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L'evoluzione della lingua italiana, dalla codificazione della lingua scritta e parlata alla diffusione dei tecnicismi e dei prestiti linguistici. Vengono analizzati i principali dibattiti sulla lingua italiana, come la teoria della lingua cortigiana e la posizione dei fiorentinisti. Inoltre, il documento traccia la storia della lessicografia italiana, dalle origini dei dizionari monolingui all'accademia della crusca, fino alla sospensione della pubblicazione del vocabolario della crusca nel 1923 e all'emergere di nuovi tipi di dizionari nell'era contemporanea. Una panoramica approfondita sull'evoluzione della lingua italiana e il ruolo fondamentale svolto dai dizionari nella sua codificazione e diffusione.
Tipologia: Appunti
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La lingua parlata oggi in Italia è il risultato di profondi mutamenti avvenuti attraverso i secoli. L’Italiano è una lingua di origine Indoeuropea (l’indoeuropeo non è una lingua storicamente accertata, ma ricostruita dagli studiosi moderni in base alla comparazione tra più lingue note). . [IV – III Millennio] Possiamo immaginare diverse tribù parlanti un insieme di dialetti affini e stanziate in un’area non facilmente precisabile tra Europa e Asia. . [Fine II Millennio] Le popolazioni parlanti quel dialetto indoeuropeo che poi sarebbe diventato il latino si stanziano in Italia. . [Inizio I Millennio] All’epoca della fondazione di Roma (753 a.C.) il latino è parlato solo in questa città , a stretto contatto con popolazioni: .
L’italiano deriva, dunque, dal latino e appartiene alla famiglia delle lingue romanze / neolatine. parole di trafila dotta / latinismi / cultismi. la maggioranza del vocabolario latino è stata recepita nei secoli per via scritta, e dunque non sempre presenta le trasformazioni di suono e di significato proprie dei vocaboli di uso ininterrotto parole di trafila popolare / ereditarie. una parte è arrivata fino a noi senza soluzione di continuità . Il latino, come ogni altra lingua storica, era una realtà complessa e varia. Quello che si studia a scuola è solo una minima porzione di questa lingua: il latino classico []* , vale a dire quel latino codificato da alcuni grandi scrittori nell’età di Cesare e di Augusto. Si parlava, però, una lingua diversa dal latino classico, almeno nel lessico e nella pronuncia. Questo tipo di latino, un latino “volgare” che variava a seconda dei luoghi, è all’origine delle lingue romanze / neolatine. Quanto alle differenze geografiche, dobbiamo presupporre già all’interno della lingua latina un certo tasso
di variazione linguistica su base geografica, soprattutto a livello lessicale. Evidentemente, all’epoca del latino volgare esisteva già una differenziazione all’interno dei vari tipi di latino parlato nell’Impero Romano, poi irrigiditasi nel passaggio alle lingue romanze. Le fonti di cui possiamo disporre sono: iscrizioni di carattere privato scritti di semianalfabeti opere di autori letterari che tendono alla riproduzione dell’uso popolare grammatici che, nel condannare un certo abuso linguistico, ne attestano la vitalità il confronto tra le varie lingue romanze, che consente di ricostruire una forma non documentata ma ragionevolmente attribuibile al latino parlato []* l’assegnazione dell’aggettivo classico si deve all’applicazione nella letteratura della divisione della popolazione in diverse “classi” economiche. Come alla prima classe appartenevano i cittadini ricchi così furono detti “di prima classe, classici”, gli scrittori eccellenti a cui guardare come modello
I latinismi / cultismi sono una componente essenziale dell’italiano contemporaneo. In un’indagine dei primi anni novanta sull’italiano parlato, tra le 200 parole più frequenti figuravano 10 latinismi (pensare, proprio, problema, modo, grazie, numero, tipo, senso, storia, ultimo) Per risalire all’origine dotta o popolare di una parola derivata dal latino, il criterio più sicuro è quello di affidarsi a requisiti non tanto semantici, quanto fonetici. I principali indizi formali che permettono di riconoscere un latinismo sono: il mancato sviluppo di “I” e “U” rispettivamente in “E” e “O” (disco invece di desco); la conservazione di “AU”, che popolarmente passa a “O” aperta (causa invece di cosa) la conservazione di “B” intervocalica, che si spirantizza in “V” (habitare > abitare) la conservazione di “NS” intervocalico, che popolarmente si riduce a “S” (pensare > pesare) I latinismi morfologici , invece, sono parole italiane che presentano meccanismi di formazione tipici del latino e i fenomeni di ri-latinizzazione, che hanno portato alla scomparsa di forme popolari usate nell’italiano antico, alle quali si è preferita la forma latineggiante (il più importante è il superlativo con il suffisso “-ISSIMO”; Fedire ha ceduto il passo a Ferire).
