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Mantegna e Botticelli, Appunti di Elementi di storia dell'arte ed espressioni grafiche

Storia dell'arte per il liceo classico. Analisi artistica e storica degli autori Mantegna e Botticelli.

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 06/07/2021

Ndindeli
Ndindeli 🇮🇹

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ANDREA MANTEGNA
BIOGRAFIA - Proveniva da Padova e si formò sulle opere di Donatello nella bottega di Francesco
Squarcione. Questo era un pittore ed un antiquario, che raccoglieva frammenti antichi di fregi e colonne
che esponeva nel cortile della propria bottega. Come tutti gli artisti del 400 da un maestro più anziano,
partendo dalla pulizia e dalle cose più basilari. Squarcione retribuiva la famiglia di Mantegna in cambio delle
sue mansioni:
1. Inizialmente ricevette incarichi di basso livello: lisciava il legno, creava i pigmenti di colore e puliva
la bottega.
2. In seguito ricevette il compito di realizzare dettagli secondari.
3. Divenne infine un pittore autonomo.
Siccome Squarcione non gli riconosceva i dipinti e li firmava al suo posto, Mantegna decise di lasciare la
bottega ed ottenne dei lavori pubblici. Si sposò con la sorella di Giovanni Bellini, pittore ufficiale della
repubblica di Venezia: i due si cimentarono per sfida nella pittura di opere dello stesso soggetto. Venne
chiamato a Ferrara alla corte degli Este e giunse a contatto con le opere di Roger Van Der Weiden. In
seguito si spostò a Mantova, alla corte dei Gonzaga, dove gli vennero affidati i compiti di:
1. Decorare le carte da gioco, organizzare le feste, celebrazioni, scenografie, cerimonie, curare
l’aspetto decorativo della corte.
2. Ritrarre i signori e gli ambienti.
COME SI STUDIAVA ARTE? - Lo studio artistico non si basava sull’osservazione o sullo studio teorico, ma
sull’esercizio pratico: gli artisti copiavano le opere degli antichi e ne imparavano le loro proporzioni, senza
distinguere uno stile dall’altro. Il primo a distinguere arte greca e romana fu Joachim Winckelmann alla fine
del 1700. L’antico fin ad allora veniva percepito come un ammasso indistinto di opere, senza alcuna
distinzione fra secoli.
Esempio: i fori imperiali erano delle punte rocciose in un campo per le bestie (per questo chiamato “campo
vaccino”): gli scavi iniziarono solo nella seconda metà del 1700. Nel 1738 si effettuarono i primi scavi ad
Ercolano, nel 1748 a Pompei.
CRISTO NELL’ORTO DI GETSEMANI
Bellini rappresenta un paesaggio scarno e brullo. Il Cristo è inchinato e guarda verso un angelo che regge
calice della passione, anticipandogli la sua fine. I soldati stanno arrivando, i tre apostoli dormono, sullo
sfondo si erge una città orientale. L’artista si concentra sul paesaggio: è una scena ambientata all’alba e
realizzata con colori caldi. Anche Tiziano ritrasse il cielo acceso con colori caldi.
Mantegna al contrario si concentra sulla narrazione. Il Cristo è speculare e rivolto verso sinistra; ci sono più
angeli che sorreggono la croce; i tre apostoli dormono ai piedi di una collina; lo sfondo rappresenta una
città medievale fantastica, con mura e vari edifici che appartengono ad un immaginario antico, tra cui il
Colosseo, un campanile romanico e altri, una accozzaglia di elementi che allora non potevano esistere in
Palestina. In tutti i suoi dipinti si possono trovare citazioni di un antico immaginario, non reale, che
assembla in modi fantasiosi.
LA CAMERA DEGLI SPOSI
La Camera degli Sposi era una stanza del palazzo a Mantova in cui i Gonzaga ricevevano le ambascerie. La
sequenza cronologica delle pitture è stata chiarita dal restauro del 1984-1987: il pittore iniziò dalla volta
con limitate campiture a secco, che riguardano soprattutto parti dell’oculo e della ghirlanda che lo circonda;
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ANDREA MANTEGNA

