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Modello funzionalista, Appunti di Sociologia

Il modello funzionalista della socializzazione

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 28/12/2020

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MODELLO FUNZIONALISTA DI SOCIALIZZAZIONE
Il modello conflittualista della socializzazione può essere considerato un approccio
contrapposto a quello funzionalista-integrazionista che abbiamo già analizzato. Tale
modello, sostanzialmente critico, va ricondotto ad una visione, ad una concezione
della socializzazione che svolge secondo questa prospettiva un'azione negativa dal
momento che essa viene considerata, insieme al processo educativo, un meccanismo
attraverso il quale si riproducono le diseguaglianze sociali, economiche e culturali.
Abbiamo visto che i funzionalisti concepiscono la socializzazione come il principale
meccanismo attraverso il quale il sistema controlla e in qualche modo scongiura la
potenzialità conflittuale che si può sviluppare all'interno dei vari sistemi che
compongono il sistema sociale.
La socializzazione, secondo il modello funzionalista, garantisce l'integrazione e quindi
l'unità del sistema sociale. L’approccio conflittualista assume, come abbiamo già visto
nella fase classica dell' affermazione della sociologia dell'educazione, il conflitto come
categoria fondamentale per rapporti sociali, delle relazioni sociali, delle strutture
sociali. La visione della socializzazione, quindi, è considerata come un meccanismo
che riproduce nel processo di socializzazione tutte le conflittualità e anche la
asimmetria di potere che si sviluppano tra i vari gruppi sociali, tra le agenzie sociali e
culturali che sono predisposte al processo di socializzazione dei soggetti.
Il modello funzionalista come abbiamo visto sottolinea la matrice integrazionista della
socializzazione, soprattutto sottolinea il contrario del modello conflittualista quando
evidenzia che la socializzazione ha come obiettivo quello di mantenere l'ordine,
riprodurre l'integrazione.
I teorici del conflitto, soprattutto quelli di matrice marxista, vedremo che poi al proprio
interno si differenziano, considerano la socializzazione e l'educazione come
l'espressione delle forze esistenti, sono la rappresentazione delle strutture
economiche, sociali detenute dai gruppi che posseggono i mezzi economici e per
questo motivo la socializzazione non fa altro che riprodurre i modelli dominanti,
riprodurre una distribuzione diseguale delle risorse, tra cui anche quella educativa e
formativa. I teorici del conflitto, che più in generale potremmo chiamare i teorici della
riproduzione sociale, puntano l'attenzione sulla distribuzione diseguali del dominio di
un gruppo su un altro e su come questa distribuzione diseguale del potere, del
dominio economico-culturale sia strettamente associata al processo di socializzazione
e in generale, come abbiamo visto anche nella fase classica, al processo di
educazione. In questo quadro i teorici del conflitto e della riproduzione sociale,
soprattutto di matrice marxista, sviluppano una radicale critica verso la scuola dal
momento che considerano la scuola come istituzione che legittima i privilegi di classe
e rappresenta sostanzialmente uno strumento, che è manipolato, è detenuto dalla
classe dominante, di indottrinamento e di coercizione della classe subalterna che non
ha il potere economico, non ha potere culturale. Assumono un atteggiamento molto
critico nei confronti della pretesa universalistica che la scuola moderna intende
raggiungere dal momento che essi disvelano l'istituzione scolastica poi alla fine
riproduce questi meccanismi di asimmetria di potere tra le classi sociali anche al
proprio interno. I teorici del conflitto, quindi, scorgono nel processo di socializzazione,
questo meccanismo di riproducibilità delle diseguaglianze, un meccanismo che,
secondo i teorici del conflitto, è finalizzato a legittimare questa stratificazione sociale
diseguale dei gruppi, a legittimare una riproduzione sociale culturale tra i gruppi,
diseguale ovviamente, a scapito di tutti coloro i quali non hanno e non posseggono
risorse economiche e anche culturali. All'interno, tuttavia, del modello di
socializzazione conflittualista e all'interno dei teorici del conflitto dove l’intenzione
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MODELLO FUNZIONALISTA DI SOCIALIZZAZIONE

