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La complessa storia del mediterraneo, analizzando le sue diverse culture, i confini mutevoli e le dinamiche di potere che lo hanno caratterizzato. Attraverso un'analisi critica delle narrazioni dominanti, il documento evidenzia la necessità di riconsiderare il mediterraneo come un'area ibrida e in continua evoluzione, sfidando le prospettive eurocentriche e aprendo nuovi orizzonti di comprensione.
Tipologia: Appunti
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La questione mediterranea - riferimento ad un testo incompiuto (1926) di Gramsci “La questione meridionale”—> subordinazione del Mezzogiorno al Nord Italia e la sua distanza dall’Europa moderna fanno parte di una cartografia in cui il Mediterraneo e i diversi sud del mondo sono visti come inferiori—> la geografia qui tracciava un assetto di potere ben preciso. Dalle osservazioni di Gramsci si evince che il Mediterraneo è culturalmente e politicamente prodotto. Rispondere alla questione mediterranea significa quindi registrare i rapporti di potere che richiedono che il Mediterraneo venga narrato in un modo specifico rispetto ad altre realtà storico-culturali. La cartografia convenzionale pecca nella narrazione—> imporre una regola e una narrazione singola implicherebbe sostituire la complessità di processi aperti, significherebbe accettare solo la storia di coloro che vogliono fermare la storia stessa per imporre il loro punto di vista come l’unico accettabile. Obiettivo —> lavorare oltre i confini stabiliti da un approccio monotematico e conclusivo, rimanendo però dentro la consapevolezza dei limiti che non permettono di ottenere il quadro completo—> sfida al quadro convenzionale del Mediterraneo. Attingendo al cuore della civiltà europea, alle sue origini greche e mediterranee, possiamo incontrare ulteriori geografie di comprensione, altri assi di interpretazione che rendono quel passato vicino e dirompente. Chi ha il diritto di narrare e perché? Scopo: restituire la storia stessa a un’altra storia e staccarsi dalla scienza geografica convenzionale, data per vera a priori, alla base delle nostre conoscenze e della nostra cultura. Il Mediterraneo, in questa prospettiva, è visto come un Mediterraneo migrante, che ha offerto ospitalità a molti popoli che viaggiavano in molteplici direzioni—> Mediterraneo come frontiera liquida, ma anche come terreno di pratiche conflittuali e di negoziazione fra attori: è uno spazio strategico, i cui confini e la cui mobilità è gestita dai potenti. Infatti, l’accesso alla cittadinanza, il diritto di narrare e il diritto stesso di avere diritti disturbano l’assetto politico esistente. In questo approccio è il luogo che conferisce alla storia forma e sostanza, si sposta l’attenzione all’ecologia materiale, ribadendo che la geografia è storia. Si considera un altro modo di ragionare e operare nel mondo—> anche le arti visive, musicali e letterarie ci forniscono dei linguaggi diversi con cui mappare e far emergere un Mediterraneo che sfugge a una definizione monotematica, confinata in una logica accademica e disciplinare. Lo spazio geografico “mediterraneo” è sovradeterminato da una prospettiva europea, fa parte dell’ordine moderno europeo e occidentale, sottotraccia di un assetto coloniale.
Si propone una sfida al quadro convenzionale del Mediterraneo, ciò significa pensare col Mediterraneo in termini multilaterali e pluridirezionali, senza ridurlo a una sola fonte o autorità. Tuttavia, l’assenza di una conoscenza estesa della storiografia araba, l’impossibilità di leggere gli archivi ottomani o di spaziare con competenza nella poetica letteraria e musicale che arriva dalla sponda meridionale costituiscono dei limiti significativi. Lo spaziotempo fa parte di un disegno dei saperi-poteri egemonici di chi, in un dato momento storico, è autorizzato a mappare e spiegare. Invece di parlare del Mediterraneo come oggetto stabilito dalle scienze sociali e umane di stampo europeo, possiamo iniziare a considerare l’intreccio e le sovrapposizioni di tre Mediterranei:
Asiatico, Africano, Europeo. Questi ci permettono di considerare un Mediterraneo intersecato e differenziato, che rompe con gli schemi interpretativi attualmente dominanti. Il Mediterraneo, infatti, come area intermedia tra Europa, Asia e Africa, diventa una configurazione multi-stratificata, un punto di dispersione e disseminazione. Dunque, si è imposta una certa visione occidentale del Mediterraneo tramite la violenza di un’Europa in ascesa globale. Tuttavia, non si può ignorare la presenza di altre storie e culture subordinate e silenziate, come la storia del Mediterraneo islamico o di quello coloniale. Nella storia dell’Occidente il Mediterraneo è stato oggetto di pensiero filosofico e storico ma, la sua centralità, è stata messa in discussione dallo spostamento di potere sull’asse atlantico nel Seicento. La storia stessa mostra come in alcuni momenti storici i rapporti di potere erano ribaltati, come accadeva nel XII secolo, quando le sponde africane e asiatiche erano notevolmente più ricche e sviluppate rispetto alla sponda povera e sottosviluppata europea. Sotto questo punto di vista bisogna quindi aprire la conoscenza trasmessa e istituzionalizzata alla possibilità di essere attraversata in direzioni differenti. Il Mediterraneo diventa, oltre che uno spazio storico-culturale o geo-politico, un luogo critico della modernità stessa. Prendendo spunto dall’analisi gramsciana, che vedeva il sud Italia povero e sottosviluppato, possiamo paragonarla alla visione odierna del sud del Mediterraneo in generale. Il tutto è determinato da una diversa spaziatura di poteri. Soprattutto dal XIX secolo, il Mediterraneo è stato trasformato in un lago coloniale e, dunque, è stato definito in modo schiacciante dagli interessi e dai poteri europei—> si riteneva che per essere moderni bisognasse esercitare un potere coloniale. La comprensione storica, politica e culturale del Mediterraneo è sostenuta dall’esercizio di poteri che impongono i loro diritti a mapparlo, controllarlo e definirlo. Anche il lavoro accademico e l’analisi critica spesso rimangono