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Riassunto del Manuale di Assertività di Roberto Anchisi , Mia Gambotto Dessy.
Tipologia: Sintesi del corso
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L'assertività, o arte dei rapporti interpersonali, è una componente essenziale della professionalità di tutti coloro che hanno bisogno di comunicare con gli altri in modo chiaro, convincente ed efficace. Nasce negli anni 40 negli USA come componenete della Behavior Modification. Quello che diciamo a noi stessi nelle varie situazioni condiziona il nostro umore e il nostro comportamento, secondo Wittengenstein, noi andiamo in rovina a causa delle parole, a causa di modelli di comunicazione sia interiore che interpersonale che sistematicamente comportano infelicità. Assertività deriva dal latino “asserere” e dall'italiano “asserire”, in psicologia viene ripreso dall'inglese “assertiveness” e tradotto con varie espressioni come efficacia personale, efficienza, affermatività. Il termine assertività è stato introdotto in Italia nel lontano 1983 con un articolo pubblicato su Psicologia e società. Lo Zingarelli la definisce come la qualità di chi è in grado di far valere le proprie opinioni e i propri diritti pur rispettando quelli degli altri, in accordo con il principio di reciprocità. L'assertività costituisce il punto centrale di una linea di comportamento i cui estremi negativi sono la passività e l'aggressività. Da un punto di vista pratico si può definire l'assertività come uno stile di vita, che non richiede di cambiare personalità, ma di scoprire il significato e il piacere di essere spontanei e naturali e insieme socialmente competenti. L'assertività è la caratteristica di chi realizza se stesso, manifestando le proprie doti e le proprie esigenze nel contesto sociale, ma senza ritenersi coincidente con esse: tutto ciò che appartiene al mondo dell'esperienza è mutevole, mentre l'Io è immutabile. L'Io può essere paragonato a una macchina inattendibile, perchè spesso ci si dimentica di essere i soggetti che scelgono e decidono e ci si lascia influenzare da pensieri automatici, frutto di condizionamenti.
Cambiando il comportamento si possono cambiare paure e atteggiamenti sbagliati, quindi prima di utilizzare un manuale di assertività è bene cambiare il comportamento, in modo graduale e sistematico, anche perchè il comportamento non assertivo costituisce una sorta di circolo vizioso che tende a perpetuarsi. La scarsa assertività produce effetti collaterali negativi che rendono più difficile il cambiamento, scarsa stima di sé, scarsa considerazione da parte degli altri, quindi la persona viene portata a credere di non valere nulla e questo non aiuta certo il cambiamento, di conseguenza il ciclo si ripete: comportamento inadeguato-reazioni negative da parte degli altri- atteggiamento di autosvalutazione-comportamento inadeguato. Cambiando il comportamento invece si può trasformare il ciclo vizioso in una sequenza positiva: un comportamento adeguatamente assertivo ottiene più risposte positive da parte degli altri e porta a una accresciuta stima di sé, che sfocia in una ulteriore capacità assertiva. L'assertività quindi produce effetti benefici: gli altri iniziano a trattarci con maggiore attenzione, noi raggiungiamo più facilmente i nostri obiettivi nei rapporti con loro. È però ovvio che si devono superare abitudini di
passività e di timidezza radicate, perchè per essere assertivi non basta essere spontanei, ma occorrono anche numerose e sottili abilità sociali.
Ciò che si ha appartiene al mondo dell'esperienza, necessariamente legato alla logica dell'avere e alla luce di ciò che si è, appare totalmente relativo, sempre superaro da nuove esperienze, a volte negative. La logica dell'essere è aperta: può accogliere tutto, senza togliere nulla a nessuno. L'assertività dal punto di vista filosofico rappresenta la traduzione operativa della logica dell'essere in alternativa alla logica dell'avere, perchè invita ad ancorare le azioni umane a valori universali che per loro natura non appartengono solo ad alcune persone o classi sociali, ma appartengono a tutti, quindi universali. Ai lati dell'assertività troviamo la passività e l'aggressività. Il passivo coltiva spesso in cuor suo desideri di grandezza, ma temendo la frustrazione risulta inibito dal suo stesso desiderio di apparire importante. Ciò che accomuna il passivo e l'aggressivo è l’egocentrismo, quell'atteggiamento individualistico che porta a considerare gli altri come estranei alla propria umanità: l'asserivo invece sa che essere persone significa avere la coscienza di appartenere al genere umano, significa che non possiamo trattare nessuno come estraneo.
