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La Diatopia dell'Italiano: Varietà Regionali e Dialetti, Appunti di Linguistica

La diatopia dell'italiano, un aspetto della lingua italiana che si riferisce alle varietà regionali e ai dialetti. La diatopia è rappresentata attraverso l'asse della provenienza geografica del parlante, e viene distinta da altri sistemi linguistici autonomi come i dialetti. Le varietà dialettali in italia, inclusi i dialetti settentrionali, centrali, e meridionali, e fornisce esempi di fenomeni tipici di ciascuna area. Vengono anche discusse le tecniche per attribuire un dialetto ad una specifica area, come l'uso di inchieste e carte.

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 22/05/2019

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LEZ. 03-04-19
Linguistica italiana – PRIMA PARTE
Mercoledì prossimo intorno alle 16:15 dovrebbe tenersi il test anonimo sulla modalità di accesso alla facoltà
di mediazione del quale ha parlato tempo fa la Catenaccio quindi la lezione dovrebbe slittare di un po’ ma
comunque non finiamo alle 18:30.
La diatopia
L’altra volta abbiamo iniziato le varietà dell’italiano contemporaneo e abbiamo affrontato la varietà base
(quella dello standard) e poi ci siamo occupati di quel nuovo standard che viene chiamato italiano dell’uso
medio o italiano neo-standard (quindi quella varietà di lingua che non è normata o comunque non tutti i
grammatici accettano i fenomeni del neo-standard ma sicuramente è “normale” nel parlato e nello scritto di
media formalità e informale).
Asse della diatopia: è quell’asse che individua le varietà dell’italiano che dipendono dalla provenienza
geografica del parlante, quindi il parametro di riferimento per la diatopia è lo spazio.
Nella rappresentazione degli assi, la diatopia non viene rappresentata con un asse perché in Italia essa di fatto
pervade tutte le varietà dell’italiano, sono ben pochi i parlanti d’italiano che riescono a fare delle produzioni
orali non marcate.
Si può fare una distinzione al massimo nell’asse sicuramente scritto (non parlato) e nell’asse più formale.
Parlando di varietà diatopiche dell’italiano non stiamo parlando dei dialetti, che c’entrano ma non sono
varietà diatopiche dell’italiano perché i dialetti sono sistemi linguistici autonomi rispetto alla lingua
nazionale, non sono varianti dell’italiano bensì altri sistemi linguistici (l’italiano è nato dalla promozione a
lingua di quello che è un dialetto ovvero il fiorentino; qualche studioso ha riassunto nella formula “l’italiano
standard è un dialetto che ha fatto carriera, il fiorentino ha fatto carriera, è diventato lingua di riferimento e si
è cerato l’italiano”; tutto ciò che è rimasto al di fuori di questo è un sistema autonomo).
Però per parlare di varietà regionali dell’italiano dobbiamo tenere in conto i dialetti. Quindi anche se non
sono le varietà diatopiche dell’italiano bisogna affrontarli.
Dialetti d’Italia:
Viene mostrata una cartina nelle slide in cui si vedono le varietà dei dialetti in Italia.
In verde ed azzurro troviamo le varietà settentrionali, che si distinguono in una serie di sottoinsiemi di cui i
più importanti ed estesi sono quello gallo-italico e quello veneto.
Poi abbiamo l’area centrale con le due sottovarietà di dialetti più importanti che sono quello toscano e quello
mediano (che comprende il laziale, il marchigiano, l’umbro …).
Poi c’è tutta la parte dei dialetti meridionali con la divisione interna tra meridionali e meridionali estremi
(quindi comprendenti il siciliano, il calabrese ed il salentino); a parte è il sardo (che si può concepire come
un’altra lingua).
Ci sono poi delle suddivisioni ulteriori sulle quali noi non ci soffermiamo. Ai fini degli esami noi dobbiamo
sapere che esistono i dialetti di area settentrionale, centrale e meridionale con le sottodivisioni sopra
accennate.
Nell’area gallo-italica ci sono tutta una serie di varietà dialettali e di sotto-Varietà.
La prof apre poi un link dalla Slide.
Video mostrato: tratto da un’inchiesta fatta dalla Rai nel 1969 in cui gli intervistatori si sono recati in varie
zone d’Italia per fare delle domande a dei parlanti del posto e vedere come erano i dialetti, il loro uso, il loro
rapporto con l’italiano; vengono fatte domande a proposito di come si dice nel loro dialetto un determinato
concetto. I concetti che vengono chiesti sono quelli della vita quotidiana; in questo caso sono i nomi ad es.
della mamma, del papà, del fratello, del cugino ecc.
Come facciamo ad attribuire un dialetto ad una specifica area? Come faccio a sapere che chi sta al centro-sud
ha una parlata che deve ricadere nei dialetti meridionali e non in quelli mediani?
Come si attribuisce un dialetto ad un’area? Ad aggregarli in categorie?
Ci sono degli strumenti i quali sono proprio le inchieste e la creazione di carte e di isoglosse.
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LEZ. 03-04-