all’interno di questi parametri. Rinunciando all’idea che tutto inizi in Europa, possiamo invece accogliere la proposta che praticamente nulla inizi in Europa: a partire dalla dieta mediterranea fino alle logiche e tecniche delle sue scoperte scientifiche. Sappiamo che sono esistite altre mappe per concepire il Mediterraneo. Tra queste vi è la mappa di Al-Idrisi, realizzata nella metà dell’XI secolo: per i nostri occhi si tratta di un mondo capovolto, con il nord ubicato a sud e viceversa. Questa mappa sottolinea la profonda arbitrarietà dell’atto cartografico. Quest’ultima risponde a una conoscenza e a una serie di coordinate politiche ed economiche che orbitavano intorno ad altri centri rispetto a Roma, Parigi e Londra. In quel momento, infatti, il Mediterraneo si trovava sotto le definizioni di Baghdad, il Cairo, Cordova e perfino Palermo. Adottando questa prospettiva, anche le nozioni di Oriente ed Occidente risultano come delle costruzioni convenzionali (Gramsci). A tal proposito, Edward Said, critico palestinese, parla della costruzione dell’Oriente e l’emergere del campo di sapere che egli ha definito “orientalismo”, sradicando la cartografia abituale del Mediterraneo. Gli altri, le altre, nella prospettiva convenzionale, sono razzialmente ridotti alle categorie del ‘non ancora’ moderno, e quindi esclusi dalla ratio della cittadinanza e dei suoi diritti. L’obiettivo è di aprire un archivio che si rifiuta di stabilizzarsi o di chiudersi, come di rispettare l’autorità degli accordi esistenti. I negati insistono sul loro diritto di narrare. Si pensi all’Islam: forza storica e culturale esterna contro cui l’Europa ha apparentemente definito sé stessa per oltre mille anni. L’Islam è stato presente in molte aree d’Europa per un periodo molto più lungo di quello della cristianità in altre zone. Nella narrazione moderna della nazione questa formazione è sia semplificata, sia censurata. Quando tale narrazione incorpora il contatto con i migranti, la figura stessa del migrante si sovrappone, con gerarchie variabili a seconda del momento storico, a quella del rifugiato o richiedente asilo, come elemento di conferma o disturbo del confine. La natura emergenziale dell’intervento a favore dei rifugiati risponde alla necessità di “lasciare posto” nello spazio nazionale d’arrivo prima alle vittime accertate di violenza diretta, poi a chi potrebbe
L’invenzione del sud Europa è un processo innegabile e il cosmopolitismo ne è stato strumento. Anche la tensione tra locale e globale, e parallelamente tra nazionale e sovranazionale, ha a che fare con l’organizzazione coloniale del potere su cui si fonda la modernità occidentale. Una forma di “cosmopolitismo egemonico” continua a perpetuare nelle città mediterranee, unendosi a diffidenza e asimmetria. Disfacendo l’interpretazione europea è anche possibile proporre voci, corpi e storie che tale spiegazione ha marginalizzato strutturalmente e cercato costantemente di privare di autorità. Le storie e le culture islamiche, arabe e turche come componenti del Mediterraneo e dell’Europa sono ridotte a dettagli culinari e inflessioni musicali, note minori nell’epopea dello sviluppo occidentale. Il deserto costituisce uno spazio significativo in termini di costruzione e articolazione dei confini e dei rapporti di confine—> spazio non tracciabile. In relazione alle migrazioni il deserto diventa, nell’immaginario occidentale, un confine ultimo, territorio non tracciato e non tracciabile. Il deserto è riscritto nei traumi di quei migranti che attraversano il Sahara e la Libia per raggiungere il mare—> deserto come allegoria dell’incontrollabilità del confine. Il deserto si unisce al Mediterraneo su due livelli:
Il Mediterraneo è il risultato di costruzioni e processi sociali. Il suo tempo e il suo spazio sono prodotti, spiegati e analizzati tramite processi storici di interpretazione. Ci furono e ci sono diversi ‘mediterranei’. Ci troviamo oggi con un Mediterraneo elaborato in un ordine moderno di stampo europeo, eredità di una configurazione coloniale. I cinque ‘mediterranei’ preponderanti:
Ciascuna situazione del Mediterraneo rimane sottotraccia nei secoli a venire, lascia delle sedimentazioni che vengono spesso sepolte dai vincitori, che mappano il mondo secondo la loro visione. Il sistema-mondo islamico Nel XIII secolo vi era una presenza europea sul Mediterraneo, ma il fulcro commerciale risiedeva nel Medio Oriente , che collegava il Mediterraneo con l’ Oceano Indiano. La nostra attenzione è rivolta non al nord del Mediterraneo, e quindi all’Europa, ma al sud e all’ est , che delineano la storia del Mediterraneo non come blocchi temporali, ma come flussi. Il mondo islamico , le popolazioni arabe , turche e mongole hanno contribuito grandemente alla diffusione di cultura e beni in Europa. Così il Mediterraneo assume un nuovo sguardo , un potere che non è unico europeo come nell’ottocento, ma nel trecento vi sono incontri , scontri tra diverse popolazioni; fino all’XI secolo il mare era controllato dalle forze musulmane. Ad attraversare il mare, in entrambe le direzioni, non solo eserciti e mercanti , ma anche storici e geografi. Considerare nel quadro del Mediterraneo anche le potenze e influenze orientali significa riconfigurare la rappresentazione della sua storia e mettere in discussione la superiorità occidentale. Nel 1492 , oltre alla scoperta dell’America, abbiamo anche l’ espulsione dei musulmani e degli ebrei dalla Spagna ; in questo momento comincia l’ inquadramento occidentale del Mediterraneo. Il Mediterraneo ottomano Durante il XV e XVI secolo vi furono diverse espansioni ottomane , che inclusero anche attacchi e razzie in Italia meridionale. Tunisi, Tripoli e Algeri erano i porti di base dei corsari barbareschi che navigavano in lungo e in largo il Mediterraneo e attaccavano le navi cristiane europee, schiavizzando i prigionieri. Azioni di schiavitù erano comunque messe in opera anche da parte degli europei nei confronti degli africani , spediti in America a lavorare nelle piantagioni. Questo quadro di schiavismo permette di osservare un quadro completo del Mediterraneo , Asia e Africa comprese.