Il filosofo indiano Osho tratta il tema della solitudine, presente anche in molte filosofie occidentali con il termine solipsismo, solo con se stesso: si riferisce alla teoria che l'io individuale è rinchiuso entro un mondo che p solo suo, perchè quella che ciascuno di noi ritiene essere la realtà esterna è invece una realtà largamente costruita dai nostri processi percettivi. La conoscenza del mondo e degli altri avviene attraverso le sensazioni, ch i processi neuronali elaborano rendendole funzionali alle richieste di adattamento. Un buon rapporto con l'altro si ha solo con un buon rapporto con se stessi. La solitudine non è isolamento, essere isolato significa sentire la mancanza dell'altro, è uno stato negativo. Comprendere la solitudine è segno di autonomia, mentre accettare l'isolamento è segno di mancanza di abilità sociali e il sentirsi isolato è indice di una dipendenza dagli altri e dell'incapacità di relazionarsi con loro.
A volte si sente l'esigenza di una maschera, questo perchè si è perso il contatto con la parte di se stessi più autentica, trovandosi in ogni occasione senza una guida, vittima di una dipendenza dagli altri. Il personaggio dipende quindi dai condizionamenti sociali, mentre la persona non ha necessità di essere dipendente dagli altri, perchè valuta le sue azioni non in funzione del loro giudizio, ma dei propri valori. Sono infatti i valori che danno significato alle azioni di una persona, consentendole di superare le difficoltà senza perdersi in cose inutili e vane.
neurotiche che inibiscono azioni efficaci nei confronti di quelle persone con cui il pz deve interagire. L’essenza del ruolo del tp consiste nell’incoraggiare, ogni volta che si presenta un’occasione ragionevole, l’espressione esterna dei sentimenti e delle tendenze all’azione precedentemente inibite dall’ansia. Ogni atto di asserzione inibisce con un effetto di pari estensione l’ansia concorrente e inibisce decisamente l’abitudine a reagire in modo ansioso.
Goldstein lo studio degli effetti positivi dell’assertività ha dato origine a due prospettive di ricerca: una orientata alle applicazioni pedagogiche e formative, l’altra a quelle cliniche e psicoterapeutiche. Goldstein iniziò a occuparsi dei ragazzi svantaggiati coniando un nuovo termine per definire il suo programma, “skillstreaming”. Questo programma sottolinea l’importanza di acquisire abilità sociali specifiche per migliorare l’apprendimento, di contro alla diffusa convinzione che le difficoltà di apprendimento siano di natura prevalentemente intellettiva. Non conta solo l’intelligenza, ma anche la capacità di osservare l’interlocutore, di esprimere il proprio pensiero, di fare domande, eccetera. L’accresciuta capacità di cercare soluzioni più adeguate ai problemi personali ha come effetto di stimolare l’intelligenza per un più efficace adattamento alle richieste ambientali. L’approccio Skillstreaming si realizza mediante le forme più efficaci di apprendimento interattivo:
Liberman programma di trattamento in cui l’assertività rappresenta una forma di terapia indicata non solo per timidezza, depressione, ansietà e disturbi da stress, ma anche per schizofrenia, paranoia e mania. Egli sottolinea l’importanza dell’attività di gruppo, che consente di ricreare le medesime difficoltà della vita reale, per allenare i partecipanti a riconoscere la natura sociale delle emozioni provate e ad esprimerle in modo accettabile e costruttivo. La persona assertiva:
La persona passiva invece:
La persona aggressiva:
Da un punto di vista teorico le posizioni di Salter, Wolpe, Goldstein e Liberman non sono divergenti, ma integrano tra loro, mentre da un punto di vista pratico, quando l’assertività è diventata parte integrante di corsi di formazione i docenti dei gruppi spesso privilegiavano l’acquisizione di tecniche, con il risultato di rendere la formazione semplicistica e illusoria,invece che sorretta da una metodologia ragionata e consapevole. Un aumento di abilità nel campo assertivo non si traduceva necessariamente in un aumento di benessere personale: in molti casi era evidente che il risultato raggiunto si limitava al perfezionamento di una maschera di apparente efficientismo e non determinava il superamento di schemi condizionati di comportamento, sostituendoli semplicemente con altri. Veniva attuato un approccio tecnici stico, che confondeva mezzi e fini, dimenticando che è il valore intrinseco della persona umana che può dare loro significato. Quando i mezzi vengono messi in primo piano come se fossero dei fini, si ha una svalutazione della persona, considerata strumentalmente in funzione della sua abilità tecnica.