[Medioevo] la lingua nella quale i letterati scrivevano le proprie opere era il latino, e anche i lettori mediamente istruiti potevano trovarsi più a loro agio di fronte alla lingua classica che al volgare; [1300] Anche i grandi scrittori trecenteschi, padri fondatori della letteratura italiana, hanno scritto in latino una parte consistente delle loro opere. [XVI secolo] si fa strada, specie in Toscana, una corrente avversa al latino e favorevole al volgare. Il volgare e poi l’italiano conservano però a lungo l’impronta latineggiante: nella sintassi (specie nelle opere argomentative) nel lessico (specie in quello poetico).
propria distanza scientifica dai fautori dell’accademismo di stampo aristotelico, fedeli al metodo deduttivo e all’ipotesi tolemaica o geocentrica, che continuavano a usare il latino. . Per secoli, il latino è stato la base dell’insegnamento. Fino al pieno Novecento, la scuola ha trascurato l’insegnamento della grammatica italiana in favore di quella latina, considerata come una struttura logica e consequenziale, e dotata quindi di valore pedagogico generale. ( Nelle lezioni universitarie, l’italiano fa la sua comparsa solo nel [1754] , nell’Università di Napoli, quando Antonio Genovesi nel suo corso di meccanica e di commercio abbandona l’uso del latino)
Fin dai primi secoli della nostra era, il latino cristiano appare permeato di tratti linguistici volgari. L’adozione di una lingua popolareggiante non solo rispondeva all’esigenza di farsi comprendere facilmente dai fedeli , ma sembrava particolarmente appropriata per esprimere i contenuti di una religione che faceva del primato degli umili uno dei suoi punti di forza: il colloquio tra sacerdote e fedele è sempre avvenuto nella lingua locale. La predicazione si svolgeva originariamente in latino . [813] L’invito a usare i vari volgari risale al Concilio di Tours . [Medioevo] Il latino è comunque presente anche nella predica Medievale nella quale il religioso cita spesso le Scritture per trarne autorevolezza e forza di verità. . [1400-1500] Latino e volgare convivono nei cosiddetti “sermoni mescidati”. Si tratta di prediche in cui il predicatore passa dal latino a un volgare fortemente dialettizzato, adoperato con funzione comica specie nella riproduzione dei dialoghi. . [XVI secolo] Con la Riforma Luterana, il cristianesimo si divide anche linguisticamente : nei paesi protestanti, i testi sacri sono tradotti e vengono letti anche dal singolo fedele; nei paesi cattolici, la liturgia mantiene il latino fino al [1965] La traduzione delle Scritture in volgare, con la conseguente fruizione diretta, non viene incoraggiata. Non mancano però prese di posizione a favore dell’introduzione del volgare: [1513] Due monaci veneziani indirizzano un opuscolo a Papa Leone X perché disponesse la traduzione delle Scritture e arrivarono addirittura a proporre l’uso del volgare nella liturgia [1546-1548] Lo scrittore fiorentino Giambattista Gelli, nei suoi Capricci di Giusto Bottaio ammonisce che il nostro leggere o cantare salmi, non intendendo quel che noi diciamo La Chiesa cattolica, tuttavia, dà un contributo notevole alla diffusione dell’italiano. [1545-1563] Dopo il Concilio di Trento si diffonde la pratica del catechismo, che si fonda su brevi compendi delle verità di fede e di morale scritti in una lingua piana per lo più in forma dialogica e spesso mandati a memoria. . [OGGI] La Chiesa cattolica assegna una posizione di prestigio non solo al latino , usato soprattutto nei testi ufficiali, ma anche all’italiano. La conoscenza dell’italiano è un requisito preferenziale e spesso indispensabile per l’accesso alla carriera ecclesiastica: nelle università pontificie le lezioni si tengono prevalentemente nella nostra lingua. Inoltre, nei media vaticani (giornali, libri, Radio Vaticana e sito Internet della Santa Sede) l’italiano conserva una posizione preminente rispetto alle altre lingue (sono usate in misura minore e con peso diverso nei singoli mezzi di trasmissione)
FORMAZIONE E DIFFUSIONE DELL’ITALIANO
