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mafia republic dickie, Sintesi del corso di Sociologia della Devianza e della Criminalità

appunti libro mafia republic, primi capitoli

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 27/04/2021

alessia_antonelli
alessia_antonelli 🇮🇹

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MAFIA REPUBLIC
Capitolo 1: Scurdammoce ‘o passato
Sicilia: minacce, terrorismo, omicidi, incendi dolosi, sequestri di persona e disordini
Inizio anni Trenta-> il fascismo aveva proclamato la sconfitta della mafia (Mussolini vietava articoli legati
alla mafia). La verità era che la mafia in questo periodo era più forte che mai.
1943-> sbarco degli americani e degli inglesi in Sicilia: sapevano che la mafia esisteva ancora e giocava un
ruolo di primo piano nell’ondata di criminalità.
Mafia-> fratellanza criminale segreta, si entrava facendo un giuramento, i membri si definivano “uomini
d’onore”, aveva filiali chiamate “famiglie”, a Palermo si concentrava la sua forza, i capi (rappresentanti)
ubbidivano a una “Commissione” presieduta da un “presidente generale” (capo dei capi ). Alla fine, anche il
duce ha dovuto imparare a conviverci. Quando in Sicilia lo stato fascista si dissolse, gli alleati avevano
bisogno di persone del posto che potessero mantenere l’ordine (molti erano mafiosi o dei loro burattini). La
mafia ha accresciuto il proprio potere economico: sia il mercato illegale sia quello legale era nelle loro mani.
Le armi rimaste sul terreno nel corso degli scontri armati le avevano garantito un arsenale formidabile.
Nel 1944 la Sicilia passa sotto l’autorità della coalizione di forze antifasciste. Nei due anni successivi l’Italia
completò la transizione dalla guerra alla pace. In nessun’altra regione la criminalità organizzata fu coinvolta
così a fondo: certe aree del Sud erano roccaforti della mafia ormai da generazioni.
Molti siciliani consideravano inappropriata l’etichetta di “crimine organizzato” per la mafia, perché i mafiosi
sono dei criminali, ma i criminali normali, per quanto organizzati, non possono contare su amicizie politiche.
Fra le attività criminose la più eclatante e sanguinosa era il brigantaggio: massima espansione nel 1945
dove gruppi di banditi compivano rapine, estorsioni, rapimenti e borsa nera. Dopo la guerra i possidenti
affittarono/affidarono in gestione le terre a uomini destinati a diventare boss di mafia tra gli anni Cinquanta
e Sessanta (Giuseppe Genco Russo e Luciano Liggio). Il business dei terreni attirò la mafia verso la politica:
era la mafia che rispondeva alle rivendicazioni dei contadini. I proprietari terrieri e i mafiosi trasformarono il
terrore in uno strumento politico, eliminando fisicamente i militanti agrari e intimidendo i loro sostenitori.
La serie di omicidi iniziò nel 1944 e continuò per almeno dieci anni. Tanto i proprietari terrieri quanto la
mafia temevano che un nuovo governo democratico a livello nazionale sarebbe stato costretto a fare
concessioni ai comunisti, e di conseguenza al movimento contadino siciliano. Per questo patrocinarono un
movimento separatista e stipularono un accordo per aggregare parte dei gruppi di briganti alle milizie
separatiste. Alla fine, non ci fu nessuna insurrezione.
Sicilia: “In nome della legge
Nel 1930 un avvocato difensore dei mafiosi ( Puglia) pubblica un saggio dove dice che la mafia non era una
società criminale segreta e i mafiosi non erano dei criminali. Il mafioso era un individualista, era un tipico
siciliano, perché questo eccesso di orgoglio si era radicato nella psiche degli abitanti dell’isola. Reprimere la
mafia, per lui, equivaleva a reprimere il popolo siciliano. Lo Schiavo rispose dicendo che la mafia era un
sistema di delinquenza, un organismo antigiuridico con lo scopo dello illecito arricchimento. Aveva
condotto che delle ricerche sulla storia economica della mafia: primi soldi con la protezione (remunerata)
delle piantagioni di aranci e limoni a Palermo.
La paura della mafia era diffusa in tutta la Sicilia: si è arrivati a pensare che la mafia non esistesse, che erano
solamente degli uomini che risolvono i problemi e che incarnano quell’orgoglio che è un tratto tipico dei
siciliani. Si pensava che la mafia fosse utile per garantire la legge, l’ordine e la pace sociale. Per Lo Schiavo
era invece un programma di sfruttamento e di persecuzione dei buoni o degli onesti sotto il ciarpame di una
mentita fama di coraggio e di assistenza. Inizialmente Lo Schiavo parlava con sdegno del modo in cui la
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MAFIA REPUBLIC

