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Analisi della Costruzione dell'Anfiteatro Flavio: Tecniche e Materiali, Appunti di Architettura

Materiali e tecniche di costruzione

Tipologia: Appunti

2017/2018

Caricato il 26/11/2018

Katia9999
Katia9999 🇮🇹

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Giuseppe Cozzo
Il Colosseo
L’Anfiteatro Flavio nella tecnica edilizia
nella storia delle strutture
nel concetto esecutivo dei lavori
Fratelli Palombi Editori
Roma, 1971
……..
Mi sembra interessante notare poi come, per tutti gli anfiteatri giunti a noi, si abbia quasi uno
stesso rapporto, variabile da 1.20 a 1.30 circa, tra l'asse maggiore e l'asse minore della loro
pianta policentrica; in altri termini stabilito l'asse minore bastava moltiplicarlo per un
coefficiente compreso tra 1.20 e 1.30 per avere l'asse maggiore.
Ecco infatti, con le lunghezze degli assi, il loro corrispondente rapporto che ho determinato per
parecchi degli anfiteatri ancora esistenti:
ASSI RAPPORTO
Capua 170.00 140.00 1.22
Pozzuoli 190.00 144.00 1.32
Pompei 140.00 105.00 1.33
Roma 187.77 155.64 1.22
Verona 153.20 122.80 1.24
Nimes 133.00 101.40 1.31
Arbes 156.15 107.80 1.26
Pola 132.60 105.10 1.26
El Djem Thysdrus 150.00 125.00 1.20
La quasi costanza di questo rapporto sta ad indicare l'esistenza di una determinata regola
architettonica specifica della costruzione anfiteatrale.
E’ noto che agli antichi erano sconosciute le formule algebriche che, per noi, in una breve
espressione sintetizzano una determinata legge; avevano però delle regole grafiche o
geometriche che in molti casi corrispondevano allo stesso scopo.
Nell'architettura per esempio è abbastanza noto che il raggio di base nel fusto delle colonne era
l'unità convenzionale, o modulo, che serviva a determinare tutte le proporzioni degli ordini; e
nello studio planimetrico degli edifici, molte dimensioni dipendevano da una sola tra esse, la
lunghezza, in modo che le altre ne diventavano funzioni (Vitruvio lib.V); così pure nei teatri, la
scena più ristretta si otteneva derivando la planimetria da una serie di quadrati inscritti nella
curva limitante l'orchestra, mentre la scena più larga dei teatro romano si ricaricava da una serie
di triangoli equilateri inscritti nello stesso modo (Vitruvio lib. V).
Queste considerazioni e la quasi uniformità dei rapporto degli assi mi hanno convinto, e mi
hanno indotto a ricercare la regola geometrica per il tracciamento della curva anfiteatrale con
un risultato che posso ritenere pienamente rispondente.
Come per la costruzione delle basiliche, e per quella di molti edifici e luoghi pubblici, anche
per gli anfiteatri, il modulo, era rappresentato da una dimensione lineare, la lunghezza
dell'arena, che veniva prestabilita dall'architetto, e dalla quale poi derivava, come vedremo, la
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Giuseppe Cozzo

Il Colosseo

L’Anfiteatro Flavio nella tecnica edilizia

nella storia delle strutture

nel concetto esecutivo dei lavori

Fratelli Palombi Editori

Roma, 1971

Mi sembra interessante notare poi come, per tutti gli anfiteatri giunti a noi, si abbia quasi uno stesso rapporto, variabile da 1.20 a 1.30 circa, tra l'asse maggiore e l'asse minore della loro pianta policentrica; in altri termini stabilito l'asse minore bastava moltiplicarlo per un coefficiente compreso tra 1.20 e 1.30 per avere l'asse maggiore.

Ecco infatti, con le lunghezze degli assi, il loro corrispondente rapporto che ho determinato per parecchi degli anfiteatri ancora esistenti:

ASSI RAPPORTO

Capua 170.00 140.00 1. Pozzuoli 190.00 144.00 1. Pompei 140.00 105.00 1. Roma 187.77 155.64 1. Verona 153.20 122.80 1. Nimes 133.00 101.40 1. Arbes 156.15 107.80 1. Pola 132.60 105.10 1. El Djem Thysdrus 150.00 125.00 1.

La quasi costanza di questo rapporto sta ad indicare l'esistenza di una determinata regola architettonica specifica della costruzione anfiteatrale.

