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Linguistica italiana lezioni, Dispense di Linguistica

basi grammaticali, linguistiche e lessicali della lingua italiana

Tipologia: Dispense

2020/2021

Caricato il 16/04/2021

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LINGUISTICA ITALIANA
LEZIONE 1
L'italiano è una lingua storico-naturale
La linguistica è la scienza che studia le lingue e il linguaggio, che sono due cose diverse.
Il linguaggio è l’insieme dei modi che uomini e animali usano per comunicare e esprimersi; la
lingua è il modo concreto e storicamente determinato in cui si manifesta la facoltà del linguaggio.
Il linguaggio è quindi la capacità di usare un qualsiasi sistema di comunicazione.
Le lingue si modificano a seconda del tempo, per questo sono storicamente determinate.
Il linguaggio non è una caratteristica esclusiva dell’uomo, anche gli animali hanno un loro
linguaggio.
Anche le macchine hanno i loro linguaggi, come ad esempio i computer
Gli uomini possono comunicare tra loro con linguaggi diversi: il linguaggio dei gesti, la segnaletica
stradale, l'alfabeto Morse, il linguaggio della matematica.
Un pittore, uno scultore e un musicista possono comunicare attraverso i linguaggi delle diverse
arti.
Tra tutti i vari linguaggi, il più raffinato è il linguaggio verbale umano, capace di esprimere
qualunque cosa nei modi più vari.
Si può definire potente perché, essendo basato su suoni si può trasmettere a distanza in varie
condizioni (anche al buio), anche attraverso ostacoli fisici.
Con il linguaggio umano si può parlare di tutto, mentre con il linguaggio degli animali e con i
linguaggi artificiali si può parlare soltanto di alcune cose, come ad esempio la spia rossa del
cruscotto o il linguaggio della matematica, con cui non possiamo dare ordini o esprimere
sentimenti.
Ci sono anche linguaggi non verbali, come:
I gesti, i movimenti del corpo, le espressioni della faccia, l'atteggiamento genale delle persone;
La tonalità della voce, le interruzioni, i sospiri, il pianto, gli sbadigli;
L'uso dello spazio e il rapporto spaziale tra gli individui;
L'uso di artefatti, come abiti e cosmetici.
La lingua è il modo concreto e storicamente determinato con cui si manifesta la facoltà del
linguaggio.
Le lingue si chiamano storico-naturali perché nate nel corso della storia, riflettono mentalità e
culture diverse.
Si dicono storiche perché hanno una storia, un'evoluzione.
Si dicono naturali in contrapposizione ai linguaggi artificiali.
Tutti i linguaggi si basano su dei segni, ovvero è un qualcosa che sta al posto di qualcos'altro,
come una colonna di fumo, il profumino che esce dalla cucina, la luce rossa della spia di benzina o
la luce rossa di un semaforo.
I segni naturali (o indici) sono strettamente legati ai rispettivi significati da relazioni causa-effetto.
Il funzionamento del secondo è stabilito da un accordo.
I segni artificiali sono decisi in base a una convenzione, sono cioè arbitrari.
I segni di uno stesso tipo si combinano tra loro per formare un codice.
Il codice è perciò un insieme di segni.
A seconda della oro combinazione saranno elementari o complessi.
Un codice complesso è un codice di lingua.
La comunicazione
1. Decidiamo di che cosa parlare e cerchiamo di chiarire questo qualcosa a...
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LINGUISTICA ITALIANA

LEZIONE 1

L'italiano è una lingua storico-naturale La linguistica è la scienza che studia le lingue e il linguaggio, che sono due cose diverse. Il linguaggio è l’insieme dei modi che uomini e animali usano per comunicare e esprimersi; la lingua è il modo concreto e storicamente determinato in cui si manifesta la facoltà del linguaggio. Il linguaggio è quindi la capacità di usare un qualsiasi sistema di comunicazione. Le lingue si modificano a seconda del tempo, per questo sono storicamente determinate. Il linguaggio non è una caratteristica esclusiva dell’uomo, anche gli animali hanno un loro linguaggio. Anche le macchine hanno i loro linguaggi, come ad esempio i computer Gli uomini possono comunicare tra loro con linguaggi diversi: il linguaggio dei gesti, la segnaletica stradale, l'alfabeto Morse, il linguaggio della matematica. Un pittore, uno scultore e un musicista possono comunicare attraverso i linguaggi delle diverse arti. Tra tutti i vari linguaggi, il più raffinato è il linguaggio verbale umano, capace di esprimere qualunque cosa nei modi più vari. Si può definire potente perché, essendo basato su suoni si può trasmettere a distanza in varie condizioni (anche al buio), anche attraverso ostacoli fisici. Con il linguaggio umano si può parlare di tutto, mentre con il linguaggio degli animali e con i linguaggi artificiali si può parlare soltanto di alcune cose, come ad esempio la spia rossa del cruscotto o il linguaggio della matematica, con cui non possiamo dare ordini o esprimere sentimenti. Ci sono anche linguaggi non verbali, come: I gesti, i movimenti del corpo, le espressioni della faccia, l'atteggiamento genale delle persone; La tonalità della voce, le interruzioni, i sospiri, il pianto, gli sbadigli; L'uso dello spazio e il rapporto spaziale tra gli individui; L'uso di artefatti, come abiti e cosmetici. La lingua è il modo concreto e storicamente determinato con cui si manifesta la facoltà del linguaggio. Le lingue si chiamano storico-naturali perché nate nel corso della storia, riflettono mentalità e culture diverse. Si dicono storiche perché hanno una storia, un'evoluzione. Si dicono naturali in contrapposizione ai linguaggi artificiali. Tutti i linguaggi si basano su dei segni, ovvero è un qualcosa che sta al posto di qualcos'altro, come una colonna di fumo, il profumino che esce dalla cucina, la luce rossa della spia di benzina o la luce rossa di un semaforo. I segni naturali (o indici) sono strettamente legati ai rispettivi significati da relazioni causa-effetto. Il funzionamento del secondo è stabilito da un accordo. I segni artificiali sono decisi in base a una convenzione, sono cioè arbitrari. I segni di uno stesso tipo si combinano tra loro per formare un codice. Il codice è perciò un insieme di segni. A seconda della oro combinazione saranno elementari o complessi. Un codice complesso è un codice di lingua. La comunicazione

