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Riassunto libro del mezzogiorno d 'Italia
Tipologia: Appunti
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Il 7 settembre 1861 a Napoli si celebrò l’anniversario dell’entrata di Garibaldi: la manifestazione fu un trionfo. Il giorno dopo toccò a Cialdini. Che rinnovò la parata borbonica a Piedigrotta. Le diecimila guardie nazionali napoletane furono schierate dal palazzo reale a via Chiaia e il popolo intero mobilitato ad applaudire. La giornata terminò con una rappresentazione teatrale e la lettura di un inno patriottico. Il successo dell’unificazione consegnò nelle mani di uomini abituati a produrre idee e testi, grandi leve di potere statale funzionali alla mobilitazione politica. La festa dello statuto fu istituzionalizzata dal parlamento: nel sud parate ed eventi divennero occasioni di dimostrazioni di forza. Il plebiscito fu altro elemento ricorrente nelle discussioni: per gli unitari il popolo aveva avuto per la prima volta possibilità di scegliere e aveva scelto di eliminare la monarchia borbonica per quella Sabauda. Furono diffuse innumerevoli stampe e gli eroi per eccellenza erano Garibaldi e il re Vittorio Emanuele II. I loro volti furono stampati e riprodotti in ogni città, con allegorie patriottiche, prendendo il posto dei re borboni nelle assegnazioni delle strade: a Napoli corso Maria Teresa venne denominato corso Vittorio Emanuele e così in molte province. La presenza del re fu centrale per saldare il rapporto con le province e sancire la definitiva sostituzione della monarchia borbonica con quella sabauda. Il 28 aprile Vittorio Emanuele II giunse su una nave da guerra, accompagnato da bastimenti italiani e francesi e accolto da un mare di barche. La carrozza reale con il re e il sindaco, attraversò il centro di Napoli fino alla reggia, con le strade piene di bandiere con i colori e lo stemma sabaudo. Gli unitari si resero conto che nobili e notabili di vari comuni facevano a gara per ospitare il re. Il cerimoniale che si ripeté in molte province prevedeva anche i preti disponibili a celebrare I TE DEUM, primo appuntamento per il re in ogni provincia. Nella guerra delle idee la monarchia era il simbolo più importante, per il potente luogo simbolico che il trono aveva nell’immaginario collettivo. La popolarità di Garibaldi, altissima nel Mezzogiorno, fu l’altro simbolo della guerra delle idee. Alle politiche del 1861 fu eletto e decise di rappresentare Napoli, e anche i Sicilia fu accolto da una folla in tripudio. Il potere comunicativo degli unitari assicurò loro una narrativa ambiziosa capace di emozionare e coinvolgere ambienti più ampi del movimento nazionale. Si avvalse di libri, dipinti, fotografie, canzoni satire ecc. Anche l’arte, la poesia, la musica contribuirono a costruire un universo politico-simbolico funzionale a questo sistema patriottico. il brigantaggio entrò impetuosamente nella prima esposizione delle belle
arti a Napoli nel 1861, dove furono raffigurate scene di uccisioni e guerriglia ad opera dei briganti, diventando così un tema ricorrente. 2 LA GUERRA PATRIOTTICA BORBONICA Antonio winspeare, diplomatico borbonico era sconfortato. Il notabile era perennemente impegnato nel tentare di modificare lo sprezzante giudizio diffuso verso la dinastia. Nella primavera del 1861 scrisse a Francesco II, che nonostante i suoi sforzi il pubblico continuava ad essere favorevole all’unità italiana. La guerra delle idee rappresentò uno sforzo importante per il legittimismo politico. Contribuì allo sviluppo di un patriottismo fondato sul tema dell’indipendenza dallo straniero. La nuova mobilitazione iniziò da Gaeta con mezzi di fortuna appropriati nella piazzaforte, poi si organizzò a Roma. I borbonici cercarono di organizzarsi: il duca di Caianiello iniziò a censire chi poteva per contribuire alla guerra delle idee. Un corposo numero di politici, scrittori, ecclesiastici partecipò alla guerra delle idee. Il più influente fu ancora una volta il capo del governo borbonico Calà Ulloa e il suo volume sulle condizioni del regno di Napoli fu tradotto in molte lingue. Egli illustrava le ragioni dell’indipendenza del vecchio stato e le drammatiche condizioni delle province napoletane. Ai borbonici si affiancò un gruppo di scrittori europei che fecero dell’ex re di Napoli un punto di riferimento della lotta centennale alla rivoluzione. Per questi autori stranieri la guerra dei briganti borbonici era il nuovo campo