E’ noto che agli antichi erano sconosciute le formule algebriche che, per noi, in una breve espressione sintetizzano una determinata legge; avevano però delle regole grafiche o geometriche che in molti casi corrispondevano allo stesso scopo.

Nell'architettura per esempio è abbastanza noto che il raggio di base nel fusto delle colonne era l'unità convenzionale, o modulo, che serviva a determinare tutte le proporzioni degli ordini; e nello studio planimetrico degli edifici, molte dimensioni dipendevano da una sola tra esse, la lunghezza, in modo che le altre ne diventavano funzioni (Vitruvio lib.V); così pure nei teatri, la scena più ristretta si otteneva derivando la planimetria da una serie di quadrati inscritti nella curva limitante l'orchestra, mentre la scena più larga dei teatro romano si ricaricava da una serie di triangoli equilateri inscritti nello stesso modo (Vitruvio lib. V).

Queste considerazioni e la quasi uniformità dei rapporto degli assi mi hanno convinto, e mi hanno indotto a ricercare la regola geometrica per il tracciamento della curva anfiteatrale con un risultato che posso ritenere pienamente rispondente.

Come per la costruzione delle basiliche, e per quella di molti edifici e luoghi pubblici, anche per gli anfiteatri, il modulo, era rappresentato da una dimensione lineare, la lunghezza dell'arena, che veniva prestabilita dall'architetto, e dalla quale poi derivava, come vedremo, la

caratteristica curva anfiteatrale policentrica. Ai tre raggi di curvatura che la costituivano e che servivano a determinare il perimetro dell'arena, doveva essere aggiunta una costante corrispondente all'ampiezza trasversale dell'edificio, per ottenerne il perimetro esterno. Questa costruzione planimetrica è rappresentata nella figura 4. AB è la lunghezza prestabilita dell'arena; BI la costante corrispondente all'ampiezza trasversale dell'edificio anfiteatrale. Con raggio OB uguale a metà della lunghezza, si descrive un cerchio, e si divide in 3 parti uguali, BC= CD=DO, lo stesso raggio OB; dall'estremo V dei quadrante BOV si tiri la retta VM passante per D; si divida a metà nel punto E la retta DV e dal punto trovato si tiri la retta EL passante per C; quindi con raggio BC si descriva il settore F, con raggio EF il settore FG e finalmente con raggio GV il settore GH.

Aggiungendo poi alle lunghezze di questi tre raggi di curvatura la costante BI, si otterrà il perimetro esterno ILMN dell’edificio. Essendo la costruzione assolutamente simmetrica, lo stesso procedimento applicato agli altri quadranti ne da l’area completa. Ecco come solo in funzione della lunghezza dell'arena doveva essere ottenuta la caratteristica curva anfiteatrale.

Questa regola, riscontrata corrispondente per l'anfiteatro Flavio, dovrebbe corrispondere anche per gli altri anfiteatri. Le lievi differenze che appaiono, nella tabella che precede, circa il rapporto degli assi di qualcuno di essi potrebbero attribuirsi o ad errori di rilievo, forse in corrispondenza di resti non ben delimitati, od a qualche errore nel tracciamento primitivo, perché l'assoluta semplicità della costruzione grafica e la sua rispondenza ne convalidano la piena attendibilità per la maggior parte di questi singolari edifici.

……

Ora che abbiamo dato un cenno delle condizioni altimetriche e geologiche della zona circostante all'anfiteatro Flavio, vediamo quali furono i concetti che fecero preferire, per la sua costruzione, la località dell'antico stagno Neroniano. Riguardo alla qualità dei terreno di fondazione, lo scavo eseguito per la costruzione dei bacino neroniano assicurava già della presenza dei banco di tufo litoide, o lo faceva ritrovare subito sotto il fondo dei bacino stesso. La poca distanza, circa 500 metri, e la forte differenza di livello, di circa 11 metri, che esiste, come abbiamo visto, tra il fondo dell'arena, o dell'antico stagno neroniano, e la Cloaca Massima, assicurava un facile smaltimento delle acque di infiltrazione nelle fondazioni, anche se queste si fossero dovute spingere molto al disotto dell'antico bacino neroniano; garanzia preliminare quindi di perfetta stabilità dell'opera, e sicurezza poi che agenti naturali non avrebbero turbato lo svolgimento delicato e difficile della costruzione delle fondazioni. Dal lato economico e della sollecitudine dei lavori, il bacino Neroniano doveva presentare poi un altro indiscutibile vantaggio: in un'opera così gigantesca, i lavori di sterro per raggiungere il terreno resistente per le fondazioni, dovevano rappresentare una spesa ingente ed un considerevole impiego di tempo e di mezzi.