  1. Decidiamo di che cosa parlare e cerchiamo di chiarire questo qualcosa a...

Con questo processo noi compiamo quelli che con termine tecnico si chiama codificazione, attribuiamo cioè il codice "lingua italiana" al contenuto del nostro pensiero. Ovviamente codifichiamo in una lingua e decodifichiamo da una lingua. La lingua serve per comunicare, a non soltanto. Serve anche ad esprimersi. La lingua ci aiuta a svolgere un ragionamento, a mettere in rapporto tra loro delle idee e a far nasce nuove idee, nuovi punti di vista, aiutando il nostro ragionamento a fare progressi. La lingua serve quindi a far nascere nuovi pensieri. Con la lingua descriviamo cose e possiamo inventare un mondo che non esiste Con il linguaggio possiamo affermare i rapporti esistenti tra noi e il nostro interlocutore, infatti il linguaggio evidenzia la posizione che gli individui occupano l'uno rispetto agli altri e rispetto alla società. Se parliamo in modo chiaro, corretto ed efficace, possiamo usarla per convincere gli altri a fare qualcosa. Parlando si compie un'azione, una promessa, un giuramento. La lingua può parlare di se stessa, si può riflettere su quello che sta dicendo l'interlocutore, posso analizzare Quando la lingua parla di se stessa si chiama metalinguaggio. Tutte queste fu zio sono state analizzate e classificate dal linguista Jakobson, individuando sei fattori che... Chi parla, cioè il mittente, invia al destinatario, cioè chi ascolta, un messaggio, il quale si riferisce alla realtà che ci circonda, ovvero il contesto. Per potersi capire i due interlocutori devono usare lo stesso codice, per esempio la lingua italiana, e devono instaurare un contatto. Quest'ultimo è al tempo stesso un canale fisico e una connessione psicologica tra il mittente e il destinatario. Se basiamo la nostra comunicazione su ciascuno di questi sei fattori, useremo una delle sei funzioni del linguaggio. Mittente-- funzione emotiva Destinatario-- funzione conativa Contesto-- funzione emotiva Contatto-- funzione fatica Codice-- funzione metalinguistica Messaggio-- funzione poetica utilizzata in tutte quelle occasioni in cui chi produce il messaggio dà una grande importanza alla forma che esso assume, come ad esempio nella comunicazione pubblicitaria. La funzione poetica è una componente fondamentale del linguaggio umano, per questo motivo può essere presente anche in contesti linguistici. Ferdinando de Saussure è considerato il padre della linguistica moderna. Le lezioni da lui svolte sono risultate talmente innovative che alcuni dei principi dei contenuti in quest'opera sono divenuti i fondamenti della linguistica moderna. Il corso di linguistica generale è un'opera d'importanza capitale, poiché produce una vera e propria... La lingua come sistema Il principio fondamentale è che secondo Saussure la lingua è un sistema complesso "in cui tutto si tiene", cioè in cui tutti i componenti si condizionano a vicenda. Ogni lingua non è quindi una "nomenclatura", vale a dire una lingua lista di parole, nella quale ciascuna parola, nella quale ciascuna parola corrisponde a una cosa, un'azione, un'idea.

