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Logica e conversazione, Sintesi del corso di Filosofia del Linguaggio

riassunto di Logica e conversazione di Paul Grice

Tipologia: Sintesi del corso

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PAUL GRICE – LOGICA E CONVERSAZIONE
Il testo fa parte di una serie di lezioni (questa è la seconda) tenute da Grice a Harvard nel 1967. Le lezioni
erano intitolate “logica e conversazione”.
Egli mette da una parte il primo Wittgenstein e i neopositivisti, che propongono l’analisi logica come
strumento adeguato del linguaggio, e dall’altra i teorici del linguaggio comune ispirati al secondo
Wittgenstein e particolarmente attivi a Oxford nello stesso periodo in cui insegnava Grice, che invece
ritengono che il significato delle espressioni linguistiche vada ricercato nel loro uso.
Enunciato disgiuntivo: “Giovanni è o al cinema o a teatro” è dichiarato vero dalla logica se e solo se almeno
uno dei disgiunti è vero.
Un teorico del linguaggio comune, tipo Strawson, metterebbe in evidenza che l’enunciato non è usato in
modo corretto nel caso il cui parlante sappia dove è Giovanni, mentre è corretto se il parlante non sa quale se
due disgiunti sia vero. Per il teorico del linguaggio comune l’analisi vero-funzionale non può fornire il
significato dell’enunciato, che è dato invece dalle regole d’uso (la disgiunzione in questo caso può essere
correttamente asserita solo da un parlante che non sappia quale dei disgiunti è vero).
Grice è un esponente della filosofia del linguaggio comune. In più occasioni ribadisce che il significato di
un’espressione linguistica va spiegato nei termini di ciò che i parlanti ne fanno. Nega, a differenza di altri
filosofi del linguaggio comune, che ci sia una reale divergenza tra le analisi dei sostenitori dell’analisi logica
del linguaggio, che chiama formalisti, e quelle dei teorici del linguaggio comune, che chiama informalisti.
Per lui si deve distinguere tra semantica e implicature pragmatiche.
Nell’esempio di prima Grice dice che il parlante, pur sapendo dove Giovanni si trova e ingannando
l’interlocutore, farebbe comunque un’affermazione vera.
Bisogna distinguere tra ciò che è detto (strettamente correlata al significato convenzionale delle parole) da
ciò che è implicato in una data circostanza o in generale. Per sapere cosa il parlante dice oltre al significato
convenzionale delle parole, occorre conoscere almeno i referenti delle espressioni referenziali (nomi propri,
dimostrativi e indicali), l’istante e il luogo dell’enunciazione.
Ciò che è detto corrisponde alla proposizione espressa dal parlante e determina il valore di verità
dell’enunciato.
Ciò che è implicato va oltre ciò che è detto. Tra ciò che è implicato Grice distingue in:
1. Implicatura convenzionale. Dipende dalle parole utilizzate dal parlante anche se non condiziona il
valore di verità dell’enunciato. Se uno afferma “egli è un inglese; quindi è coraggioso”: utilizzando
la parola quindi ha implicato che l’essere coraggioso sia una conseguenza dell’essere inglese.
Tuttavia quello che in senso stretto è stato detto è solo che quel tale è un inglese ed è coraggioso.
Anche se essere coraggioso non è conseguenza dell’essere inglese, l’enunciato sarebbe vero in senso
stretto se colui a cui ci si riferisce fosse inglese e coraggioso.
2. Implicatura non-convenzionale o conversazionale. Non dipende dalle parole usate dal parlante,
ma da alcune caratteristiche generali del discorso.
Grice propone un principio generale e alcune massime che regolano la formazione delle impalcature
conversazionali.
Il principio generale che regola la conversazione è il “principio di cooperazione” ed è così espresso: “il
tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o
orientamento accettato dallo scambio linguistico in cui sei impegnato”
Il principio è specificato in quattro categorie , ciascuna delle quali è ulteriormente specificata da
massime e sub massime.
Ci sono due tipi di situazioni in cui il parlante le viola:
1. Se il parlante viola il principio di cooperazione allora viola le massime e le sub massime, e in tal
caso o ingannerà l’interlocutore o dichiarerà esplicitamente di non voler cooperare.
2. Il parlante pur rispettando il principio, viola una o più massime. Ciò può avvenire se queste ultime
sono in contrasto tra loro o se il parlante fa una supposizione che l’interlocutore può intuire e che
rende le sue parole rispettose del principio di cooperazione. Quando il parlante viola una delle
massime o delle sub massime pur rispettando il principio di cooperazione, l’impalcatura
conversazionale è ciò che permette lo scambio tra parlante e ascoltatore. Essa dipende da una
supposizione del parlante che l’ascoltatore è in grado di ricostruire.
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PAUL GRICE – LOGICA E CONVERSAZIONE