Si può supporre che esita una correlazione tra le difficoltà relazionali e quelle personali di comportamento, se non sempre causale almeno facilitativa: non si può affermare che le difficoltà sociali siano necessariamente causa delle difficoltà personali, ma si può rilevare che in presenza delle prime si sviluppano facilmente anche le seconde. Dal punto di visto clinico l’assertività viene considerata un importante fattore terapeutico nei disturbi definiti a causalità multipla o borderline di personalità: mediante training assertivi si creano maggiori opportunità di sperimentare emozioni positive, migliorando l’efficacia interpersonale e ancorando l’autostima ai valori della persona, sottraendola ai condizionamenti sociali negativi. Comportamenti assertivi vengono messi in pratica con lo scopo di aiutare le persone a sviluppare una gamma abbastanza ampia di comportamenti che rispondano alle loro esigenze.
Il training assertivo di per sé è il trattamento di una cospicua serie di disturbi, in cui il ruolo dell’ansia sociale risulta preminente. L’azione del training si esplica sullo stile comportamentale dell’individuo, stile che va analizzato nelle sue componenti e per riferimento alle diverse situazioni in cui viene sollecitato, raggruppate in categorie che esprimono le varie caratteristiche delle interazioni sociale. La specificità situazionale del training si attua nella scelta degli esercizi finalizzati all’acquisizione delle singole abilità sociali, invece l’obiettivo più ambizioso di migliorare lo stile comportamentale con una accresciuta competenza sociale, si realizza grazie ad una task analysis che distribuisce le abilità esercitate lungo un programma di progressiva generalizzazione delle risposte. Al termine del training il partecipante giunge ad essere in grado di utilizzare modalità funzionalmente differenziate di risposa, attraverso tutti e tre i repertori di base. Per la valutazione e l’acquisizione delle abilità sociali all’interno di ciascun repertorio è possibile individuare cinque razionali:
Eyesenck ha condotto ricerche sul ruolo dell’assertività, da lui studiata come una delle sei dimensioni o tipi di personalità e definita personalità di tipo 4, rilevante fattore di prevenzione del rischio di malattia. Le ricerche hanno
evidenziato come certe gravi patologie siano influenzate uno stile di comportamento delle persone, o passivo o aggressivo, mentre lo stile assertivo è risultato decisamente protettivo. Eyesenck identifica sei tipi di personalità per riferimento al modo di pensare e di interagire con gli altri:
Cannon considera lo stress come reazione fisiologica emozionale, sulla base dell’attivazione del sistema neurovegetativo in presenza di uno stimolo di minaccia. L’autore che più ha contribuito allo studio delle reazioni dell’organismo agli stimoli minacciosi è Selye, che ha descritto lo stress come risultato aspecifico, cioè risposta comune, di tute le richieste di adattamento immediato dell’organismo all’ambiente. Sono poi stati raggruppati i fattori di stress in ambito lavorativo:
È una sindrome articolata, caratterizzata sul piano fisico da disturbi psicosomatici e sul piano comportamentale dalla perdita di motivazione per il proprio lavoro, dal cinismo verso se stessi e verso gli altri e dalla depressione dell’umore. Questa condizione di disagio e perdita di motivazione nello svolgimento della propria attività si manifesta attraverso tre fasi:
Il riferimento ai valori può essere definito come spiritualità, concetto che appartiene all'ambito dell'etica. Il termine etica deriva dal greco ethos, ovvero costume, i costumi in latino si dicono mores, da cui deriva il termine morale. Morale ed etica hanno quindi a che fare con i costumi degli uomini, con la abitudini del gruppo sociale di appartenenza.