Possiamo quindi dire che Ciascun segno linguistico possiede due facce: 1. l’immagine acustica, cioè la successione di suoni linguistici che lo compongono 2. il concetto che esso esprime; a queste due facce del segno linguistico si dà il nome di significante e di significato. Il segno linguistico risulta quindi da una somma: segno linguistico = significante + significato. Questo discorso è valido anche per segni linguistici più complessi, come le frasi In una frase come In una frase come Carlo canta una bella canzone il significato è: • esiste una persona, di nome Carlo; • questa persona fa una determinata attività; • tale attività consiste nel cantare una bella canzone; il significante è la successione dei suoni con cui è prodotta la frase: /'Karlo kan'tava 'una 'bεlla kan'tsone/.lla kan'tsone/. Il significato ‘canzone’ si esprime in modi diversi nelle diverse lingue: • in italiano in italiano canzone • in francese chanson • in inglese song Non c’è quindi nessun motivo per cui una lingua associ un determinato significante a un determinato significato. Si può quindi dire che il legame che unisce il significato al significante è arbitrario. MANINA (piccola mano) e perché non MANETTA? Perché è un’altra cosa. ROSELLINA (piccola rosa) e non ROSETTA? Perché è un’altra cosa. Il verbo MANGIARE: noi non utilizziamo solo questo verbo. Ci sono altri verbi che sono più precisi di mangiare. Esempio: grappolo d’uva -> spiluccare; petto di tacchino -> hai molta fame -> divorare; abbuffarsi; degustare; assaggiare. Passaggio dal latino al volgare. L’italiano deriva dal latino volgare, cioè il latino parlato. Il latino funzionava che quando si doveva indicare un oggetto, una persona ecc… per definirne la funzione nella frase si utilizzava il sistema dei casi. Rosa, soggetto; rosae, della rosa; rosarum, delle rose. Non c’era bisogno delle preposizioni. Però ad un certo punto cadono le desinenze finali e non si sa più se la ROSA è la rosa, della rosa, alla rosa ecc… allora si iniziano ad utilizzare le preposizioni. Il sistema dei casi permetteva una cosa che in italiano non è possibile, cioè: Giulia ama Pietro oppure Pietro ama Giulia. AMA PETRUS JULIAM oppure PETRUM JULIAM AMAT. Col latino potevamo mettere le parole dove volevamo tanto la funzione si capiva grazie alle desinenze. Con l’italiano non si può fare così, bisogna rispettare l’ordine nelle parole nella frase. C’è una struttura fissa: soggetto-verbo-complemento. Ogni lingua ha non soltanto un suo sistema, ma questo sistema differisce dalle altre lingue. Ogni lingua non è una lista di parole. Ogni lingua, ogni cultura vede la realtà e la descrive in modi diversi. Ciascun segno linguistico possiede due parti: l’immagine acustica e il concetto. Significante e significato. Il legame tra significato e significante è arbitrario. Bisogna tenere conto anche dalle convenzioni sociali che differiscono da cultura a cultura. TRIANGOLO SEMIOTICO: rappresenta il rapporto tra un oggetto nel mondo reale (referente), il suo significante (es. penna), il suo significato (cioè il concetto di penna). Il rapporto tra il significante e il suo oggetto non è mai diretto, passa sempre per il significato perché quando noi diamo un nome a una cosa vediamo prima se corrisponde questo nome al concetto. Bottiglia e borraccia: borraccia si chiama così perché può essere riutilizzata più volte, ha un materiale generalmente più solido rispetto a quello di una bottiglietta, il tappo è diverso ecc… Con i linguaggi facciamo tante cose. Le funzioni del linguaggio La lingua serve dunque per comunicare. Ma non soltanto. Vi siete mai chiesti quante cose si possono fare parlando? la lingua svolge altre funzioni importanti, alcune delle quali connesse tra loro. Quanti prima di un esame ripetono a voce alta? Quanti fanno i conti, sempre a voce alta? Il compitare, l’esporre a voce i dati e le operazioni di un problema di matematica mentre si cerca di risolverlo, lo studiare ad alta voce, sono tutti modi che aiutano il ragionamento e la memorizzazione. La lingua ci aiuta a svolgere svolgere un ragionamento ragionamento, a mettere mettere in rapporto fra loro delle idee e a far nascere nuove idee, nuovi punti di vista, aiutando il nostro ragionamento a fare progressi; la lingua serve quindi a far nascere nuovi pensieri. Per mezzo della lingua possiamo descrivere la stanza in cui ci troviamo, l’aspetto di un nostro amico, il panorama che si vede dalla finestra. Per mezzo della lingua possiamo inventare un mondo che non esiste: una storia, un racconto che tenga tranquillo un bambino irrequieto o appassioni un gruppo di ascoltatori;