Il testo fa parte di una serie di lezioni (questa è la seconda) tenute da Grice a Harvard nel 1967. Le lezioni erano intitolate “logica e conversazione”. Egli mette da una parte il primo Wittgenstein e i neopositivisti, che propongono l’analisi logica come strumento adeguato del linguaggio, e dall’altra i teorici del linguaggio comune ispirati al secondo Wittgenstein e particolarmente attivi a Oxford nello stesso periodo in cui insegnava Grice, che invece ritengono che il significato delle espressioni linguistiche vada ricercato nel loro uso. Enunciato disgiuntivo: “Giovanni è o al cinema o a teatro” è dichiarato vero dalla logica se e solo se almeno uno dei disgiunti è vero. Un teorico del linguaggio comune, tipo Strawson, metterebbe in evidenza che l’enunciato non è usato in modo corretto nel caso il cui parlante sappia dove è Giovanni, mentre è corretto se il parlante non sa quale se due disgiunti sia vero. Per il teorico del linguaggio comune l’analisi vero-funzionale non può fornire il significato dell’enunciato, che è dato invece dalle regole d’uso (la disgiunzione in questo caso può essere correttamente asserita solo da un parlante che non sappia quale dei disgiunti è vero). Grice è un esponente della filosofia del linguaggio comune. In più occasioni ribadisce che il significato di un’espressione linguistica va spiegato nei termini di ciò che i parlanti ne fanno. Nega, a differenza di altri filosofi del linguaggio comune, che ci sia una reale divergenza tra le analisi dei sostenitori dell’analisi logica del linguaggio, che chiama formalisti, e quelle dei teorici del linguaggio comune, che chiama informalisti. Per lui si deve distinguere tra semantica e implicature pragmatiche. Nell’esempio di prima Grice dice che il parlante, pur sapendo dove Giovanni si trova e ingannando l’interlocutore, farebbe comunque un’affermazione vera. Bisogna distinguere tra ciò che è detto (strettamente correlata al significato convenzionale delle parole) da ciò che è implicato in una data circostanza o in generale. Per sapere cosa il parlante dice oltre al significato convenzionale delle parole, occorre conoscere almeno i referenti delle espressioni referenziali (nomi propri, dimostrativi e indicali), l’istante e il luogo dell’enunciazione. Ciò che è detto corrisponde alla proposizione espressa dal parlante e determina il valore di verità dell’enunciato. Ciò che è implicato va oltre ciò che è detto. Tra ciò che è implicato Grice distingue in:

  1. Implicatura convenzionale. Dipende dalle parole utilizzate dal parlante anche se non condiziona il valore di verità dell’enunciato. Se uno afferma “egli è un inglese; quindi è coraggioso”: utilizzando la parola quindi ha implicato che l’essere coraggioso sia una conseguenza dell’essere inglese. Tuttavia quello che in senso stretto è stato detto è solo che quel tale è un inglese ed è coraggioso. Anche se essere coraggioso non è conseguenza dell’essere inglese, l’enunciato sarebbe vero in senso stretto se colui a cui ci si riferisce fosse inglese e coraggioso.
  2. Implicatura non-convenzionale o conversazionale. Non dipende dalle parole usate dal parlante, ma da alcune caratteristiche generali del discorso.