L'ACT (Acceptance and Commitment Therapy) è una terapia comportamentale che riguarda l'azione guidata dai valori. L'accettazione riguarda ciò che accade e muta costantemente, e il riferimento ad azioni il cui valore si prolunga nel tempo consente di sopportare la sofferenza del momento (Freud esprimeva la forza di questo punto di vista invitando a sublimare gli impulsi, i bisogni e le esigenze che creano sofferenza, impegnandosi nella realizzazione di opere grandi e importanti). L'ACT sottolinea l'importanza della spiritualità collocando l'Io su un piano distinto da quello dei contenuti oggetto della sua esperienza, ciascuno dei quali è destinato a mutare e a scomparire nel passato, rimanendo presente al più come ricordo. Al di sopra di questo piano c'è il piano dei valori. L'IO come consapevolezza sta nel mezzo, definibile in base o alle sue esperienze o ai suoi valori. Obiettivo dell'ACT è sviluppare la flessibilità psicologica, la tolleranza, il cui contrario, ovvero l'intolleranza dell'ambiguità, è all'origine di molti disturbi di personalità.
Esiste una forma di ansia indotta dalla presenza di altre persone, l'ansia sociale. Tra essa e la competenza sociale c'è un rapporto di influenza reciproca: è facile sentirsi a disagio in certe situazioni se non si posseggono le abilità richieste dai rapporti interpersonali, d'altro canto un'ansia ingiustificata può inibire una competenza sociale anche elevata. Alcune persone si trovano a disagio in determinate situazioni perchè non sanno come fare, oppure l'assenza di consapevolezza le espone a situazioni imbarazzanti, e il generico senso di impotenza che ne deriva non consente di identificare le disabilità di base, che rimangono perciò immodificate. Ci sono dei pregiudizi o miti sociali, ovvero forme di pensiero con cui l'individuo considera la propria persona e quella degli altri in modo irrealistico e negativo, ritenendosi vittima della sfortuna. Altre persone invece possiedono abilità sociali generalmente adeguate alle convenzioni e alle richieste ambientali, ma di fronte a particolari situazioni provano ugualmente un acuto disagio. All'origine del disagio ci sono reazioni emotive condizionate che si attivano automaticamente in presenza di situazioni specifiche e vengono ulteriormente complicate da reazioni cognitive messe in atto dall'individuo, nel tentativo di dare una giustificazione razionale a emozioni che sfuggono al suo controllo. L'assertività è un modo di essere che nasce dall'armonia tra abilità sociali, emozioni e razionalità. Sono in gioco i tre aspetti di base della personalità, ciascuno con un preciso correlato neuro-fisiologico: viscerale-autonomico, per le emozioni; motorio- volontario, per i gesti e le azioni in cui si concretizzano le abilità; corticale-cognitivo, per i pensieri e le verbalizzazioni. Non è possibile migliorare l'assertività agendo su uno solo di tali aspetti: ciascuno di essi va considerato sia singolarmente sia in rapporto agli altri.
Nell'insieme di concetti che definiscono l’assertività il nucleo centrale è l’idea di libertà, intesa per un verso come capacità di affrancarsi dai condizionamenti ambientali negativi e dall’altro come capacità di esprimersi informe più evolute e più efficaci. Il primo aspetto riguarda il contenuto dell’assertività e comprende la conoscenza di sé e dei propri diritti, delle abitudini e dei pregiudizi che ci condizionano. Il secondo aspetto riguarda la forma dell’assertività e si traduce in abilità non verbali e verbali o in competenza sociale. Grazie a questi due aspetti la persona assertiva sa esprimere in modo chiaro ed efficace, emozioni, sentimenti, esigenze, idee personali, senza provare ansia o disagio.
