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L'intercultura in testa, Agostinetto L., Sintesi del corso di Pedagogia

Riassunto del libro L'intercultura in testa di Luca Agostinetto - Pedagogia interculturale Scienze della Formazione Primaria UNIPD

Tipologia: Sintesi del corso

2023/2024
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L’intercultura in testa. Sguardo e rigore
per l’agire educativo quotidiano – Luca
Agostinetto
CAPITOLO 1 – L’intercultura è un progetto pedagogico
1.1 Svelare i termini essenziali dell’intercultura
MULTICULTURA E INTERCULTURA
· La multicultura è un dato di fatto relativo alla compresenza di appartenenze culturali diverse in un
medesimo contesto. Essa non è né buona né cattiva, ha solo aspetti positivi e problematici. ·
L’intercultura è il progetto pedagogico sulla realtà multiculturale, volto a massimizzarne le
potenzialità e rendere superabili le difficoltà. Lintercultura ha solo una direzione umanamente
positiva verso al quale tendere, anche se nella pratica è difficile realizzarla.
Cos’è: La multi-culturalità è la presa d’atto sull'esistente, sulla sua eterogeneità e intersezionalità, mentre
l'intercultura è la risposta educativa sulla multiculturalità.
Secondo Nanni ci sono 2 piani significativi da cui emerge la differenza tra questi due concetti.
· Un diverso ruolo di intenzionalità: la prospettiva multiculturale legge la pluralità e l'eterogeneità
culturali come un processo spontaneo legato a vari ordini di dinamiche (storiche,sociali..) La lettura
interculturale invece muove da quel medesimo processo per declinarlo verso un'evoluzione
umanamente positiva (no esito spontaneo) per il tramite di un intenzionale progetto pedagogico; è
quindi processo + progetto.
· Un diverso modo di intendere i rapporti culturali: secondo la prospettiva multiculturale il rapporto è
impostato in termini oggettuali (altra cultura come oggetti da esplorare) in chiave estrinseca
(aggiunta per la relazione) cumulativa (rapporto come rigonfiamento dell’oggetto) ed enciclopedico
(giocato sulla conoscenza descrittiva dell’oggetto). Invece l'atteggiamento interculturale non pensa
alla relazione tra due culture come rapporto tra due oggetti, nè riduce l'altra cultura a insieme di
elementi, ma muove dalla costituiva dinamicità e relazionalità di ogni cultura: al pari di quella di
ogni essere umano tale tensione costituisce un potenziale da guidare e sostenere affinché possa
realizzarsi. Il modo interculturale di impostare rapporto non sarà oggettuale ma soggettale (le
appartenenze sono dimensioni inalienabili ai soggetti) intrinseco (relazione come corrispondenza
autentica) interattivo (relazione non assorbe elementi ma scambio e crescita reciproca) ed
epistemico (fondato su una conoscenza di significato, relativa e prospettica).
1.2 Elementi fondamentali del discorso interculturale
ETNOCENTRISMO E RELATIVISMO (ASSOLUTI)
Etnocentrismo=teoria della superiorità della propria cultura rispetto le altre, per cui è legittimo imporla ad
altri o riservarla al proprio popolo cui spetta la supremazia. È coinciso con l’eurocentrismo o
l’occidentalismo, ipotizzando teorie come quella dell’evoluzionismo sociale. La teoria di Darwin è stata usata
per contrabbandare la forza e soprusi per la supremazia dell’uomo bianco e giustificarla. Dopo Spencer i
selvaggi furono detti primitivi, appartenenti a uno stadio evolutivo simile a quello in cui i popoli civili si
erano trovati prima, giustificando un colonialismo di sfruttamento come fardello dell’uomo bianco per
accelerare l’evoluzione di chi era rimasto indietro.
> L’etnocentrismo è una via diretta per il razzismo.
Relativismo= antidoto all’etnocentrismo. Le culture si possono capire solo dal loro stesso interno e vanno
comprese secondo i propri criteri, gusti e valori. Se ogni cultura è relativa a sé, non vi è alcuna supremazia,
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L’intercultura in testa. Sguardo e rigore

per l’agire educativo quotidiano – Luca

Agostinetto

CAPITOLO 1 – L’intercultura è un progetto pedagogico

1.1 Svelare i termini essenziali dell’intercultura

MULTICULTURA E INTERCULTURA

· La multicultura è un dato di fatto relativo alla compresenza di appartenenze culturali diverse in un medesimo contesto. Essa non è né buona né cattiva, ha solo aspetti positivi e problematici. · L’intercultura è il progetto pedagogico sulla realtà multiculturale, volto a massimizzarne le potenzialità e rendere superabili le difficoltà. L’intercultura ha solo una direzione umanamente positiva verso al quale tendere, anche se nella pratica è difficile realizzarla.

Cos’è: La multi-culturalità è la presa d’atto sull'esistente, sulla sua eterogeneità e intersezionalità, mentre l'intercultura è la risposta educativa sulla multiculturalità.

Secondo Nanni ci sono 2 piani significativi da cui emerge la differenza tra questi due concetti.

· Un diverso ruolo di intenzionalità : la prospettiva multiculturale legge la pluralità e l'eterogeneità culturali come un processo spontaneo legato a vari ordini di dinamiche (storiche,sociali..) La lettura interculturale invece muove da quel medesimo processo per declinarlo verso un'evoluzione umanamente positiva (no esito spontaneo) per il tramite di un intenzionale progetto pedagogico; è quindi processo + progetto. · Un diverso modo di intendere i rapporti culturali : secondo la prospettiva multiculturale il rapporto è impostato in termini oggettuali (altra cultura come oggetti da esplorare) in chiave estrinseca (aggiunta per la relazione) cumulativa (rapporto come rigonfiamento dell’oggetto) ed enciclopedico (giocato sulla conoscenza descrittiva dell’oggetto). Invece l'atteggiamento interculturale non pensa alla relazione tra due culture come rapporto tra due oggetti, nè riduce l'altra cultura a insieme di elementi, ma muove dalla costituiva dinamicità e relazionalità di ogni cultura : al pari di quella di ogni essere umano tale tensione costituisce un potenziale da guidare e sostenere affinché possa realizzarsi. Il modo interculturale di impostare rapporto non sarà oggettuale ma soggettale (le appartenenze sono dimensioni inalienabili ai soggetti) intrinseco (relazione come corrispondenza autentica) interattivo (relazione non assorbe elementi ma scambio e crescita reciproca) ed epistemico (fondato su una conoscenza di significato, relativa e prospettica).

1.2 Elementi fondamentali del discorso interculturale

ETNOCENTRISMO E RELATIVISMO (ASSOLUTI)

Etnocentrismo =teoria della superiorità della propria cultura rispetto le altre, per cui è legittimo imporla ad altri o riservarla al proprio popolo cui spetta la supremazia. È coinciso con l’eurocentrismo o l’occidentalismo, ipotizzando teorie come quella dell’evoluzionismo sociale. La teoria di Darwin è stata usata per contrabbandare la forza e soprusi per la supremazia dell’uomo bianco e giustificarla. Dopo Spencer i selvaggi furono detti primitivi , appartenenti a uno stadio evolutivo simile a quello in cui i popoli civili si erano trovati prima, giustificando un colonialismo di sfruttamento come fardello dell’uomo bianco per accelerare l’evoluzione di chi era rimasto indietro.

L’etnocentrismo è una via diretta per il razzismo.