Capitolo 1: Scurdammoce ‘o passato

Sicilia: minacce, terrorismo, omicidi, incendi dolosi, sequestri di persona e disordini Inizio anni Trenta -> il fascismo aveva proclamato la sconfitta della mafia (Mussolini vietava articoli legati alla mafia). La verità era che la mafia in questo periodo era più forte che mai. 1943 -> sbarco degli americani e degli inglesi in Sicilia: sapevano che la mafia esisteva ancora e giocava un ruolo di primo piano nell’ondata di criminalità. Mafia -> fratellanza criminale segreta, si entrava facendo un giuramento, i membri si definivano “uomini d’onore” , aveva filiali chiamate “famiglie” , a Palermo si concentrava la sua forza, i capi (rappresentanti) ubbidivano a una “Commissione ” presieduta da un “presidente generale” (capo dei capi ). Alla fine, anche il duce ha dovuto imparare a conviverci. Quando in Sicilia lo stato fascista si dissolse, gli alleati avevano bisogno di persone del posto che potessero mantenere l’ordine (molti erano mafiosi o dei loro burattini). La mafia ha accresciuto il proprio potere economico: sia il mercato illegale sia quello legale era nelle loro mani. Le armi rimaste sul terreno nel corso degli scontri armati le avevano garantito un arsenale formidabile. Nel 1944 la Sicilia passa sotto l’autorità della coalizione di forze antifasciste. Nei due anni successivi l’Italia completò la transizione dalla guerra alla pace. In nessun’altra regione la criminalità organizzata fu coinvolta così a fondo: certe aree del Sud erano roccaforti della mafia ormai da generazioni. Molti siciliani consideravano inappropriata l’etichetta di “crimine organizzato” per la mafia, perché i mafiosi sono dei criminali, ma i criminali normali, per quanto organizzati, non possono contare su amicizie politiche. Fra le attività criminose la più eclatante e sanguinosa era il brigantaggio: massima espansione nel 1945 dove gruppi di banditi compivano rapine, estorsioni, rapimenti e borsa nera. Dopo la guerra i possidenti affittarono/affidarono in gestione le terre a uomini destinati a diventare boss di mafia tra gli anni Cinquanta e Sessanta (Giuseppe Genco Russo e Luciano Liggio). Il business dei terreni attirò la mafia verso la politica: era la mafia che rispondeva alle rivendicazioni dei contadini. I proprietari terrieri e i mafiosi trasformarono il terrore in uno strumento politico, eliminando fisicamente i militanti agrari e intimidendo i loro sostenitori. La serie di omicidi iniziò nel 1944 e continuò per almeno dieci anni. Tanto i proprietari terrieri quanto la mafia temevano che un nuovo governo democratico a livello nazionale sarebbe stato costretto a fare concessioni ai comunisti, e di conseguenza al movimento contadino siciliano. Per questo patrocinarono un movimento separatista e stipularono un accordo per aggregare parte dei gruppi di briganti alle milizie separatiste. Alla fine, non ci fu nessuna insurrezione. Sicilia: “In nome della legge Nel 1930 un avvocato difensore dei mafiosi ( Puglia) pubblica un saggio dove dice che la mafia non era una società criminale segreta e i mafiosi non erano dei criminali. Il mafioso era un individualista, era un tipico siciliano, perché questo eccesso di orgoglio si era radicato nella psiche degli abitanti dell’isola. Reprimere la mafia, per lui, equivaleva a reprimere il popolo siciliano. Lo Schiavo rispose dicendo che la mafia era un sistema di delinquenza, un organismo antigiuridico con lo scopo dello illecito arricchimento. Aveva condotto che delle ricerche sulla storia economica della mafia: primi soldi con la protezione (remunerata) delle piantagioni di aranci e limoni a Palermo. La paura della mafia era diffusa in tutta la Sicilia: si è arrivati a pensare che la mafia non esistesse, che erano solamente degli uomini che risolvono i problemi e che incarnano quell’orgoglio che è un tratto tipico dei siciliani. Si pensava che la mafia fosse utile per garantire la legge, l’ordine e la pace sociale. Per Lo Schiavo era invece un programma di sfruttamento e di persecuzione dei buoni o degli onesti sotto il ciarpame di una mentita fama di coraggio e di assistenza. Inizialmente Lo Schiavo parlava con sdegno del modo in cui la