Il contenuto dell’assertività è costituito dai diritti della persona e dai pregiudizi che ne impediscono il riconoscimento o ne limitano l’applicazione. La teoria dei diritti da un lato nasce dall’esigenza di tradurre i valori della persona in linee guida per l’agire umano; dall’altro lato rappresenta la sintesi delle regole di comportamento che consentono di raggiungere i propri obiettivi nel pieno rispetto di quelli altrui. Nella teoria dei diritti è intrinseca l’idea della reciprocità: va riconosciuto anche agli altri il medesimo diritto di comunicare desideri e convinzioni e di perseguire i propri obiettivi.
L’aspetto formale dell’assertività è dato dalla competenza sociale. Ovvero l’ampiezza con cui l’individuo riesce a comunicare con gli altri, in modo da soddisfare diritti, esigenze, motivazioni e obblighi in misura ragionevole e senza pregiudicare gli analoghi diritti delle altre persone. Secondo Van Hasselt, la competenza sociale si compone di abilità sociali specifiche e situazionali. Comprende inoltre quelle doti di sensibilità che consentono di realizzarsi nei rapporti sociali senza causare danno, morale o fisico, agli altri. È determinata dall’apprendimento di componente di risposta verbali e non verbali, che costituiscono il repertorio sociale dell’individuo, l’inadeguatezza sociale è da attribuirsi al fallimento di tale apprendimento. Chi soffre di solitudine sente più degli altri la difficoltà di possedere un’adeguata competenza sociale o difetta del senso di essa. Sono elementi legati alla forma delle abilità sociali:
La mappa dell’assertività comprende cinque livelli, che costituiscono altrettanti obiettivi, attraverso i quali si passa dalla semplice sensazione di sé alla piena consapevolezza delle motivazioni che ispirano la propria condotta:
Felicità. Tristezza, rabbia, paura, disgusto, disprezzo, sorpresa, interesse e vergogna sono le principali emozioni. Si tratta del risultato finale di un processo che inizia con qualsiasi stimolo che, attraverso la reazione del SNA, produce risposte viscerali nell’organismo: subite passivamente dal soggetto, vengono vissute come emozioni. Riconoscere i sentimenti è la condizione per sentirsi come persone, caratterizzate dalla proprio individualità e soggettività. Il
sentimento di sé, immerso nella particolarità dei sentimenti, non è distinto da essi. Si tratta del sé come contenuto, da cui il sé come contesto deve imparare a defondersi: defusione significa imparare a fare un passo indietro e separarci o staccarsi dai nostri stessi pensieri, immagini e ricordi. Invece di essere catturati dai nostri pensieri o essere in loro balia, lasciamoli andare e venire. Facciamo un passo indietro e guardiamo il nostro pensare invece di perderci in esso.
L’educazione sentimentale consiste nell’aprirsi a tutti i sentimenti: solo questa apertura ci pone in grado di comprendere tutti gli individui, anche quelli nettamente diversi da noi. Si tratta di comprendere anche chi possiede sentimenti molto diversi dai nostri e perché li possiede. C’è quindi l’esigenza di una disponibilità a tutti i sentimenti, cioè di un’autentica e profonda apertura sentimentale, mentre invece molte persone hanno dei pregiudizi nei confronti dei sentimenti e della loro educazione. Un’altra forma di educazione sentimentale, meno abituale, più complessa, ma più potente, è la musica, il cui scopo è comunicare dei sentimenti. Educare alla comprensione della musica è come educare alla comprensione del significato dei sentimenti. La mancanza di abitudine a riconoscere i sentimenti limita la confidenza in se stessi ed è all’origine di molti disturbi psicosomatici. Acquisendo maggior sensibilità nei confronti dei sentimenti, si scopre che tante forme di disagio geenrico, di umore depresso, di inquietudine, hanno un’origine situazionale e sono legate a eventi o a persone ben precise, verso cui si provano sentimenti conflittuali quali collera, irritazione, disappunto, noia, senso di colpa, timore, ansia generica. Il riconoscimento dei sentimenti consente di valutare più realisticamente la situazione e le possibilità di agire nei confronti dei suoi aspetti negativi e consente anche di rapportarsi agli altri con una maggiore disponibilità a comprendere le motivazioni del loro agire, attuando quel processo di empatia che dovrebbe essere alla base di ogni interazione umana.