di battaglia tra la rivoluzione atea e borghese e la monarchia cattolica e cavalleresca. La guerra delle idee tentò di rispondere all’offensiva propagandistica del nazionalismo unitario difendendo il valore politico del brigantaggio e combinandolo con le ragioni della dinastia borbonica. Per i borbonici la guerra dei briganti era per la monarchia l’unico strumento per affermare il principio nazionale ormai dominante in Europa. I borbonici utilizzarono la questione dell’indipendenza come unica bandiera, lasciando quasi sempre da parte i temi della libertà e della costituzione. La guerra patriottica borbonica riuscì ad affermare l’esistenza di un movimento di resistenza, denso di sentimenti e nostalgie, ma era priva degli strumenti unitari. 3 LA GUERRA GIUSTA DEGLI ITALIANI Nell’estate del 1864 si commemorò l’anniversario della spedizione di Sapri ad opera di Carlo Pisacane. A Salerno si inaugurò una statua al martire e il monumento fu scoperto dalla figlia del caduto. Questo anniversario serviva a non dimenticare ciò che era accaduto nei decenni precedenti. La letteratura pose l’accento sull’eroismo di chi
Nel 1863 Giuseppe Pace, deputato della destra, fu nominato ispettore generale della guardia nazionale lucana. Era un ex alto ufficiale garibaldino, e portò con sé il barone Dramis. Questi era un uomo diverso da Pace: radicale di sinistra aveva con sé un gruppo di aggressivi ex garibaldini calabro-albanesi, una comunità che aveva sempre dato quadri e volontari alla rivoluzione. Nell’agosto del 1863, con una squadriglia, il barone era sulle tracce del maggiore dell’esercito di Crocco. Quando Dramis e i suoi entrarono nella zona controllata dalla banda, si resero conto che molti pastori e contadini erano ostili. Solo dopo molto tempo, trovarono un primo rifugio e arrestarono civili ostili. Dramis cominciò a spargere la voce che erano dei briganti e si mimetizzarono tra i veri briganti. Due corrieri travestiti raggiunsero Pietragalla e tornarono con un centinaio di regolari e volontari guidati dai funzionari Cerri e Solera. Il primo, ex ufficiale della guardia nazionale abruzzese era diventato un abile cacciatore di briganti. Nessuno aveva divise regolari, continuarono a farsi passare come briganti, amici di pastori e contadini incontrati per strada, inneggiando a Francesco II. La guerra dei combattenti italiani fu un insieme di episodi come questo, non conobbe battaglie decisive o scontri regolari. Gli unitari compirono inseguimenti e imboscate e schierarono tutte le tipologie di armi: fanteria, bersaglieri, artiglieria, cavalleria, marina, polizia e carabinieri e alcuni generali diressero le operazioni sul campo. Le grandi formazioni di fanteria furono escluse, come le file serrate. Per restringere i vantaggi geografici dei briganti, decine di uomini furono sparpagliati in tutto il Mezzogiorno, riducendo lo spazio a disposizione dei briganti. Le colonne volanti dovevano trovare a tutti i costi lo scontro: questi reparti erano stati usati nel Duecento e nella guerra dei napoleonidi, risultando molto efficaci. Tutti con vestiario ed equipaggiamento non regolamentari, slegati dalla competenza territoriale e pronti a continuare l’azione anche se la banda era superiore di numero. L’obiettivo era cercare ad ogni costo il contatto con il nemico. Nel 1861 il generale divisionale in Calabria morì di febbre e un anno dopo il suo sostituto si suicidò per lo stress. Gli italiani decisero così di mettere in campo formazioni che potevano restare nelle campagne per mesi, come colonne mobili e nella maggioranza dei casi furono costituite da ufficiali di livello inferiore per assalti rapidi. Questi moduli tattici diventarono la pratica principale all’interno dei reparti. Il ciclo operativo del 39esimo reggimento ne è un esempio: partecipò all’invasione dello Stato Pontificio e del Regno delle due Sicilie e combattè l’insorgenza borbonica. La storia del reparto testimonia pattugliamenti inutili
