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Mitologia greca - appunti, Dispense di Greco

Mitologia greca - scuole superiori

Tipologia: Dispense

2021/2022

Caricato il 29/04/2026

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gregorio-ronchi 🇮🇹

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MITOLOGIA GRECA
Mito greco: l'impresa di Teseo contro il Minotauro
Minosse, re di Creta, pregò Poseidone, il dio del mare, di inviargli un toro come simbolo
dell'apprezzamento degli dei verso di lui in qualità di sovrano, promettendo
di sacrificarlo in onore del dio. Poseidone acconsentì e gli donò un bellissimo e possente
toro bianco di gran valore. Vista la bellezza dell'animale, però, Minosse decise di tenerlo
per le sue mandrie e ne sacrificò un altro. Poseidone allora, per punirlo, fece innamorare
perdutamente Pasifae, moglie di Minosse, del toro stesso. Ella riuscì a soddisfare il proprio
desiderio carnale nascondendosi dentro una giovenca di legno costruita per lei dall'artista
di corte Dedalo.
Dall'unione mostruosa nacque il Minotauro, termine che unisce, appunto, il prefisso
"minos" con il suffisso "taurus".
Il Minotauro aveva il corpo umanoide e bipede, ma aveva zoccoli, pelliccia bovina, coda e
testa di toro. Era di carattere selvaggio e feroce, perché la sua mente era completamente
dominata dall'istinto animale, avendo la testa di una bestia.
Minosse fece rinchiudere il Minotauro nel Labirinto di Cnosso costruito da Dedalo.
Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da degli ateniesi infuriati perché aveva
vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise per vendicarsi della città di Atene,
sottomessa allora a Creta, che questa dovesse inviare ogni anno sette fanciulli e sette
fanciulle da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Allora Teseo, eroe
figlio del re ateniese Egeo, si offrì di far parte dei giovani per sconfiggere il
Minotauro. Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui.
Alla piccola entrata del labirinto, Arianna diede a Tèseo il celebre "filo d'Arianna", un
gomitolo che gli avrebbe permesso di non perdersi una volta entrato. Quando Tèseo
giunse dinanzi al Minotauro, lo affrontò e lo uccise con la spada.
Uscito dal labirinto, Tèseo salpò con Arianna alla volta di Atene, montando vele bianche in
segno di vittoria. Più avanti, però, abbandonò la fanciulla dormiente sull'isola deserta
di Nasso. Il motivo di tale atto è controverso. Si dice che l'eroe si fosse invaghito di un'altra
o che si sentisse in imbarazzo a ritornare in patria con la figlia del nemico, oppure che
venne intimorito da Dioniso che, in sogno, gli intimò di lasciarla là, per poi raggiungerla
ancora dormiente e farla sua sposa.
Arianna, rimasta sola, iniziò a piangere, finché apparve al suo cospetto il dio Dioniso, che
per confortarla le donò una meravigliosa corona d'oro, opera di Efesto, che venne poi, alla
sua morte, mutata dal dio in una costellazione splendente: la costellazione della Corona.
Poseidone, adirato contro Tèseo, inviò una tempesta che squarciò le vele bianche della
nave, costringendo l'eroe ateniese a sostituirle con quelle nere; altre versioni raccontano
che per l'eccitazione della vittoria egli si dimenticò di issare le vele bianche, oppure gli fu
annebbiata la memoria dagli dei come punizione per aver abbandonato Arianna. Infatti a
Tèseo, prima di partire, fu raccomandato da suo padre Ègeo di portare due gruppi di vele,
e di montare al ritorno le vele bianche in caso di vittoria, mentre, in caso di sconfitta, egli
avrebbe dovuto issare quelle nere. Ègeo, vedendo all'orizzonte le vele nere, credette che
suo figlio fosse stato divorato dal Minotauro e si gettò disperato in mare, che dal suo nome
fu poi chiamato mare di Ègeo, cioè Mar Egèo.
Dietro il mito si celano anche particolari significati che i Greci attribuivano ad alcuni
elementi del racconto. Ad esempio il termine Minosse, attribuito al re di Creta, è designato
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MITOLOGIA GRECA

Mito greco: l'impresa di Teseo contro il Minotauro

Minosse, re di Creta, pregò Poseidone, il dio del mare, di inviargli un toro come simbolo

dell'apprezzamento degli dei verso di lui in qualità di sovrano, promettendo

di sacrificarlo in onore del dio. Poseidone acconsentì e gli donò un bellissimo e possente

toro bianco di gran valore. Vista la bellezza dell'animale, però, Minosse decise di tenerlo

per le sue mandrie e ne sacrificò un altro. Poseidone allora, per punirlo, fece innamorare

perdutamente Pasifae, moglie di Minosse, del toro stesso. Ella riuscì a soddisfare il proprio

desiderio carnale nascondendosi dentro una giovenca di legno costruita per lei dall'artista

di corte Dedalo.