BIOGRAFIA - Proveniva da Padova e si formò sulle opere di Donatello nella bottega di Francesco Squarcione. Questo era un pittore ed un antiquario, che raccoglieva frammenti antichi di fregi e colonne che esponeva nel cortile della propria bottega. Come tutti gli artisti del 400 da un maestro più anziano, partendo dalla pulizia e dalle cose più basilari. Squarcione retribuiva la famiglia di Mantegna in cambio delle sue mansioni:

  1. Inizialmente ricevette incarichi di basso livello: lisciava il legno, creava i pigmenti di colore e puliva la bottega.
  2. In seguito ricevette il compito di realizzare dettagli secondari.
  3. Divenne infine un pittore autonomo. Siccome Squarcione non gli riconosceva i dipinti e li firmava al suo posto, Mantegna decise di lasciare la bottega ed ottenne dei lavori pubblici. Si sposò con la sorella di Giovanni Bellini , pittore ufficiale della repubblica di Venezia: i due si cimentarono per sfida nella pittura di opere dello stesso soggetto. Venne chiamato a Ferrara alla corte degli Este e giunse a contatto con le opere di Roger Van Der Weiden. In seguito si spostò a Mantova, alla corte dei Gonzaga, dove gli vennero affidati i compiti di:
  4. Decorare le carte da gioco, organizzare le feste, celebrazioni, scenografie, cerimonie, curare l’aspetto decorativo della corte.
  5. Ritrarre i signori e gli ambienti. COME SI STUDIAVA ARTE? - Lo studio artistico non si basava sull’osservazione o sullo studio teorico, ma sull’esercizio pratico: gli artisti copiavano le opere degli antichi e ne imparavano le loro proporzioni, senza distinguere uno stile dall’altro. Il primo a distinguere arte greca e romana fu Joachim Winckelmann alla fine del 1700. L’antico fin ad allora veniva percepito come un ammasso indistinto di opere, senza alcuna distinzione fra secoli. Esempio: i fori imperiali erano delle punte rocciose in un campo per le bestie (per questo chiamato “campo vaccino”): gli scavi iniziarono solo nella seconda metà del 1700. Nel 1738 si effettuarono i primi scavi ad Ercolano, nel 1748 a Pompei.

CRISTO NELL’ORTO DI GETSEMANI

Bellini rappresenta un paesaggio scarno e brullo. Il Cristo è inchinato e guarda verso un angelo che regge calice della passione, anticipandogli la sua fine. I soldati stanno arrivando, i tre apostoli dormono, sullo sfondo si erge una città orientale. L’artista si concentra sul paesaggio: è una scena ambientata all’alba e realizzata con colori caldi. Anche Tiziano ritrasse il cielo acceso con colori caldi. Mantegna al contrario si concentra sulla narrazione. Il Cristo è speculare e rivolto verso sinistra; ci sono più angeli che sorreggono la croce; i tre apostoli dormono ai piedi di una collina; lo sfondo rappresenta una città medievale fantastica, con mura e vari edifici che appartengono ad un immaginario antico, tra cui il Colosseo, un campanile romanico e altri, una accozzaglia di elementi che allora non potevano esistere in Palestina. In tutti i suoi dipinti si possono trovare citazioni di un antico immaginario, non reale, che assembla in modi fantasiosi.

LA CAMERA DEGLI SPOSI

La Camera degli Sposi era una stanza del palazzo a Mantova in cui i Gonzaga ricevevano le ambascerie. La sequenza cronologica delle pitture è stata chiarita dal restauro del 1984 - 1987 : il pittore iniziò dalla volta con limitate campiture a secco, che riguardano soprattutto parti dell’oculo e della ghirlanda che lo circonda;