Durante l’ottocento il Mediterraneo si trasforma in un lago coloniale , sotto la gestione della Francia , della Gran Bretagna e dell’ Italia. Il colonialismo invade questi spazi, portando non solo controllo militare ma anche cultura e conoscenza. La colonizzazione vuole trasformare i territori in vere e proprie appendici dei paesi colonizzatori. I flussi che attraversano il Mediterraneo, sia da sud a nord che da nord a sud, sono guidati da un’economia politica transnazionale e dalla mondializzazione del mondo da parte del capitale. L’Europa ha avuto una grande influenza nella costituzione del Nord Africa e del Medio Oriente. I musei che espongono beni e oggetti provenienti da altre parti del mondo, giustificano e costruiscono il senso culturale di appartenenza che traccia confini tra noi e gli altri. L’ archeologia è appropriazione e colonizzazione. Le frontiere sono fluide , i territori sono mobili e multidimensionali , i poteri sono elastici. Sul Mediterraneo, l’Europa e l’Italia costruiscono muri , militarizzano i confini e gli spazi pubblici, in una perpetua guerra contro il sud. Rotte postcoloniali Lo Stato nazionale non è un concetto naturale, ma nasce da una costruzione dell’uomo, spesso marcata di sangue e guerre. La storia solitamente si limita a raccontare la visione delle potenze dominanti , nonostante esistano anche altri punti di vista. Il colonialismo persiste nella concezione che gli europei moderni hanno degli arabi, come sottosviluppati. Per rompere questa visione, bisognerebbe abbandonare il termine Medio Oriente, che fa riferimento alla posizione nel mezzo tra Londra e la sua colonia indiana, come Oriente. Si potrebbe preferire il termine Mediterraneo orientale. Ma cambiare la nomenclatura è solo il primo passo. Le parole sono comunque lo specchio della realtà di chi ha coniato tali parole.
confine si stringe sui corpi di donne e uomini in movimento, nelle terre di confine tra Messico e Stati Uniti o nel mar Mediterraneo, è in fondo un eco della violenza della fondazione quello che ascoltiamo. Anche nell’antichità classica sul limes si fronteggiavano e si ibridavano culture. I territori di confine erano teatri di scambi in cui agivano mercanti, contrabbandieri e emissari di pirati. Fin quando, intorno al III sec. a. C., iniziò a circolare un altro tipo di merce, gli schiavi. La schiavitù-merce si era diffusa a Roma, portando violenza e minaccia di lotte di confine. Esempio di lotta di confine è la rivolta di Spartaco, gladiatore di Tracia. Diversi secoli dopo, il limes sarebbe stato travolto da quelle che noi chiamiamo “invasioni barbariche”, ma che in Germania si studiano come “grandi migrazioni di popoli”. La rappresentazione del confine più naturale per noi, ancora oggi, è quella di una linea geometrica astratta che separa sulla mappa territori nazionali, caratterizzati da diversi colori. Per quanto naturale possa essere considerata questa definizione, la storia stessa del confine testimonia come la sua origine “lineare” venne accantonata, il confine guadagna spazio e si allarga fino a prefigurare la cosiddetta frontiera. Con la nascita degli Stati moderni c’è stata, conseguentemente, quella della cartografia moderna, che ha ricondotto il confine a una dimensione lineare. Tutto questo avvenne sul suolo europeo, fuori si svolgeva un’altra storia in cui l’espansione delle potenze europee si realizzava nella continua apertura di spazi di frontiera (ovvero spazi di genocidio e di estrazione di risorse). Il confine statuale è legato a una metamorfosi della terra, metamorfosi che ne configura politicamente e giuridicamente una “porzione” come territorio statale (e nazionale). Il territorio non può esistere senza essere delimitato da confini. Eppure i confini stessi sono diventati un presupposto scontato dell’ordine politico. Molto importante in quest’ambito è l’opera di Carl Schmitt, il “Nomos della terra”, una ricostruzione delle origini dello spazio globale al cui interno la modernità si è collocata fin da principio. Quest’opera ci consente di risalire all’originario intreccio tra la vicenda del confine lineare in Europa e le “linee globali” tracciate per regolare l’espansione globale europea dopo la “scoperta del nuovo mondo”. La geopolitica è lo studio dell’articolazione dello spazio globale in base a logiche politiche e capitalistiche. Modifica in modo profondo la rappresentazione e la stessa categoria. Nella nuova fase della globalizzazione sono diventati ancora più evidenti processi di moltiplicazione dei confini. Ma questi ultimi non sono la dimostrazione della natura retorica della globalizzazione, piuttosto i confini costituiscono un punto di vista privilegiato da cui indagare i processi globali reali in atto Domande « La Questione Mediterranea »
1. A cosa è ispirato il titolo del libro? Il titolo del libro è ispirato all’opera “La questione meridionale” di Gramsci del 1926. Fra i due scritti corre un parallelismo nel paragone fra Nord e Sud Italia e Mediterraneo settentrionale e meridionale/orientale. Gli spazi vengono contrapposti per il divario socio-economico da cui sono caratterizzati, e vi è un opposizione fra due mondi che vengono descritti come diversi, uno dominante e uno subalterno e secondario. Nel caso di “La questione mediterranea”, si cerca di superare la visione dell’Occidente e dell’Europa come mondo superiore e moderno, mentre il Medio Oriente e il mondo islamico vengono rappresentati come realtà subordinate e secondarie, dominate dal fondamentalismo religioso. Un chiaro esempio in cui è possibile individuare i riscontri, anche subconsci, di questo (falso) mito della supremazia Occidentale, sono i fatti successivi alla strage di
Charlie Hebdo, il giornale satirico francese la cui sede è stata vittima di un attentato terroristico in seguito alla pubblicazione di vignette con intento satirico ritenute offensive nei confronti dell’Islam e dei suoi praticanti: la testata francese è stata rappresentata come vittima, simbolo della libertà di stampa che vige in Francia, paese moderno e all’avanguardia, mentre gli attentatori sono stati rappresentati come l’emblema di società chiuse, inferiori ed arretrate. Il Mediterraneo è quindi erroneamente sottoposto ad un pensiero dominante euro-centrico: in realtà l’intreccio di storie e culture che lo hanno caratterizzato, specialmente nel passato quando l’Europa è stata a sua volta considerata come periferia, lo rendono una realtà ibrida, in continuo cambiamento. Questo perché è il risultato di processi sociali, politici e culturali. Il Mediterraneo è una costruzione, e il suo inquadramento è fortemente legato alla cartografia, ovvero la rappresentazione dei suoi spazi, sempre più sottoposta ad un punto di vista dominato dall’Occidente.