letteratura hanno glorificato la figura del mafioso. Successivamente anche lui scrisse un libro che faceva la stessa identica cosa. Questo perché dopo la Liberazione il suo conservatorismo lo trasformò in amico dei criminali: meglio la mafia che i comunisti. “In nome della legge” era la celebrazione di un patto reale tra mafia e Stato: una volta tramontato il separatismo le pressioni politiche e criminali (1946-48) diedero vita a una convergenza di interessi fra destra, mafia e polizia. Nel 1946 i carabinieri e la polizia avevano avvisato il governo di Roma che avrebbero avuto bisogno di supporto per sconfiggere la mafia; ma questi vennero ignorati. Dovevano invece occuparsi del brigantaggio con l’aiuto dei mafiosi, che tradivano e consegnavano alle autorità i loro stessi uomini per guadagnarsi simpatie nelle sfere alte. I “mafiologi” italiani hanno una parola per definire questo accomodamento tradizionale tra forze dell’ordine e mafia: cogestione del crimine. Negli ultimi mesi del 1946 le bande criminali furono rapidamente sgomitate, la polizia si imbatteva negli uomini a cui davano la caccia o li trovavano già morti. Così, agli albori della democrazia italiana, la mafia era: una sorta di società segreta di criminali assassini dediti ad arricchirsi attraverso mezzi illeciti; ma era anche una forza di polizia ausiliaria che preservava la stabilità politica in una Sicilia irrequieta. Fu soprattutto il Piano Marshall ad assicurare la sconfitta del Partito comunista italiano e prese il potere la Democrazia cristiana. Il PCI continuò comunque a denunciare la tolleranza della Democrazia cristiana verso la mafia siciliana, ma non ebbe il supporto necessario per formare un governo. La DC raccolse consensi in tutta Italia per il semplice fatto che la maggior parte aveva paura del comunismo. Se al giorno d’oggi un magistrato (Lo Schiavo) ricevesse una telefonata cordiale da un boss sarebbe immediatamente messo sotto inchiesta. Ma nel mondo conservatore dell’Italia democristiana, i rapporti tra mafia e giudici venivano condotti in modo più amichevole. Calabria: l’ultimo brigante romantico La mafia calabrese, come quella siciliana, era una società segreta modellata sulla massoneria, condividevano una parte del gergo criminale (onore, omertà ecc.) e i suoi affiliati si dedicavano alle stesse attività. Tuttavia, le due mafie non erano collegate e avevano delle differenze in termini di struttura, rituali e terminologia. Inoltre, la mafia calabrese era nata più tardi e aveva origini più umili: emersa dal sistema carcerario negli anni Ottanta dell’Ottocento, e aveva poi colonizzato bordelli e osterie. Era affiorata prima a Reggio Calabria per poi estendersi nelle zone montagnose. Si procurarono amicizie politiche e persuasero la polizia a lasciare stare i capi in cambio di informazioni su piccoli delinquenti. Come in Sicilia, anche in Calabria il fascismo lanciò una campagna di repressione. Inizialmente veniva chiamata con diversi nomi “Montalbano famiglia onorata”, “Onorata società”, “Società della fibbia” o ‘ndrangeta (solo a partire dal 1955 l’ultimo di questi nomi si sarebbe affermato come nome ufficiale della mafia calabrese). A differenza della mafia siciliana avevano una doppia struttura: Società maggiore e Società minore. A causa di una disputa interna, durante la Prima guerra mondiale, l’Onorata società aveva imparato l’importanza politica dei matrimoni: prendendo moglie i mafiosi potevano fondare dinastie criminali, potevano stringere alleanze o raggiungere accordi di pace (imparato generazioni prima in Sicilia). La ‘ndrangheta, era al pari della mafia, un governo parallelo, un parassita insinuato nelle varie ramificazioni dello Stato. Quando arrivò la Seconda guerra mondiale la Calabria rimase quasi del tutto immune. Gli Alleati nemmeno sapevano che in Calabria esistesse una mafia. Dopo il 1945, finita la guerra e iniziata la transizione verso la democrazia, i carabinieri cogestivano la piccola criminalità con i boss della malavita. I governi che si susseguivano a Roma non si facevano problemi a incassare voti dei parlamentari calabresi spalleggiati dalla mafia e ignoravano l’esistenza dell’Onorata Società.