Quella tra linguistica interna ed esterna è una distinzione ormai tradizionale che però mantiene una sua immediata evidenza didattica: Linguistica Interna. Studia l’evoluzione di una lingua dal punto di vista delle sue strutture, senza tener conto delle circostanze storiche e culturali che hanno condizionato il suo sviluppo. Molti fenomeni che interessano la fonetica, la morfologia e la sintassi di una lingua possono essere descritti esclusivamente dal punto di vista della linguistica interna. Le motivazioni dei cambiamenti sono interne alla lingua: non ha interesse sapere quale fosse la struttura sociale della Firenze antica né quale sia il dinamismo demografico dell’Italia di oggi. Linguistica Esterna. Si occupa dei fattori che agiscono sulla lingua condizionandone lo sviluppo (per esempio, le trasformazioni che investono il lessico non possono essere studiate senza tener conto delle condizioni extralinguistiche) I fattori esterni che incidono sullo sviluppo di una lingua possono essere distinti in:
Dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente [476 d.C.] fino all’unità d’Italia [1861] la nostra penisola è stata caratterizzata da una straordinaria frammentazione politica. Per questo e per la conformazione geografica del territorio italiano, nel Medioevo l’evoluzione del latino non ha prodotto una sola lingua parlata ovunque, bensì una straordinaria varietà di lingue. La lenta riunificazione di questo plurilinguismo in un’unica lingua non è il frutto di un’azione politica o amministrativa, ma di un lungo processo culturale: Il prestigio delle opere di Dante, Petrarca e Boccaccio ha portato a riconoscere nel toscano (più precisamente, fiorentino) trecentesco il modello linguistico da imitare nella scrittura. . Eppure, il primo volgare parlato in Italia che era riuscito a raggiungere un grande prestigio letterario non era stato il toscano, ma il siciliano illustre adottato dalla scuola poetica siciliana, sorta nel XII secolo per impulso di Federico II di Svevia [1198] re di Sicilia, [1220] imperatore del Sacro romano impero. Quel siciliano è stato poi tramandato, a partire dai copisti toscani del Trecento, in una veste fonetica fortemente toscanizzata, e dunque meno lontana dal modello linguistico destinato ad affermarsi nei secoli successivi. Nondimeno, la lingua della scuola poetica siciliana ha lasciato molte tracce nell’italiano letterario
Infatti, anche se la compagine linguistica della Commedia è saldamente fiorentina, Dante fa tesoro delle esperienze letterarie e ricorre spesso a forme e parole estranee all’uso di Firenze. Ritroviamo: un pluristilismo (ricchezza di stili) un plurilinguismo (varietà di soluzioni linguistiche) nelle terzine del capolavoro dantesco. Al plurilinguismo e al pluristilismo di Dante, che amava mescolare basso e alto, tragico e comico, si è soliti contrapporre il monolinguismo di Petrarca Nel Canzoniere, infatti, Petrarca si serve di una lingua : selezionatissima, elegante e rarefatta si mantiene quasi costantemente su un unico registro stilistico, elevato e anti-realistico. Petrarca fa soprattutto da filtro del linguaggio poetico precedente, riducendo i tratti non toscani e limitando fortemente la quota di forme derivanti dal francese e dal provenzale i versi di Petrarca diventano la prima grammatica dei poeti italiani che vogliono allontanarsi dal proprio volgare municipale (oltre che un repertorio di forme, parole, temi e immagini) Diversamente da Dante e Petrarca, che possono rapportarsi a un linguaggio poetico in già formato, Boccaccio non ha alle spalle una significativa tradizione di prosa narrativa in volgare. Per il Decameron, Boccaccio mette a punto un impasto linguistico: che coincide essenzialmente con il fiorentino parlato dalle persone cólte con una lingua vivace e mossa delle novelle (che porta al successo dell’opera) si ritrovano alcune aperture a forme e parole di altri volgari quando lo richiede la caratterizzazione di singoli personaggi a imporsi come modello linguistico sarà, però, la prosa latineggiante delle parti che alle novelle fanno da cornice.