Il volume di terra da rimuovere e da trasportare, per far posto all'arena dell'anfiteatro, sarebbe stato di 35.000 metri cubi, mentre lo scavo necessario alle fondazioni di tutto l'edificio avrebbe alla sua volta richiesto il movimento di altri 90.000 metri cubi approssimativamente, e perciò in complesso ben 125.000 metri cubi di terra da asportare.

Se si riflette che i Romani non potevano disporre, per la esecuzione di grandi movimenti di terra, dei mezzi meccanici che sono oggi in nostro possesso, risulta evidente quale enorme

Il concetto esecutivo dei lavori

In un computo approssimativo degli operai necessari alla costruzione dell'edificio anfiteatrale, nel breve periodo che risulta dai documenti storici, fu constatato che il loro numero sarebbe stato così grande da non rendere possibile la loro contemporanea occupazione nella superficie dell'anfiteatro. Vediamo invece come questo fu possibile. Nell'esaminare le strutture dei monumento, ho portato la mia attenzione specialmente sulla singolare disposizione di alcuni pilastri di travertino inseriti nel corpo dei muri radiali. Tali pilastri erano stati notati anche dallo Choisy senza però che esso avesse potuto stabilire la funzione a loro effettivamente assegnata. La fig. 14 rappresenta la pianta dell'edificio, divisa in quattro settori, ognuno dei quali corrisponde ad un piano ed ordine diverso, in modo da offrirci, particolarmente, l'esatta distribuzione delle strutture in travertino, distinte con la tinta più scura, in tutto l'edificio anfiteatrale. Vediamo così nel piano terreno, che i muri radiali, i quali partendo dall'ambulacro esterno vanno verso la arena, contengono inseriti, nella parte massiva quattro pilastri di travertino, corrispondenti ai numeri 3-4-5-6 della pianta stessa. Il riempimento tra questi quattro pilastri, che raggiungono l'altezza dei secondo ordine per terminare al disotto della cavea, è stato ottenuto, per il piano terreno, con opus quadrato di tufo, e per il secondo ordine con conglomerato cementizio a paramento di semilateres.

In questi muri radiali i pilastri di travertino sono collegati, alla sommità, da grossi arconi di mattoni bipedali, cioè dell'altezza di circa 60 centimetri, situati in modo da rendere possibile la costruzione di tante volte rampanti, che nel loro complesso costituiscono il grande imbuto o cavea destinata a sostenere le gradinate di marmo per gli spettatori. Ciò è evidente nella fig. 1 5 in cui risalta questo differente imposto degli arconi, necessario alla costruzione della sovrapposta volta a botte inclinata, che è uno degli 80 elementi costitutivi della grande cavea dell'anfiteatro. Anche nell'altra fig. 16 che rappresenta un muro radiale a cui manca un pilastro di travertino, in corrispondenza della ringhiera, asportato vandalicamente, e sostituito di recente nell'opera di risarcimento con un pilastro laterizio, sono evidenti i due arconi e la soprastante volta a botte inclinata

Ora quasi tutti questi arconi hanno una singolare disposizione esterna; il modo appunto con cui terminano a ridosso dello spigolo dei pilastri di travertino li farebbe ritenere completamente mancanti di un piano d'imposto. Se questo fosse effettivamente avvenuto, l'impiego di questi archi e dei corrispondenti pilastri di travertino su cui terminavano, non avrebbe trovato giustificazione.

Invece un'indagine accurata, fatta dove l'arco è scomparso, o dove manca un tratto dei paramento, mi ha rivelato la esistenza di un pulvino d'imposta, emergente dai lati di uno dei conci di travertino situati nella parte alta di ciascun pilastro; questo pulvino interno di imposta mascherato dal paramento esterno assicurava all'arcone stesso l'appoggio e la stabilità. La fig. 17 ci mostra schematicamente il pulvino di un pilastro, ed il tratto di arcone che vi insiste e l'altra fig. 18 la riproduzione di un concio ancora in opera con il suo rozzo pulvino d'imposto.