2. Pensando con il tuffatore.
tempi della colonia greca, e quindi testimonianza del passato coloniale e dello scontro e incontro fra
Il dipinto raffigura uomini dalla pelle scura, scontrandosi con la visione erronea che rappresenta i personaggi della Bibbia come bianchi e ariani nonostante la narrazione dei fatti abbia luogo in Medio Oriente. Trovandosi all’interno di un sarcofago per millenni rimasto occulto, il dipinto del tuffatore non era destinato ad essere trovato. Il sarcofago è stato aperto come un archivio, e grazie a questo è riuscito a portare testimonianza di un passato che non avremmo altrimenti potuto conoscere, capacità che solo l’arte, in quanto anacronistica, possiede: lo stesso va fatto con la storia del Mediterraneo. L’archivio del Mediterraneo e della storia che lo hanno caratterizzato va aperto, e i suoi contenuti fatti riaffiorare, per indagare tutte quelle narrazioni che sono state messe in secondo piano dalla storia e dalla geografia del potere, cercando di rompere la linearità della storia e degli spazi, mantenendo un inquadramento dinamico.
3. Mappe e cartografia Le mappe sono delle rappresentazioni semplificate dello spazio, che ne mostrano le relazioni fra le parti che lo compongono. Le mappe non sono piatte, perché́ lo spazio non si limita alla superficie, ma si estende sopra le nostre teste e sotto i nostri piedi. Le mappe non sono neutre, ma la cartografia è un atto fortemente arbitrario: parliamo di geografia del potere, oltre che di geografia degli spazi. Dunque, le mappe non rappresentano solo confini fisici e lineari, ma anche confini cognitivi: dettano il tipo di inquadramento che dobbiamo adottare, suggerendo ciò̀ che è incluso e ciò che è escluso. I confini sono quindi criticamente e culturalmente produttivi. 4. Rappresentazione dei fenomeni di immigrazione – mappe alternative La rappresentazione del fenomeno dell’immigrazione, che nell’ultimo decennio in particolare ha caratterizzato il Mediterraneo con movimenti di migranti attraverso i Balcani o dalle coste della Libia verso l’Italia Meridionale, è fortemente condizionata dai media. Mappe alternative, dette countermaps, o altri tipi di mappe come le deep-maps o le partecipative-maps, hanno lo scopo di raccontare questi fenomeni migratori sotto un altro punto di vista, servendosi della cartografia per ricostruire storie e per documentare gli eventi tragici che avvengono nelle acque del Mediterraneo. Alcuni esempi sono Eurosur live map, the left to die boat, the migrant files, frontex, the migmap ... Eurosur live map è un sistema di sorveglianza delle coste dei paesi membri dell’Unione Europea, che tramite l’uso di tecnologie all’avanguardia, fra cui sensori termici e di movimento, radar e dispositivi di tracciamento, cerca di prevedere e prevenire (cartografia anticipatoria) eventi tragici nelle acque del Mediterraneo. Lo scopo è quello di coordinare le operazioni di salvataggio in mare, combattendo i fenomeni di immigrazione clandestina e di criminalità̀ transfrontaliera. Le tecnologie vengono
Riaprendo l’archivio storico del Mediterraneo, in cerca di storie non lineari e mappe alternative e dinamiche, dobbiamo quindi procedere con una ricostruzione del passato storico che ha caratterizzato il bacino fra Nord Africa, Europa e Medio Oriente, considerando 3 mediterranei: quello africano, quello europeo e quello asiatico. Nel ‘300 l’Europa aveva ruolo periferico, inferiore rispetto al ricco Medio Oriente, al centro degli scambi mercantili e unico mediatore fra Europa e India. Le crociate furono un tentativo di appropriazione delle ricchezze del Medio Oriente. Con la scoperta delle Americhe, nel 1492, e l’inizio del Medioevo, il mondo islamico cominciò ad essere marginalizzato, e il fulcro socioeconomico si cominciò a spostare verso l’Europa. Nello stesso anno, 1942, gli ebrei furono espulsi dalla Spagna, e l’eterogeneità che fino a quel momento aveva caratterizzato l’area mediterranea cominciò a trasformarsi in omogeneità, con la nascita dell’idea di appartenenza. Tuttavia, fino al ‘600, le forze musulmane continuarono a dominare una buona parte del Mediterraneo. I corsari attaccavano le navi nemiche in cerca di merce di uomini da rendere schiavi o da rapire con l’obiettivo di ricevere denaro per il riscatto. Numerose zone del Sud Italia furono saccheggiate. Nel Mediterraneo si aprì la tratta degli schiavi, con traffico di esseri umani, mentre nell’Oceano Atlantico succedeva lo stesso, con il ruolo attivo dell’Europa nella vendita di schiavi neri destinati alle piantagioni nelle Americhe.