si passò poi alla parete della Corte, dove venne usata una misteriosa tempera grassa, stesa a secco procedendo per “pontate”; seguirono le pareti est e sud, coperte dai tendaggi dipinti, dove venne usata la tecnica tradizionale dell'affresco; infine fu dipinta la parete ovest dell'Incontro, pure trattata ad affresco e condotta a “giornate” molto piccole, che testimoniano una lentezza operativa che confermerebbe la durata quasi decennale dell'impresa, indipendentemente da altri compiti che il maestro dovette assolvere. PARETE OVEST, L’INCONTRO Alla base della porta c’è uno zoccolo dipinto come una balaustra scultorea, mentre al sopra una targa celebrativa per i committenti, di ossequio ai potenti. Le lesene dividono l’unica scena in tre parti, lo spazio reale si confonde con quello dipinto (come nella Pala di San Zeno, lo spazio reale risultava prolungato). Nella scena a destra è rappresentato Ludovico Gonzaga mentre incontra il figlio Francesco vestito da cardinale (era stato infatti appena eletto). L’incontro avviene in un luogo inventato, mentre nella realtà a Goito. Dipinge una Roma inventata, in cui si intravedono edifici antichi (come nell’orazione nell’orto): si possono riconoscere la statua di un Ercole su un basamento, la piramide di Caio VI e le Mura aureliane. Sul fondo c’è un omaggio alla città. Ci sono poi alcuni bambini, alcuni personaggi rappresentati di profilo e sul retro un altro autoritratto di Mantegna, vestito di nero con un cappello in testa. PARETE NORD, LA CORTE - Ludovico Gonzaga viene rappresentato seduto su di una poltrona, affiancato dalla moglie Barbara di Brandeburgo. Un segretario lo sta probabilmente informando della morte della moglie del signore di Milano, Bianca Maria Sforza, mentre il signore regge la lettera. Famosa la nana, solitamente una buffona o dama di corte. Particolare nell’opera è il fatto che, se solitamente i signori si facevano rappresentare fissi, in questa scena sono in movimento e parlano. I valletti indossano la calzamaglia bicolore tipica dell’ambasceria milanese. Si nota l’amore di Mantegna per la finzione: il piano su cui poggiano i piedi dei personaggi è la trave del camino. L’OCULO - Sul soffitto c’è una volta rappresentante un’apertura dipinta con ghirlande, busti e teste di imperatori di profilo. Lo sfondato è architettonico: sembra che la stanza abbia davvero un’apertura al cielo. Tra i personaggi emergono una figura femminile, una serva con un turbante, la padrona, alcuni amorini in prospettiva, di cui uno sporge la testa. La prospettiva è acquisita, Mantegna gioca con i trompe-oeil e le illusioni ottiche.

PRIMAVERA

L’opera si trova agli Uffizi. Il dipinto venne realizzato insieme alla Nascita di Venere. Come per molti dipinti, il titolo è fittizio e risale al 1700 (allo stesso modo per la Tempesta di Giorgione). Il titolo deriverebbe dalla figura centrale, Flora, la Primavera. Ancora non è accertata una lettura dell’opera, nonostante le numerose interpretazioni:

  1. Una sfilata carnevalesca.
    1. Una rappresentazione di giovani fiorentini che danzano (gioia di vivere).
    2. Un invito al Carpe Diem. I PERSONAGGI – Il dipinto va letto da destra verso sinistra:
  2. Mercurio : indossa i calzari e il copricapo, regge il caduceo, il bastone con cui dissipa le nuvole, e guarda verso l’alto.
  3. Le tre Grazie : vengono rappresentate con cura, il corpo avvolto dai veli, indossano gioielli di casa Medici, una collana con un pendente prezioso e abiti definiti. I contorni delle figure sono disegnati. Da Leonardo gli artisti suggeriranno che la figura rappresentata è immersa in un’atmosfera e che tra corpo e aria non esiste una linea. Verranno in seguito celebrate anche dal Canova.
  4. Venere : è la figura centrale, isolata rispetto agli altri.
  5. Amore : è bendato, cieco, e sta per scoccare una freccia.
  6. Flora : è aggraziata, indossa un abito coperto di fiori, il volto è allungato ma realistico. In essa è stato identificato il ritratto di Simonetta Vespucci, amante di Lorenzo il Magnifico, che compare in alcune opere del Botticelli (aderente tra l’altro alla filosofia neoplatonica di Lorenzo).
  7. La Ninfa Cloris : si trasforma nella Primavera.
  8. Zefiro : è il vento di primavera. La scena è ambientata in un boschetto di arance. Dietro a Venere è collocato un mirto, suo attributo. Il prato è molto dettagliato e ogni fiore è stato catalogato (100 fiori): sembrerebbe un trattato botanico.