Il modello conflittualista della socializzazione può essere considerato un approccio contrapposto a quello funzionalista-integrazionista che abbiamo già analizzato. Tale modello, sostanzialmente critico, va ricondotto ad una visione, ad una concezione della socializzazione che svolge secondo questa prospettiva un'azione negativa dal momento che essa viene considerata, insieme al processo educativo, un meccanismo attraverso il quale si riproducono le diseguaglianze sociali, economiche e culturali. Abbiamo visto che i funzionalisti concepiscono la socializzazione come il principale meccanismo attraverso il quale il sistema controlla e in qualche modo scongiura la potenzialità conflittuale che si può sviluppare all'interno dei vari sistemi che compongono il sistema sociale. La socializzazione, secondo il modello funzionalista, garantisce l'integrazione e quindi l'unità del sistema sociale. L’approccio conflittualista assume, come abbiamo già visto nella fase classica dell' affermazione della sociologia dell'educazione, il conflitto come categoria fondamentale per rapporti sociali, delle relazioni sociali, delle strutture sociali. La visione della socializzazione, quindi, è considerata come un meccanismo che riproduce nel processo di socializzazione tutte le conflittualità e anche la asimmetria di potere che si sviluppano tra i vari gruppi sociali, tra le agenzie sociali e culturali che sono predisposte al processo di socializzazione dei soggetti. Il modello funzionalista come abbiamo visto sottolinea la matrice integrazionista della socializzazione, soprattutto sottolinea il contrario del modello conflittualista quando evidenzia che la socializzazione ha come obiettivo quello di mantenere l'ordine, riprodurre l'integrazione. I teorici del conflitto, soprattutto quelli di matrice marxista, vedremo che poi al proprio interno si differenziano, considerano la socializzazione e l'educazione come l'espressione delle forze esistenti, sono la rappresentazione delle strutture economiche, sociali detenute dai gruppi che posseggono i mezzi economici e per questo motivo la socializzazione non fa altro che riprodurre i modelli dominanti, riprodurre una distribuzione diseguale delle risorse, tra cui anche quella educativa e formativa. I teorici del conflitto, che più in generale potremmo chiamare i teorici della riproduzione sociale , puntano l'attenzione sulla distribuzione diseguali del dominio di un gruppo su un altro e su come questa distribuzione diseguale del potere, del dominio economico-culturale sia strettamente associata al processo di socializzazione e in generale, come abbiamo visto anche nella fase classica, al processo di educazione. In questo quadro i teorici del conflitto e della riproduzione sociale, soprattutto di matrice marxista, sviluppano una radicale critica verso la scuola dal momento che considerano la scuola come istituzione che legittima i privilegi di classe e rappresenta sostanzialmente uno strumento, che è manipolato, è detenuto dalla classe dominante, di indottrinamento e di coercizione della classe subalterna che non ha il potere economico, non ha potere culturale. Assumono un atteggiamento molto critico nei confronti della pretesa universalistica che la scuola moderna intende raggiungere dal momento che essi disvelano l'istituzione scolastica poi alla fine riproduce questi meccanismi di asimmetria di potere tra le classi sociali anche al proprio interno. I teorici del conflitto, quindi, scorgono nel processo di socializzazione, questo meccanismo di riproducibilità delle diseguaglianze, un meccanismo che, secondo i teorici del conflitto, è finalizzato a legittimare questa stratificazione sociale diseguale dei gruppi, a legittimare una riproduzione sociale culturale tra i gruppi, diseguale ovviamente, a scapito di tutti coloro i quali non hanno e non posseggono risorse economiche e anche culturali. All'interno, tuttavia, del modello di socializzazione conflittualista e all'interno dei teorici del conflitto dove l’intenzione

generale come previsto rispetto e funzionalisti, che invece sono sostanzialmente orientati a sottolineare l'importanza del rapporto tra socializzazione ed integrazione, i teorici del conflitto, invece, sono sostanzialmente orientati a svelare, a smascherare il dominio e le contraddizioni ad esse connesse. I teorici del conflitto possono essere suddivisi in tre grandi gruppi: in primis, i teorici della riproduzione sociale di matrice sostanzialmente marxista; poi vi sono i teorici della riproduzione culturale all'interno dei quali vi è una rielaborazione, anche critica, dell' impostazione marxista e sono coloro i quali si rifanno, in qualche modo, a un approccio che punta l'attenzione sulla riproduzione delle disuguaglianze, non solo in termini economici, ma anche culturali, tra questi c'è sicuramente Bourdieu, autore che abbiamo in qualche modo già introdotto; poi c'è un altro filone molto interessante neo weberiano che ha ovviamente questa matrice teorica che si rifà alla concezione teorica di Weber della società e in particolare alla concezione specifica del conflitto per Weber che, come già abbiamo più volte, è un concetto molto differente rispetto a quello elaborato da Marx. Ci sono tre matrici teoriche , tre grandi orientamenti teorici all'interno dei teorici del conflitto e ciascuna matrice influenza una specifica concezione della socializzazione e dell’idea che hanno anche della scuola e dei processi educativi.