Relativismo = antidoto all’etnocentrismo. Le culture si possono capire solo dal loro stesso interno e vanno comprese secondo i propri criteri, gusti e valori. Se ogni cultura è relativa a sé, non vi è alcuna supremazia,

perché ogni espressione culturale è pari alle altre. Herskovits dice che l’esperienza è interpretata da ognuno in termini della sua inculturazione. Questa citazione è stata formulata nel 48, dopo la 2 gm, dopo colonialismo e razzismo di stato, Herskovits chiese alle nazioni unite di adottare il relativismo come base per la carta di dichiarazione dei diritti universali, ma fu respinta → non si possono sancire diritti universali se (in quanto culturali) sono relativi; se ogni cultura fosse comprensibile solo dall’interno, non potrebbe essere giudicata, nemmeno se esprimesse nazismo, fascismo o razzismo. Bisognerebbe tollerare ogni cosa, legittimare tutto in quanto espressioni culturali.

Inoltre il relativismo porta ad un’impossibilità di confronto e di dialogo con l’alterità, quindi diviene un’altra via per il razzismo.

Etnocentrismo e relativismo assoluti giungono allo stesso esito e sono di grande danno in ambito interculturale.

ETNOCENTRISMO NATURALE E RELATIVISMO ETICO E METOLODOGICO L’etnocentrismo ha due forme: teoria della propria superiorità culturale e naturale inclinazione verso i modi della propria cultura = definita da Levi-Strauss auto preferenza o da Altan etnocentrismo naturale. Questa inclinazione è propria di ogni società; la specificazione del sé è condizione di senso per l’incontro con l’altro, perché sono due diversità a incontrarsi. Inclinazione non significa chiusura, né che nell’incontro le mie propensioni non debbano mai evolvere. Bisogna imparare a gestirlo per non farlo sfociare in chiusura.

Anche il relativismo si distingue in relativismo teorico assoluto, e relativismo morale e di metodo. Affermando la parità delle culture e la differenza si rischia di non prestare attenzione a ciò che condividono o hanno condiviso e ignorare le differenze interculturali. La dimensione morale del relativismo si oppone alla superiorità di un gruppo legata a differenze di potere. La pari dignità di ognuno e dello sforzo di forma collettiva che ogni gruppo cerca di darsi deve essere la base per capirsi. Lo sguardo relativo, sul piano pratico, fonda lo studio sull’alterità. Per capire l’alterità culturale non posso che relativizzare la mia, in una sorta di sospensione del giudizio che costituisce la premessa di ogni tentativo di comprensione della differenza. Kilani definisce decentramento-distanziamento questo atteggiamento che aprendo alla comprensione dell’altro, dischiude anche alla mia. Dobbiamo allenarlo per aprirci all’incontro.

Nella realtà le alterità non stanno mai in un rapporto paritetico ma in rapporti di forza, esemplificati nel rapporto tra maggioranza e minoranza. La neutralità non è possibile, almeno nelle conseguenze.

ASSIMILAZIONE: il rapporto con l’alterità culturale è risolto annullando la diversità nella richiesta di conformazione diretta o indiretta. Se l’accesso a una certa risorsa presuppone un adeguamento culturale possono non adeguarmi ma per ottenerla sono obbligato a farlo. Un modo opposto di gestire il rapporto con l’alterità è L’ESCLUSIONE: tenendo l’alterità separata dal noi, questa non mi riguarda più. Una terza via è quella di non intervenire= modello del METIN’POT o multiculturalismo, lasciando inalterati i rapporti di forza l’esito sarà quello dell’attivazione di processi assimilativi indiretti o meccanismi di esclusione.

1.3 Integrazione e multicultura come frontiera

INTEGRAZIONE

Questi tre modelli di convivenza con la diversità riguardano sistemi macro-sociali ma anche contesti di prossimità (classi, quartieri, gruppi..).

Se l’esito dell’intercultura è l’integrazione, non agirla ha come esito la dis-integrazione. Integrazione =costrutto polisemico su cui insistono diverse prospettive disciplinari. Il termine può essere usato sia per riferirsi al processo di inserimento\inclusione, sia per indicare lo stadio raggiunto dallo stesso. In chiave pedagogica è più utile intenderlo come processo , direzione verso cui tendere. Anche in sociologia l’idea di integrazione come annessione di una parte al tutto è superata: va intesa come processo di coevoluzione per la definizione di un nuovo equilibrio, caratterizzato da una conservazione del preesistente e dall’acquisizione di nuovi aspetti coesi in un’unità strutturale. Con l’integrazione le divisioni tra le parti

terra sia piatta, perché è così che ci appare, eppure, sappiamo bene che non lo è. La fisica moderna si muove su terreni ben più instabili, sporgendosi su dirupi vertiginosi, minando le nostre presunte certezze, come , per esempio, l'idea di tempo, della misura lineare e "indipendente" (idea implicata persino nell'edificio kantiano), così apparente- mente chiara e intuitiva. Come Einsten fu tra i primi a dimostrare, il tempo« non 5 scorre uniformemente, tanto che a livello macro è imbrigliato nelle altre dimensioni dello spazio e alla massa, mentre a livello micro il tempo non svolge alcun ruolo a livello fondamentale della fisica» (Rovelli, 2014, p. 217). Per un certo verso possiamo dire che il tempo (il suo scorrere) non sia altro che l'impressione che le nostre conformazioni biologiche hanno della propria realtà, al pari dell'impressione che la terra sia piatta (Rovelli, 2017).

SE VALE PER IL MONDO FISICO, FIGURIAMOCI PER QUELLO SOCIALE

Insomma, nemmeno nel più empirico dei campi scientifici, la realtà è semplicemente tale come appare. Afferrarne il mistero implica una mobilitazione dello sguardo in cambi di prospettiva, nella continua consapevolezza della parzialità dei conseguimenti raggiunti, capaci tanto di dare risposte, quanto di aprire più grandi domande. Ciò vale in tutti gli ambiti del sapere, anche in quello sociale, delle cose, degli accadimenti e della quotidianità umana. Eppure, quest'ambito sembra dominato da maggiori certezze: mentre è spiazzante quanto osserviamo nelle scienze empiriche (tempo non uniforme) ovvero che la realtà cambia a seconda delle prospettive e dei paradigmi che adottiamo, il fatto che il mondo dell'umano sia interpretabile solo a partire dall'assunzione di uno di questi ultimi, ci fa dare per scontato il valore dello sguardo che adottiamo. Al contrario, il fatto che per essere afferrata la realtà delle cose umane implichi l'assunzione di un paradigma, di uno sguardo interpretativo, dovrebbe interrogarci sulla sua validità. Per avvicinarsi all’alterità bisogna interrogarsi sul proprio habitus, sguardo naturale e inconsapevole, come scelta implicita di reazione col mondo.

GUARDARE SENZA VEDERE

Una suggestione stimolante in questa direzione giunge dall’arte -> concetto di straniamento esposto da Viktor Borisov Šklovskij (1893-1984) scrive nel 1919 un saggio L'arte come procedimento, che oggi possiamo considerare l'articolo manifesto del movimento "Formalista" russo. In questo lavoro si interroga sulla natura dell'arte, e sul suo rapporto con la realtà. Quest'ultima solo in apparenza ci è immediatamente disponibile: ci accostiamo al mondo guidati dal meccanismo «dell'inconsciamente automatico» (1919/2003, p. 80), ed è quasi come se non lo vedessimo davvero il mondo, le cose di cui è composto, ma ne cogliessimo appena i contorni e le forme, giusto per riconoscerle e dare loro un posto che ci è già noto. In questo senso il nostro sguardo rimane superficiale: «<l'oggetto passa vicino a noi come imballato, sappiamo che cosa è, per il posto che occupa, ma ne vediamo solo la superficie» (1919/2003, p. 81). In altre parole è come se nella quotidianità noi guardassimo ma senza vedere, percepissimo la realtà con i nostri sensi ma non la sentissimo veramente. «L'abitudine ci vieta di vedere", come spiega Todorov, mentre per vedere bisogna fare uno sforzo diverso, deformare la realtà "se si vuole che possa trattenere il nostro sguardo» (1919/2003, p. 14).