Dall'unione mostruosa nacque il Minotauro, termine che unisce, appunto, il prefisso

"minos" con il suffisso "taurus".

Il Minotauro aveva il corpo umanoide e bipede, ma aveva zoccoli, pelliccia bovina, coda e

testa di toro. Era di carattere selvaggio e feroce, perché la sua mente era completamente

dominata dall'istinto animale, avendo la testa di una bestia.

Minosse fece rinchiudere il Minotauro nel Labirinto di Cnosso costruito da Dedalo.

Quando Androgeo, figlio di Minosse, morì ucciso da degli ateniesi infuriati perché aveva

vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise per vendicarsi della città di Atene,

sottomessa allora a Creta, che questa dovesse inviare ogni anno sette fanciulli e sette

fanciulle da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Allora Teseo, eroe

figlio del re ateniese Egeo, si offrì di far parte dei giovani per sconfiggere il

Minotauro. Arianna, figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui.

Alla piccola entrata del labirinto, Arianna diede a Tèseo il celebre "filo d'Arianna", un

gomitolo che gli avrebbe permesso di non perdersi una volta entrato. Quando Tèseo

giunse dinanzi al Minotauro, lo affrontò e lo uccise con la spada.

Uscito dal labirinto, Tèseo salpò con Arianna alla volta di Atene, montando vele bianche in

segno di vittoria. Più avanti, però, abbandonò la fanciulla dormiente sull'isola deserta

di Nasso. Il motivo di tale atto è controverso. Si dice che l'eroe si fosse invaghito di un'altra

o che si sentisse in imbarazzo a ritornare in patria con la figlia del nemico, oppure che

venne intimorito da Dioniso che, in sogno, gli intimò di lasciarla là, per poi raggiungerla

ancora dormiente e farla sua sposa.

Arianna, rimasta sola, iniziò a piangere, finché apparve al suo cospetto il dio Dioniso, che

per confortarla le donò una meravigliosa corona d'oro, opera di Efesto, che venne poi, alla

sua morte, mutata dal dio in una costellazione splendente: la costellazione della Corona.

Poseidone, adirato contro Tèseo, inviò una tempesta che squarciò le vele bianche della

nave, costringendo l'eroe ateniese a sostituirle con quelle nere; altre versioni raccontano

che per l'eccitazione della vittoria egli si dimenticò di issare le vele bianche, oppure gli fu

annebbiata la memoria dagli dei come punizione per aver abbandonato Arianna. Infatti a

Tèseo, prima di partire, fu raccomandato da suo padre Ègeo di portare due gruppi di vele,

e di montare al ritorno le vele bianche in caso di vittoria, mentre, in caso di sconfitta, egli

avrebbe dovuto issare quelle nere. Ègeo, vedendo all'orizzonte le vele nere, credette che

suo figlio fosse stato divorato dal Minotauro e si gettò disperato in mare, che dal suo nome

fu poi chiamato mare di Ègeo, cioè Mar Egèo.

Dietro il mito si celano anche particolari significati che i Greci attribuivano ad alcuni

elementi del racconto. Ad esempio il termine Minosse, attribuito al re di Creta, è designato

da alcuni studi non come il nome del solo re di Cnosso, ma come il termine genericamente

utilizzato per indicare "i sovrani" in tutta l'isola di Creta. Dietro al personaggio del

Minotauro si stima la divinizzazione del toro da parte dei Greci, mentre lo sterminato

Labirinto di Cnosso è simbolo dello stupore provato dai Greci nel vedere le immense

costruzioni Cretesi. Alla vittoria di Teseo si attribuisce invece l'inizio del predominio dei

Greci sul mar Egeo.

Al contrario, Felice Vinci sostiene, nel suo Omero nel Baltico, che il mito di Teseo e

Arianna sia originario non della Creta egea, ma della sua corrispondente terra baltica,

identificata con la Pomerania. L'autore indica come riscontro la presenza, di fronte a

quest'ultima, dell'isola di Bornholm, corrispondente a Nasso, e della costa della Scania,

dove invece viene ricollocata Atene.