6. Colonialismo Nell’800 l’Europa si riguadagnò il dominio del Mediterraneo, che divenne una sorta di lago coloniale. Con la rivoluzione industriale e l’ascesa graduale del capitalismo, il colonialismo divenne sinonimo di modernità̀ ed avanguardia, e divenne strutturale. Distinguiamo due tipi di colonialismo: classico e di insediamento. Il colonialismo classico prevede l’occupazione territoriale con una marginalizzazione delle popolazioni locali, ritenute inferiori e non utili per lo sviluppo socioeconomico del paese invadente. Un esempio di colonialismo classico è quello della Francia e della Gran Bretagna in Medio Oriente: durante la Prima guerra mondiale i due paesi firmarono un accordo per la divisione delle province circostanti al canale di Suez per avere entrambe un accesso garantito all’oceano Indiano. Con colonialismo di insediamento ci riferiamo invece a tutte le pratiche di sterminio delle popolazioni locali, con genocidi e pulizia etnica, come avvenne ad esempio in Nord Africa. L’Italia si impegnò negli anni ’10 del XX secolo in una campagna coloniale nel corno d’Africa, che risultò fallimentare. A prescindere dal ricavo di risorse umane ed economiche, tuttavia, il colonialismo strutturale del XIX e XX secolo aveva anche un altro obiettivo: quello di coniare l’idea di identità̀ ed appartenenza nazionale, un concetto quindi non naturale, perché́ frutto di un esercizio di violenza brutale. Possiamo quindi constatare che l’integrità̀ dell’ideale di appartenenza e identità̀ degli Stati europei si basi esclusivamente sull’attività̀ coloniale che questi paesi hanno svolto. 7. Storiografia alternativa Così come la cartografia e la geografia, anche la storia è stata scritta da un certo punto di vista. È necessario riaprire l’archivio storico del Mediterraneo, questa volta dando spazio a tutti quei corpi, quelle voci e quelle culture che sono state silenziate o marginalizzate dalle narrazioni lineari convenzionali e dominanti, come quella araba e quella turca. La linea convenzionale spazio-temporale si interrompe, e si compie un tentativo di ricostruzione adottando un cambiamento di prospettiva. Il Mediterraneo è un’entità̀ ibrida e multi-stratificata, e ogni strato è stato ed è tutt’oggi fondamentale per la sua definizione. Parliamo di contro-storiografie, che comportano una rottura dell’uniformità̀ delle narrazioni dominanti. L’archivio viene riaperto e rivitalizzato: le narrazioni europee ed occidentali non vengono cancellate, ma affiancate da altre storie che fino a questo momento sono state limitate sullo sfondo, e di cui ormai si coglie solo l’eredità culinaria, musicale o artistica. 8. Mediterraneo migrante
Il Mediterraneo è da sempre stato caratterizzato da movimenti migratori e spostamenti di grandi gruppi, che ne hanno reso i confini estremamente liquidi e malleabili. È interessante notare come le narrazioni autoreferenziali e dominanti dell’Europa costruiscano, specialmente attraverso i media, l’immagine del fenomeno dell’immigrazione e del corpo delle migliaia di persone coinvolte (rifugiati di guerra, richiedenti asilo...). L’immagine dominante è senza dubbio quella dei barconi stracolmi di persone che arrivano sulle coste dell’Italia meridionale, spesso con percorsi tutt’altro che semplici, e mai senza lasciare indietro delle vittime, fra uomini, donne e bambini. Tuttavia, la rotta migratoria più̀ usata dal 2015 è quella dei Balcani, attraverso cui i migranti cercano di avere accesso all’Ungheria per poi spostarsi verso la Germania e il cuore dell’Unione Europea servendosi del trattato di Schengen. I due percorsi sono tuttavia rappresentati diversamente. L’attraversamento dei Balcani e le immagini diffuse riguardo ad esso sembrano suscitare maggiore compassione nei confronti dei cittadini europei; un esempio è la fotografia del bambino siriano morto su una spiaggia dell’Egeo, con il volto nascosto nella sabbia, che ha fatto il giro del mondo ricevendo commenti di compassione. I motivi sono inconsci e trovano le loro radici nel passato coloniale delle nazioni europee, specialmente quelle in cui l’identità̀ nazionale si è formata durante il periodo coloniale lungo ‘800 e ‘900.