Grice propone un principio generale e alcune massime che regolano la formazione delle impalcature conversazionali. Il principio generale che regola la conversazione è il “principio di cooperazione” ed è così espresso: “il tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o orientamento accettato dallo scambio linguistico in cui sei impegnato” Il principio è specificato in quattro categorie , ciascuna delle quali è ulteriormente specificata da massime e sub massime. Ci sono due tipi di situazioni in cui il parlante le viola:

  1. Se il parlante viola il principio di cooperazione allora viola le massime e le sub massime, e in tal caso o ingannerà l’interlocutore o dichiarerà esplicitamente di non voler cooperare.
  2. Il parlante pur rispettando il principio, viola una o più massime. Ciò può avvenire se queste ultime sono in contrasto tra loro o se il parlante fa una supposizione che l’interlocutore può intuire e che rende le sue parole rispettose del principio di cooperazione. Quando il parlante viola una delle massime o delle sub massime pur rispettando il principio di cooperazione, l’impalcatura conversazionale è ciò che permette lo scambio tra parlante e ascoltatore. Essa dipende da una supposizione del parlante che l’ascoltatore è in grado di ricostruire.

Esempio: un professore chiede informazioni su uno studente X a un collega che risponde: Egregio collega , X ha un’ottima padronanza dell’inglese e la sua frequenza alle lezioni è stata regolare.” Il professore ha violato la massima che richiede di fornire tutte le informazioni. il collega è in grado di comprendere che il collega non sta evadendo la domanda per mancanza di informazioni. La supposizione (che lo studente non sia un bravo filosofo) costituisce ciò che è implicato dalla lettera del professore. L’assunzione filosofica delle analisi di Grice è che gli interlocutori negli scambi conversazionali si comportino da agenti razionali e rispettino il principio di cooperazione per dar luogo a uno scambio proficuo.

L’implicatura

A e B stanno parlando di un comune amico C, che ora lavora in banca. A chiede a B come va il lavoro di C e B risponde “Proprio bene; si trova bene con i colleghi, e non è ancora finito in prigione!” A potrebbe chiedere a B cosa sta implicando dicendo che C non è ancora finito in prigione. Qualunque cosa B implichi in questo esempio, si tratta di qualcosa di distinto da quel che B dice, che è semplicemente che C non è ancora finito in prigione. Grice introduce un nuovo senso tecnico del verbo implicare e due termini a esso imparentati:

  • Implicatura ( l’implicare, il dare a intendere qualcosa)
  • Implicito (ciò che si implica, che si dà a intendere).

Grice si sofferma sul significato del verbo dire. Con dire, il filosofo intende ciò che qualcuno ha detto strettamente relato al significato convenzionale delle parole (enunciato) che ha proferito. Qualcuno ha proferito “E’ ben affettato”. Letteralmente sappiamo che una persona o oggetto x di genere maschile e che questo x o si trova diviso a fette o si comporta in maniera poco spontanea. Per una piena identificazione di ciò che il parlante ha detto si dovrebbe conoscere: l’identità di x, il momento di proferimento, il significato in questo momento particolare dell’espressione. Il congegno che Grice propone vuole essere in grado di rendere conto di qualsiasi implicatura, che risulterebbe dipendente da massime diverse.

  • (^) Implicature convenzionali
  • Implicature conversazionali. Sono connesse con certe caratteristiche generali del discorso.