con il linguaggio possiamo anche affermare i rapporti esistenti tra noi e il nostro interlocutore; infatti il linguaggio evidenzia la posizione che gli individui occupano l’uno rispetto agli altri e rispetto alla società : se la persona con cui parliamo è un nostro superiore, gli daremo del lei e useremo formule di cortesia; se parliamo in modo chiaro, corretto ed efficace, possiamo usarla per convincere gli altri a fare qualcosa; talvolta parlando si compie un’azione; infatti certe frasi come lo prometto, lo giuro, io ti do il nome di Giovanni sono delle vere e proprie azioni: una promessa, un giuramento, un battesimo; La lingua può anche parlare di se stessa: posso riflettere su quello che sta dicendo il mio posso riflettere su quello che sta dicendo il mio interlocutore: – Ti piace la mia moto nuova? – E me la chiami “moto” quella?»; posso analizzare una parola o una frase: “Topo” è una parola di due sillabe e di quattro lettere. In queste due frasi il linguaggio parla del linguaggio. Sono due esempi di metalinguaggio. Molti studiosi hanno cercato di definire tutte le funzioni di una lingua. La più famosa è quella sviluppata da Jakobson (linguista russo) ha individuato 6 fattori della comunicazione, 6 elementi su cui si basa la comunicazione. Chi parla, cioè il mittente, invia al destinatario, cioè chi ascolta, un messaggio, il quale si riferisce alla realtà che ci circonda, ovverosia a un contesto. Per potersi capire i due interlocutori devono usare lo stesso codice, per esempio la lingua italiana e devono instaurare un canale fisico e una connessione psicologica fra il mittente e il destinatario Nella comunicazione gli interlocutori devono usare lo stesso codice, lingua e poi devono instaurare tra loro un contatto (sia un canale fisico e sia una connessione psicologica, cioè se io parlo e voi pensate a organizzare la serata di stasera è chiaro che non ascoltate quello che vi sto dicendo). Il linguaggio ha 6 funzioni: 1- FUNZIONE EMOTIVA: se nel parlare qualcuno manifesta il proprio stato facendo riferimento ai propri sentimenti ecc… 2- FUNZIONE CONATIVA: se il mittente vuole influire sul destinatario per convincerlo a fare qualcosa, per suscitare in lui una reazione, per fargli fare qualcosa… 3- FUNZIONE REFERENZIALE: se vuole semplicemente rimarcare un fatto in se, facendo riferimento al contesto; 4- FUNZIONE FATICA: se la comunicazione è orientata al contatto psicologico; 5- FUNZIONE METALINGUISTICA: se invece col linguaggio parliamo del linguaggio; 6- FUNZIONE POETICA: se ci concentriamo sulla forma del messaggio, curandola particolarmente ecc… La funzione poetica non è necessariamente legata alla poesia, riguarda qualunque testo in cui sia presente un’elaborazione voluta (es. nella pubblicità). Anche il modo in cui noi raccontiamo un fatto. Per esempio in alcune regioni d’Italia si tende a drammatizzare. Non si può distinguere tra le varie funzioni del linguaggio, parlando si possono utilizzare più funzioni del linguaggio. Il significante è l’immagine acustica, non è una successione di lettere, ma di suoni. I suoni sono studiati dalla fonetica e dalla fonologia. Le parole non sono un insieme di suoni, ma un insieme di suoni linguistici, cioè: cos’è un suono linguistico? Ci sono suoni utilizzati per formare delle parole, altri invece utilizzati per altri scopi. Ci sono dei suoni che hanno capacità distintiva, altri invece no, ad esempio l’uso della r uvulare al posto della r polivibrante non porta ad un cambiamento di significato. Fonetica: è lo studio concreto delle proprietà fisiche e fisiologiche dei suoni del linguaggio. Fonologia: studia i suoni nella loro funzione distintiva. Foni: qualunque suono fonetico prodotto dall’uomo. Fonemi: modelli astratti che presiedono all’articolazione dei suoni (foni), che sono diversi ad ogni occorrenza. I fonemi raggruppano diverse articolazioni dei suoni e che possono anche rappresentare suoni molto diversi tra loro così come la R uvulare. Il fonema non può essere segmentato ulteriormente e svolge una funzione distintiva, cioè quando due foni permettono di distinguere due parole sono due fonemi. Il fonema svolge quindi una funzione contrastiva: in italiano e in inglese i foni [f] e [v] rappresentano due distinti fonemi /f/ e /v/ permettendo di distinguere fonemi /f/ e /v/, permettendo di distinguere faro da varo e fine (bello) da vine (vite). Prova di commutazione: la prova attraverso la quale si individuano i diversi fonemi attraverso l’individuzione delle coppie minime. Quando in una lingua due suoni ricorrono nelle stesse posizioni e possono essere scambiati fra loro provocando il cambiamento del significato delle parole allora questi due suoni sono due diversi fonemi. Es.: se sostituiamo [p] con [b] in [pElle]

LUOGHI DI ARTICOLAZIONE

Labbra: suoni bilabiali [p] = bilabiale, sorda Es.: pane, epico, tappo [b] = bilabiale, sonora Es.: bene, ebanista, abbastanza [m] = bilabiale sonora Es :. mano, amare, lemma. Denti e labbra: suoni labiodentali [f] = labiodentale, sorda Es.: faro, afa, ceppo [v] = labiodentale, sonora Es.: vene, evanescente, avviso. Denti superiori: suoni dentali [t] = dentale, sorda Es.: tana, eterno, otto [d] = dentale, sonora Es.: dente, adorare, addosso [n] = dentale, sonora Es :. Nome, ancora, annata Arcata alveolare: suoni alveolari [s] [ts] = alveolari, sorde Es.: sano, casa, passo, zio, stazione, pazzo [z] [dz] [l] [r]= alveolari, sonore Es.: smodato, esile (non esiste la doppia) zero, azzimato luce, alieno, alloro ramo, arciere, carro Palato: suoni prepalatali e palatali[dZ] = prepalatale, sonora Es.: gesto, agile, metraggio [S] [tS] = prepalatali, sorde Es.: scena, ascesa ciao, acido, faccia [ ] [ ] = palatali (sonori) Es.: gnomo, ogni gli, aglio Velo palatino: suoni velari [k] = velare, sorda Es :. caro, che, accanto [g] = velare, sonora Es.: gara, ghiro, traggo MODI DI ARTICOLAZIONE