9. Razzializzazione Parliamo di razzializzazione, un processo che prevede una classificazione dei migranti sulla base della loro appartenenza etnica o religiosa. Il concetto di razza, ormai si spera superato, prevede l’attribuzione di competenze particolari a gruppi specifici di individui sulla base delle loro caratteristiche biologiche. Questi processi non vengono ovviamente resi espliciti ed evidenti dalle politiche di gestione dell’immigrazione europee, ma è chiaro che siano in maniera inconscia inseriti all’interno delle logiche sociali e culturali dei cittadini europei (razzismo culturale). Un esempio di classificazione e gerarchizzazione dei migranti può̀ essere, come mostrato dagli studi di Gerner del 2007, il pregiudizio nei confronti delle persone non bianche per quanto riguarda la facilità di inserimento ed integrazione nei paesi europei. Le persone non bianche sarebbero infatti ritenute più̀ problematiche, e il loro inserimento a sua volta più̀ complicato a causa delle differenze culturali e religiose. Un altro esempio sono le diverse concessioni per la libertà di movimento fra i paesi membri dell’UE, che dovrebbe essere garantita a tutti i cittadini dei paesi partecipanti e a tutti coloro in possedimento di regolare permesso di soggiorno. Nella classificazione e gerarchizzazione dei migranti entra in gioco anche il valore economico, ovviamente legato al sistema capitalistico, che prevede un più̀ facile accesso ed inserimento per coloro che dimostrano di avere una maggiore disponibilità̀ economica o coloro che posseggono una migliore offerta di forza-lavoro. L’integrazione dei migranti può̀ seguire due tipi di sistemi, uno emergenziale, con l’integrazione primaria dei rifugiati di guerra e rifugiati politici, o uno capitalistico, con la priorità̀ a chi promette maggiore forza-lavoro. Tutti questi processi di classificazione hanno quindi origine da logiche inconsce, e il Mediterraneo è in grado di riportarle alla luce e di renderle evidenti. Parliamo di scapegoating, ovvero la ricerca di un capro espiatorio, un individuo o gruppi di individui da marcare come causa di tutti i problemi presenti. In Italia queste logiche inconsce sono note in superfice, ad esempio, attraverso le numerose proposte politiche avanzate ma mai concretizzate sullo ius soli, ovvero sull’assegnazione della cittadinanza italiana a individui nati in Italia anche da genitori non italiani, mentre restano in vigore solo lo ius sanguinis e lo ius scholae. 10. Cosmopolitismo Con cosmopolitismo ci riferiamo alla convivenza con un rapporto più̀ o meno egualitario fra diverse culture, lingue, religioni, costumi... Nell’area del Mediterraneo dobbiamo però parlare di cosmopolitismo egemonico, perché́ tutto ciò̀ che riguarda l’Europa, i suoi interessi e le sue caratteristiche, assumono sempre una posizione dominante. Questo fenomeno è alimentato inoltre
«Libia»
1. Abu Salim, la prigione del pensiero Intervista di Francesca Mannocchi a Hussein, ex detenuto nel carcere di Abu Salim. Abu Salim è un carcere libico segnato da una strage avvenuta il 26 giugno del 1996, che Hussein descrive come l’inizio della rivoluzione. La strage ebbe luogo in seguito alla richiesta di alcuni prigionieri di un miglioramento delle condizioni della prigione: chiedevano di poter vedere i parenti, di poter uscire all’aria aperta più̀ spesso, e di essere finalmente processati, in quanto la maggior parte dei detenuti erano prigionieri politici incarcerati senza processo e senza possibilità̀ di difesa. Il 25 giugno alcuni prigionieri presero in ostaggio due guardie e aprirono le celle radunando il resto dei detenuti nei cortili, dove venne aperto il fuoco dalle torri, segnando le prime vittime della strage. Tra il 25 e il 26 giugno si cercarono le prime mediazioni fra cinque detenuti e due capi dell’intelligence, che in un primo momento accettarono le richieste, riconducendo i detenuti nelle celle. Ma all’alba i prigionieri vennero prelevati e divisi in gruppi, alcuni nella zona militare della prigione, altri nei diversi cortili: le guardie spararono sulla folla, risparmiando pochissime persone. Hussein fu uno dei sopravvissuti, e fu libero solo nel 2011, quando la figlia aveva 24 anni. Insieme tornarono sul luogo per ricordare il terribile passato ormai superato, e Hussein faticò nel rispondere alle domande e alle curiosità̀ della figlia sulle atrocità̀ che i prigionieri avevano subito nella prigione. Hussein racconta a Francesca Mannocchi i suoi ricordi del periodo da prigioniero, menzionando le madri e le figlie dei detenuti che viaggiavano migliaia di chilometri per portare dei doni ai parenti, inconsapevoli del fatto che fossero già̀ morti. I parenti dei detenuti venivano lasciati ad aspettare per ore sotto al sole, nessuno forniva loro delle notizie sui loro cari, e alla fine i doni venivano smezzati fra le guardie. Hussein ricorda Faliha, figlia di Mustafa, che per 7 anni continuò a portare doni insieme alla madre alla prigione inconsapevole che il padre fosse venuto a mancare nella strage del ’96. Mustafa fu arrestato nel 1995, accusato di far parte di un gruppo antigovernativo, prelevato nel bel mezzo della notte e mai processato. Hussein sostiene che dopo la morte di Gheddafi le condizioni della Libia non siano tuttavia migliorate. 2. Nebbia libica Le informazioni fornite sono il frutto di un’intervista di Francesca Mannocchi ad Amir, un ragazzo eritreo di 22 anni imprigionato nella prigione di Zawiya, oggi chiusa ma che nel 2014 (ai tempi dell’intervista) ospitava 1200 persone. Amir racconta delle condizioni disumane della prigione, dove i detenuti venivano suddivisi in stanze senza finestre e buie, senza bagno, senza cibo e acqua, sulla base della nazionalità̀. Le condizioni igieniche erano scarsissime, tanto che diverse malattie giravano fra i detenuti e si diffondevano con estrema facilità. Lo spazio per distendersi a terra era limitato, e i detenuti facevano a turni per dormire poche ore, mentre gli altri erano costretti a stare in piedi. Amir racconta anche del suo passato prima di essere imprigionato: era uno studente di ingegneria e fuggì dal suo paese in cerca di un futuro migliore, ma una volta arrivato in Libia ed imbarcato, il suo gommone si danneggiò, e la nave fu intercettata da una banda armata, e lui fu quindi condotto a Zawiya. Amir parla anche degli scafisti, rappresentati come organizzatori dell’immigrazione clandestina dai media europei, ma in realtà̀ a loro volta migranti, scelti perché́ in grado di parlare arabo e di leggere un GPS ed una bussola. 3. Isaa e Hafed
Isaa lavora per la guardia costiera libica a Garabulli, a est di Tripoli. Il suo compito è quello di intercettare le imbarcazioni in difficoltà e di intervenire per il salvataggio dei migranti, ma il compito è reso difficile da diversi fattori: in primo luogo, la sua base è una piccola stanza con pareti di cemento, con strumenti non adeguati per un’intercettazione tempestiva delle barche in difficoltà; in secondo luogo, l’unico mezzo che ha a disposizione è una barca di proprietà̀ della sua famiglia, visto che il governo non fornisce nessun tipo di aiuto economico. Si può̀ dire che il governo libico oltre a non intervenire non è nemmeno definibile come tale, in quanto formato da militanti armati. Isaa difficilmente riesce ad avere successo nelle operazioni di salvataggio. Sostiene inoltre che tutti a Garabulli abbiano un ruolo ed una responsabilità̀ nel traffico di esseri umani, perché́ è l’unico modo per guadagnare dei soldi e perché́ in caso di rifiuto i trafficanti minacciano di morte, e che ai tempi di Gheddafi la situazione fosse migliore: i migranti dovevano raggiungere l’Europa per mettere pressione politica, mentre al giorno d’oggi ai trafficanti interessano solo i soldi del biglietto, e non il destino delle migliaia di persone che si imbarcano alla svolta di un mondo migliore. Hafed è un trafficante di cinquantacinque anni, e svolge il suo lavoro dai tempi di Gheddafi. Sostiene che il traffico degli esseri umani verso l’Europa sia ormai divenuto un vero e proprio business, e che coloro a capo di questa economia siano figure anonime, che nessuno conosce, di cui nessuno parla. Hafed è costretto a questo lavoro per mantenere la sua famiglia, avendo tre figli. Ormai tutto in Libia ruota intorno al denaro e alla paura.