Anche molti di quelli che erano pronti ad ammettere l’esistenza della mafia erano convinti che fosse un sinonimo di arretratezza culturale. In quell’epoca non era il problema del crimine organizzato che dominava il dibattito pubblico sull’Italia meridionale, ma il problema della povertà. Spesso e volentieri l’attività della mafia sfuggiva di mano, la violenza cresceva di intensità. In momenti del genere anche i governi restii a dare troppa enfasi al problema della criminalità organizzata erano obbligati a reagire. Il 1955 fu un anno di grandi violenze in Calabria. La mafia calabrese cominciava a rappresentare un problema di ordine pubblico che non poteva essere liquidato come responsabilità di un contadino isolato dalle labili condizioni psichiche. Un nuovo energico questore, Carmelo Marzano, fu chiamato a dirigere l’Operazione Marzano (come se fossero atterrati i marziani). La Calabria si preparava ad accogliere gli invasori dal pianeta della legge. Arrivano i marziani: Il ministro che ordinò la campagna repressiva in Calabria era Fernando Tamboni, un politico democristiano. Annunciò l’avvio dell’Operazione Marzano, che fu presentata come una prova sul campo del programma di ordine pubblico di Tambroni, un’iniziativa che puntava a rafforzare la fiducia dei cittadini nello Stato. Il tasso di criminalità era molto alto, ma molto maggiore era il numero di reati che non venivano denunciati per paura. Centinaia di pregiudicati giravano liberamente per la provincia: dimostrazione dell’incapacità dello Stato di imporre la sua presenza. Marzano era inoltre inorridito dalle condizioni in cui versava la questura. Un risultato importante dell’Operazione Marzano fu che l’Italia per la prima volta aprì un dibattito nazionale sulla piaga del crimine organizzato in Calabria. Un nuovo nome è saltato fuori: ‘ndrangheta. Una parola che nel dialetto di origine greca parlato sulle pendici meridionali dell’Aspromonte significa “mascolinità” o “coraggio”. Quasi due mesi l’arrivo di Marzano in Calabria, quest’ultimo se ne andò. Era assurdo sperare che neanche due mesi di attività intensa delle forze dell’ordine potessero produrre effetti duraturi. Lo Stato italiano non poteva dare dimostrazione più chiara della sua sconfortante incapacità di concentrarsi adeguatamente su un problema. L’intera catena di comando, dal ministero dell’Interno a Roma, aveva a sua disposizione gran parte delle informazioni necessarie per delineare un profilo convincente della mafia calabrese. Nessuna delle persone che avevano preso parte all’ invasione marziana riteneva che per sconfiggere la ‘ndrangheta potesse essere utile conoscerla dall’interno. Si sospettava che lo scopo dell’Operazione Marzano non fosse mai stato la lotta contro la ‘ndrangheta (i casi più eclatanti di politici sostenuti dalla criminalità organizzata coinvolgevano esponenti democristiani. Tambroni si limitò a mettere in piedi l’Operazione per poi smontarla quando si rese conto che i tentacoli della mafia calabrese si spingevano molto in profondità. La storia dell’Operazione Marzano e del “mostro di Presinaci” è un esempio tipico del modo in cui reagiva lo Stato tutte le volte che si verificava una vampata di violenza nel mondo della malavita: quando i giornalisti smettevano di occuparsene, le autorità tornavano alle loro vecchie abitudini di coabitazione con il potere mafioso. Il “presidente dei prezzi” delle patate (e la sua vedova: Nel 1950 la produzione industriale superò i livelli di prima del conflitto; anche la disoccupazione era in forte calo. Un posto in cui si avvertivano con forza gli effetti di questo incremento di consumi fu il mercato all’ingrosso dei prodotti ortofrutticoli a Napoli. Nel 1955 uno dei più celebri casi di omicidio dell’epoca rivelò con chiarezza la potenza e la pericolosità di questa casta di grossisti ortofrutticoli. Fu chiamato il processo della nuova camorra (si inizia a utilizzare di nuovo questo nome). Le mafie avanzavano di pari passo con la crescita economica italiana. Indagini successive rivelarono che la camorra esercitava un controllo capillare anche sul mercato del bestiame, ittico e quello dei prodotti lattiero-caseari.