[Cinquecento] viene ricordato come il secolo della questione della lingua: l’Italia si presentava politicamente e linguisticamente frammentata ma possedeva ormai una tradizione letteraria condivisa le forme di coinè nate in ambito cancelleresco e sfruttate anche dai poeti delle corti italiane offrivano un primo esempio di lingua sovraregionale la nascita della stampa sollecitava la ricerca di una lingua comprensibile in tutta la penisola, per assicurare la massima diffusione ai libri in volgare. [Cinquecento] Per tutte queste ragioni esplode il dibattito su quale debba essere la lingua letteraria comune in Italia , una nazione ancora virtuale sul piano politico, che tuttavia prova a riconoscere nella letteratura l’unico spazio comune tra i vari stati regionali. Nasce ora la cosiddetta “questione della lingua”. La discussione vede fronteggiarsi diverse teorie: A. l’uso del latino come unica lingua letteraria ha molto seguito, ma si avvia a un declino B. la teoria che vede nella lingua cortigiana lo strumento più adatto a superare la frammentazione linguistica dell’Italia comprende posizioni molto diverse:
C. la posizione italiana/italianista sostiene che Dante e Petrarca avevano scritto non in fiorentino o in toscano ma in italiano , che si basa su un’errata interpretazione del concetto dantesco di volgare illustre esposto nel “De Vulgari Eloquentia” D. la posizione dei fiorentinisti oppone al ridimensionamento del primato di Firenze implicito nelle altre tesi l’argomento della naturale superiorità del fiorentino vivo , l’unico adatto a farsi lingua letteraria dell’intera penisola ricordando che scrittori e poeti non toscani si formano tutti guardando come esempio linguistico ai fiorentini Dante, Petrarca e Boccaccio E. [1525] la tesi classicista e arcaizzante, che Pietro Bembo espone, trasferisce dal latino al volgare il principio di autorità:
- per il latino Cicerone era il modello della prosa e Virgilio della poesia;
[Cinquecento] l’italiano letterario sta acquistando una fisionomia unitaria grazie alla diffusione delle teorie bembiane e alla loro applicazione nella nascente industria libraria. Non si può dire lo stesso per la lingua parlata. [Cinquecento – Ottocento] si possono individuare alcuni fattori che contribuiscono alla formazione di un modello comune anche per l’italiano parlato. I principali sono: predicazione religiosa stampa diffusione del teatro , letteratura pensata per un pubblico popolare La Chiesa ha avuto una parte importante nel processo di italianizzazione anche sul piano della lingua scritta, sia per l’azione delle scuole parrocchiali e dei collegi religiosi, sia per la diffusione di una letteratura devota di largo consumo. Anche se per lungo tempo ha nel latino la sua lingua ufficiale, intuisce che la predicazione e il catechismo devono avvenire in una lingua che i fedeli possano comprendere; i testi devozionali sono solo uno dei filoni di letteratura di consumo: un tipo di produzione legato alla diffusione libraria di massa resa possibile dall’invenzione della stampa. L’etichetta di “letteratura di consumo” si applica a una molteplicità di testi di vario argomento, accomunati dalle alte tirature e dal pubblico al quale si rivolgono, ovvero una vasta platea di lettori scarsamente alfabetizzati, ma comunque in grado di leggere. [Seicento] Anche l’autore di teatro , come il predicatore, si rivolge a un pubblico sempre diverso e avverte l’esigenza di esprimersi in una lingua il più possibile comune e condivisa. La Commedia dell’Arte, basata su un soggetto prestabilito o canovaccio che lascia spazio all’improvvisazione, ricorre alla caratterizzazione idiomatica di personaggi convenzionali: le maschere [Fine Settecento – Inizio Ottocento] Il fenomeno della letteratura di consumo esplode con l’affermazione del romanzo