Linguistica italiana – PRIMA PARTE

Mercoledì prossimo intorno alle 16:15 dovrebbe tenersi il test anonimo sulla modalità di accesso alla facoltà di mediazione del quale ha parlato tempo fa la Catenaccio quindi la lezione dovrebbe slittare di un po’ ma comunque non finiamo alle 18:30.

La diatopia

L’altra volta abbiamo iniziato le varietà dell’italiano contemporaneo e abbiamo affrontato la varietà base (quella dello standard) e poi ci siamo occupati di quel nuovo standard che viene chiamato italiano dell’uso medio o italiano neo-standard (quindi quella varietà di lingua che non è normata o comunque non tutti i grammatici accettano i fenomeni del neo-standard ma sicuramente è “normale” nel parlato e nello scritto di media formalità e informale).

Asse della diatopia : è quell’asse che individua le varietà dell’italiano che dipendono dalla provenienza geografica del parlante, quindi il parametro di riferimento per la diatopia è lo spazio. Nella rappresentazione degli assi, la diatopia non viene rappresentata con un asse perché in Italia essa di fatto pervade tutte le varietà dell’italiano, sono ben pochi i parlanti d’italiano che riescono a fare delle produzioni orali non marcate. Si può fare una distinzione al massimo nell’asse sicuramente scritto (non parlato) e nell’asse più formale.

Parlando di varietà diatopiche dell’italiano non stiamo parlando dei dialetti, che c’entrano ma non sono varietà diatopiche dell’italiano perché i dialetti sono sistemi linguistici autonomi rispetto alla lingua nazionale, non sono varianti dell’italiano bensì altri sistemi linguistici (l’italiano è nato dalla promozione a lingua di quello che è un dialetto ovvero il fiorentino; qualche studioso ha riassunto nella formula “l’italiano standard è un dialetto che ha fatto carriera, il fiorentino ha fatto carriera, è diventato lingua di riferimento e si è cerato l’italiano”; tutto ciò che è rimasto al di fuori di questo è un sistema autonomo). Però per parlare di varietà regionali dell’italiano dobbiamo tenere in conto i dialetti. Quindi anche se non sono le varietà diatopiche dell’italiano bisogna affrontarli.

Dialetti d’Italia: Viene mostrata una cartina nelle slide in cui si vedono le varietà dei dialetti in Italia. In verde ed azzurro troviamo le varietà settentrionali, che si distinguono in una serie di sottoinsiemi di cui i più importanti ed estesi sono quello gallo-italico e quello veneto. Poi abbiamo l’area centrale con le due sottovarietà di dialetti più importanti che sono quello toscano e quello mediano (che comprende il laziale, il marchigiano, l’umbro …). Poi c’è tutta la parte dei dialetti meridionali con la divisione interna tra meridionali e meridionali estremi (quindi comprendenti il siciliano, il calabrese ed il salentino); a parte è il sardo (che si può concepire come un’altra lingua). Ci sono poi delle suddivisioni ulteriori sulle quali noi non ci soffermiamo. Ai fini degli esami noi dobbiamo sapere che esistono i dialetti di area settentrionale, centrale e meridionale con le sottodivisioni sopra accennate. Nell’area gallo-italica ci sono tutta una serie di varietà dialettali e di sotto-Varietà.

La prof apre poi un link dalla Slide. Video mostrato: tratto da un’inchiesta fatta dalla Rai nel 1969 in cui gli intervistatori si sono recati in varie zone d’Italia per fare delle domande a dei parlanti del posto e vedere come erano i dialetti, il loro uso, il loro rapporto con l’italiano; vengono fatte domande a proposito di come si dice nel loro dialetto un determinato concetto. I concetti che vengono chiesti sono quelli della vita quotidiana; in questo caso sono i nomi ad es. della mamma, del papà, del fratello, del cugino ecc. Come facciamo ad attribuire un dialetto ad una specifica area? Come faccio a sapere che chi sta al centro-sud ha una parlata che deve ricadere nei dialetti meridionali e non in quelli mediani? Come si attribuisce un dialetto ad un’area? Ad aggregarli in categorie? Ci sono degli strumenti i quali sono proprio le inchieste e la creazione di carte e di isoglosse.

