


Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Mitologia greca - scuole superiori
Tipologia: Dispense
1 / 4
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!



Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso l'attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri di Forco e di Crateis). Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde e i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina. Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò a urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, e aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando, appena furono a contatto con l'erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare a un miracolo o a uno strano capriccio di un dio. Scartando però l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall'erba e provò a ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall'acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce. Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l'episodio: «Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva L'onda del mare, cingevano parte le tenere erbette, Che le giovenche cornute non morsero lè quiete Pecore mai non brucarono nè mai l'irsute caprette. ...Per primo
Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava. Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano quindi l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano "Lo Stretto di Messina" e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai. Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg): «Scilla ivi alberga, che moleste grida Di mandar non ristà. La costei voce Altro non par che un guaiolar perenne Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse, Non mirerebbe in lei senza ribrezzo, Dodici ha piedi, anteriori tutti, Sei lunghissimi colli e su ciascuno Spaventosa una testa, e nelle bocche Di spessi denti un triplicato giro, E la morte più amara di ogni dente. Con la metà di se nell'incavo Speco profondo ella s'attuffa , e fuori Sporge le teste, riguardando, intorno, Se delfini pescar, lupi, o alcun puote Di Que' mostri maggior che a mille a mille Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre. Né mai nocchieri oltrepassaro illesi: Poichè, quante apre disoneste bocche, Tanti dal cavo legno uomini invola». Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell'Eneide (III, 681-689): «Scilla dentro a le sue buie caverne Stassene insidiando; e con le bocche De' suoi mostri voraci, che distese Tien mai sempre ed aperte, i naviganti Entro al suo speco a se tragge e trangugna. Dal mezzo in su la faccia, il collo e 'l petto Ha di donna e di vergine; il restante D'una pistrice, immane, che simili A' delfini ha le code, ai lupi il ventre».