I nostri scambi linguistici non consistono in una successione di osservazioni prive di connessioni reciproche (sono razionali). Sono lavori in collaborazione; ciascun partecipante vi riconosce uno scopo o più scopi comuni, che possono essere fissati fin dall’inizio (proponendo un argomento di discussione), o può evolversi durante lo scambio, come può non essere definito. Grice stabilisce il Principio di Cooperazione, principio che ci si aspetta che i partecipanti osservino: “il tuo contributo alla conversazione sia tale quale è richiesto, allo stadio in cui avviene, dallo scopo o orientamento accettato dello scambio linguistico in cui sei impegnato”. Grice elenca quattro categorie:

  1. (^) Quantità. Riguarda la quantità di informazioni da fornire. Sotto questa cadono due massime:
    1. Dà un contributo tanto informativo quanto è richiesto (per gli scopi preposti)
    2. Non dare un contributo più informativo di quanto è richiesto (essere iperinformativi non è contro il Principio ma è uno spreco di tempo e può portare a confusione).
  2. (^) Qualità. Sotto cui cade una supermassima: “tenta di dare un contributo che sia vero” e due massime più specifiche:
    1. Non dire ciò che credi essere falso.
    2. Non dire ciò per cui non hai prove adeguate.
  3. (^) Relazione. Grice colloca solo una massima “Sii pertinente”. Ma quali generi e punti focali di pertinenza ci possono essere?
  4. Modo. Relata non a ciò che viene detto ma a come viene detto. Supermassima “Sii perspicuo” e varie massime:
    1. (^) Evita l’oscurità di espressione
    2. Evita l’ambiguità

Gruppo C: Esempi che comportano sfruttamento, cioè una procedura in cui si fa beffe di una massima allo

scopo di provocare, a mezzo di qualcosa di paragonabile a una figura del discorso, un’implicatura

conversazionale.

(1a) sfruttamento della prima massima della Qualità. Esempio della lettera di presentazione di un allievo

fatta dal professore. Anche le tautologie “le donne son donne”, “la guerra è la guerra”.

(1b) un’infrazione della seconda massima della quantità, “non dare più informazione di quanta ne sia

richiesta”. Esempio A vuole sapere se p, e B non solo fornisce l’informazione che p, ma anche

l’informazione che è certo che p e le prove della verità che p.

(2a) esempi in cui si sfrutta la prima massima della qualità.

  1. Ironia. X sputtana A, A consapevole dice che X è un bell’amici.
  2. Metafora. Esempio “Sei un fulmine!” il parlante sta attribuendo al suo interlocutore una caratteristica o delle caratteristiche rispetto alle quali egli assomiglia all’oggetto menzionato. È possibile combinare metafora e ironia.
  3. Litote. Sapendo che un tale ha spaccato tutti i mobili dire “ Era un po’ brillo”.
  4. Iperbole. Ogni bella ragazza ama un marinaio.

(2b) esempi di sfruttamento della seconda massima della qualità, “non dire cose per cui non hai prove

adeguate”. Dico della moglie di X che stasera lo tradisce.

(3)esempi in cui si ottiene un’implicatura mediante una violazione reale, anziché apparente, della massima

della Relazione. A dà della battona alla signora X, B dice che il tempo è bello.

(4) esempi in cui vengono sfruttate varie massime dipendenti dalla supermassima “Sii perspicuo”

  1. Ambiguità. Intesa come ambiguità deliberata, che ci si aspetta che l’ascoltatore riconosca.
  2. Oscurità. A comunica con B in modo oscuro per non farsi capire da C. B deve però sapere che A si sta

rivolgendo deliberatamente in modo oscuro.

  1. Mancanza di brevità o concisione.

IMPLICATURA CONVERSAZIONALE GENERALIZZATA

Ci sono anche casi di implicatura conversazionale generalizzata. Qualche volta si può dire che l’uso in un

proferimento di un’espressione di una certa forma veicola di norma una certa implicatura.

In conclusione possiamo mostrare che un’implicatura conversazionale possiede certe caratteristiche:

  1. Un’implicatura conversazionale generalizzata può essere cancellata in casi particolari: può essere cancellata esplicitamente o contestualmente.