A questa constatazione si è poi aggiunta l'altra, secondo la quale le strutture in opus quadrato di tufo e quelle superiori in opera laterizia, fig. 19-20, di riempimento tra i pilastri di travertino 3-4-5-6 e che insieme a questi costituiscono le pareti radiali dell'anfiteatro, si possono considerare come completamente indipendenti dai pilastri stessi e dagli arconi superiori, e quindi anche costruiti dopo di essi, in un secondo tempo. Questa possibilità è resa più evidente

dalla grande facilità con cui si può lavorare il tufo, e dalla nota abilità dei Romani nell'esecuzione dell'opus quadrato. Al piano terreno per esempio, dove i pilastri di travertino, 4-5, intermedi delle strutture radiali, hanno anche dei risalti e delle rientranze per assicurare l'immorsatura con la struttura in tufo di opus quadrato, nulla esclude che questa opera quadrata sia stata eseguita indipendentemente dalla costruzione dei pilastri in travertino, anzi questa indipendenza ci è documentata in modo evidentemente particolare nella fig. 21 che ci rappresenta un tratto di muro radiale con i pilastri di travertino 1-2-3-4. In queste riproduzioni il piano di posa dei corsi di opus quadrato, è affatto indipendente dai piani di posa dei massi di travertino dei pilastri stessi. Ora se questa indipendenza non risulta a prima vista in modo egualmente evidente in tutti i muri radiali dei piano terreno, un'infinità di minuti particolari che non possono sfuggire ad una attenta investigazione, ce ne fanno assolutamente certi. Dei resto basta che essa sia dimostrata in diversi punti perché possa essere accertata per tutta l'opera restante. Al secondo ordine dell'anfiteatro questa indipendenza tra i pilastri di travertino ed il riempimento in tufo o in laterizio, è indiscutibilmente dimostrato dalle documentazioni fotografiche. La fig. 23 rappresenta un tratto di uno dei pilastri di travertino dei secondo ordine e l'opera quadrata che gli è addossata, la fig. 22 i pilastri di travertino e l'opus laterizio che li unisce e che trovasi anche al secondo ordine.

Ora l'ufficio di questi arconi non sarebbe comprensibile se essi fossero stati eseguiti direttamente sopra le murature che risultano a loro sottostanti; queste poi hanno uno spessore tale che sarebbe stato ridicolo alleggerirle, con archi di scarico, dei lieve peso rappresentato dalle volte rampanti costituenti la cavea. Risulta chiaro allora il concetto geniale della costruzione dell'anfiteatro. I pilastri di travertino, nella zona sottostante alla cavea, in un certo momento completamente isolati, formavano un organismo solo con gli archi rampanti che li collegavano, e questi e quelli in un primo tempo sostenevano, in uno scheletro indipendente di archi e pilastri, le volte di sostegno della cavea, prima che le murature di riempimento tra i pilastri stessi fossero eseguite. Le dimensioni di questi pilastri e la loro costituzione li rendevano perfettamente rispondenti al carico loro assegnato ed alla funzione loro imposta, che rivela un vero tratto di genio costruttivo ed organizzativo degli antichi Romani (Fig. 24). Questo procedimento tanto semplice, quanto evidente, ha consentito di giungere in modo rapidissimo alla costruzione dei grande imbuto della cavea ed alla copertura dei secondo ordine di ambulacri; nello stesso tempo ha reso possibile costituire due vastissimi ordini di cantieri di lavoro sulla stessa superficie; un primo in basso completamente al coperto per lavorare anche in tempo di pioggia, ed un secondo in alto sopra il piano della cavea, per la costruzione della parte superiore dell'edificio. Nella parte coperta, ossia nei cantieri inferiori si sviluppavano tutte le numerose murature tra i pilastri di travertino, le volte rampanti delle scalee, fig. 25, le volte perimetrali di copertura dell'ambulacro terreno, gli intonaci e le opere decorative a stucco; nei cantieri superiori tutte le opere murarie, relative alla costruzione degli ultimi due ordini dell'anfiteatro, dei podio, delle gradinate e la costruzione dei portico ligneo terminale. E’ singolare che questo metodo costruttivo richiami uno schema d'ingabbiature che troviamo frequente nelle province romane dell'Africa, ad es. in Timgad, in reticolati di pilastri ed architravi di pietra (Fig. 26).Esso sopravvive nel Medio Evo in una forma che offre interessanti raffronti nelle così dette case Torri Pisane, del XII secolo, in cui i pilastri in pietra e gli archi ogivali e gli architravi intermedi racchiudono il riempimento della parete, in laterizio (Fig. 27).