L’empatia è la capacità di comprendere le emozioni e le reazioni degli altri, perché consente di riferirle al loro sistema di percezione e di organizzazione del mondo. Significa riconoscere che si appartiene tutti al comune genere umano o più estesamente al comune mondo vivente, implica il superamento dell’egoismo, l’egoista pensa solo a se stesso e al soddisfacimento dei suoi bisogni, senza curarsi degli altri. Tuttavia l’empatia non coincide con l’altruismo: si può provare empatia e insieme essere egoisti sul piano pratico, così come si può essere altruisti senza provare empatia. L’empatia riguarda i sentimenti, non i comportamenti. Ne sono sinonimi termini come simpatia e compassione: la simpatia è un sottocaso dell’empatia poiché la presuppone, ma in più richiede anche una comunanza di gusti, di valori, di ideali. La compassione anche è un sottocaso, è empatia per chi soffre. Quindi, di fronte ad azione altrui che a noi sembrano inadatte e fuori luogo, per comprenderle dobbiamo cambiare il nostro punto di vista, attraverso un atteggiamento di umiltà e assenza di pregiudizi.
È buona regola esercitare la mimica, perché sia più ricca e sfumata possibile, ma questo non significa che la persona assertiva debba mostrarsi con una mimica costantemente ricca di spunti e di suggestioni. Gli esercizi sulla mimica insegnano a vedere le emozioni come un qualcosa di accessorio, che in parte ci si è messi addosso, sia pure inavvertitamente, ma che è possibile togliersi quando si vuole. Mutando espressione, migliora la comunicazione con gli altri e risulta più facile trovare nuove soluzioni ai problemi che hanno originato la depressione. Chi ha un comportamento non verbale rigido risulta monotono nel comunicare i sentimenti e anche la sua vita interiore risulta impoverita. In genere è bene lasciare che la vita interiore traspaia dall’espressione del volto, dalle sfumature vocali, dall’andatura e da tutto l’atteggiamento corporeo.
Il legame esistente tra comportamento volontario e reazioni emotive consente di comprendere la funzione dell’ansia e della paura. Secondo la teoria periferica delle emozioni di James-Lange, la percezione di una minaccia non è dovuta a condizioni esterne, ma alle sensazioni disturbanti interne all’individuo, prodotte da tali condizioni. L’ansia è il motore di ogni azione adattiva, quando l’individuo deve rispondere nel modo più sicuro ed efficace a eventi esterni potenzialmente pericolosi per l’integrità e la sopravvivenza sua o dei suoi simili, solo che non sempre il nostro sistema di riconoscimento dei pericoli è realistico ed oggettivo, per cui l’ansia viene elicitata o evocata in presenza di situazioni di per sé non minacciose, ma in passato associate con altre che lo erano. Quando si ha paura si crea una spirale neurotica messa in moto da segnali provenienti dall’ambiente esterno, percepiti come minacciosi, provocano reazioni autonomiche di allerta: la sensazione del soggetto di provare reazioni di paura ha l’effetto di confermare la pericolosità della minaccia iniziale. Il risultato è l’accrescimento della percezione di minaccia e delle reazioni di paura. L’effetto tranquillante del muoversi in modo lento e controllato o del non fare nulla, lasciandosi avvolgere dagli eventi, riconferma l’importanza dell’accettazione delle emozioni, di contro all’effetto negativo dell’evitamento. Se per la paura risulta evidente il coinvolgimento prodotto dalle sue varie componenti, per l’ansia il discorso è diverso perché non sempre tale emozione è facilmente riconoscibile. Il primo passo per riconoscere la funzione adattiva o disadattiva dell’ansia è quello di identificarla attraverso le sue manifestazioni. In determinate situazioni l’ansia è positiva, in quanto utile tensione dell’individuo verso i propri obiettivi; diventa un fenomeno negativo quando, considerata minacciosa, per effetto della spirale neurotica supera certi limiti. La cosiddetta spirale neurotica consiste nel lottare contro l’ansia, nel volerla combattere.