ARTE COME DEFORMAZIONE: LO STRANIAMENTO

È questo il modo che Šklovskij individua per staccarsi dall'automatismo : deformare la realtà (darle forma diversa) per restituirle vita e poterla cogliere nella sua essenza. Questa deformazione è il processo artistico che mira a trasmettere l’impressione dell’oggetto come visione e non come riconoscimento: procedimento dell’arte è il procedimento dello straniamento. Come spiega Ginzburg lo straniamento è una sorta di strategia dello sguardo che eviti di dare per scontata la realtà, una sorta di antidoto contro i rischi dell’assuefazione e dell’abitudine. Lo straniamento non è nelle cose, ma nello sguardo che vi gettiamo, che si spoglia dell’automatismo del riconoscimento come se ci strofinassimo gli occhi e vedessimo per la prima volta la realtà, la verità della realtà.

RALLENTARE LO SGUARDO PER TRATTENERLO

Šklovskij fa un esempio con lo scritto Vergogna di Tolstoj che prende posizione contro la fustigazione allora diffusa in Russia. L’azione straniante di Tolstoj sta nel fatto che agisce sulla forma, pur senza mutarne l’essenza non nominando mai il termine fustigazione, ma utilizzando delle perifrasi, espressioni come denunare, gettare al suolo e battere con le verghe sulla schiena chi ha infranto le leggi, scudisciare sulle natiche denudate. Tolstoj toglie la fustigazione dal suo imballo tessuto dall’abitudine di questa pratica e

6 delle opinioni su quel tema. Per evitare che essa resti nascosta sotto la superficie dell’inconsciamente automatico e per svelarla al lettore Tolstoj usa l’arte della parola in modo strano: non sfrutta le proprietà denotative e di sintesi del linguaggio ma con le perifrasi inceppa il meccanismo del riconoscimento e costringe il lettore a stare su quelle parole, a vedere quelle immagini, a rendere la fustigazione sensibile, a ricomporla con nuovi elementi sotto una inusuale forma.

IL MONDO E LA SUA PULSANTE CONTRADDITTORIETÀ

Šklovskij contrappone l’arte alla scienza, o meglio all’idea di scienza ristretta e positivista. In tal senso, lo sguardo scientifico che pretende di oggettivare la realtà illumina le cose con una lampada senza ombre, non cogliendovi l’essenza ma descrivendo aspetti fini a se stessi, incapaci di restituire la natura della realtà.

Questo è un comune modo obiettivo di approcciarsi alle cose. Quando professionalmente ci troviamo a dover gestire dinamiche complesse (difficoltà di apprendimento alunno straniero, contrasti condominiali tra background diversi…) sentiamo necessario descrivere la situazione con i mezzi a disposizione: informazioni sul caso o raccolte osservando\parlando con altre persone, esperienze pregresse, concezioni e teorie sul tema. Il bisogno di avere una visione chiara rischia però di tradursi in una sua lettura semplificante alterando la sua natura autentica. Dovremmo avere uno sguardo disposto a scivolare sotto l’imballo e a vedere anche le ombre, le contraddizioni, le spigolosità che non ci piacciono o che temiamo. Le cose saranno meno chiare ma più vere. Il mondo viene conosciuto nella sua essenza non nelle percezioni dell’apparenza.

2.2 Il velo sulla diversità

UNA VISIONE VELATA

Il problema del velo richiama una questione scomoda e controversa e ciò che per prima viene in mente è il velo islamico -> giocare sull'equivocità del velo per mostrare come nel perimetro della diversità culturale vi sia facilmente la tendenza a procedere per immagini stereotipate, molto semplificanti la realtà, per l'appunto "velanti". Io credo che in qualche modo sia così, ma non perché l'istanza di semplificazione stia nella diversità culturale, quanto perché, al contrario, tale istanza corrisponde a un nostro bisogno. Di fronte a una realtà complessa e implicante come quella della convivenza, integrazione e contrasto tra alterità culturali, abbiamo il forte bisogno di dipingerci un quadro chiaro e semplificato. Per quanto l'esito del soggetto dipinto possa esser diverso, ciò vale sia che siamo a favore della diversità, sia se ne abbiamo un'avversione.

IMMAGINE E IMMAGINAZIONE

Le immagini che produciamo sono importanti. Flusser (1921- 1991), un filosofo dell'immagine e della comunicazione, sosteneva che, come l'invenzione della scrittura lineare ha segnato una cesura nella cultura umana, lo stesso sta avvenendo nell'epoca moderna grazie alla diffusione delle "immagini tecniche". Che la nostra possa esser definita una società dell'immagine è cosa nota e piuttosto trattata in ambito sociologico ed economico. Secondo Flusser in quanto "superfici significanti", le immagini chiamano in campo la nostra capacità di "immaginazione", intesa come la facoltà specifica di astrarre superfici dallo spaziotempo e riproiettarle nuovamente nello spaziotempo. [...] In altri termini è la facoltà di codificare i fenomeni in simboli bidimensionali e di leggere questi simboli" Benché l'Autore si occupi sostanzialmente di fotografia, a me pare di poter raccogliere utili suggestioni anche per ciò che concerne le immagini di realtà in senso lato. In particolare, trovo molto stimolante la seguente riflessione, che riporto per intero: Le immagini sono mediazioni fra il mondo e l'uomo. L'uomo “ek-siste", non ha un accesso diretto al mondo,

IL PREGIUDIZIO ETNICO

Allport definiva il pregiudizio etnico come: atteggiamento di rifiuto o ostilità verso una persona appartenente a un gruppo, che si presume in possesso di qualità biasimevoli attribuite al gruppo medesimo. Il pregiudizio è diffuso tra gruppi sociali, quello rivolto all’alterità più che voler chiarire chi sia l’altro da sé vuole identificare il noi per difetto: stabilendo la negativa alterità, ottengo per contrasto un noi chiaro e positivo → funzionale alla contrapposizione tra in-group e out-group. Teun van Dijk, sociologo olandese, spiegava come i pregiudizi etnici non possano essere interpretati come errori cognitivi, opinioni irrazionali o rappresentazioni dei gruppi esterni > devono essere compresi come

8 schemi cognitivi , modi razionali e funzionali di organizzare l’informazione sui gruppi esterni che devono essere mantenuti fuori o sotto. Credenze (accompagnate da convinzione non costrizione) e pregiudizi etnici sono strutture flessibili di interpretazione dell’informazione, quando l’evidenza contrasta con il contenuto delle affermazioni dei pregiudizi stessi. Tanto gli elementi di struttura (argomenti) quanto quelli di microsemantica appaiono ricorrenti nelle forme di pregiudizio etnico, di conseguenza lo schema elaborativo è sempre lo stesso. Van dijk > Argomenti : l’immigrazione è associata a problemi sociali, legali, culturali, la criminalità è trattata come propria degli out-groups, la diversità culturale è vista negativamente, come arretratezza, le relazioni tra gruppi diversi sono ridotte a tensioni etniche. Microsemantica : nel discorso sull’alterità si riproduce in modo implicito un giudizio positivo per la maggioranza e negativo per la minoranza, un rifiuto di sé come razzisti, una minimizzazione dei propri comportamenti negativi e una sottolineatura di presunte concessioni fatte alla minoranza.