Ed è lo stesso concetto ispirato ad analogo scopo; quello di sdoppiare cioè l'ossatura dal riempimento, per giungere rapidamente al compimento dell'opera sviluppando lo spazio dei cantieri, creando una grande superficie di piani sovrapposti e in modo di suddividere ed attaccare il lavoro in vari punti.

con quello esterno.

Questa limitazione nell'innalzamento delle armature interne dell'anfiteatro tolse il mezzo di 0 0 sollevare, al di1 F sopra delle volte suddette, i grossi massi di travertino o di tufo dell'opus quadrato, largamente adoperati nelle strutture sottostanti, perciò tutte quelle al disopra di 0 0 1 F

0 0 que ste volte, ad eccezione dei muro esterno, sono in con 0 0 1 F glomerato cementizio e quindi costruite da materiale mi1 F nuto facilmente sollevabile, senza bisogno di potenti armature. Rispetto alla parete esterna perimetrale la speciale costruzione a sbalzo delle armature che 0 0 veniva a togliere loro una grande parte dell'efficienza, obbligò indubbia 0 0 1 F mente a ridurre il volume dei conci di travertino da sol 0 0 1 F levare, rispetto a quelli degli ordini inferiori. Ora la docu1 F mentazione di questa minore resistenza dei ponte a sbalzo noi la desumiamo dal fatto 0 0 che il muro esterno dell'ul1 F timo ordine, oltre avere uno spessore minore di quello sottostante, è anche costituito solo per la metà della sua grossezza con conci di travertino, contro i quali è addossata, per l'altra metà dello spessore, una struttura in malta di scaglie di pietra e laterizio. 0 0 La costituzione in due strutture diverse di questo muro non può assolu1 F tamente attribuirsi al proposito di diminuire il suo carico sull'ordine sottostante; la differenza sarebbe stata 0 0 1 F

0 0 insi gnificante rispetto al diverso peso specifico della mura 0 0 1 F tura e dei travertino. Rappresenta invece un grande van1 F taggio per aver ridotto il lavoro di sollevamento dei blocchi di travertino i quali avevano un volume minore, proporzionato alla resistenza dei ponte a sbalzo, come può osservarsi all'esterno paragonando la grandezza dei blocchi di pietra di quest'ordine con quelli degli ordini sottostanti.

i cantieri

Non tutti i 33 pilastri esterni, superstiti dell'intero terz'ordine, hanno le sporgenze o mensole di 0 0 cui ab1 F biamo stabilito l'importante ufficio a loro assegnato durante la costruzione dell'anfiteatro. Quelli mancanti di questa caratteristica sporgenza sono compresi tra i for-nici 41-42 e 45-46-47 e perciò in tutto tre pilastri, disposti in corrispondenza, quasi, dell'estremità di un quadrante, nella pian+a dell'edificio. 9 facile intuire che in corrispondenza di questi pilastri vi dovevano essere due castelli: uno più grande tra i fornici 45-47 ed uno minore tra quelli 41-42, in cui erano situati gli argani o i mezzi d'opera necessari al sollevamento dei materiale. Le armature di questi castelli, che partivano da terra, dovevano prima attraversare la volta di copertura del secondo ordine che era, come abbiamo detto, già costruita, fìg. 28 e poi interrompere per la loro ampiezza il ponte a sbalzo; risultavano perciò assolutamente inutili, anzi d'ingombro le mensole in corrispondenza dei castelli e quindi opportunamente non furono 0 0 ricavate dai pilastri. L'ubicazione poi di questi castelli corrisponde1 F rebbe alla estremità di uno 0 0 dei quattro cantieri in cui come vedremo, si può supporre divisa la fabbrica, ubi1 F cazione quindi perfettamente razionale.

Un'altra osservazione sulladisposizione delle mensole di appoggio dei ponte a sbalzo ritengo ci faccia individuare due diversi cantieri di lavoro (Fig. 32).Tra i pilastri compresi trail fornice XXXIX a LIV e cioè per tutto il quadrante verso il Fòro, le mensole dei pilastri hanno sempre un medesimo aggetto, ma sono però di dimensioni diverse e con il piano superiore di appoggio dei saettoni dell'armatura lignea, ed altezze variabili. Tutti gli altri 0 0 pilastri superstiti compresi nell'al1 F tro quadrante, dal fornice XXIII al XXXVIII hanno invece il piano superiore dei risalto ad un unico livello, anzi è tale la cura nell'ottenerio, che la mensola 0 0 quasi sem1 F pre non è costituita dal concio intero che sporge dal pilastro, come nell'altro quadrante, ma risulta ricavata a scalpello da un concio più grande, con dimensioni molto regolari ed uniformi rispetto alle altre prima considerate.