Per spiegare cosa sono gli atlanti linguistici e le isoglosse viene prima proiettato un video il link si trova sempre nelle slide: Due giovani ricercatori vanno in un posto servendosi di un registratore e di alcune carte in cui vengono mostrati degli oggetti e fanno delle domande del tipo “come si dice questa cosa nel tuo dialetto?” registrano le risposte e le confrontano sulle carte di cui si servono. Questi dati arrivano poi tutti allo studio principale che è quello dell’atlante linguistico (di cui poi noi ci serviamo). Viene riproiettato il video a continuazione. Immaginiamo di avere duemila carte come quella mostrata nel video, ci accorgeremmo che fino ad un certo punto per ogni carta ci sono dei termini, degli esisti e delle forme mentre poi cambiando zona questi esiti cambiano, sono diversi, ci sono parole differenti. Mettendo insieme questi dati si riescono a trovare i confini tra le varietà. I confini principali sono dati da due fasci di linee dette fasce di isoglosse. Le isoglosse sono quindi le linee che identificano i punti di passaggio da un fenomeno all’altro. Questi fasci di isoglosse prendono il nome dalle città che più o meno uniscono. La linea più a nord che distingue di fatto i dialetti settentrionali da quelli centrali viene chiamata “ linea La Spezia – Rimini ” (ma non è propriamente una linea bensì un insieme, un fascio di linee). C’è poi la linea Roma-Ancona ed è la linea che ci mostra dove sta il punto di passaggio dai dialetti centrali a quelli meridionali.

A cosa corrispondono queste linee? Ad es. (la prof parla indicando e basandosi sulla cartina presente nella slide “isoglosse e atlanti linguistici”) la linea 1 viene identificata come “limite meridionale del tipo ortiga per ortica” quindi essa indentifica il punto di confine tra tutte quelle parlate che fanno diventare la /c/ /g/ e quindi sonorizzano, e tutte le altre parlate che invece mantengono il suono /c/ e quindi non sonorizzano. La linea 2 (che distingue sempre i dialetti settentrionali da quelli meridionali) è quella che identifica il tipo “sal” per “sale”, quindi le parole con caduta della e finale. La linea 11 contraddistingue le zone in cui c’è la posposizione dell’aggettivo possessivo (fenomeno tipico dei dialetti meridionali; “mio fratello” “fratm”).

Qualche tratto dei dialetti: I dialetti settentrionali si distinguono tra dialetti gallo-italici (che comprendono quelli piemontesi, quelli lombardi e quelli emiliani) e i dialetti veneti. Uno dei primi fenomeni che caratterizza questi dialetti è la sonorizzazione delle consonanti intervocaliche (ovvero quando si trovano tra due vocali le consonanti tendono a diventare sonore): /t/ /d/: “fratello” al Nord si dice “fradel” non “fratel”. Anche dove dovrebbe esserci una /p/ e invece non c’è nulla è un fenomeno di sonorizzazione: “nipote” in milanese si dice “neut” quindi viene omessa la consonante p che in origine faceva essere la parola “niputm” (quella /p/ si è sonorizzata fino addirittura a scomparire). Il fenomeno della sonorizzazione è tipico dei dialetti settentrionali. Altro fenomeno tipico dei dialetti settentrionali: Scempiamento delle consonanti doppie = tendenza a pronunciare in maniera breve le consonanti che la dovrebbero essere doppie, es. “nonna” viene detto “nona”.

Anche “me piase” invece di “me piace” è tipico settentrionale, questo suono / tʃ/ / ts/ quindi perde l’elemento

occlusivo.

Altra caratteristica dei dialetti settentrionali: viene espresso sempre il pronome soggetto tramite dei pronomi clitici (cioè che non hanno un accento ma si poggiano, come suono, sulle parole successive): es. “l’è la figlia” per dire “è la figlia”, quindi c’è l’espressione del soggetto “le” ma con un clitico, non con un pronome di suono pieno.

Nei dialetti gallo-italici tipicamente troviamo:

  • Presenza delle cosiddette vocali turbate
  • Caduta delle vocali diverse dalla a