4. Wared – la Libia come trappola Wared racconta il suo passato a Francesca Mannocchi. Aveva 16 anni quando decise di lasciare l’Eritrea con l’aiuto della famiglia, che avrebbe aiutato economicamente una volta arrivata in Europa. Camminò per otto giorni prima di incontrare un gruppo di trafficanti che la aiutarono ad attraversare il deserto. Il viaggio fu intrapreso su un camion che ospitava altre sedici donne, di cui alcune morirono di sete, ma prima dell’arrivo un gruppo dell’ISIS li intercettò e li condusse a Sirte, sede del gruppo. Lì Wared fu costretta a convertirsi all’Islam e fu resa una schiava sessuale. Fu abusata decine, centinaia di volte, e nel momento dell’intervista dichiara di essere incinta. Racconta di essere terrorizzata e di non volere assolutamente un bambino che sia figlio del diavolo, figlio di abusi e torture sul suo corpo. Sirte viene liberata dal controllo dell’ISIS ma Wared non è comunque libera, questa volta detenuta in una prigione libica. Sogna di raggiungere l’Europa e di potersi imbarcare un giorno. 5. Un’altra rivoluzione? Ogni mattina a Tripoli centinaia di persone, principalmente donne ed anziani, si mettono in fila di fronte alle banche dalle prime ore del mattino. La Libia è molto ricca per quanto riguarda gas e petrolio, eppure i suoi cittadini vivono nella povertà̀ e non sono liberi di gestire i loro risparmi, e per questo sono sempre più̀ costretti ad appoggiarsi al mercato nero. Il prelievo di soldi è controllato dalle milizie militari del governo, che impongono un limite di 500 dinari prelevati al mese e che una parte di questo denaro finisca nelle loro stesse mani. La città di Tripoli è divisa in quartieri, ognuno affidato ad una milizia e comprendente la sede di una banca. Al di fuori di ogni banca i militari tengono sotto controllo i giornalisti. Salem è uno di loro, ed insieme ad un gruppo di cinque colleghi si batte per la difesa della libertà di stampa, che ovviamente in Libia non è garantita. Il suo scopo è, infatti, quello di raccogliere informazioni da spedire all’estero, dove poi verranno diffuse liberamente. Fra minacce di morte e furti di telecamere e fotocamere, Salem cerca di non mollare ed ha aperto un ufficio in cui poter lavorare in sicurezza, ovviamente senza nessuna targhetta che indichi l’attività̀ che si svolge al suo interno. L’Italia e la Libia sono legate sia economicamente che politicamente. Dal 2014 un gasdotto permette il trasporto di gas verso Gela, in Italia, e sempre dallo stesso periodo in particolare la tratta dei migranti lega le coste libiche con quelle del Sud Italia.
La geopolitica è lo studio dell’articolazione dello spazio globale in base a logiche politiche e capitalistiche.
2. I confini nella modernità / tracciati contemporanei Con l’accordo di Schengen, stipulato nel 1984, i paesi membri dell’Unione Europea favoriscono la libera circolazione dei cittadini fra i loro confini. Il concetto di confine nella modernità̀ è quindi dualistico: da un lato i confini flessibili, fluidi e praticamente inesistenti all’interno dell’Unione Europea, dall’altro i confini insormontabili che tracciano una linea netta fra ciò̀ che è incluso e ciò̀ che escluso dal mondo occidentale. Mentre i confini interni si fluidificano, con l’esempio lampante della globalizzazione e l’esportazione dei sistemi economici, politici e sociali dell’Occidente nel resto del mondo, i confini esterni si fortificano. 3. Border studies: studi relativi al confine Sono una corrente di studi sui confini che vedono un’unione fra diverse discipline: detti studi trans- disciplinari, uniscono metodologie di analisi dell’antropologia, della sociologia, dell’etnografia... Con l’inizio della globalizzazione, tuttavia, il concetto di confine cambia, e a loro volta gli studi a riguardo: il confine si fa sempre più̀ fluido e il capitalismo va al di là dei limiti territoriali. Mentre i confini interni si indeboliscono, in Europa ad esempio con il trattato di Schengen e la libera circolazione dei cittadini dei paesi membri, quelli esterni si fortificano. La flessibilità̀ dei confini che separano l’Europa dal Medio Oriente nella tratta balcanica è arrivata addirittura a mettere in discussione la libertà garantita dal trattato di Schengen. Chi e ciò̀ che sta all’interno dei confini dello Stato-nazione occidentali può̀ uscire, ed un esempio lampante è l’esportazione dei sistemi socioeconomici capitalistici, ma chi né è escluso rimane tale. I fenomeni migratori minacciano però l’integrità̀ di questi confini, che vengono deterritorializzati attraverso processi di sconfinamento (border crossing). Si parla di Fortezza Europa: l’Europa come una fortezza impenetrabile, protetta dal Mediterraneo che funge da barriera (border reinforcement), e che svolge una guerra a bassa intensità̀ con i migranti. Con “lotte di confine” ci riferiamo ai tentativi che ogni giorno migliaia di uomini e donne compiono per oltrepassare i confini in cerca di una vita migliore. Domande Rifletti sul concetto di confine a partire dal saggio di Mezzadra Nella prospettiva adottata da Mezzadra, il tracciamento di un confine è un atto di produzione, quindi creativo. La delimitazione, dunque, di una porzione di territorio fa sì che il confine si arricchisca di significati. L’ottica secondo cui, un confine, è ricondotto a una dimensione lineare è tipica della