LA NASCITA DI VENERE

Venere ha gli stessi tratti somatici di Flora e ritrae anche in questo caso Simona Vespucci. È rappresentata nell’atteggiamento della Venere Spudica ellenistica (venivano sempre rappresentate nude con una mano poggiata sul seno e l’altra sui genitali, il peso del corpo su una sola gamba mentre l’altra sollevata). Il corpo è immutabile ed eterno, mentre il volto è contemporaneo. Zefiro abbracciato ad una ninfa sta soffiando verso la riva, mentre a destra una delle Ore sta accogliendo Venere con un mantello. Una linea serpentinata percorre tutto il dipinto. Il modo di rappresentare le onde è poco naturalistico. Il segno grafico è insistito ed ancora molto importante. Il segno ritorto anticipa la crisi interiore che sconvolgerà

l’artista. I temi sono pagani, le opere raffigurano scene tratte dai testi classici, testimonianza della ricerca di un contatto fra Paganesimo e Cristianesimo.

PIETA’

Il sepolcro è rappresentato in primo piano, la Vergine svenuta al centro, col corpo del Cristo sulle gambe (medesima posizione in Michelangelo). La Madonna ha perso i sensi e cade all’indietro, mentre il Cristo scivola sulle sue ginocchia. La Maddalena abbraccia il volto del Cristo. Una delle pie donne abbraccia i suoi piedi. Si riconosce il suo modo di rappresentare i tratti somatici della figura femminile. Giovanni è accanto alla Vergine. La figura che regge la chiave è San Pietro. Le aureole creano delle ellissi. La scena è arcaica, sembra una sacra rappresentazione, una scena del teatro di strada.

LEONARDO DA VINCI

Conosciamo Leonardo come pittore, disegnatore scientifico, come colui che rappresentò macchine volanti, idrauliche, ingegni, colui che studiò i modi per alleggerire la fatica umana ed i vari apparati umani. Leonardo è il simbolo della scienza cinquecentesca, mentre la scienza moderna nacque con Bacone, con cui avviene il divorzio fra arte e scienza. L’artista dimostrò sempre un atteggiamento e un interesse scientifico, tanto che, quando si presentò alla bottega del Verrocchio ed a Milano, scrisse una lettera di presentazione in cui manifestò le proprie abilità e soltanto al nono punto disse di essere un artista.

L’ADORAZIONE DEI MAGI

Venne realizzata tra il 1481 ed il 1482. È monocroma e incompleta, perché Leonardo venne convocato a Milano da Ludovico il Moro, a cui si era presentato con la famosa lettera. Da grande sperimentatore qual era, tenta la tecnica ad encausto , una tecnica classica che prevede la miscela di pigmenti con la cera. Leonardo rappresenta la Madonna con il Bambino al centro, circondati da una serie di personaggi che si stanno muovendo aventi espressioni l’una diversa dall’altra. Uno dei Re Magi è inginocchiato e offre al Bambino, che allunga la mano, il proprio dono, un altro è in piedi mentre l’ultimo è collocato sulla sinistra. L’unica figura immobile e quasi isolata è la Madonna. Leonardo fu promotore della poetica degli affetti, la rappresentazione dei moti dell’animo. Le sue figure non sono mai ferme e pacate, ma esprimono le emozioni che le attraversano. Sulla destra è rappresentata una rissa fra cavalieri e sulla sinistra delle scale che portano ad un’architettura sconosciuta (forse il tempio di Gerusalemme).