Il rapporto tra ansia e tensione è regolato dalla legge di Yerkes-Dodson secondo la quale esiste una rapporto a U rovesciata tra il rendimento di un soggetto durante una prova e il grado di tensione e di attivazione da essa provocato: essere troppo rilassati durante l’esecuzione di un compito non aiuta a raggiungere buoni risultati, così come una tensione troppo elevata assume una valenza negativa e si trasforma in ansia disregolativa e paralizzante. L’accettazione dell’ansia è più facile se la consapevolezza di essa non riguarda solo le sue manifestazioni, ma anche
l’intensità con cui viene avvertita. Quindi è utile valutare il livello di ansia con una scala a 100 punti, definiti SUD (Unità Soggettive di Disagio), ricordando che un valore medio, di 40-60 SUD può migliorare l’efficacia della propria prestazione.
L’ansia si attiva come risposta automatica in presenza di una percezione di minaccia. Spesso le stesse parole che compongono i nostri pensieri attivano la percezione di minaccia. L’ansia stessa, in assenza di una minaccia realmente presente, alimenta la percezione di minaccia. Ma se da una minaccia reale ci si può difendere, dall’ansia non si può, perché si crea una spirale in cui il tentativo di allontanare l’ansia rafforza la percezione dell’ansia stessa come evento minaccioso. Si può uscire da questa spirale sono considerando l’ansia come amica che ci avvisa dei pericoli, anche se non tutti sono reali.
Il terzo livello dell’assertività riguarda le attività superiori dell’essere umano: il pensiero e il linguaggio, e le regole di convivenza civile che da esse derivano. Tali regole sono esprimibili sotto forma di diritti della persona. Smith nel 1975 pone al centro dell’assertività una teoria dei diritti in dieci punti, che ruotano intorno a due principi chiave: esprimersi in modo chiaro ed esplicito e resistere alle manipolazioni. La manipolazione è una forma subdola di aggressività, utilizzata da molti per controllare i sentimenti altrui senza dichiarare le proprie reali intenzioni, ma inducendo nell’altro senso di colpa, di ignoranza o di ansia generica. I diritti sono il quadro di riferimento per una corretta partecipazione di ciascuno ai rapporti interpersonali. I diritti assertivi individuali sono le fondamenta su cui possiamo costruire connessioni positive come la fiducia, la compassione, il calore umano, l’amore. Senza tali punti di riferimento basilari che permettono di manifestare onestamente noi stessi agli altri, la fiducia lascia il posto alla diffidenza, la compassione al cinismo.
L’assertività richiede la comprensione dei criteri di giustizia, che regolano i rapporti con gli altri e con se stessi e, insieme, dei complessi o nodi psicologici che distolgono da tali criteri. I criteri di giustizia si definiscono per riferimento alla teoria dei diritti. I diritti sono quindi anche dei doveri. Rispettare i propri diritti significa rispettare quelli altrui, offendere questa regola di giustizia significa offendere se stessi.
L’importanza della libertà interiore è tale che tutti i diritti possono ricondursi a quello di dire di no senza sentirsi in colpa. Non rispettare i propri sentimenti perché ci si sente costretti a manifestare benevolenza, disponibilità, amicizia, anche quando l’atteggiamento interiore è diverso, può portare a una sorda ostilità verso coloro che pure si
assumerci delle responsabilità al posto di coloro che rifiutano di prendersele.
Voi avete il diritto di mutare parere e opinione di cambiare il vostro modo di pensare.
Se il cambiamento è negli altri, allora può sembrare preferibile la coerenza. Il comportamento di chi è coerente è infatti più facilmente prevedibile e controllabile. Il timore del mutamento poggia su di una logica perversa, efficace e persuasiva: se si sente il bisogno di cambiare allora significa che c’è qualcosa di sbagliato, o si è sbagliato prima o si sbaglia adesso, in ogni caso si mostra di non essere responsabile. Spesso chi cerca di persuadere gli altri a non cambiare opinione, ama pensare al posto loro ed evita lo sforzo necessario per capire un pensiero diverso dal suo. È un atteggiamento infantile, che non tiene conto della complessità delle situazioni, che mutano con il tempo.