  1. Occlusione completa: suoni occlusivi [p] [b] [t] [d] [m] [n] [ [p] [b] [t] [d] [m] [n] [
  2. Occlusione parziale: suoni continui [f] [v] [s] [z] [S] [r] [l] [Y]
  3. Breve occlusione: suoni affricati [ts] [dz] [tS] [dZ]
  4. Occlusione completa: suoni occlusivi a. velo palatino alzato: orali [p] [b] [t] [d] [k] [g] [p] [b] [t] [d] [k] [g] b. velo palatino abbassato: nasali [m] [n] [<]
  5. Occlusione parziale: suoni continui a. Ottenuta mediante fricazione: costrittive o fricative [f] [v] [s] [z] [S] b. ottenuta appoggiando la lingua al palato i. senza vibrazione: laterali [r] [l] [Y] ii. Con vibrazione della lingua: vibrante [r] Per quanto riguarda i suoni ci possono essere diversi modi di segmentazione e di rappresentazione tra la linguistica italiana e quella generale perché la linguistica italiana rappresenta la lingua italiana; la linguistica generale studia i fenomeni delle altre lingue. Le nasali da alcuni studiosi sono viste non come un modo di articolazione diverse rispetto alle orali, ma sono viste come un luogo di articolazione. Oppure alcuni studiosi rappresentano le nasali come un quarto modo di articolazione. In linguistica italiana non si usa il crono ( : ) che rappresentano la vocale lunga, perché dal punto di vista fonologico in italiano la lunghezza della vocale non ha funzione distintiva e quindi nella trascrizione fonologica non si usa, ma si usa nella trascrizione fonetica. In linguistica generale il crono si può utilizzare anche in trascrizione fonologica perché in alcune lingue la lunghezza della vocale ha funzione distintiva. Le vocali dell’italiano Quando l’aria transita nel canale fonatorio senza incontrare ostacoli (tranne quello rappresentato dalle corde vocali, che vibrano), si produce una vocale. Le vocali vengono articolate nella cavità orale grazie ai movimenti della lingua. Si è soliti rappresentare le vocali italiane mediante il cosiddetto triangolo vocalico, uno schema in cui le singole unità sono disposte, grosso modo, nel punto in cui si collocherebbe la lingua per articolarle Le vocali sono tutte sonore e quindi le corde vocali sono sempre tese. Le vocali italiane sono 7, ma solo in posizione tonica. Non accentate sono 5. Dittonghi ascendenti, con una semiconsonante che precede il nucleo sillabico: iato, ieri, iodio, uomo Suoni a metà strada tra vocale e consonanti: approssimanti. Si tratta di suoni linguistici che dal punto di vista fonetico si impostano come le vocali, ma hanno una durata più breve: infatti l’articolazione passa immediatamente alla vocale seguente. Inoltre, a differenza delle vocali, ricorrono nella posizione di margine sillabico anziché in quella di. Es.: il suono [w] in uovo; il suono [j] in ieri. Le approssimanti non occorrono mai da sole, ma suppongono sempre una vocale tonica o atona seguente, che abbia articolazione diversa (la /j/ non ricorre mai con la /i/, la /w/ mai con la / u/), con la quale formano un dittongo. Le coppie che si distinguono per la presenza di un’approssimante non sono molte: alleviamo: verbo allevare / ll a e'vjamo / ~ v. alleviare /all i' ev amo / spianti: verbo spiantare /'spjanti / ~ v. spiare /spi'anti / qui /'kwi / ~ cui /'kui / la quale /la'kwale / ~ lacuale ‘lacustre’ /la ku'ale /

LEZIONE 3

La morfologia non è, come fa pensare la sua etimologia (dal greco morphé forma’ e logìa studio ), lo studio della forma delle parole, bensì lo studio dei meccanismi che regolano la struttura interna delle parole. Ma che cosa intendiamo con «struttura delle parole»? COSTRUIRE LE PAROLE Che cosa accomuna parole come lavorazione,lavoratore, lavoratrice, lavorativo, lavoretto, lavorìo? Tutte quante presentano una parte comune: lavor- Questa parte comune, detta base o morfema lessicale ha un suo significato autonomo: ci dice infatti che tutte le parole si riferiscono al mondo del lavoro. I morfemi lessicali (dent- nel caso di dentale) appartengono al lessico di una lingua e nella loro forma base sono registrati nel dizionario, mentre i morfemi derivativi e flessivi appartengono alla grammatica. E cosa invece differenzia le nostre parole? La seconda parte, nel nostro caso -(a)zione, -(a)tore, -(a)trice, -(a)tivo, -ìo. Prendiamo un altro gruppo di parole: clonazione, importazione, mediazione, trasformazione. Anch’ esse hanno una parte comune: questa volta si tratta della parte finale, -zione. Anche questa parte ha un suo significato? In un certo senso sì, ma non per sé stessa: solo in rapporto al significato della prima parte della parola. Infatti, attraverso -zione, la base acquista il significato di‘l’atto di…’: clonazione è l’atto di clonare, importazione è l’atto di importare ecc. Lo stesso discorso si potrebbe fare per -tore in calciatore, importatore, mediatore, programmatore. Questi “pezzi di parola”, che chiameremo morfemi derivativi, perché fanno sì che da una parola ne derivi un’altra, sembrano non avere un significato. Tuttavia, a ben vedere, un significato si può evidenziare, in rapporto alle basi lessicali cui si uniscono: per es. quello di -zione è fisso e avvertito da tutti noi, tanto che se inventassimo un qualsiasi verbo, per esempio *cioscare, il sostantivo cioscazione avrebbe il valore di ‘l’atto di cioscare’, il cioscatore ‘colui che ciosca’ Consideriamo altre quattro parole: cugino, cugina, cugini, cugine. Anche queste hanno una parte in comune cugin- (che abbiamo chiamato morfema lessicale) e una parte finale diversa: -o, -a, -i, e. Anche questi “pezzettini” di parola significano qualcosa? Sì. Anche in questo caso, hanno un significato in rapporto al morfema lessicale: ci dicono che cugino è maschile singolare, cugina è femminile singolare, cugini è maschile plurale e cugine è femminile plurale. A differenza di -zione e -tore, non fanno sì che da una parola derivi un’altra parole, ma sono responsabili della “flessione” della parola. Si chiameranno perciò morfemi flessivi. IL MORFEMA Ma cos’è allora un morfema? proviamo a formulare una definizione:

