscrito fosse la lingua madre delle lingue indoeuropee.
  • questa visione era problematica : otre all’esito satem delle velari, la difficoltà risiede nel vocalismo del sanscrito. In sanscrito le tre vocali ie. *o,e,a sia lunghe che brevi si sono fuse in un’unica vocale /a/ lunga o breve. Quindi da una /a/ originaria si sarebbero sviluppate

nella maggior parte delle lingue ie. anche una /e/ e una /o/. A partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento fu chiaro che il sanscrito non poteva essere l’indoeuropeo originario. Inoltre l’idea che l’indoeuropeo avesse in origine solo la vocale /a/ rendeva difficile comprende il ruolo del fenomeno morfologico dell’apofonia. Fenomeno presente anche in sanscrito ma che ha avuto uno sviluppo indipendente.

  • alcune lingue ie., fra cui il greco e le lingue germaniche , presentano l’alternanza e/o/0 della vocale radicale di verbi e nomi in forme diverse : questa alternanza si chiama apofonia qualitativa. Il fenomeno è ancora presente in inglese moderno, anche se con timbri vocalici diversi da quelli ricostruiti per l’ie., nei verbi forti in cui troviamo alternanze del tipo sing/sang/ sung, dove la vocale radiale indica diversi tempi verbali.
  • il grado /e/ viene considerato quello base e viene chiamato grado pieno e si trova di solito in sillaba accentata; il grado ridotto /o/ o zero nel caso in cui ci si trovi in assenza di vocale, si trova in sillaba atona.
  • l’apofonia può essere quantitativa e comportare l’alternanza di una vocale lunga con una vocale breve , che generalmente corrisponde a /schwa/ ie. Ad esempio la radice ie. *dhe- del verbo latino facio: in latino, il presente ha una vocale /a/, mentre il passato feci, presenta il grado lungo /e:/. Allo stesso modo per la radice ie. *do- del verbo ‘dare’ in latino troviamo la vocale /a/ per esempio nel participio datum del verbo dare, mentre troviamo /o:/ nel sostantivo do:num ‘dono’.
  • in sanscrito l’apofonia qualitativa è in parte offuscata dalla convergenza dei timbri vocalici, per cui è impossibile osservare un’alternanza fra /e/ e /o/ ie, perché sono confluite in /a/.
  • l’apofonia quantitativa oppone tre gradi, 0 o ridotto, pieno e allungato. In caso di dittonghi i gradi apofonici in sanscrito erano in origine /i, ai, a:i, u, au, a:u/. Poiché in epoca classica i dittonghi brevi hanno subito monottongazione, si sono create nuove vocali /e, o/ sempre lunghe, come esito di /ai, au/, l’apofonia è quindi diventata /i,e,ai,u,o,au/. La problematicità della ricostruzione di un sistema di tre velari indoeurope e risiede nel fatto che quasi tutte le lingue indoeuropee presentano solo due serie di velari , dal momento che le velari pure si confondono con le palatali nelle lingue kentum e con le labiovelari nelle lingue satem.
  • Fra le lingue che conservano le labiovelari come tali ricordiamo latino, greco e anatolico. Per queste lingue, possiamo osservare per esempio gli esiti delle radici pronominali *k(w)i-, *k(w)o- presenti nei pronomi indefiniti interrogativi e relativi: troviamo in latino quis, quid e qui, quae, quod.
  • in germanico, troviamo l’inglese who, what.
  • nelle lingue satem le labiovelari perdono la parte labiale della loro articolazione e si trasformano in velari, confondendosi con le velari ie. L’esito velare di questi fonemi è però condizionato dalla vocale che segue: infatti, l’esito velare si osserva solo davanti a / a,o,u,/ e consonante, mentre davanti a /e,i/ labiovelari e velari ie. hanno come esito fricative palatali o affricate. Un altro problema della linguistica indoeuropea risolto nella seconda metà dell’Ottocento, riguarda gli esiti greci e indoiranici delle nasali sonanti. In greco e sanscrito si erano osservate alcune /a/ brevi che non avevano corrispondenza nelle altre lingue, come per esempio nella forma per ‘cento’ gr. hekaton, scr. satàm, lat. centum, ing..hundred. Fu Ferdinand de Saussure a scoprire che questa alternanza nascondeva un fonema indoeuropeo che greco e sanscrito non continuavano, cioè la nasale sillabica,o sonante.
  • Ferdinand de Saussure elaborò un’ipotesi secondo la quale partendo da una vocale di base /e/ gli altri timbri vocalici sarebbero derivati per l’aggiunta di altri fomeni, che egli chiamò coefficienti sonantici.
  • questi fonemi sono scomparsi in tutte le lingue storiche, lasciando come traccia il timbro della vocale e la sua quantità. Saussure ricostruiva due coefficienti sonanti;
  • più tardi si giunse con Moller (studia lingue semitiche) alla ricostruzione di tre fonemi, detti laringali e trascritti come * **/h1/, /h2/, /h3/. In particolare le laringali che precedevano la vocale /e/ davano come esito le vocali brevi, mentre quelle che seguivano oltre che a cambiarne il timbro avevano anche l’effetto di allungare la vocale. */h1e/ > */e/; /h2e/>/a/; /h3e/>/o/; / eh1/>/e:/; /eh2/>/a:/; /eh3/>/o:/.