Negli anni ’50 gli osservatori avrebbero dovuto notare che le famiglie di camorra presentavano delle chiare somiglianze con le cellule mafiose di Sicilia e Calabria. Tutte esercitavano un potere costruito sulla violenza, tutte avevano una ricchezza fondata sia sull’economia legale che su quella illegale e tutte avevano un’insaziabile fame di frutta e verdura. La Calabria meridionale non aveva un unico mercato all’ingrosso di dimensioni comparabili a quelli di Napoli e Palermo, né vi fu alcun spargimento di sangue; tuttavia, la criminalità locale controllava i piccoli mercati locali di molti paesi.

Capitolo 3: Il miracolo economico delle mafie

Il “re del cemento”: Durante il miracolo economico, l’Italia si trasformò rapidamente in una delle più importanti economie capitalistiche. Ma il miracolo ebbe anche l’effetto di aprire alle mafie invitanti prospettive di guadagno. E le industrie preferite dalle mafie non furono quasi toccate dai problemi che cominciarono ad assillare l’economica legale un volta esaurita la fase di boom. Per tutti gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, la ricchezza della criminalità organizzata non fece che aumentare. Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, le tre grandi organizzazioni criminali si lanciarono in quattro nuovi settori: l’edilizia, contrabbando di tabacco, sequestri di persona e il traffico di stupefacenti. Per ricavare profitti le cosche facevano affidamento su: l’intimidazione e le reti di potere. La ricchezza generò altra ricchezza: i profitti venivano investiti in altre attività. Dalla nuova ricchezza criminale si originò una serie di cambiamenti: i legami fra la criminalità organizzata e lo Stato divennero più stretti e al tempo stesso più violenti. Le mafie cambiarono sperimentando nuove regole e nuove strutture. Cominciarono a essere più simili tra loro. Cominciarono a lavorare di più a livello internazionale. Alla fine, l’effetto di tutti questi cambiamenti precipitò tutte le mafie in violenze di un livello e di una ferocia mai visti prima di allora. Tutto cominciò con una merce che è alla base del potere territoriale delle mafie. All’inizio degli anni Cinquanta, Palermo e Napoli conservavano al loro interno antiche enclave di miseria. La speculazione edilizia dilagò e le amministrazioni locali si dimostrarono completamente incapaci di imporre un qualche freno al boom incontrollato del cemento. Nel corso di queste trasformazioni, durante tutti gli anni Sessanta le due metropoli venivano ricostruite intorno all’impiego pubblico, magri sussidi, lavoro a cottimo, sfruttamento della manodopera, servizi e ovviamente l’edilizia. Se però spostiamo l’attenzione sul ruolo della criminalità organizzata nell’orgia cementificatrice degli anni Cinquanta e Sessanta, le differenze fra Napoli e Palermo diventano più significative delle similitudini. A Napoli i camorristi non avevano abbastanza potere per aggiudicarsi una fetta rilevante del boom edilizio. A Palermo affaristi e mafiosi erano così vicini da risultare del tutto indistinguibili. Alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta, la mafia ricostruì Palermo a propria orrenda immagine, con un’ondata frenetica di speculazione edilizia che è passata alla storia come il “sacco di Palermo”. I protagonisti più importanti di questo sacco furono due famigerati personaggi politici sostenuti dalla mafia. Tra il 1958 e il 1963 un milione di persone lasciò il Sud per trasferirsi in altre regioni e anche i mafiosi divennero più mobili, in alcuni casi si stabilivano sul posto e fondavano delle colonie permanenti: i primi segnali di colonizzazione mafiosa dall’interno dell’Italia arrivarono con la grande emigrazione verso il Nord. Molti settentrionali vedevano con fastidio i nuovi arrivati, pensando che tutti quelli del Sud fossero mafiosi, quindi suscettibili, vendicativi, violenti e disonesti. Ci sono tantissimi posti dove sono arrivati gli immigrati, ma non la mafia. È anche vero però che l’emigrazione creò molte nuove opportunità per i mafiosi. Le opportunità criminali più propizie per la colonizzazione a lungo termine del Nord da parte della mafia le offriva l’industria delle costruzioni. La ‘ndrangheta era arrivata a Bardonecchia durante il boom edilizio degli anni Sessanta. I mafiosi salivano al Nord per varie ragioni: nascondersi dalla polizia/nemici, creare basi temporanee per il traffico di stupefacenti, riciclare e investire senza farsi notare i loro guadagni illeciti, o