  1. La prima matrice teorica, che abbiamo definito teorici della riproduzione sociale sostengono che bisogna mettere in discussione il rapporto tra struttura economica e sovrastruttura, il rapporto deterministico da cui Marx fa scendere tutta la critica del capitalismo, su cui si basa l’idea che l'educazione, la cultura non sono altro che il riflesso del potere economico. Per cui l’approccio dei teorici della riproduzione sociale parte dal presupposto che questa condizione storica è dettata dall'emergere della società capitalistica, in cui vi è una struttura, quella economica, del potere economico che determina la sovrastruttura, deve essere superata, abbattuta e quindi i teorici della riproduzione sociale si caratterizzano per essere teorici molto critici e radicali rispetto alla società capitalistica e alla struttura capitalistica, in quanto considerata una società contraddittoria riproduce al proprio interno, strutturalmente, diseguaglianze. Qui è importante evidenziare un altro aspetto rilevante all'interno dei teorici della riproduzione sociale. Se da una parte criticano la struttura attuale del sistema educativo dei processi di socializzazione in quanto riflessi rappresentanti della diseguale distribuzione economica all'interno della società capitalistica, dall'altra propugnano l’ideale emancipatori attraverso la socializzazione e l'educazione. Significa che le classi sociali subalterne devono potersi affrancare dal doppio legame che li lega alla struttura di subalternità, all’economia e alla dimensione culturale. I teorici della riproduzione sociale se da una parte criticano l'attuale condizione storica del processo di socializzazione-educazione all'interno anche del sistema scolastico, dall'altra danno una particolare importanza all'emancipazione delle masse e il poter rompere, spezzare questo legame basato su una dimensione subalterna con, non solo la condizione di subalternità che la classe operaia vive sul piano della dimensione economica, del mercato, del lavoro, ma anche e soprattutto sul piano della dimensione culturale cioè cercare di emanciparsi anche attraverso l'acquisizione dei processi di conoscenza, di educazione. Questo ideale emancipatorio si presenta, in qualche modo, utopico per alcuni critici perché innanzitutto prevede l’emancipazione collettiva, cioè si rivolge alla classe sociale non all’individuo. È la classe sociale che deve prendere coscienza attraverso l'acquisizione delle proprie conoscenze storiche, attraverso un'analisi scientifica della propria condizione strutturale per emanciparsi. Non è rivolta

cultura, nella riproduzione della cultura dominante a scapito della cultura delle classi sociali subalterne, che vedono nella scuola un meccanismo di riproduzione culturale delle differenze, che vedono nel processo di socializzazione un meccanismo che produce delle differenze perché produce la interiorizzazione di habitus culturali differenti, disposizioni mentali differenti che si differenziano in base alla classe sociale di appartenenza, l’habitus dominante e dominante a scuola e quindi chi proviene dalla classe sociale dominante ha un habitus già predisposto alla riuscita scolastica rispetto a coloro i quali provengono da classi sociali non dominanti all'interno delle quali si produce un processo di socializzazione di un habitus (di disposizione mentale, di sensibilità e visione del mondo) differenti, subalterne a quello presente nelle istituzioni scolastiche. Per cui, all'interno di questa discrasia tra e cultura familiare e cultura scolastica si riproduce quello che Bourdieu definisce come la riproduzione culturale e la legittimazione delle diseguaglianze. È estremamente importante ricordare il concetto di habitus in rapporto al processo di socializzazione, è importante tener presente come per Bourdieu il concetto di classe non si riduce al concetto di classe associato alla dimensione economica. Il concetto di classe sociale, per Bourdieu, è un concetto molto più complesso, multi dimensionale, la classe sociale è l'espressione almeno di tre grandi capitali: vi è il capitale economico che è il livello di reddito e il livello professionale ad esso connesso; il capitale culturale che sarebbe la cultura trasmessa dalla famiglia, dalla socializzazione e dal tipo di istruzione che entrambi i genitori posseggono; il capitale sociale che è la quantità e la qualità delle relazioni sociali che ciascuna famiglia detiene. L'insieme di questa relazione tra i tre diversi tipi di capitale producono un meta capitale che è un capitale simbolico che incide notevolmente nella riproduzione delle disuguaglianze sociali all'interno della scuola e nella società. Nel suo scritto, Bourdieu, “ La riproduzione culturale ” sviluppa un'analisi estremamente critica nei confronti del sistema scolastico e, come dal titolo, ha, secondo lui, il risultato di riprodurre la struttura sociale esistente e non la mobilità sociale che si prefigge come scopo dichiarato. Ciò perché l'educazione secondo Bourdieu, intesa come istruzione, inculcherebbe non tanto il sapere, ma degli habitus che riguardano il rapporto con il sapere, l’habitus, la socializzazione ad un determinato habitus è strettamente legata alla socializzazione a determinati saperi. Questi habitus, dice Bourdieu, sarebbero convergenti con gli habitus familiari di certi gruppi sociali che si ritroverebbero avvantaggiati rispetto ad altri. In questo modo il sistema scolastico non tenderebbe a selezionare chi possiede il sapere, il bravo, l’intelligente, ma chi appartiene ad una determinata classe sociale perché espressione di uno specifico habitus che è convergente con l’habitus della scuola, cioè con la visione del mondo, con la visione del sapere proposta all'interno della scuola stessa. Come si spiegano, quindi, le disuguaglianze educative, secondo i teorici della riproduzione, e che rapporto ha con il processo di socializzazione? È estremamente importante ricordare il capitale culturale, l’etos di classe, definiscono l'eredita culturale che ogni allievo porta con sé al suo ingresso nella scuola dove si confrontano non solo i diversi habitus, ossia i modi d'essere e le abilità di ciascuno, ma anche la ricchezza e/o l'adeguatezza dell’eredità culturale e personale. Gli alunni che provengono da famiglie privilegiate conseguono maggiori successi formativi perché dotati di un patrimonio di conoscenze, abilità e valori che agevolano il percorso formativo perché possono contare sull’appoggio materiale e morale dei genitori e in particolare sul loro