e circa 20 combattimenti di modeste proporzioni. Questo schema valeva anche per le guardie nazionali mobili come la Cavalleria nazionale fondata da Mennuni. I suoi volontari, addestrati da sottoufficiali ungeresi, erano capaci di sparare a piedi e a cavallo e combatterono per quasi 6 anni sostenendo svariate decine di scontri, inseguimenti, cavalcate e liberazioni di sequestri. Gli italiani ripresero ad organizzare imboscate: i briganti potevano essere coraggiosi, ma il loro individualismo non poteva competere con la disciplina, l’addestramento e la coesione delle truppe italiane. La maggior parte dei briganti, non erano addestrati e l’impeto e la carica ne azzerava la velocità. A parte queste azioni la guerra era fatta di colpi di mano e vendette violente. A partire dal 1863-64, nel Melfese e in tutte le zone di guerra queste attività diventarono sempre più sofisticate. Attraverso corruzioni e minacce ufficiali e funzionari italiani cercarono di infiltrarsi tra i briganti. Alcuni ex briganti furono arruolati: altra tattica presa in prestito dalle azioni militari del Duecento. Le controbande mostrarono l’esistenza di un mondo complesso, con linee di divisione confuse. I combattimenti erano dentro un vasto terreno di comunicazione tra sostenitori dell’una e dell’altra parte. Gli abitanti dei paesi si conoscevano, spesso erano parenti e tenevano comunicazioni e contatti. Un contesto che servì spesso a convincere i briganti a presentarsi. Molti ex militari lo fecero. Le testimonianze descrivono l’effetto che questi avevano sulle popolazioni dell’epoca e servivano poi all’autocelebrazione dei vincitori. La fotografia diventò strumento funzionale al racconto e serviva a mostrare come i soggetti venivano uccisi. 2 LA GUERRA DELLE OMBRE Il 28 novembre del 1864 una colonna di uomini usci dal carcere di Melfi. Soldati e guardie nazionali scortarono Giuseppe Schiavone e i suoi fedelissimi. Erano stati catturati in un’operazione a sorpresa due notti prima. La sfilata era preceduta dai tamburi e la colonna attraversò la piazza e si avviò alla piana delle fucilazioni. Giunti nella valle Schiavone gridò al popolo che aveva combattuto per loro e dopo il gelo iniziale tutti furono fucilati. Questo episodio servì a capire che sul piano documentario le bande non formarono un corpo di operazioni, non avevano archivi né registri. L’assenza di un esercito regolare impedì di alimentare tali archivi. La storia del brigantaggio è fatta di ombre, ma la ricostruzione dei fatti è possibile attraverso i loro capi. I capibanda furono i protagonisti. Anche se le bande non ebbero mai un comandante generale o delle gerarchie articolate, tutti avevano un leader che seguivano. L’esperienza sul campo decise chi aveva audacia carisma e brutalità sufficienti a guidare un gruppo di anarchici violenti. L’iniziativa militare restò nelle mani di questi individui violenti capaci di convincere vecchi combattenti e nuove reclute. Osservando il loro profilo sociale si ottenne uno spaccato della direzione del
Tommaso la Cecilia era un famoso cacciatore di briganti. Iniziò cercando le mandrie rubate e continuò diventando un vero e proprio specialista, richiesto da funzionari e militari. La Cecilia annotò i suoi tre anni guerra privata. Testi scritti male, spesso disordinati che contenevano l’universo dei combattenti italiani come odio per i nemici, solidarietà paesana, coraggio fisico. La guerra dei combattenti non si prestò ad una narrazione regolare e le sue letture erano articolate. Ma comunque possibile osservare alcune linee generali: innanzitutto i generali italiani provenienti da altre regioni scoprirono un brigantaggio politicizzato mescolato con un antico conflitto civile. Questo contesto fece emergere un insidioso atteggiamento nei confronti delle province meridionali, basato sul disprezzo. Molto più aspra era l’analisi sul contesto sociale. La convergenza tra i generali italiani era completa nel giudizio dell’arretratezza e nelle registrazioni di un divario di classe molto più forte che nei propri luoghi d’origine. Per chi aveva combattuto nel 1859/60 la guerra fu un’esperienza diversa dalle campagne precedenti. Buona parte dei briganti furono uccisi da plotoni di esecuzione, molte delle loro vittime erano civili assassinati per rappresaglie politiche o personali. La guerra era anche un’esaltante ed intensa novità per uomini che non erano mai stati insieme. Documenti, memorie, relazioni di quegli anni raccontano come decine di migliaia di italiani si autodefinirono “Figli d’Italia”. Agli occhi di buona parte degli ufficiali e dei paramilitari politicizzanti la guerra aveva un valore entusiasmante perché contrappose la libertà e la nazione italiana al rischio del ritorno del regno borbonico. La guerra era un laboratorio di immagini e sentimenti. I combattenti si definivano uomini valorosi, gli avversari erano briganti, i loro ispiratori nemici della libertà. Un ruolo importante ebbe la fedeltà alla monarchia da parte di coloro