DUE LEZIONI DA UN NOSTRO PROBLEMA

Van Dijk: il pregiudizio non può essere socialmente acquisito, condiviso e confermato senza processi multipli di comunicazione pubblica e personale. Come spiega Balbo è il risultato di un’azione concretata. Avviene in modi accidentali, spontanei, che si auto riproducono; per questo è difficile contrapporsi, o prenderne coscienza. Lezione 1: il pregiudizio non può essere trattato solo su un piano cognitivo, non si si può limitare a mostrare che è falso, non basta a persuadere le persone a non credere più nel pregiudizio. Lezione 2: il pregiudizio entico è un NOSTRO problema, noi siamo parte del problema = è nei nostri discorsi che si riproduce, perciò è nei nostri discorsi, nelle immagini che produciamo, che esso può incirnarsi, lasciando posto a una diversa narrazione. Azione educativa > corresponsabilità e processo lento ma autentico, che richiede pazienza per apprendimenti profondi.

CAPITOLO 3 Educare lo sguardo interculturale

3.1 Accogliere la complessità

REALTÀ, COMPLESSITÀ E INATTESO

Lo sguardo interculturale deve essere disvelante, capace di vedere le possibilità di comprensione, incontro e relazione educativa nella e per la alterità, anche culturale. Per andare oltre all’immagine velata della diversità, penetrare l’imballo necessita di 3 qualità. 1. Saper accogliere la complessità : guardare la realtà, la complessità, non mortificarla in riduzioni. Edgar MORIN > la complessità è un tessuto di costituenti eterogenei inseparabilmente associati; deriva da fili differenti e diventa uno. Le varie complessità si intrecciano e si tessono insieme, per formare l’unità della complessità, ma l’unità del complexus non viene eliminata dalla varietà e diversità delle complessità che l’hanno tessuto. (globalizzazione e tecnologie = comprendere la mondializzazione che trascina l’avventura umana, divenuta interdipendente, fatta di azioni e reazioni) MAURO CERUTI > rifuggire la tentazione semplificatoria che annulla il particolare, il deviante. L’approccio alla realtà non è lineare ma è un andamento curvo: un ripiegamento riflessivo, segnato da una connessione tra conoscenza ed etica sociale, tra sapere ed educazione: i problemi globali sono oggi multidimensionali, transnazionali, trasversali, mentre l'approccio conoscitivo prevalente è isolante, dividente > difficile

affrontare i problemi, comprenderli nella loro complessità di aspetti intrecciati. Sfida culturale dei nostri giorni=rendere il nostro sapere adeguato al contesto in cui esso dovrebbe dare i suoi frutti. Educare alla cittadinanza è educare alla condizione umana nell’età globale, ciò richiede un’educazione alla complessità.

3.2 Contro il terzo escluso e la sinneddoche

EVITARE IL PRINCIPIO DEL TERZO ESCLUSO

2. Evitare di ricorrere al principio del terzo escluso. Il principio del terzo escluso è uno dei principi della logica aristotelica, conseguenza del principio di non contraddizione = stabilisce che una proposizione e la sua negazione hanno valore di verità opposto : dati un giudizio affermativo e uno negativo dello stesso soggetto e predicato, uno è necessariamente vero, l’altro falso, senza che vi possa essere una terza via.

9 (falsità di uno implica verità dell’altro). Principio valido se riferito a un sistema ipotetico e diversi casi della realtà > la contemporanea arte di persuadere della validità della propria posizione dimostrando la falsità di quella altrui, non avendo altri mezzi per dimostrarla creo una posizione opposta alla mia: dimostrando la sua falsità dimostro la verità della mia. Presupposto errato: la realtà è complessa, non ci sono solo 2 punti di vista su essa, specie se parliamo di realtà sociali multidimensionali e controverse come l’immigrazione. Se l’intento non è comprendere, ma convincere , userò questa strategia retorica (es. se sono pro alla chiusura delle frontiere, dimostrerò gli esiti di un’apertura incondizionata). Contrapponendo in modo rigido le posizioni, obbligo allo schieramento e guadagno una pedina sul mio lato. Questa tecnica non ha nulla a che fare con uno sforzo onesto di comprensione della complessità del reale, le sfaccettature delle questioni e quindi non dovremmo scadere alle logiche di un suo utilizzo, ma dobbiamo riconoscerlo quando è agito per evitarlo e impostare il confronto con chi ha opinioni diverse in altro modo.

EVITARE L’USO DELLA SINEDDOCHE

3. Evitare la sineddoche. → utilizzo di un solo termine tra due che sono in relazione es.parte per il tutto, genere per la specie, contenitore per contenuto e viceversa… Noi utilizziamo una parte per indicare il tutto quando affermiamo cose come “l’albanese della 1°A” = la parte è la sua provenienza (o quella dei genitori) che risulta sufficiente per identificare il tutto, come se il riferimento all’origine saturasse la sua identificazione. La riduzione della persona ad un suo aspetto (il bambino autistico) orienta lo sguardo solo su quello, sulle concezioni generali che abbiamo dell’essere autistico, manesco, albanese. Non bisogna identificare facilmente il bambino, ma appropriatamente, per quello che è = solo così riusciamo a vederlo, il nostro linguaggio, modo di pensare e produrre immagini deve aiutarci in questo. Un’altra variante della sineddoche che usiamo è quella di definire al singolare una realtà plurale → “lo straniero risulta ben integrato nel nostro comparto produttivo” ma lo straniero, l’immigrato non è una categoria che esiste, nella realtà vi sono migliaia di stranieri diversi e innumerevoli modi di vivere l’esperienza migratoria. L’esercizio nel linguaggio e nel pensiero del plurale mobilita lo sguardo, lo allarga e lo rende incline ad accogliere più sfaccettature.

3.3 Per uno sguardo “tridimensionale”

CULTURA, CULTURE, INDIVIDUO

Kluckhohn afferma che ogni uomo per certi aspetti è uguale a tutti gli altri uomini, uguale ad alcuni altri uomini, uguale a nessun altro uomo (1953) Sul piano biologico-materiale siamo tutti uguali come appartenenti all’unica specie di uomo esistente, l’ homo sapiens. (Il genetista Luca Cavalli-Sforza diede il lustro all’evidenza scientifica affermando che non possiamo parlare di più razze per l’uomo, ma solo di differenze di popolazione piccole e relative) Anche sul piano etico tutti gli uomini hanno pari diritti e dignità , stando a quanto afferma la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU del 48 o alla nostra Costituzione. Ogni essere umano è però diverso da un altro, è unico e irripetibile > chiaro da un punto di vista biologico-materiale e immateriale: non esistono due persone con lo stesso carattere, idee, paure, vissuti…

spazio-temporale, anticipando un paradigma della post-modernità, quello di globalizzazione > a partire dagli anni ’80 questo termine fu usato per analisi diverse che descrivevano il mondo nella sua contraddittorietà. Globalizzazione=insieme di relazioni che attraversa le frontiere di tutti i Paesi, provocando un processo di condizionamento e interdipendenza, in virtù del quale il pianeta sembra configurarsi come un unico sistema. A far apparire il mondo come un unico sistema è la velocità che nella postmodernità hanno assunto le relazioni > grazie alla rivoluzione tecnologica e mobiletica, le interconnessioni sono rapidissime , tanto che una mossa geopolitica in un angolo del pianeta può comportare conseguenze dall’altra parte del mondo e in tempo reale. L’influenza di un sistema genera mutamenti nell’altro: una guerra, una scoperta, un evento non sono eventi localizzati perché estendono i loro effetti e generano cambiamenti altrove. La novità della contemporaneità è la rapidità di queste interconnessioni e i cambiamenti dei sistemi. Il terzo contributo sulla lettura della contemporaneità deriva dalla società dell’incertezza di Bauman. Egli spiega nel suo saggio così intitolato (1999) che la cifra implicita che accomuna tutti è quella dell’incertezza,