modernità. A partire infatti dalla creazione degli Stati moderni si è sentita la necessità di suddividere i vari territori sulla base di confini lineari, visti come delle “linee nella sabbia”. La suddivisione delle terre serviva a definire su ciascuna una determinata sovranità, un determinato potere, che ogni nazione, prevalentemente del mondo Occidentale, esercitava. Il confine che delimita i territori nazionali è detto confine statuale, e ha il potere di configurare politicamente e giuridicamente una porzione della terra compiendo una metamorfosi. Nasce così il concetto moderno di territorio, secondo il quale il territorio non può̀ esistere se non è delimitato da confini. Se si guarda alla storia stessa del confine possiamo notare un iniziale ricongiungimento con la sua dimensione lineare ma, andando avanti nel tempo, questa logica è stata superata, lasciando posto, per esempio alla cosiddetta frontiera. Il confine porta inoltre con sé la violenza della fondazione. La violenza si manifesta a partire dal mito della fondazione di Roma, in cui i fratelli Romolo e Remo delimitarono i propri territori con un solco
inciso sulla terra. Una volta che Remo aveva varcato il confine del fratello, infatti, era stato ucciso dallo stesso che aveva infine fondato Roma. Il confine pertanto trasforma la terra, parliamo di una metamorfosi della terra. Nella modernità il confine assume una doppia valenza: confine esterno e confine interno. Per spiegare questa considerazione dobbiamo fare riferimento all’accordo di Schengen, stipulato nel 1984, tramite cui i cittadini facenti parte dell’Unione Europea possono circolare liberamente all’interno della stessa. Fuori dal mondo Occidentale gli spostamenti sono invece scoraggiati. Dunque, i confini interni divengono fluidi, flessibili e praticamente inesistenti all’interno dell’Unione Europea. Mentre i confini esterni si fortificano e divengono insormontabili, creando un grande divario tra ciò che è incluso e ciò che è escluso dai confini. L’altro, infatti, viene considerato come inferiore, subalterno e subordinato, come avviene nei confronti della cultura islamica, araba, turca. Questa concezione è frutto di un’ideologia di supremazia Occidentale e, ancora di più Europea, che vede l’Europa al centro degli interessi economici, politici, culturali e sociali. Collega nebbia libica con altri argomenti del corso Nebbia libica è un episodio che deriva dal comic “Libia” di Frascesca Mannocchi e Gianluca Costantini. La Mannocchi qui intervista, tra i tanti, un ragazzo ventiduenne di origine eritrea, Amir, che si trova nel centro di detenzione della città di Zawiya. Amir racconta alla giornalista le condizioni disumane all’interno del carcere, in cui, nel 2014 (anno dell’intervista) potevano essere ospitati fino a 1200 prigionieri. Ogni giorno i migranti erano costretti alla fame, alla sporcizia e alla malattia dovendo perfino fare a turni per dormire poche ore al giorno, in assenza di spazio. I detenuti venivano suddivisi in varie stanze, senza finestre e buie, sulla base della nazionalità. Amir racconta anche del suo passato prima di essere imprigionato: era uno studente di ingegneria e fuggì dal suo paese in cerca di un futuro migliore, ma una volta arrivato in Libia ed imbarcato, il suo gommone si danneggiò, e la nave fu intercettata da una banda armata, e lui fu quindi condotto a Zawiya. Amir parla anche degli scafisti, rappresentati come organizzatori dell’immigrazione clandestina dai media europei, ma in realtà̀ a loro volta migranti, scelti perché́ in grado di parlare arabo e di leggere un GPS ed una bussola. La storia di Amir è solo una delle tante tra le migliaia di migranti che, giorno dopo giorno, cercano di lasciare i loro paesi di origine in cerca di un futuro migliore. Compiendo un viaggio a dir poco turbolento, i pochi che infine riescono a sopravvivere, non trovano vita facile nemmeno in Europa. Nella prospettiva occidentale dominante assistiamo infatti a un fenomeno di inclusione ed esclusione differenziale, per cui i migranti sono divisi in categorie: si dà precedenza ai rifugiati di guerra, poi a chi rappresenta una risorsa per l’economia del paese (forza-lavoro) e, per ultimi, a chi desidera migliori opportunità di vita e di guadagno. Le pratiche di inclusione ed esclusione derivano, a loro volta, da una sistematica razzializzazione culturale secondo cui alcune culture (quella europea ad esempio) sono considerate meno problematiche di altre (cultura islamica, africana). Si preferisce dunque aiutare culture considerate più vicine alla nostra come quella balcanica, rispetto ai migranti islamici dell’Africa e del Medio Oriente. Se si ragiona sotto questo punto di vista, si può facilmente spiegare anche la maggiore comprensione e compassione da parte dell’opinione pubblica, delle migrazioni avvenute nel 2015 nella rotta balcanica. Trattamento preferenziale che sicuramente non è riservato ai migranti nel mar Mediterraneo che piuttosto provocano nella popolazione un senso di angoscia e di preoccupazione. La concezione dello straniero, a partire dall’antichità ha subito connotazioni diverse. Nell’Antica Grecia lo xenos (straniero) era visto come un ospite mentre, nella cultura latina, la parola straniero assumeva una tripla valenza, significando barbaro (barbarus), nemico (hostis) e straniero/esotico (peregrinus).