Le migrazioni interne verso le aree più progredite del paese contribuiscono a un indebolimento dei dialetti innescano un meccanismo di promozione sociale. Questo accade perché chi abbandona le aree rurali per trasferirsi in una grande città viene in contatto con una realtà che offre maggiori possibilità in fatto di istruzione, socialità, cultura. . Ma l’emigrazione agisce sulle condizioni linguistiche dell’Italia in maniera più profonda: Una prima conseguenza dei flussi migratori è la riduzione del numero degli analfabeti presenti in Italia: a lasciare la madrepatria, infatti, sono soprattutto le fasce più povere Inoltre, scontrandosi con le difficoltà nel tenersi in contatto con i familiari rimasti in Italia, gli emigranti analfabeti prendono coscienza dell’importanza dell’istruzione come elemento fondamentale di promozione sociale La relazione tra emigrazione e crescita dell’alfabetizzazione: è evidente se si considera che in quegli anni la politica scolastica presentava ancora forti limiti e che le prime associazioni private per la lotta contro l’analfabetismo nascono solo intorno al 1910 Più recente è il fenomeno di segno contrario, ovvero l’immigrazione di lavoratori stranieri, soprattutto cittadini dell’Europa dell’Est, africani e asiatici
Con la nascita della società industriale e urbanizzata, migliorano in Italia le condizioni di vita: aumentano i redditi individuali e la disponibilità di tempo libero cresce il livello di alfabetizzazione. Ne deriva una maggiore diffusione degli strumenti di informazione e degli spettacoli. Nascono così i mezzi di comunicazione di massa o mass media:
1. Stampa periodica e quotidiana 2. Radio 3. Cinema 4. Televisione
ITALIANO E DIALETTI
Fin dall’antichità, in quella che sarebbe stata l’Italia, la discontinuità geografica ha favorito una frammentazione etnica e linguistica. Il colonialismo romano, infatti, non si preoccupò di latinizzare i popoli soggetti, limitandosi a imporre il proprio apparato giuridico e amministrativo. La decadenza dell’Impero, rendendo più difficili le comunicazioni, accentuò i particolarismi. [VI sec. d.C.] L’insediamento dei Longobardi produsse la frattura della penisola in quattro settori: due longobardi due bizantini Questa frattura ha perpetuato l’originaria frammentazione linguistica, tanto che ancora oggi gli studiosi individuano in Italia tre principali aree dialettali: l’area settentrionale, a nord; l’area toscana e mediana, al centro; l’area meridionale, a sud.
La distinzione tra dialetto e lingua è del tutto convenzionale : anche il dialetto è in realtà una lingua, lo dimostra il fatto che alla base dell’italiano c’è un dialetto (il fiorentino) elevato poi a lingua nazionale. La differenza consiste soltanto: nella più limitata diffusione del dialetto rispetto alla lingua nella sua minore importanza politica collegata a un minore prestigio sociolinguistico. [Cinquecento] È possibile parlare in senso proprio di dialetti solo con il sorgere di un altro polo di riferimento: l’italiano, quando l’affermazione del fiorentino letterario trecentesco abbassa al rango di dialetti tutte le altre parlate
La proposta fatta dal Bembo nel [1525] di fondare la lingua scritta sul fiorentino letterario del Trecento (quello usato da Petrarca e Boccaccio) segnò una svolta nella storia della nostra lingua. In assenza di uno stato unitario e di una capitale da cui potesse irradiarsi un modello linguistico centralizzato, la soluzione della questione della lingua non poteva che arrivare per via colta e orientarsi verso un modello di riconosciuto prestigio: il fiorentino.
Uso Riflesso. Uso non spontaneo del dialetto e in particolare la sua trasposizione a fini d’arte. I più antichi esempi che possono essere ricondotti a un uso riflesso del dialetto sono i cosiddetti “testi in improperium”, caratterizzati dalla parodia della parlata altrui. All’uso del dialetto si accompagnerà un intento più chiaramente polemico di rivalsa da parte del mondo contadino emarginato nei confronti della città. . Nel tempo, le ragioni ideologiche dell’uso del dialetto possono divergere notevolmente: [Settecento – Ottocento] il romanesco è stato il veicolo di protesta dei reazionari antigiacobini e antipiemontesi; [Metà Novecento] il romanesco è stato - per un non romano come Pier Paolo Pasolini - il mezzo di rappresentazione del sottoproletariato giovanile delle borgate. Nel cinema, l’uso del dialetto viene introdotto dapprima sotto l ’influsso delle sceneggiate napoletane, poi con la grande stagione del neorealismo. Dagli anni Sessanta, il dialetto viene usato soprattutto in funzione comica dalla cosiddetta “commedia all’italiana”