11 che si manifesta tanto sull’indeterminatezza del quadro sociale e geopolitico, quanto su quello della vita delle persone, a partire dal lavoro e dai legami affettivi. Per spiegare ciò richiama Freud : se nella modernità l’imposizione dello stato moderno e della società vittoriana hanno comportato una restrizione della libertà e delle pulsioni più profonde, in cambio dei valori di ordine, bellezza e pulizia nell’epoca contemporanea lo scambio sociale si è rovesciato: l’individuo chiede l’uscita dai modelli sociali precostituiti per affermare il sé in nuove forme di libertà (effimere). Il prezzo dello scambio è la certezza: il disagio della postmodernità nasce da una libertà nella ricerca del piacere che assegna uno spazio troppo limitato alla sicurezza individuale. (modernità una sicurezza che assegnava alla libertà un ruolo limitato nella ricerca della felicità) → L’uomo postmoderno vive l’angoscia dell’insicurezza e la precarietà di una libertà né duratura (consumata in nuovi beni) né responsabile (aumenta divario ricchi e poveri). Una libertà rischiata tra la dissoluzione di forme di vita socialmente precostituite e nuove pretese istituzionali.

4.1.2 L’uomo è un animale migrante

Per noi immigrazione = altre persone che vengono nel nostro paese, in Europa o in Occidente. Gli attribuiamo un carattere di eccezionalità (normalità stare nel proprio paese) e di rimprovero (facile andare nella casa di altri se nella propria ci sono problemi) > è bene riconoscere questo comune sentire per comprendere le resistenze che incontriamo nell’affrontare i temi dell’alterità culturale ed è necessario capire quali elementi efficaci abbiamo per superarlo. La famiglia HOMINIDAE si è sviluppata in tempi recenti rispetto altre forme di vita nel nostro pianeta, e in un arco di tempo di almeno un milione di anni. Diverse specie di questa famiglia si sono avvicendate, comparendo ed estinguendosi, per buona parte in modo parallelo ad altre specie. Ad un certo punto la capacità cranica degli ominidi diviene più importante e le forme sociali diventano più complesse = soprattutto Homo habilis e poi Homo erectus. Nel momento in cui nasce l’uomo come lo conosciamo noi, questo animale adotta un comportamento > migra. La migrazione è connessa con la nascita dell’uomo come essere culturale ⇒ Harrison afferma che l’homo erectus inventò la cultura tra mezzo milione e centomila anni fa e si diffuse nella stessa epoca con grandi migrazioni che lo condussero dalla Cina all’Inghilterra e dal Mediterraneo all’africa meridionale. Questo carattere migrante non fu abbandonato, l’ultima specie rimasta (noi, homo sapiens) svela un ulteriore carattere di questa tendenza migratoria. Luca Cavalli Sforza negli anni 60 dimostrò che la distanza genetica tra popolazioni di continenti diversi era minima, e nessun altro mammifero mostra una variazione così piccola tra gruppi. Egli capì inoltre come lo sviluppo tecnologico negli anni ha permesso di mostrare meglio il grado di eterogeneità interna ai gruppi che non è equamente distribuito e segue un ordine preciso. In un celebre lavoro dimostrò come l’uomo moderno sia nato nel Sud del continente africano, per poi diffondersi in tutto il resto del mondo. Dimostrò poi che la differenza genetica interna ai gruppi umani diminuisce man mano che ci si allontana dal sud dell’africa. Ciò si spiega con la teoria Serial founder effect

model for the great expansion = per cui vi sarebbero state più ondate migratorie prive di effetti risolutivi, fino a un’ultima definitiva di 45-60 mila anni fa. Questa grande espansione si è svolta in fasi successive: alcuni membri del primo nucleo originario si sono spostati più in là, un’altra parte di questi ancora più in là ecc. I nuovi fondatori di colonie umane provenivano da gruppi geneticamente sempre più ristretti e questa minore diversità interna è oggi riscontrabile. Questa teoria spiega anche perché sono comparse pitture rupestri e il culto dei morti contemporaneamente in parti lontane del pianeta. In questa espansione gli homo sapiens, oltre ad essere inclini a migrare, sono stati aggressivi = hanno soppiantato le altre specie di ominidi. Il titolo di un testo di pedagogia “Homo migrans” sottolinea la profonda anima migratoria della nostra specie, che nelle epoche ha preso varie forme. Attali scrive che la nostra storia è storia di spostamenti, più o meno pacifici. La migrazione non è un fatto nuovo, eccezionale e agito solo da alcuni gruppi

umani. 12

4.1.3 Nuove e vecchie migrazioni

Anche se sono sempre esistite, è legittimo parlare di nuove migrazioni, che possiamo definire migrazioni contemporanee. Ma quali sono le vecchie? Dal XVI secolo cominciano le grandi navigazioni e le conseguenti scoperte di nuove terre, e con esse importanti migrazioni, che possiamo definire moderne. (scoperte di terre e rifugio da persecuzioni) Queste si rivolgono al mondo nuovo, prendendo la forma della colonizzazione europea delle americhe, australia, zone dell’africa e dell’asia = sono migrazioni eurocentriche ● l’Europa è luogo di emigrazione ● tali colonizzazioni avvengono in un’ottica di sfruttamento delle risorse a vantaggio degli scambi commerciali con le madre-patrie europee, a caro prezzo per i popoli locali (terre azzerate economicamente, politicamente e culturalmente) La migrazione dal Sud al Nord è un fatto recente ed è un terzo dei movimenti migratori contemporanei. Solo dopo la 2 gm si sono create le condizioni per cui l’Europa diventasse terra di immigrazione. Le migrazioni contemporanee hanno trasformato l’occidente da civiltà colonizzatrice a meta delle migrazioni = inversione del flusso migratorio (Gusso). ● Anni '50: riconversione. La prima fase, che determina l’inversione, è legata alle conseguenze della fine della Seconda Guerra Mondiale e alla decolonizzazione. L'impoverimento generato dal colonialismo + l’aumento demografico, e il bisogno di manodopera per la ricostruzione in un'Europa devastata = determinano un movimento di circa 20 milioni di migranti dalle excolonie alle madrepatrie. ● Anni '60: boom economico. Produzione e consumi sono in grande crescita e con essi la richiesta di manodopera nei settori del secondario e del terziario > gli stessi Paesi europei incoraggiano i flussi migratori. ● 1973. È l'anno della prima grande crisi petrolifera , e della conseguente recessione economica continentale. Per la prima volta dal dopoguerra, la crescita si interrompe e cambia la linea politica in campo migratorio: ora, per mancanza di lavoro e per il malcontento sociale l'immigrazione non è più favorita, ma arginata tramite dispositivi di regolamentazione. Nonostante ciò, anche in questa fase si assiste a un incremento dei flussi, sebbene più contenuto, dovuti soprattutto ai fattori espulsivi (push factors) che caratterizzano i Paesi da cui provengono gli emigranti (in primo luogo l'incremento demografico e il progressivo impoverimento di quella medesima popolazione). ● 1989: il lato Est. Fine era sovietica e nuovo movimento migratorio dall'Est all'Ovest. Il periodo 1990-93 è caratterizzato dai movimenti più consistenti, rappresentati soprattutto da richiedenti asilo politico e da minoranze nazionali. Dalla metà degli anni '90 la consistenza dei flussi dalle aree post-sovietiche diminuisce, salvo alcuni aumenti dovuti ai flussi di rifugiati dai Balcani conseguenti alla crisi del Kosovo. ● Nuovo millennio: l'aumento dei flussi. Aumento dei flussi migratori verso il vecchio continente >

Anche andare a scuola, entrare nel mondo del lavoro, diventare genitori, veder morire i propri genitori sono fatti naturali (umanamente normali) ma difficili = richiedono uno sforzo evolutivo, che in educazione si chiama crescita e che comporta uno sviluppo identitario (diveniamo studenti, lavoratori, pensionati…). E tutti hanno in sé il rischio di non riuscire ad affrontarli. Ecco, la migrazione, divenire stranieri in terra altrui, è una cosa antropologicamente naturale, umanamente normale, difficile e rischiosa. Come educatori/insegnanti, imparare a riconoscerlo significa avere un altro sguardo verso chi accogliamo, riconoscerne la complessità.