Queste diverse particolarità inducono ad un'unica conclusione: Che nel primo quadrante, i saettoni dei ponte a sbalzo erano di differente lunghezza, a seconda delle diverse altezze a cui si trova il piano d'appoggio sulle mensole dei pilastri, e poggiavano direttamente su queste.

0 0 Nel secondo quadrante, invece, un longarone dove 0 0 1 F va correre lungo tutto il perimetro dei muro esterno, so1 F stenuto ad un unico livello dalle mensole uniformi dei pilastri; sopra questo longarone dovevano appoggiare i saettoni dei ponte, che potevano così trovarsi anche in 0 0 corrispondenza dei fornici dei terz'ordine; in questo ul1 F timo modo i saettoni risultavano tutti di 0 0 uguale lun1 F ghezza e forse disposti ad una distanza costante tra loro. Così, se la fattura 0 0 accurata di uno stesso piano orizzontale di appoggio, sulle mensole, richiese un mag1 F gior lavoro, questo fu poi riguadagnato dalla maggiore semplicità della preparazione uniforme degli elementi dei ponte a sbalzo.

0 0 Da tutto ciò sono evidenti due concetti direttivi di1 F versi; certo la distinzione di due singoli cantieri ai quali presiedeva un unico criterio generale di esecuzione, che lasciava però, per i particolari, una certa libertà d'iniziativa ai dirigenti in sottordine. La divisione netta, in 0 0 cor1 F rispondenza dell'asse minore della pianta anfiteatrale, tra le due diverse specie di mensole, conferma nell'opinione di trovarci di fronte a due dei quattro cantieri, uno per ogni quadrante, in cuì si può supporre diviso il Colosseo, nel tempo della sua costruzione. La fig. 32 0 0 rappresenta appunto segnati in tinte diverse i due cantieri in corri1 F spondenza dei pilastri ancora esistenti. Anche la diversa cura con cui sono state eseguite le strutture in travertino ed in muratura, è un indice di più dell'esistenza di direzioni subalterne, relativamente indipendenti; intuitivo dei 0 0 1 F

0 0 resto in un'opera così colos sale e condotta con indiscutibile rapidità; in corrispon1 F denza 0 0 infatti dei cantiere dei primo quadrante, dal for1 F nice 39 al 54, si può constatare, fig. 33-34, una 0 0 certa trascuranza delle buone norme costruttive e di un accu1 F rato collegamento verticale dei conci costituenti i pilastri cosa che non si verifica nell'altro cantiere. A chi poi richiedesse perché siano state lasciate le mensole di appoggio, una volta terminata la costruzione, èfacile rispondere che questo era un uso quasi costante dei costruttori Romani, i quali ritenevano, con un senso pratico che per noi oggi sarebbe forse eccessivo, opera superflua e poco economica sopprimere quegli elementi costruttivi, richiesti solo dalle transitorie 0 0 necessità di cantiere, e che dei resto, in qualche eventuale restauro po1 F tevano ancora essere utili. Informino: il Pont du Gard, il Ponte di Narni, ed il Ponte Cestio, il Fabricio, il Fiaminio, in Roma (Fig. 35-36). …….

Sollevamento fiere

L'immissione delle fiere nelle gabbie di sollevamento doveva essere fatta alcune ore prima 0 0 dell'inizio dello spettacolo, quando era possibile togliere alcune assi del1 F l'arena, per aereare ed illuminare i sotterranei in modo utile alla manovra.

Il passaggio delle fiere dai rimessini provvisori alle gabbie di sollevamento era ssolutamente 0 0 rapida e sem1 F plice; immesse nello stretto passaggio compreso tra le celle ed il muro a pilastri, 0 0 con un semplice gioco di can1 F celli, facilmente intuibile, si facevano arrrestare e si 0 0 1 F

0 0 in troducevano nelle rispettive gabbie, quando erano già in1 F nescati i pesanti contrappesi che le dovevano sollevare; quindi si riponevano a posto gli assi a ricostituire il piano dell'arena e si attendeva il momento dello spettacolo.