Nel 1969 si ebbe l’occasione di osservare da vicino il funzionamento della politica interna della ‘ndrangheta, quando la polizia organizzò un’incursione per catturare i capi della fratellanza criminale impegnati nel loro vertice annuale sull’Aspromonte. In questa giornata si stava parlando su dove fare i prossimi incontri e come rispondere alla minaccia rappresentata dalle forze dell’ordine. Ma, il principale argomento era come gestire i rischi di divisioni all’interno dell’organizzazione. Il dibattito evidenziava che la ‘ndrangheta era unica, ed era una organizzazione criminale con una lunga storia alle spalle. La sentenza del giudice Marino è il primo, piccolo segnale di quello che il sistema giudiziario avrebbe potuto apprendere se avesse trattato le mafie di Calabria e Sicilia per quello che erano: sette criminali saldamente radicate nella società da decenni. La cruda verità è che tutto ciò che succedeva in Calabria aveva scarse probabilità di risvegliare l’attenzione dell’Italia sul fenomeno della mafia. Inoltre, le leggi contro le organizzazioni mafiose erano blande. Attraverso il contrabbando di sigarette e altre attività, camorra e ‘ndrangheta avevano creato contatti ad alto livello fra loro, quasi altrettanto intensi come quelli fra Cosa Nostra e le altre due organizzazioni. Dagli anni Sessanta in poi i casi di doppia e perfino tripla affiliazione diventarono sempre più comuni. Stava nascendo una condivisione di competenze, contatti e risorse. I mafiosi sulle barricate: Alla fine degli anni Sessanta l’Italia entrò in un’epoca di turbolenze politiche: partito studentesco, “autunno caldo” con scioperi ecc. Ci furono moltissime stragi e attentati. “strategia della tensione”-> creare un clima di paura per allontanare la società italiana dalla democrazia e spingerla di nuovo verso l’autoritarismo. Molti erano convinti che fossero stragi di Stato e la credibilità delle istituzioni ne uscì danneggiata. Nel Sud la città di Reggio insorse, voleva diventare capoluogo di regione. Esisteva comunque anche una sottotrama criminale. Anche se la maggior parte degli ‘ndranghetisti preferiva concentrarsi sull’attività di fare affari con politici corrotti che avevano già il potere. La risposta del governo centrale alla rivolta fu incrementare l’offerta di favori: porto nel 1994 a Gioia Tauro. La corsa affannosa per accaparrarsi gli appalti e i subappalti generati dal “pacchetto Colombo” fu una delle cause principali di quella che è diventata nota come la prima guerra di ‘ndrangheta. Ebbe comunque anche altre cause: una di esse fu lo sviluppo del terzo grande settore del miracolo economico delle mafie: dopo l’edilizia e il traffico di sigarette, arrivarono i sequestri di persona. La mamma santissima e la prima guerra di ‘ndrangheta: Negli anni Sessanta e Settanta la criminalità organizzata aveva accumulato molte ricchezze: la mafia non era più rurale ma urbana; il nuovo modello del mafioso era un uomo d’affari giovane e aggressivo. La ‘ndrangheta divenne ricca grazie all’edilizia, contrabbando di sigarette e ai sequestri di persona: non abbandonò le sue tradizioni per sposare la modernità, ma piuttosto si inventarono tradizioni nuove, come la Mamma Santissima. Importante perché costituiva la prova che le mafie si stavano facendo molti amici fra la classe dirigente e perché questo diventò la miccia che fece esplodere la prima guerra di ‘ndrangheta. Mafia calabrese e siciliana: simili perché entrambe sono Onorate Società, delle massonerie del crimine, tutte e due selezionano attentamente le persone da ammettere al proprio interno (no polizia, no papponi, no donne). Sono diversi i metodi di selezione degli affiliati:  Cosa Nostra-> vietano che in una stessa famiglia di mafia entrino più di un certo numero di fratelli di sangue. Tiene sotto osservazione gli aspiranti affiliati prima di farli entrare nell’organizzazione e deve aspettare di avere almeno trent’anni.