RICONOSCERE LE FATICHE ALTRUI PER FARNE UN NOSTRO COMPITO

Se a ciò aggiungiamo il carattere forzoso delle migrazioni contemporanee, capiamo come spesso siamo lontani dal vedere con la giusta prospettiva le persone che accogliamo. Frasi come "sono loro a doversi integrare" sono estremamente svelanti > siamo tutti all'interno di questa visione velata dell'alterità: il problema è rendercene conto e far si che "diventi un problema" per emanciparsene. Espressioni come "sono loro a doversi integrare", "sono loro che sono voluti venire qui" svelano la mancanza di conoscenza sui fenomeni sociali globali.

Riconoscere la natura forzosa che normalmente grava sulle migrazioni contemporanee significa modificare la nostra prospettiva: l'integrazione da dovere scontato diviene un "nostro" compito come educatori e insegnanti. Se una persona migra forzatamente e poi incontra un contesto ostile e molte fatiche per potersi realizzare (trovare un lavoro dignitoso e un alloggio, avere i documenti in regola, ecc.) non è detto che abbia la smania di volersi integrare o che abbia la forza di farlo per proprio conto; e lo stesso vale per un bambino neo-inserito a scuola, un adolescente che inizia a frequentare il quartiere dove si sono trasferiti i suoi genitori, o un minore straniero non accompagnato che si trova a vivere con il pensiero di dover rimettere il denaro che la sua famiglia gli ha prestato per il suo viaggio. Porsi in una prospettiva educativa - interculturale - significa riconoscere le fatiche , aver chiari i fini verso cui dirigersi, e accompagnare le persone a raggiungerli. Ecco allora che l'integrazione diviene un nostro compito educativo, che ci riguarda sia per la responsabilità educativa che abbiamo assunto, sia perché non vi è integrazione senza reciprocità. ( Es. è l'allievo a dover imparare e a doverlo volere per il proprio bene, ma che cosa diremmo a un'insegnante che di fronte a un insuccesso di apprendimento ci dovesse dire "ma che c'entro? È lui a non voler imparare!". La professionalità insegnante si misura nella capacità di insegnare e motivare al senso dell'apprendimento proprio a coloro che non hanno questa attitudine e mostrano invece delle difficoltà). Non basta dire "ma è lui che non vuole imparare" o "ma è lui che non si vuole integrare": apprendimento e integrazione sono nostri compiti e responsabilità che ci siamo assunti nel momento in cui abbiamo scelto di essere insegnanti ed educatori. È necessario riconoscere le difficoltà per occuparcene e accompagnare l’allievo in un percorso che miri a intercettare le potenzialità, supportare le fragilità, sentire che l’integrazione riguarda anche noi.

CAPITOLO 5 Vedere la realtà per abitarla

1. Che cosa crediamo di sapere?

CREDIAMO DI SAPERE E NON SAPPIAMO

1.5 Dispercezione sociale: non si può dire che i mass media non parlino di immigrazione, o che non se ne scriva sui social, ma queste informazioni non ci informano realmente. Vi è un’enorme variabilità di ipotesi riguardo la presenza degli stranieri nel nostro Paese. Emerge un quadro lontano dalla realtà > mettere in discussione le concezioni che abbiamo su alterità e immigrazione, disponendosi a scoprire un quadro di realtà obiettivo e veritiero, fondato su dati e informazioni anziché su umori e luoghi comuni. > dispercezione della realtà migratoria è un problema comune di tutti, per la nostra responsabilità educativa assunta

dobbiamo occuparcene.

FATTI SOCIALI E PERCEZIONE SOCIALE

L’affermazione “la realtà è una costruzione sociale”, come ricorda Corbetta ha preso 2 direzioni: ● Direzione radicale, che nega l’oggettività del mondo esterno poiché esistono solo dei costrutti soggettivi sull’idea di mondo esterno ● Posizione più morbida che pur assumendo che la realtà sociale è costruita dalle interpretazioni degli individui, ammette che esistono dati di realtà su cui si può convergere in senso intersoggettivo, e che le interazioni tra individui mantengono, seppur la dimensione conoscitiva rimanga intricata. L’interpretativismo raccoglie posizioni diverse, accomunate da una concezione del reale non solo esterno e oggettivo, ma dipendente dalle interpretazioni e costruzioni degli uomini. Fatto sociale: ogni accadimento che ha una qualche rilevanza sul piano sociale, tali fatti esistono, accadono li fuori, non sono solo il frutto di un abbaglio collettivo. (ritardo di un treno) Percezione sociale : l’idea che abbiamo dei fatti sociali. → Il fatto e la sua percezione sociale non coincidono mai perfettamente (principio di indeterminazione sul campo della conoscenza sociale) ; vi sono fatti sociali di cui abbiamo un’idea accurata, altri di cui abbiamo un’idea distante dalla realtà. Siamo portati a distorcere gli aspetti di realtà che più ci preoccupano, verso cui siamo più sensibili e meno obiettivi.

Fenomeno migratorio = percezione sociale lontana dal reale = immigrazione diventa capro espiatorio per il nostro problema di incertezza (acqua in cui siamo immersi) soprattutto per chi cerca risposte semplici e deresponsabilizzanti, piuttosto che capire la complessità delle concause.

2. La nostra dispercezione sociale

DISPERCEZIONE SOCIALE COMUNE, CONDIVISA E ALIMENTATA

La facilità di confluenza su una stessa immagine sociale relativa al fenomeno migratorio sta nel fatto che essa si inquadra in una solida (e invisibile) cornice di significato = quella di un problema, di una minaccia incombente da cui prendere le distanze, tutta giocata sulla rappresentazione degli aspetti negativi e sulla contrapposizione noi/loro, così in accordo a quella "grammatica della paura" da rendere normale la vicinanza semantica del tema "immigrazione" a quello della "sicurezza". Il carattere implicito della cornice aggrava la sua pericolosità, poiché ci orienta inconsapevolmente nella produzione di immagini sull'immigrazione. = la cornice si comporta come una matrice che genera un immaginario così diffuso da entrare nel campo dell'ovvio, ossia del "senso comune" (che non deve essere dimostrato per essere ritenuto vero). Una cornice così condivisa e resistente poggia necessariamente su meccanismi di co-costruzione, tra cui quelli mass-mediatici (ruolo fondamentale nell’orientare una dispercezione sociale del fenomeno). Se a ciò aggiungiamo lo stretto legame tra media e politica capiamo come il contorno implicito del discorso su alterità e immigrazione sia tanto pervasivo. La produzione di questo immaginario (dei manufatti linguistici su cui poggia) si regge su 2 principali processi del discorso mediatico:

  1. "che cosa dico", che notizia do, ovvero "che cosa non dico" e quali notizie ometto. È il meccanismo della selezione ; la scelta di dare o meno un'informazione non è legata alla sua rilevanza "assoluta", quanto a quella "relativa" rispetto alla propria audience (poiché lo scopo principale del media è quello di essere fruito). In questo modo si tende a selezionare notizie pertinenti alla cornice di senso comune che le persone già hanno e che finiscono per rafforzarla, in una sorta di circolo vizioso.
  2. "modo in cui lo dico": è l'ambito delle strategie retorico-narrative a cui si ricorre per dare una notizia, che comprende l'ambito del linguaggio ma anche le immagini e i montaggi che utilizzo. Anche su questo aspetto, la cornice significante sull'immigrazione orienta la produzione linguistica, con un sistematico ricorso al linguaggio bellico ("invasione", "contrasto") e ai toni enfatici (non "arrivo" ma "ondata", non "tensioni sociali" ma "scontri tra culture"...), mentre le immagini che accompagnano la narrazione sono quasi sempre emotive, non informano, ma "parlano alla pancia".