Tra italiano e dialetto non ci sono confini netti , bensì un condizionamento reciproco: la loro coesistenza rappresenta un continuo all’interno del repertorio linguistico della nostra comunità. Si può pensare a una scala con quattro gradini smussati dal basso verso l’alto: dialetto locale dialetto regionale / di coinè italiano regionale []* italiano comune []* le principali varietà di italiano regionale sono: italiano settentrionale (sottovarietà rilevanti: galloitalica, veneta e friulana); italiano centrale (sottovarietà rilevanti: toscana e romana); italiano meridionale (sottovarietà rilevanti: campana e pugliese) italiano meridionale estremo (sottovarietà rilevanti: siciliana e calabrese); italiano di Sardegna
Il patrimonio lessicale dell’italiano (come quello di qualsiasi lingua naturale) è in costante espansione. La gran parte dei nuovi vocaboli nasce attraverso meccanismi di formazione e composizione delle parole: molte sono le parole importate dalle lingue straniere un apporto notevole è venuto dai vari dialetti , che spesso hanno funzionato come il serbatoio lessicale a cui attingere per quelle nozioni della vita pratica che il vocabolario della tradizione letteraria non possedeva, oppure per ottenere una più colorita espressività (I settori in cui l’italiano ha accolto il maggior numero di parole provenienti dai dialetti sono: gastronomia, burocrazia, esercito, natura, arti e mestieri; molto più forte è, però, il debito che i dialetti hanno contratto con l’italiano, specie per quanto riguarda il lessico astratto e intellettuale)
SCRITTO E PARLATO
Sarebbe erroneo credere che scritto e parlato siano l’uno lo specchio fedele dell’altro: obbediscono a leggi, esigenze, modalità espressive e semiotiche diverse. SCRITTO esposto all’analisi e al giudizio di chi legge, quindi soggetto a una maggiore elaborazione il destinatario può essere anche molto lontano nel tempo e nello spazio; la sintassi è serrata e precisa ; il lessico tende a evitare ripetizioni inutili ; è consultabile partendo da qualunque punto del testo; i confini tra le frasi sono ben delimitati dalla punteggiatura ; si conosce soltanto la redazione finale : il processo di composizione (stesura, cancellature, ripensamenti) rimane di norma invisibile al lettore; il testo è abitualmente diviso in capitoli , paragrafi, capoversi (lo scritto si rivolge anche all’occhio, non solo all’orecchio); c’è coesione testuale , ovvero la qualità che fa riferimento alle sue connessioni sintattiche e morfologiche, comunque formali. PARLATO strettamente legato al qui e ora della situazione comunicativa, “hic et nunc”; si avvale di mezzi non-linguistici come la prossemica e la gestualità; troviamo esitazioni, cambiamenti del soggetto della frase, ridondanze, “false partenze”; ha svolgimento lineare : non è possibile riascoltare dei brani (solo attraverso registrazioni); elaborato e recepito in tempo reale, si sviluppa nell’interazione con gli altri e ciò: rende possibile, da parte dell’ emittente , il controllo immediato sulla ricezione e sulla comprensione di quanto viene detto (feedback); . rende possibile, da parte del destinatario , la possibilità di manifestare comprensione, accordo o disaccordo nei riguardi di chi sta parlando. chi parla mira soprattutto a far capire le proprie intenzioni comunicative e non è così attento alla precisione sintattica e alla coesione testuale (in conversazioni quotidiane) solitamente c’è “solo” coerenza comunicativa , ovvero la qualità che riguarda i legami logici e semantici, comunque sostanziali Esistono diverse tipologie di parlato , individuate sulla base di criteri diversi: una prima distinzione è quella tra parlato
deittici coesivi : rimandano al contesto linguistico (rientrano in questa categoria elementi come i pronomi personali e le forme questo, quello, suddetto, predetto, il primo, il secondo, …) con valore anaforico (di ripresa di quanto è stato già detto) con valore cataforico (di anticipazione di quello che si sta per dire). presupposizione. si allude a conoscenze date per condivise. [Es.] un impiegato entra in ufficio e chiede: «Di che umore è oggi?», i colleghi capiscono che ci si sta riferendo al capoufficio, senza altre specificazioni. segnali discorsivi. sono formule di:
Ogni enunciato costituisce anche un atto linguistico, ovvero una richiesta. [Es.] fermiamo un passante e gli chiediamo: «Scusi, sa l’ora?», non ci attendiamo che l’altro risponda alla lettera («Sì!»), ma che ci legga l’ora Perché la comunicazione abbia luogo, l’interlocutore deve possedere una competenza pragmatica cioè la capacità di comprendere l’effetto degli enunciati linguistici sul contesto comunicativo. La competenza pragmatica ci permette di capire a che “gioco” si sta giocando con il linguaggio; grazie alla competenza pragmatica possiamo quindi: decodificare l’atto linguistico risalendo all’intenzione comunicativa dell’interlocutore rispondere correttamente ; la risposta può anche collocarsi nell’ambito extraverbale. [Es.] se vogliamo chiudere la finestra in una sala d’aspetto, ci rivolgeremo alle altre persone con un’espressione attenuata come: «Posso chiudere la finestra? / Le dispiace se chiudo?» Nell’atto linguistico si distinguono tre livelli:
Presiedono alla conversazione regole non scritte ma continuamente attive, che si apprendono sin da bambini, mentre si impara a parlare. Perché la conversazione abbia successo gli interlocutori debbono per prima cosa cooperare , osservando alcune regole di logica e di pertinenza che sono state individuate dal filosofo inglese Herbert Paul Grice [1913-1988]. Secondo Grice, le massime conversazionali sono quattro: qualità. cercare di fornire un contributo vero; quantità. non essere reticenti né ridondanti nell’informazione fornita; relazione. essere pertinenti rispetto all’argomento della conversazione; modo. evitare oscurità e ambiguità. Nel parlato di tutti i giorni le massime conversazionali di Grice vengono frequentemente violate. Grice introduce allora la nozione di implicatura conversazionale : se le massime vengono violate, e abbiamo motivo di ritenere che l’interlocutore voglia ugualmente collaborare alla conversazione, ipotizziamo che lo abbia fatto in maniera deliberata, per comunicarci in quel modo qualcosa. (le massime possono anche venire violate ma rimangono immanenti alla comunicazione se non ci fosse la regola, non potremmo neanche avvertirne la violazione. Questa parte implicita nella comunicazione si dice appunto implicatura conversazionale). . Esistono regole di tipo pragmatico anche per l’alternanza dei turni conversazionali ; se così non fosse, le sovrapposizioni dei turni (quando più persone prendono la parola contemporaneamente) sarebbero molto più frequenti di quanto non accada. I locutori riescono a capire quando l’altro sta per terminare il suo turno e in quale momento possono inserirsi nella conversazione; questo momento viene chiamato Punto di Rilevanza Transizionale (P.R.T), in genere contrassegnato da: un abbassamento del tono di voce la fine di un argomento di conversazione particolari indicatori lessicali (può ben accadere che una persona intervenga nella conversazione senza aspettare il P.R.T, ma l’intervento viene percepito come inopportuno ed è censurato dalle regole dell’educazione) I locutori, inoltre, per avviare / far procedere / chiudere la conversazione si servono spesso di strutture fisse, dette sequenze complementari , e sono realizzate dagli interlocutori in due turni. Le sequenze complementari sono una sorta di cerimonia linguistica , e per certi versi sociale, spesso priva di vero contenuto informativo : a una domanda seguirà una risposta; a un saluto, un altro saluto («Come stai?» «Bene grazie, e tu?»); a un’interpellazione, una risposta («Senta» «Mi dica»);
Nel parlato l’ordine non-marcato (Soggetto-Verbo-Oggetto) della frase risulta spesso alterato per evidenziare un elemento a vario titolo saliente. Tra i vari costrutti di messa in rilievo , ci sono: la topicalizzazione contrastiva. costruzione in cui un elemento viene collocato in principio di frase e pronunciato con una particolare enfasi per sottolinearne il valore contrastivo [Es.]: le mele ricordati! il tema libero / cambio di progetto sintattico. il centro semantico della frase vien collocato in apertura di frase, anche senza collegamento sintattico col resto della frase stessa [Es.] io speriamo che me la cavo; noi la carne ci piace tantissimo la dislocazione a sinistra. mezzo efficace per mettere in evidenza una parte dell’enunciato, dell’oggetto o dei complementi indiretti, ripresi da un pronome atono [Es.] il sangue non lo posso vedere; di lei non me ne avevi mai parlato frase scissa. un elemento viene messo in evidenza tramite una struttura formata da “voce del verbo essere + che” [Es.] era lui che guidava; quand’ è che te ne vai? il tipo “c’è + che” [Es.] c’è una cosa che ti volevo dire [NO] la dislocazione a destra del centro di interesse della frase, anticipato in questo caso da un pronome atono esempio: l’hai comprato tu il latte?