 ‘ndrangheta-> provengono da una stessa famiglia di sangue, la ‘ndrina, l’unità di organizzazione calabrese è basata su un capo e i suoi consanguinei. I figli maschi di un boss vengono iniziati volenti o nolenti. Il lavoro di osservazione e selezione avviene dopo il loro ingresso nell’organizzazione. Gli affiliati avanzano di grado: quelli più giovani con meno gradi nella Società Minore, quelli più esperti nella Società Maggiore. Si parte da “giovane d’onore”, “picciotto” e così via. I gradi sono chiamati “doti” e si dice aver ricevuto un “fiore”. Fino agli inizi degli anni Settanta la dote più alta era quella di “sgarrista”, intorno al 72/73 alcuni capibastone crearono una “dote” più alta riservata a loro “santista”: dava diritto a far parte di un’èlite segreta nota come la Mamma Santissima che era un circolo ultraesclusivo. Il più grande privilegio era quello di entrare nelle logge massoniche (anche Cosa Nostra si stava muovendo su questo fronte). È nella massoneria che si possono avere contatti con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere. La Mamma Santissima era dunque uno strumento istituzionale per regolare i rapporti fra la malavita organizzata calabrese e le altre sfere della politica, imprenditoria e delle forze dell’ordine. All’inizio la M.S. suscitò forti malumori. In effetti questa innovazione creò problemi tra i membri del triumvirato: Piromalli d’accordo, Tripodo contrario, Macrì fortemente contrario. Si era cercato di tagliare fuori l’ultimo (dai segreti) ma anche per allontanarlo dal progetto Colombo. Le ambizioni dei fratelli De Stefano, le tensioni nel triumvirato e il pacchetto Colombo portarono la ‘ndrangheta ad una guerra civile. Parte tutto nel 74 durante una riunione dei capi della mafia calabrese: scontro tra Giorgio De Stefano e Tripodo (volevano spodestarlo dal potere su Reggio Calabria). La ‘ndrangheta si divise in due fazioni: Tripodo e Macrì, De Stefano e Piromalli. Il primo ad essere ucciso fu Giovanni De Stefano, Giorgio riesce a salvarsi. Successivamente Macrì venne assassinato. La prima guerra di ‘ndrangheta fece più vittime della prima guerra di mafia in Sicilia all’inizio degli anni Sessanta. Tripodo venne poi ucciso dopo in carcere da campani mandati dai De Stefano. La guerra però non finì del tutto. Giorgio venne ucciso da Surace mandato in realtà dal fratello di Piromalli, loro vecchi alleati. Breve storia dell’eroina: 1912 primo trattato internazionale per controllare la produzione e la distribuzione di stupefacenti: non più distribuiti dalle cause farmaceutiche, mercanti e governi ma dai cartelli criminali. La mafia siciliana fu tra le prime organizzazioni a operare sul più importante mercato mondiale dell’eroina clandestina, gli Stati Uniti. L’eroina cominciò a giocare un ruolo importante per la malavita siciliana dopo il 56, quando negli Stati Uniti venne approvata una legge sul controllo degli stupefacenti (mercanti newyorkesy cedettero una parte del lavoro). Sicilia diventa centro di smistamento di droga. “’O prufessore”: Cutolo: l’uomo che creò l’organizzazione criminale con il più seguito in Italia, la Nuova Camorra Organizzata. Nel 1978 lanciò la Nco in una guerra contro la mafia siciliana.

Capitolo 4: La carneficina