Milano-Genova-Torino. Questo movimento ha coinvolto tutto il nostro territorio ma il movimento maggiore è avvenuto dal Sud al Nord del Paese, con una portata tale da determinare rilevantissimi cambiamenti sociali. Difficoltà di integrazione, di inserimento scolastico, nascita di stereotipi e pregiudizi: gli stessi che toccano a ogni minoranza, benché della medesima nazione ("terroni", brutti e sporchi, che non hanno voglia di lavorare..) ● Un'immigrazione più recente. Sia per la nostra propensione emigratoria, sia per il ricorso alla migrazione interna, l'inizio di un'immigrazione straniera in Italia è un fatto molto più tardivo che nel resto d'Europa. Solo a fine anni '60 iniziano gli arrivi di immigrati, a partire dal Sud Italia: tunisini impiegati nella pesca, o per lavori agricoli stagionali. Dagli anni '70 l'immigrazione si differenzia sempre di più, comprendendo manodopera (inizialmente per il settore primario), collaboratrici domestiche, profughi e rifugiati politici, ma è solo attorno alla metà degli anni '80 che i flussi immigratori iniziano a prendere vigore. L'Italia diventa così solo in anni molto recenti, e quasi improvvisamente una terra di immigrazione, dopo esser stata uno dei più affollati porti di partenza per emigranti.

CAPITOLO 6 Dare i numeri per non parlare a vanvera

1. Immigrazione, minori e il femminile

A portata di mano

Quanti sono gli immigrati in Italia? Per questa e per altre dimensioni che analizzeremo, si prenderà in considerazione non tanto il dato preciso, ma da un lato, l’”ordine di grandezza” per poterci fare un’idea verosimile, dall’altro, come i dati siano in grado di darci informazioni solo se li interpretiamo.

Un fenomeno recente, contenuto e stabile A inizio del 2021, gli stranieri residenti nel nostro Paese sono poco più di 5 milioni, ovvero l’8,4% della popolazione. All’inizio del millennio, la presenza migratoria era ancora modesta, per poi rapidamente aumentare, per assestarsi infine negli ultimi anni. Nel corso del millennio in corso, si registra addirittura una contrazione (-5,1%), legata principalmente alle conseguenze della pandemia da Covid-19. Questo dimostra

come sia importante distinguere gli andamenti generali da quelli contingenti, i quali possono essere influenzati da accadimenti specifici che, tuttavia, non sono indicativi di un trend complessivo. Il grafico degli stranieri residenti nel nostro Paese sviluppa una crescita, dapprima vigorosa e poi in assestamento. Si presenta in forma spezzata, segnata anche da una certa irregolarità; la linea di crescita è divisibile in tre tronconi:

  1. Dal 1995 al 2002 l’aumento è decisamente più morbido;
  2. Dal 2002 al 2014 il ritmo di crescita aumenta decisamente;
  3. Per rallentare dal 2015 ad oggi. Gli scarti relativi ai valori da un anno all’altro non sono necessariamente dovuti a presenze e movimenti reali. Ad esempio, il 2002 è l’anno della sanatoria contenuta nella cosiddetta legge “Bossi-Fini”, L. 189/2002, che divenendo operativa dal 9 settembre 2022, mostra i suoi effetti sui soggiornanti registrati nel 2003. Le sanatorie sono una vecchia questione, e mostrano la sostanziale incapacità del nostro Paese di affrontare in modo organico e strutturale il fenomeno migratorio. Dal 1986 abbiamo avuto ben sette sanatorie, tutte dettate dall’evidente scarto tra realtà e normativa vigente. Complessivamente, possiamo notare come il fenomeno migratorio in Italia sia un fenomeno piuttosto recente rispetto ai movimenti migratori che hanno interessato l’Europa fin dal secondo dopoguerra, lontano dal configurarsi come un’invasione incontrollabile e in sostanziale stabilizzazione.

I minori e i “nuovi italiani”

Una delle conseguenze della recente vicenda immigratoria italiana, è che la media della popolazione straniera risulta particolarmente giovane. I minori stranieri in Italia sono poco più di 1 milione, circa un quinto del totale della popolazione straniera, ma se consideriamo quello con un background migratorio, che comprendono i naturalizzati italiani, questa cifra sale a 1 milione e 316 mila. Il 75% delle bambine o dei bambini (delle ragazze e dei ragazzi) che definiamo stranieri, sono nati e cresciuti in Italia, nell’unico Paese che spesso conoscono. Data la storia recente dell’immigrazione del nostro contesto, al crescere dell’età la quota dei nati all’estero cala e il loro numero, pertanto, è destinato a ridursi sempre di più negli anni a venire. Già oggi, i bambini stranieri con meno di 5 anni nel 90% dei casi sono nati in Italia (Istat, 2019).

La rilevanza del femminile e della familiarizzazione La componente femminile è maggiore di quella maschile anche tra gli stranieri, attestandosi al 51,9% del totale. Dopo una prima fase di flussi femminili “indipendenti” da quelli maschili, oggi la parte femminile è principalmente l’esito dei ricongiungimenti familiari della prima fase di migrazione maschile avvenuta alla fine degli anni ’80 e negli anni ’90 dei movimenti migratori congiunti e di quella parte di migrazione che continua a essere tipicamente femminile. La prevalenza femminile ha importanti conseguenze; essa è correlata direttamente al processo di familiarizzazione della popolazione immigrata, oggi molto solido.

Benché sia ciò da cui ci si distacca, la famiglia gioca in qualche modo un ruolo originario nel processo di migrazione, sia nel senso che alla base del percorso migratorio vi può essere un mandato familiare, sia perché la stessa migrazione può essere una strategia di sostenibilità della famiglia, in particolare, dal punto di vista della prima generazione, per il bene e il futuro dei figli. La presenza femminile e il processo di familiarizzazione sono indicatori diretti di un quadro migratorio tendente alla stabilità. Sono i contesti migratori prevalentemente maschili a essere tipicamente transitori, come nel caso delle migrazioni per lavoro stagionale segnate da una permanenza breve e da rientri frequenti. È quanto avveniva in Italia negli anni ’80 con i braccianti nordafricani impiegati nelle campagne del Sud per la raccolta dei pomodori ciliegini. Nonostante la stabilizzazione della popolazione sia chiaramente riscontrabile già nel censimento del 2001,

scuola primaria sono nati in Italia: come a dire quanto la presentazione dei dati “oggettivi” senza questo elemento di realtà sia fuorviante.