che volevano un ritorno del vecchio ordinamento. Il Borbone era il nemico concreto e simbolico. La lealtà tra commilitoni si forgiò nella guerra stessa. Proteggere chi è al proprio fianco è sempre una delle motivazioni cruciali dell’impegno militare. Il coraggio era ispirato dal cameratismo, oltre che dalla disciplina. Coraggio, onore, fedeltà marcavano sia l’ambiente militare che civile. L’enfasi sul coraggio moltiplicò il peso della vigliaccheria, che diventò una minaccia indelebile su chi non affrontava a tutti i costi il nemico. Sono numerosi i casi di reparti di guardia nazionale sciolti da autorità perché inetti e demotivati. Per tutta la guerra si susseguirono provvedimenti di questo tipo, in genere su compagnie locali: le doti e le capacità che ci si attendeva da uomini non avvezzi alle armi erano sopravvalutate. Non mancarono interventi continui, sospensioni, inchieste contro ufficiali della guardia accusati di abusare del potere. I soldati e la guardia nazionale denunciavano la ferocia del nemico, le vendette e le torture inflitte dall’esercito dei briganti: pochi ufficiali italiani si vantarono di azioni cruciali commesse in prima persona. Gli unitari italiani considerarono legale il massacro dei nemici catturati: spesso i comandi dovettero intervenire per evitare fucilazioni irregolari.
Il 28 settembre del 1863 un contadino scoprì il cadavere di un guardiano cappuccino. Giunse sul posto una pattuglia con medici e periti: oltre ad avergli sparato e tagliato il collo i briganti gli tolsero persino le orbite degli occhi. La vicenda aveva sullo sfondo la condanna dei vertici ecclesiastici che avevano appoggiato gli italici. Sul corpo fu trovato un foglio scritto da un brigante che accusava appunto il monaco di aver diffuso false notizie. L’universo dei briganti ruotava intorno a pochi concetti chiave semplici quali il re, la chiesa, il popolo la patria e la caccia ai nemici di Francesco II. Ogni volta che i briganti presero un paese anche se per poco venivano affisse alla città gli stemmi della famiglia borbonica. Dichiarazioni, proclami, manifesti annunciarono sempre l’obiettivo di riportare il re sul trono. Il sogno della restaurazione fu uno dei motori più forti per continuare la guerra. Insieme alla fedeltà monarchica i briganti professavano sempre orgoglio per la religiosità: i simboli cattolici erano un elemento decisivo di appartenenza e i briganti cercarono spesso conforto nella dimensione religiosa. Quello del brigantaggio e di restaurazione monarchica fu un sogno che alimentò la guerra fino alla fine: il brigantaggio aveva una tradizione secolare, come se fosse una sorta di vita riemersa ciclicamente. I briganti recuperarono miti premoderni di un passato che stava svanendo, come quello del mondo feudale. I capibanda dovevano sapersi presentare come dispensatori di ricchezze e garantire quantità e qualità del bottino. Un mugnaio di Avigliano raccontò che era stato reclutato non solo per restaurare il potere di Francesco II, ma anche per questioni prettamente economiche. La guerra in montagna era anche un’avventura giovanile di libertà, bevute, denaro e donne. I briganti erano in genere giovani contadini. I rapporti di quegli anni sono pieni di racconti di feste e sollazzi e questo clima attraeva giovani e donne e tutto coloro che volevano sentirsi protagonisti rispetto alle loro piatte vite. La disponibilità di forti somme di denaro era una condizione imprescindibile per mantenere legati uomini e donne. La rabbia nei confronti dei nemici locali, il disprezzo per gli unitari meridionali e verso gli ufficiali che avevano tradito erano temi centrali nei pochi racconti presenti negli archivi. Importanti le fotografie che mostrarono un atteggiamento spavaldo e sicuro di sé dei briganti. I briganti erano figli del primo mondo, dell’antico regime. Nei testi scritti dai loro ispiratori non si vedono richiami alla libertà o alla volontà popolare, solo l’indipendenza legata alla restaurazione e la forte fede cattolica. La società in cui si scatenarono le guerre era segnata dalle caratteristiche stesse dell’economia rurale. La sopravvivenza e la crescita dei contadini, come la ricchezza dei ceti medi, erano largamente dipendenti dalla terra. La loro guerra colpì il perno dell’economia meridionale, ma non propose mai rivolte sociali, occupazioni di terre o distribuzioni di bene demaniali. I briganti tentarono l’affermazione di se stessi, come era stato per i loro predecessori.