L’ANNUNCIAZIONE

Quest’opera appartiene al periodo fiorentino ed è piuttosto immatura. Compare per la prima volta la tecnica dello sfumato, mediante cui scompare lo stacco violento tra le

come in moltissime altre raffigurazioni rinascimentali dell'ultima cena, e, chinandosi impetuosamente in avanti, con la sinistra scuote Giovanni. Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi, indietreggia con aria colpevole e nell'agitazione rovescia la saliera. All'estrema destra del tavolo, da sinistra a destra, Matteo, Giuda Taddeo e Simone esprimono con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità. Giacomo il Maggiore (quinto da destra) spalanca le braccia attonito; vicino a lui Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza. Cristo forma quasi un triangolo. La scena si verifica in un ambiente con tre aperture sul fondo. Sono presenti anche arazzi, i cui bordi definiscono la diagonale prospettica. La prospettiva è semplice e chiara. La tavola imbandita è definita nei minimi particolari, un po’ alla fiamminga.

DAMA CON L’ERMELLINO Si trova a Cracovia. Probabilmente il

soggetto non è sconosciuto, ma ritrarrebbe Cecilia Gallerani, amante di Ludovico il Moro. La donna si fa ritrarre con animaletto fra le mani e guarda fuori dal dipinto con espressione arguta simile a quella dell’ermellino. I due volgono lo sguardo alla nostra destra come se qualcosa avesse catturato il loro interesse. Le mani sono molto nodose e ricordano le mani del botticelli per tratto grafico. Ha l’acconciatura dell’epoca, capelli con scriminatura in mezzo, il coso li lega al capo. I vestiti sono sinuosi e delineano la figura. Lo sfondo prima doveva essere una finestra con un paesaggio, ma viene sostituita da uno sfondo nero come fiammingo e la luce viene da una fonte sterna. I due luogo in cui Leonardo lavora sono Milano e firenze poi Francia.

GIOCONDA

È un’icona della storia dell’arte. Non è stato napoleone a portarlo in Francia, ma leonardo quando chiamato da frrancesco I. le fonti romantiche raccontano che alla morte di leo Framcesco I gli tenesse la mano per sentire l’ultimo respiro. Era fiorentina monna lisa del giocondo. È particolare per il sorriso: lo sfumato e la mancanza del segno grafico rende realistico il volto, le labbra e gli occhi. Sul fondo c’è una finestra che si apre su un paesino indefinito. La gioconda è stata utilizzata in vari modi: mr bean, i simpson, per arrivare a Duchamp che le mette i baffi e la barba. Nella parte inferiore ci sono le lettere LHOOQ (lei ha caldo al culo, se letto alla francese).

BATTAGLIA DI ANGHIARI

Realizzata a Firenze. Pier soderini fonda la repubblica, molti artisti vano in città per appoggiare il governo, tra cui Leonardo che mette a disposizione il suo ingegno militare, ma anche Michelangelo e Raffaello. Nel 1506 michelangelo va a Roma e Leonardo in Francia, mentre Raffaello va via nel 1508. Se nel 400 Firenze era il teatro

del Rinascimento con Donatello e Masaccio, la sessa cosa avviene con i nuovi tre a Firenze. Leonardo realizza su una delle pareti della sala del maggior consiglio nel palazzo della signoria una battaglia che celebri la vittoria contro i milanesi. Il disegno è una copia da leonardo realizzata da Rubens, pittore olandese prebarocco, li suo modo di dipingere è opulento, enfatico con trattai arzigogolati. L’importazione è la stessa per le documentazioni, ma lo stile è già barocco, ci sono riccioli, decorazioni, elementi, orpelli barocci che leonardo non avrebbe usato in quanto meno ornamentale. Leoanrdo aveva realizzato la battaglia di anghiari ma siccome era stata realizzata ad encausto si deteriorò fin da subito perché la sala era riscaldata dai bracieri. Inoltre numerosissimi allievi andavano a copiare quest’immagine rovinandola. Rappresenta un momento particolare, l’infuriare della battaglia, perché gli interessavano le amozioni e gli stati d’animo (ira, accidia, violenza) e i loro effetti sui volti. Lascia molti disegni su cui i personaggi hanno espressioni diverse. La battaglia non è presentata come una schiera di soldati, ma uno scoomntro reale fra pochi personaggi che manifestano la loro ira.