La maggior parte di queste alunne e alunni non proviene da nessuna parte, è sempre stato qui. Per quanto riguarda le loro nazionalità, queste ultime riflettono quelle dei genitori, con una prevalenza dei gruppi dalla Romania, Albania e Marocco. I grafici della presenza della popolazione straniera e degli alunni stranieri vanno guardati insieme, giacché il secondo è indicativo del reale andamento del primo. I dati della popolazione generale risentono delle variazioni normative e delle sanatorie, quello degli alunni no, perché la nostra Costituzione garantisce la scuola a tutti, indipendentemente dalla condizione giuridica, sociale o economica dei genitori. Se confrontiamo le due spezzate (i due grafici), vediamo subito la differenza: la prima è molto più irregolare della seconda. Ebbene, poiché i bambini stranieri a scuola riflettono la presenza dei loro genitori nel nostro Paese, il “reale andamento” del fenomeno migratorio è rappresentato dall’andamento regolare e prevedibile della seconda spezzata, che infatti assomiglia molto più a una curva, tanto poche sono le irregolarità presenti.

Insomma, quello migratorio è un fenomeno importante, ma privo di quel carattere di emergenzialità e imprevedibilità con il quale spesso viene ancora rappresentato.

2. Il favore di un’eterogeneità diffusa

Una marcata eterogeneità nelle provenienze e delle religioni La conseguenza più rilevante nella mancanza di un’incisiva vicenda coloniale nel nostro passato sta nell’odierna eterogeneità delle provenienze della popolazione con background migratorio. Di fatto, siamo rimasti estranei a quel movimento di ingresso conseguente ai processi di decolonizzazione successivo alla Seconda guerra mondiale e alla relativa caratterizzazione di flussi. In realtà, a partire dal suo ingresso nella Comunità Europea, e sempre di più negli ultimi anni, anche da noi vi è una nazionalità prevalente sulle altre, quella rumena (22.8%), seguita dalle provenienze dell’Albania (8.3%), Marocco (8.1%), Cina (5.1%) e Ucraina (4.5%). Il punto essenziale però è che il quadro complessivo delle provenienze risulta particolarmente composito: sebbene in quote via via più piccole, sono sostanzialmente rappresentate provenienze da tutto il mondo. Questa condizione peculiare, rappresenterebbe una condizione integrativa significativamente vantaggiosa, se fossimo in grado di rendercene conto e di sfruttare questa occasione: l’assenza di un grande gruppo di minoranza limita la possibilità di autoreferenzialità che favorisce la separazione (mai neutra) tra l’in-group di maggioranza e l’out-group di minoranza.

Anche il quadro sulle religioni espresse dalla popolazione con background migratorio è molto più composito e diverso da come lo immaginiamo. Secondo le stime Ismu, 2020, la religione cristiana non solo è quella più largamente rappresentata (54.1%) ma è anche quella che registra maggiori tassi di crescita. Certo, al suo interno è piuttosto articolata: i cristiani ortodossi rappresentano il 29.3% del totale, i cattolici il 20.1%, gli evangelici il 3.1% e altre forme di cristianesimo l’1.5%. La religione islamica, normalmente considerata la più diffusa, è attribuita a meno di un terzo del totale (29.2%). Minor parte ancora occupano altre religioni, come quella buddista (3.2%), Induista (1.2%) o sikh (0.8%).

Un decimo della popolazione straniera, 9.9%, non professa alcuna religione e si dichiara ateo o agnostico.

Distribuzione e microdiffusione territoriale La distribuzione degli immigrati nel territorio di accoglienza dipende strettamente dalle possibilità occupazionali. In Italia, per esempio, la distribuzione non è omogenea e aumenta salendo la penisola; il Nord vede una presenza di stranieri pari al 58,5%, al Centro invece abbiamo una percentuale del 24,5% e la parte restante risiede al Sud e nelle isole. Un altro aspetto da considerare è quello della microdiffusione territoriale, fenomeno per il quale la popolazione straniera in Italia non solo si distribuisce in chiave verticale (SudàNord) ma anche in chiave orizzontale abitando non solo le grandi città ma anche i medi e

piccoli centri. Questo fenomeno avviene principalmente per due ragioni: (1) una è il fatto che il sistema produttivo del nostro paese si basa sulle piccole e medie imprese che distribuiscono localmente su quasi tutta la penisola; l’altro (2) è il lavoro di assistenza alla cura della persona (specialmente cura degli anziani) che è molto richiesto in Italia.

La microdiffusione è un aspetto di vantaggio in chiave pedagogica perché è noto che la concentrazione territoriale di minoranze favorisce la ghettizzazione ed è un ostacolo per l’integrazione, ed essendo l’integrazione stessa un processo relazionale e quindi microcontestuale la condizione di prossimità che si genera per la microdiffusione dovrebbe essere un bel vantaggio.

Le ticipizzazioni locali Un carattere tipico del contesto migratorio italiano è la ticipizzazione locale, ossia il fatto che la presenza di stranieri sia molto diffusa nel territorio non significa che lo sia anche dal punto di vista della provenienza. Così a livello locale contesti, anche vicini tra loro, finiscono per essere molti diversi. Un esempio è dato dal Friuli-Venezia-Giulia che confina con l’Est Europa e che sarebbe quindi centro di immigrazione soprattutto per le popolazioni provenienti dai paesi dell’Est. In questa regione però è curioso come a Trieste vi sia una buona concentrazione di serbi, albanesi e bosniaci, e appena più in là a Monfalcone vi siano principalmente persone del Bangladesh, mentre a Pordenone troviamo per lo più ghanesi. Si nota quindi come in città vicine tra di loro la situazione sia molto diversa.

Queste ticipizzazioni sono presenti in tutta Italia soprattutto a livello locale piuttosto che regionale, e sono favorite da due fattori: (1) il fatto che il nostro paese ha principalmente una vocazione localistica (sul piano

culturale, paesaggistico, enogastronomico e produttivo) e (2) il fatto che ciò che mantiene questa specificità sono le cosiddette catene migratorie di tipo etnico.

Un network migratorio come definito da Massey è un complesso di legami interpersonali che collegano migranti, migranti precedenti e non migranti nelle aree di origine e destinazione attraverso vincoli di parentela, amicizia e comunanza d’origine. Il punto importante della questione è che i flussi migratori una volta iniziati diventano autoalimentati perché riflettono legami e reti di informazioni, assistenza e obbligazione che nascono fra gli immigrati nella società di destinazione e parenti e amici restati nel paese d’origine. Autoalimentandosi e ampliandosi le reti si configurano come catene migratorie. Queste reti hanno un carattere dinamico in relazione a diversi fattori di influenza, e oggi la loro dinamicità ed efficacia è accentuata dai nuovi strumenti tecnologici che arricchiscono il legame di interconnessione proprio del network.

Dal punto di vista pedagogico anche le ticipizzazioni hanno carattere positivo e l’omogeneità locale consente di attivare risposte concrete alle problematiche integrative stimolando attivazioni locali e soluzioni non standardizzate.

6.3 Il controverso impiego dell’immigrazione

Il principio di complementarità

Sul discorso riguardante le migrazioni la questione del lavoro è centrale; infatti, è la domanda/offerta di lavoro che è il motore dei movimenti migratori. In Europa il modello di inclusione del lavoro degli immigrati è orientato al principio di complementarietà ossia la presenza di stranieri è bene accetta solo se colma i vuoti lavorativi in settori non ambiti dai nativi ma in cui c’è comunque necessità; questo però genera molti problemi (esposti nei paragrafi che seguono).

In Italia i lavoratori stranieri sono circa 2 milioni e mezzo e contribuiscono all’8,8% della ricchezza nazionale complessiva.

La dequalificazione professionale Un primo problema è il fatto che 2 lavoratori stranieri su tre svolgono professioni non qualificate ed operaie, con una paga inferiore al 27,2 % rispetto a quella degli italiani e con una precarietà maggiore essendo lavori per lo più intermittenti. L’inserimento degli stranieri nel mondo del lavoro avviene soprattutto nei settori delle tre D: Dirty, Dangerous, Demanding. Un altro aspetto problematico è quello