Voi avete il diritto di sbagliare, assumendovi la responsabilità delle eventuali conseguenze negative.
Può succedere di sbagliare senza che ciò sia segno di una colpa o di cattiva volontà: se l’errore non è stato intenzionale infatti non si può parlare di colpa. È ovvio che si può dire di aver sbagliato solo a posteriori, perché se già si avesse avuto di consapevolezza di stare sbagliando, certamente ci si sarebbe astenuti dal farlo. Non accettando la possibilità di sbagliare si cade in un modo di pensare rigido, che considera gli errori soltanto fonte di danno e di problemi per gli altri, e si giunge a ritenere inevitabile sottoporre sempre a controllo le proprie e le altrui decisioni.
Voi avete il diritto di non farvi coinvolgere dalla benevolenza che gli altri vi mostrano quando vi chiedono qualcosa.
Ci sono persone che di fronte a qualcuno che si mostra ben disposto e amichevole nei loro confronti, per timore di perderne l’amicizia, non sanno rifiutare nulla, perciò evitano anche di accettare da loro dei favori, nel timore di doverli poi ricambiare. La persona assertiva invece distingue i due aspetti dal rapporto, la benevolenza e l’impegno a soddisfare le esigenze.
Voi avete il diritto di essere illogici nelle vostre scelte.
Ragioni e sentimenti non lavorano bene insieme: ragionamenti perfettamente logici non possono aiutarci molto nel capire il perché dei nostri desideri o nel risolvere situazioni generate da sentimenti contrastanti. Privilegiare eccessivamente la logica è, secondo Smith, un segno di immaturità affettiva, che si esprime nella convinzione che tutto in noi debba essere sostenuto da buone ragione. Ridimensionare l’importanza della logica è necessario, mentre
invece conserva tutta la sua importanza quando è volta ad approfondire le ragioni delle nostre scelte.
Voi avete il diritto di dire “non so” quando vi si chiede una competenza che non avete.
Il diritto non nascondere la propria ignoranza, di fronte a domande di cui non si sa la risposta, o di fronte a discorsi al di fuori della propria comprensione. Questo diritto riguarda anche la libertà di affrontare nuove situazioni, senza pretendere di possedere la conoscenza preliminare di ogni loro aspetto, ma accettando di procedere per tentativi ed errori. Molte forme di ansia sociale, come quella di parlare in pubblico, hanno origine dalla paura di sbagliare.
Voi avete il diritto di dire “non capisco” a chi non dice chiaramente che cosa si aspetta da voi.
Alcune persone lasciano intendere che ci sono norme di comportamento scontate e inoppugnabili, e si scandalizzano se si chiedono spiegazioni. Nei rapporti di natura affettiva, a volte si dà per scontato che debbano essere gli altri a capire i nostri sentimenti e le nostre esigenze, d’altra parte se qualcuno si mostra risentito perché noi non lo abbiamo capito, siamo portati a sviluppare un sentimenti di auto-rimprovero. Chi vuole veramente essere capito, deve anche impegnarsi perché ciò avvenga. Si tratta di un diritto a due facce: tu hai il diritto di dire che non capisci e io ho il diritto di scegliere se darmi da fare oppure no perché tu possa capire chiaramente.
Voi avete il diritto di dire “non mi interessa” quando gli altri vi vogliono coinvolgere nelle loro iniziative.
L’immagine di sé, il senso della propria autonomia, si rafforzano coltivando i propri interessi. Chi invece è portato ad assecondare gli interessi degli altri dimenticando se stesso, ved col tempo sbiadire la sua personalità.
L’apprezzamento è una delle principali condizioni da cui dipende il comportamento sociale, è una forma di rinforzo sociale. Un rinforzo sociale è tutto quello che agisce sul comportamento degli altri sottoforma di segnali positivi o negativi emessi in risposta alle loro iniziative. I segnali positivi procurano soddisfazione, piacere, sollievo e si definiscono rinforzi, i segnali negativi invece creano disagio, insoddisfazione, disappunto, ansia e si definiscono punizioni. L’esigenza dell’apprezzamento è così sentita che quando non viene soddisfatta lascia frustrati e depressi.