SCILLA E CARIDDI

Nelle storie che ci sono state tramandate si narra che presso l'attuale città di Reggio Calabria, vivesse un tempo la bellissima ninfa Scilla, figlia di Tifone ed Echidna (o secondo altri di Forco e di Crateis). Scilla, cui la natura aveva fatto dono di una incredibile grazia, era solita recarsi presso gli scogli di Zancle, per passeggiare a piedi nudi sulla spiaggia e fare il bagno nelle acque limpide del mar Tirreno. Una sera, mentre era sdraiata sulla sabbia, sentì un rumore provenire dal mare e notò un'onda dirigersi verso di lei. Impietrita dalla paura, vide apparire dai flutti un essere metà uomo e metà pesce dal corpo azzurro con il volto incorniciato da una folta barba verde e i capelli, lunghi sino alle spalle, pieni di frammenti di alghe. Era un dio marino che un tempo era stato un pescatore di nome Glauco che un prodigio aveva trasformato in un essere di natura divina. Scilla, terrorizzata alla sua vista perchè non capiva di che tipo di creatura si trattasse, si rifugiò sulla vetta di un monte che sorgeva nelle vicinanze. Il dio marino, vista la reazione della ninfa, iniziò a urlarle il suo amore e a raccontarle la sua drammatica storia. Era infatti un tempo Glauco un pescatore della Beozia e precisamente di Antedone, un uomo come tutti gli altri, che trascorreva le sue lunghe giornate a pescare. Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia, e aveva allineato i pesci sull'erba per contarli quando, appena furono a contatto con l'erba, iniziarono a muoversi, presero vigore, si allinearono in branco come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno al mare. Glauco, esterrefatto da tale prodigio, non sapeva se pensare a un miracolo o a uno strano capriccio di un dio. Scartando però l'ipotesi che un dio potesse perdere tempo con un umile pescatore come lui, pensò che il fenomeno dipendesse dall'erba e provò a ingoiarne qualche filo. Come l'ebbe mangiata, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino trasformarlo in un essere attratto irresistibilmente dall'acqua. Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo dalle ultime sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce. Ecco come Ovidio (Metamorfosi, XIII, 924 e sgg) narra l'episodio: «Era un bel prato lì presso la spiaggia, cui parte copriva L'onda del mare, cingevano parte le tenere erbette, Che le giovenche cornute non morsero lè quiete Pecore mai non brucarono nè mai l'irsute caprette. ...Per primo

Pianse Glauco la sorte toccata a Scilla e per sempre rimase innamorato dell'immagine di grazia e dolcezza che la ninfa un tempo rappresentava. Scilla e Cariddi, entrambe spaventosi mostri marini, erano quindi l'una vicino all'altra a formare quello che le genti moderne chiamano "Lo Stretto di Messina" e mentre Cariddi ingoia e rigetta tre volte al giorno l'acqua del mare creando dei giganteschi vortici, Scilla attenta alla vita dei naviganti con le sue sei teste cercando di ghermire altrettanti marinai. Ecco la descrizione che Omero fa di Scilla (Odissea, XII, 112 e sgg): «Scilla ivi alberga, che moleste grida Di mandar non ristà. La costei voce Altro non par che un guaiolar perenne Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce Mostro, e sino a un dio, che a lei si fesse, Non mirerebbe in lei senza ribrezzo, Dodici ha piedi, anteriori tutti, Sei lunghissimi colli e su ciascuno Spaventosa una testa, e nelle bocche Di spessi denti un triplicato giro, E la morte più amara di ogni dente. Con la metà di se nell'incavo Speco profondo ella s'attuffa , e fuori Sporge le teste, riguardando, intorno, Se delfini pescar, lupi, o alcun puote Di Que' mostri maggior che a mille a mille Chiude Anfitrite nei suoi gorghi e nutre. Né mai nocchieri oltrepassaro illesi: Poichè, quante apre disoneste bocche, Tanti dal cavo legno uomini invola». Secondo Virgilio Scilla fu trasformata in un essere che dal petto in su aveva sembianze di donna mentre dal petto in giù aveva sembianze di lupo e di pesce. Narra infatti Virgilio dell'Eneide (III, 681-689): «Scilla dentro a le sue buie caverne Stassene insidiando; e con le bocche De' suoi mostri voraci, che distese Tien mai sempre ed aperte, i naviganti Entro al suo speco a se tragge e trangugna. Dal mezzo in su la faccia, il collo e 'l petto Ha di donna e di vergine; il restante D'una pistrice, immane, che simili A' delfini ha le code, ai lupi il ventre».