  • Il morfema è l’unità minima di prima articolazione dotata di significato. Come abbiamo visto, ciascun morfema ha infatti un valore proprio. E il significato di una parola è grosso modo costituito dalla somma dei significati dei morfemi che la compongono. RICAPITOLANDO… IL MORFEMA Ma cos’è allora un morfema? proviamo a formulare una definizione:
  • Il morfema è l’unità minima di prima articolazione dotata di significato. Come abbiamo visto, ciascun morfema ha infatti un valore proprio. E il significato di una parola è grosso modo costituito dalla somma dei significati dei morfemi che la compongono. In casa distinguiamo due morfemi:  cas-, che porta il significato lessicale, e perciò è detto morfema lessicale

parola sola? Evidentemente il solo criterio grafico non è sufficiente Potremmo dire che una parola è quel gruppo di segni delimitato da due spazi bianchi Ma allora sedia a sdraio sono tre parole? O è una parola sola? Inoltre la nostra definizione varrebbe soltanto per la scrittura. Evidentemente il solo criterio grafico non è sufficiente oppure, assumendo una prospettiva fonologica, possiamo dire che è un’entità pronunciata con una sola emissione di voce e contenente un solo accento. Ma allora bevila o me li passi (cioè unità con elementi clitici) oppure capostazione che ha un accento secondario, formano una o più parole? Neanche il criterio fonologico è sufficiente per definire la parola. Semplificando molto, potremmo dire che una parola è la minima combinazione di morfemi, che può costituire da sola un segno linguistico compiuto, cioè dotato di un proprio significato, ininterrotto (all’interno del quale, cioè, non si può inserire altro materiale linguistico) e che può da sola costituire un messaggio. La parola presenta alcune proprietà che ci aiutano a definirla in maniera più precisa. Queste proprietà, tutte insieme, definiscono la parola. Le prime due le abbiamo già elencate:

  1. dal punto di vista fonetico, la pronuncia di una parola è ininterrotta e presenta un unico accento primario;
  2. solitamente nella scrittura ciascuna parola è separata dalle altre;
  3. l’ordine dei morfemi che la costituiscono è fisso e non può essere invertito, pena l’annullamento del significato: posso dire lavoro (lavor-o), lavori (lavor-i), ma non *olavor (o-lavor), né tanto meno *ilavor (ilavor);
  4. il confine tra due parole può essere un punto di pausa all’interno del discorso: nel pronunciare la frase Mario mangia una mela io posso inserire una pausa tra Mario e mangia, tra mangia e una ma non posso inserire una pausa tra man- e gia, ma neanche tra i due morfemi che la compongono: mangi- e -a; ne discende che Le parole sono quindi elementi modificabili. Ciò avviene sostituendo o aggiungendo uno o più morfemi: bello  abbellire belli belle bella Abbiamo due tipi di modificazione: creazione di nuove parole a partire da parole più semplici (bello  abbellire), creazione di nuove forme della stessa parola (bello  belli, ecc.). MORFOLOGIA FLESSIVA È la parte della morfologia che studia quelle regole che assegnano le categorie grammaticali del nome e del verbo (genere, numero, persona, caso, tempo, modo) alle unità lessicali attraverso l’unione di “elementi” flessivi con il tema lessicale. Nelle parole c’è una parte che contiene informazione lessicale (detta, nella terminologia classica, radice), e una parte che contiene informazione grammaticale (detta, con terminologia classica, desinenza). La radice rimane sempre uguale, mentre le desinenze cambiano al modificarsi della categoria grammaticale. MORFOLOGIA DEI NOMI Nei nomi la flessione riguarda il numero (singolare / plurale). I nomi posseggono anche un genere (maschile / femminile), ma si tratta di una categoria inerente, che non comporta, almeno per gli inanimati, la possibilità di flessione (non posso creare il femminile di albero). In altre parole i nomi hanno (per la maggior parte) un paradigma flessivo a due caselle (singolare / plurale), mentre gli aggettivi hanno (per la maggior parte) un paradigma a quattro caselle Nei nomi inanimati l’assegnazione del genere è arbitraria Che il genere non sia semanticamente motivato è dimostrato, fra l’altro, dal fatto che in varie lingue al medesimo referente è attribuito un genere differente: per es. carta è femminile in italiano, maschile in spagnolo (el papel), neutro in tedesco (das Papier). Nella categoria del genere osserviamo, rispetto al latino, la semplificazione del sistema avvenuta in seguito alla perdita del neutro. Nei nomi riferiti a esseri umani il genere è di norma attribuito in base al sesso: amico/amica, maestro / maestra, biologo / biologa (ma guardia, sentinella). Questa caratteristica si estende nella maggior parte dei casi anche ai nomi di animali (gatto / gatta, gallo / gallina), anche se talvolta si ha un’unica forma sia per il maschile che per il femminile (aquila, volpe, giraffa). A differenza di altre lingue, come l’inglese, il francese e lo spagnolo, in italiano la formazione del plurale non avviene mediante l’aggiunta di un morfema (dog → dog-s, chien → chien-s, perro → perro-s) ma attraverso la modificazione del morfema del singolare (can-

e → can-i) Per quel che riguarda la formazione del plurale i nomi italiani si possono raggruppare in sei classi: Stampa pag 15,16,17,18,19. PER PARLARE E SCRIVERE MEGLIO… Accorgimenti per migliorare la nostra lingua: Il nome POCHE LE REGOLE… Generalmente sono maschili:

  • i nomi degli alberi (il melo), dei metalli, dei minerali, degli elementi chimici (il rame, il mercurio, l’idrogeno), dei colori (il giallo), dei venti (lo scirocco);
  • i nomi propri di monti, mari, fiumi, laghi (il Cervino, l’Adriatico, l’Arno, il Trasimeno) e vini (il Brunello). Invece, sono quasi sempre femminili:
  • i nomi dei frutti (la mela);
  • i nomi propri di città, isole, regioni, Stati, continenti (Pisa, Sicilia, Lombardia, Spagna, Africa);
  • i nomi di scienze e discipline (chimica, filologia).
  • Riprendendo le percentuali della tabella delle classi dei nomi, schematizzandola e semplificandola, possiamo dire che:
  • sono maschili quasi tutti i nomi che terminano in -o (il viso);
  • sono femminili molti nomi in -a (la porta), quasi tutti i nomi in -i (la crisi), i nomi in -tà (la città) e quasi tutti i nomi in -ù (la virtù);
  • sono in parte maschili e in parte femminili i nomi che terminano in -e (il dente; la gente). …MOLTE LE ECCEZIONI La nostra lingua non è il regno dell’anarchia: è il risultato della storia, il dominio della stratificazione, il territorio dell’incrocio e dello scambio. Molte forme, regolarissime in greco, in latino o in italiano antico, nel corso del tempo hanno dovuto percorrere sentieri accidentati, finendo in un’apparente periferia della grammatica. Ecco perché le poche regole che abbiamo indicato sono soggette a decine, centinaia di eccezioni. Vediamone qualche esempio SQUADRE DI CALCIO Alcuni nomi sono maschili, altri sono femminili. Si possono individuare due linee o tendenze:
  1. I nomi delle squadre che ripropongono in forma identica il nome della città sede della società sono maschili: il Bari, il Cesena, il Foggia, il Napoli, il Sassuolo (unica eccezione rilevante la Roma, femminile);
  2. I nomi delle squadre che non ripropongono in forma identica il nome della città sede della società o che non rinviano al nome di una città sono femminili: l’Atalanta, la Fiorentina, la Juventus, la Lazio (sole eccezioni il Genoa e il Milan, il cui nome è comunque molto simile a quello delle città dove hanno sede le squadre, cioè Genova e Milano). FRUTTI
  • I nomi dei frutti sono quasi sempre femminili: la banana, la pesca, la noce, la mela, l’arancia;
  • al frutto femminile corrisponde un nome d’albero maschile: il banano, il pesco, il noce, il melo, l’arancio.
  • In alcuni casi sia il nome del frutto sia il nome dell’albero sono maschili: il cedro, il fico, il lampone, il limone, il bergamotto, il chinotto, il mandarancio, il mandarino, il pompelmo;
  • i nomi dei frutti esotici sono quasi sempre maschili: l’ananas, l’avocado, il cachi, il kiwi, il mango, il litchi, il maracuja. E il plurale di frutto? È frutti o frutta?
  • I frutti indicano i prodotti delle piante (i frutti dell’olivo); oppure, in senso figurato, il risultato o il vantaggio che si ricava da qualcosa (I frutti di una buona educazione)
  • La frutta (con valore collettivo) indica i frutti che si comprano e si mettono a tavola (Un bel cesto di frutta) Queste due forme si spiegano con la storia della parola: dal latino fructus, in italiano si è avuto frutto (maschile), che al plurale ha dato regolarmente i frutti. Nel latino tardo si è sviluppata un’altra forma usata solo al plurale, fructa, da cui si è avuto, in italiano, frutta, in passato usato anche al plurale (le frutta). MALATTIE
  • Le parole del linguaggio medico che terminano in -ma sono di genere maschile.