Fondamentali nel parlato sono: segnali discorsivi che hanno anche la funzione di connettivi (per dire, diciamo, cioè, …) locuzioni colloquiali, familiari, gergali o di diffusione regionale vocaboli generici (tizio, fatto, affare, cosa/roba); espressioni di quantità (un sacco/un casino di, + sostantivo; sostantivo + della madonna, …) aggettivi utilizzabili in accezione positiva o negativa (mostruoso, allucinante, bestiale) diminutivi affettivi, semanticamente vuoti (momentino, pensierino, attimino) espressioni colorite di esclamazione / imprecazione / turpiloquio* (porca miseria, che palle, l’apporto del linguaggio giovanile, tramite il mondo delle culture vicine a loro *«coglione chi si affatica a pensare e a scrivere» - Giacomo Leopardi. [1968-1977] se ancora le parolacce potevano avere una carica contestataria, oggi non sono altro che un’esibizione di conformismo: che ci piaccia o no, infatti, fanno ormai parte del modo di esprimersi quotidiano di quasi tutti gli italiani.
Solo in anni recenti l’attenzione degli studiosi si è rivolta allo studio dell’italiano parlato del passato : uno studio che è costretto a ricorrere allo scritto come unica testimonianza superstite. . Sono state individuate particolari categorie di testi considerati meno lontani dalla lingua parlata: testi di scriventi che avevano scarsa dimestichezza con la cultura scritta; testi poco sorvegliati dal punto di vista stilistico o destinati all’uso privato (diari, lettere); testi nati come registrazione diretta di un discorso orale (trascrizioni di …, dettatura) È stato così possibile appurare che alcuni costrutti tipici anche oggi del parlato affondano le loro radici nelle fasi più antiche della lingua italiana. . [1881] la prosa narrativa italiana è andata incontro a un progressivo avvicinamento al parlato , a una lingua volutamente dimessa, media, colloquiale non soltanto, per esigenze di verosimiglianza nelle battute di dialogo, ma anche nella diegesi (rappresentazione narrativa, indiretta, di una vicenda)
LE LINGUE SPECIALI
Una lingua speciale è una varietà di lingua caratterizzata da alcune particolarità: riflette generalmente un sapere specialistico , condiviso da una minoranza di esperti, e risponde allo scopo di favorire la comunicazione all’interno di quel gruppo; utilizza tratti linguistici propri della lingua di riferimento, integrandoli per quanto riguarda il lessico e la formazione delle parole (con impiego di prefissi e suffissi su una base lessicale); tende a essere univoca , cioè a stabilire un rapporto preciso e costante tra parole e cose. Il livello di monosemia (univocità del significato) delle parole e delle espressioni di una lingua speciale rappresenta un buon indicatore della sua tecnicità. Il tasso di monosemia va aumentando nel tempo, di pari passo con la stabilizzazione del significato di un tecnicismo. [Es.] fino alla metà dell’Ottocento la parola cilindro poteva indicare in fisica sia il solido geometrico sia l’asse di rotazione di un oggetto; in seguito, ha perso del tutto il secondo significato. L’aspetto individuante di una lingua speciale risiede nel lessico, ma un’importanza notevole hanno anche alcune caratteristiche sintattiche e testuali. Tra le caratteristiche delle lingue speciali che sono estranee all’ambito lessicale, si possono menzionare: potenziamento del nome rispetto al verbo invece di dire «autori hanno rilevato che i prodotti che contengono cortisone possono avere effetti tossici » si dirà «autori hanno rilevato la possibile tossicità di prodotti cortisonici » deagentivizzazione. la preferenza per le frasi senza soggetto esplicito / compl.to d’agente [Es.] «In questi pazienti sono state segnalate aritmie ventricolari» l’alto grado di coesione testuale , ottenuto tramite un continuo riferimento
tecnicismi specifici. L’esigenza di denominare in modo preciso e inequivocabile oggetti, concetti, eventi estranei all’attività quotidiana ha fatto sì che le scienze abbiano sviluppato un lessico peculiare, costituito da vocaboli che ricorrono solo in quel determinato ambito. tecnicismi collaterali. Accanto a questi vocaboli ciascuna lingua speciale impiega espressioni stereotipiche che non sono necessarie all’esigenza di univocità e denotatività, ma vengono adoperate perché conferiscono al testo un tono di maggiore adeguatezza stilistica.
scienze dure. ci si riferisce comunemente alle discipline che: si servono del metodo sperimentale per l’indagine della realtà sottopongono i risultati dei propri studi a una rigida e sistematica matematizzazione (conversione in termini logico-numerici di elementi della realtà e dei rapporti che li legano) vengono considerate dure scienze come matematica, fisica e chimica