sacerdotessa con il significato di ‘divinità minore’ lo usò Annibal Caro Carducci se ne servì col valore di ‘apportatrice di civiltà’ Dante usava il sostantivo per indicare la Fortuna nel senso di ‘ancella’ era usato da Leonardo da Vinci; A molti la parola continua a non piacere: Maria Elena Boschi, nominata ministra, ha dichiarato di essere del tutto indifferente alla questione; Luciana Littizzetto a Che tempo che fa ha detto: «Echissenefrega delle parole declinate al maschile!». Littizzetto ce l’aveva con Laura Boldrini che, appena insediata, ha chiesto di essere denominata «la presidente» e ha esortato in più occasioni politici e giornalisti a usare il femminile dei nomi di mestieri e cariche. In linguistica non esistono i concetti di bello e brutto. Avvocata, deputata, ministra, sindaca e magistrata sono parole come le altre: l’unica differenza è che molti non sono ancora abituati a usarle. Nella prossima diapositiva propongo un elenco dei nomi di professione che possono suscitare incertezze, con le corrispondenti forme al femminile, del tutto legittime e già registrate, da tempo, nei principali dizionari l’appuntato l’appuntata il magistrato la magistrata l’architetto l’architetta il ministro la ministra l’avvocato l’avvocata il notaio la notaia il bagnino la bagnina il presidente la presidente il cancelliere la cancelliera il questore la questora il chirurgo la chirurga il sindaco la sindaca il deputato la deputata il soldato la soldata il finanziere la finanziera l’usciere l’usciera il giudice la giudice il vigile la vigile l’ingegnere l’ingegnera Un errore da non fare è aggiungere la parola donna al nome maschile che indica la professione o la carica (donna giudice, donna poliziotto, ecc.): questo tipo di accostamento, solo apparentemente neutro, rischia di essere peggiore rispetto ai nomi riferiti a donne ma lasciati al maschile, perché sposta troppo l’attenzione sul sesso della persona, anziché sul ruolo professionale. Inopportuno è anche quello che capita di sentire anche in Parlamento, nei giornali, alla radio e alla televisione, vale a dire l’appellativo «signora ministro» con un elemento al femminile e l’altro al maschile: Durante la seduta del Senato n. 385 del 27 gennaio 2015, il senatore Aldo Di Biagio si è rivolto così alla ministra della Difesa Roberta Pinotti: «Rivolgo il mio primo pensiero a lei, signora Ministro, per la rapidità di intervento di cui ha dato prova a quest’Aula. […] Signora Ministro, come lei stessa ha evidenziato, merita doveroso approfondimento la dinamica che ha condotto all’incidente». L’accostamento signora ministro non funziona: né da un punto di vista grammaticale, né dal punto di vista del semplice buon senso. Il disprezzo nei confronti delle donne può insinuarsi in modo subdolo nelle parole che terminano in -essa. Questo suffisso, in sé, è innocente: aggiungendolo alla base maschile si sono create parole come campionessa, dottoressa, professoressa, studentessa e molte altre. Ma in certi casi, per es. e l’avvocata viene chiamata avvocatessa, la deputata deputatessa e la vigile vigilessa, a quelle parole viene aggiunta una sfumatura ironica o peggiorativa, con la quale si vuole screditare la donna che svolge quella professione proprio perché è una donna. Nel gennaio 2013 Silvio Berlusconi, in una puntata di Otto e mezzo, pronunciò questa frase: «Tre giudichesse […] sono tre donne, tre giudici donna, femministe, comuniste». In quell’occasione il suffisso -essa veniva usato, in maniera provocatoria, per offendere le giudici che lo avevano condannato a versare gli alimenti alla ex moglie. In epoche nelle quali non era neppure immaginabile che una donna potesse esercitare la professione di avvocato o di medico, termini come avvocatessa e medichessa potevano essere usati con tono dichiaratamente ironico. E, fino a pochi decenni or sono, le donne che pretendevano di dire la loro e di ragionare con la propria testa erano definite filosofesse, non filosofe. IL PLURALE In un blog di cucina dal nome “La rivoluzione di Afrodite”, l’autrice di una ricetta, un Crumble di cocco e ciliegie, per levarsi d’impaccio ed evitare di sbagliare il plurale di ciliegia ricorre a un simpatico stratagemma, ripreso da una vecchia gag di Cochi e Renato In effetti, i nomi e gli aggettivi in -cia e -gia al plurale possono mantenere o perdere la i. Per ricordare in quali casi la i si mantiene e in quali si perde, basta ricordare una regola semplicissima, che però non ricorda nessuno: se la c e la g sono precedute da una vocale (camicia, fiducia, ciliegia), allora la i si mantiene nel plurale (camicie, fiducie, ciliegie); se invece la c e la g sono precedute da una consonante (pancia, pronuncia, pioggia), allora la i non è presente (pance, pronunce, piogge). Allo stesso modo, perdono la i anche i nomi che finiscono in -scia (angoscia → angosce; striscia → strisce) I nomi che terminano in -logo e -fago spesso presentano un doppio plurale: Singolare Plurale l’antropofago gli antropofagi / gli antropofaghi l’antropologo gli antropologi / gli antropologhi

l’archeologo gli archeologi / gli archeologhi lo psicologo gli psicologi / gli psicologhi il sociologo i sociologi / i sociologhi Ma consideriamo anche i seguenti nomi, che hanno un solo plurale: In questo caso non esiste una regola teorica, ma solo un’indicazione pratica a cui attenersi: i nomi che indicano persone tendono ad avere il plurale Singolare Plurale il catalogo i cataloghi il decalogo i decaloghi il dialogo i dialoghi il monologo i monologhi In questo caso non esiste una regola teorica, ma solo un’indicazione pratica a cui attenersi: i nomi che indicano persone tendono ad avere il plurale I PLURALI DOPPI La lingua latina, a differenza di quella italiana, aveva tre generi: il maschile, il femminile e il neutro. Schematizzando e semplificando, si può dire che gli esseri animati erano maschili o femminili (per es. lupus ‘lupo’, maschile; puella‘fanciulla, ‘femminile) e gli elementi inanimati erano neutri (per es. donum ‘dono’, neutro), anche se le parole che si allontanavano da questo meccanismo distributivo erano moltissime. Nel passaggio dal latino all’italiano le parole di genere neutro, che al plurale terminavano in -a (dona ‘i doni’; tempora ‘i tempi’) diventarono quasi tutte maschili. Alcune, come per es. brachium‘braccio’; botellum ‘budello’;calcaneum ‘calcagno’; genuculum‘ginocchio’, una volta diventate maschili, svilupparono un plurale regolare in -i (bracci, budelli, calcagni, ginocchi), ma mantennero anche l’antica uscita del neutro in -a (braccia, budella, calcagna, ginocchia), generalmente con valore collettivo Così, il maschile plurale corni si usa per lo strumento musicale o per indicare le ‘estremità’, le ‘punte’ (i corni della montagna). Il femminile plurale le corna designa, di volta in volta, le protuberanze sul capo di alcuni animali, o anche, nella lingua colloquiale e in senso figurato, la condizione di chi è tradito dal proprio compagno o dalla propria compagna (il marito le mette le corna). Lo stesso vale per gli ossi o le ossa

  • ossi si usa per indicarli uno per uno, separatamente, con riferimento ad animali: dare al cane gli ossi della bistecca;
  • ossa se dovete indicare le ossa umane nel loro insieme: ho le ossa indolenzite
  • sempre e solo ossi per indicare il nòcciolo di alcuni frutti: gli ossi delle pesche.