interessa a coinvolgimento e alla partecipazione del processo di istruzione, perché possono disporre di adeguate anche risorse economiche, perché nei modi di essere, ad esempio, parlando una lingua standard, priva di accento, più elaborata, nelle modalità di rapportarsi con gli altri, rappresentano ovviamente dei vantaggi notevoli rispetto a coloro i quali non posseggono questo habitus (questo capitale culturale) e non sono espressione di questo ethos. Da questo deriva, sostanzialmente, una critica alla socializzazione perché riproduce questi habitus e l'espressione anche del capitale culturale, e dall'altra parte, sul piano dell'educazione intesa come istruzione, una critica al sistema scolastico che solo apparentemente dichiara di voler propugnare una istruzione universalistica e meritocratica ma nei fatti produce meccanismi che vanno ad attingere ad una distorta socializzazione che invece è sostanzialmente legata alla riproduzione di diseguaglianze sociali. Abbiamo detto che poi affianco alla teoria della riproduzione sociale di matrice marxista e alla teoria della riproduzione culturale che invece si sposta verso una dimensione in cui recupera i meccanismi sociali e culturali delle disuguaglianza vi è un'altra impostazione che è quella weberiana e per questo orientamento il conflitto è una modalità delle relazioni sociali, è parte integrante delle relazioni sociali, non è il prodotto della contraddizione specifica di un sistema che non funziona bene quale quello capitalistico (questa prospettiva ovviamente quella marxista), quindi è il prodotto storico che va superato attraverso il superamento di queste contraddizioni, quindi fa saltare la società capitalistica, il conflitto per Weber è una dinamica relazionale che è insita nella struttura sociale. Da questo punto di vista vi è una non convergenza sul piano concettuale, e quindi anche sul piano della ricaduta dell’analisi empirica tra la prospettiva conflittuale di matrice weberiana rispetto a quella marxista. Per quanto riguarda le riflessioni che riguardano la socializzazione e l’identità, sul modello della socializzazione conflittualista non possiamo non tener conto dell’aspetto rilevante che sempre associamo alla socializzazione, ovvero la formazione dell’ identità. I modelli di socializzazione differenti tra di loro esprimono modalità e forme di costruzione dell'identità in modo differente, in modo differenziato. Per quanto riguarda la riflessione in merito al concetto d’identità, nella prospettiva conflittualista dobbiamo precisare e che questa prospettiva si contraddistingue rispetto a quella funzionalista. L'identità nella prospettiva marxista è in primo luogo inquadrata come un processo collettivo che è associato alla presa di coscienza e alla costruzione di identità sociale afferente alla classe. L'identità è in relazione all'altro, alla presa di coscienza del gruppo a cui il soggetto appartiene, non è un concetto che può essere messo in relazione alla biografia del soggetto, non è l'identità un processo legato alla capacità dell'individuo di costruirsi il proprio progetto di vita, di esprimere le proprie scelte in base all’esperienza, l'identità è strettamente collegata all’ethos di classe, alla identità sociale della classe di appartenenza. L’identità per la posizione conflittuale, soprattutto marxista, è strettamente legata al potere, al dominio e, come abbiamo visto per approccio della riproduzione sociale, la socializzazione e dunque anche il processo di costruzione di identità è un fenomeno che si inserisce all'interno di una dinamica relazionale asimmetrica dove vi è un asimmetria di potere che è dovuta ad una diseguale distribuzione della potenza economica, delle forze economiche. Nella prospettiva marxista l'identità è legata al dominio della struttura sociale, l’identità è legata alle posizioni ascritte, agli status socio economici del capitale economico, della famiglia di appartenenza. L’identità è strettamente legata all'interno di questa condizione in cui vi è un gruppo che

sociale nella costruzione co evolutiva del soggetto nel suo percorso di crescita e di affermazione che vede un rapporto co evolutivo con la struttura sociale. In conclusione, in merito a questo modello conflittuale della socializzazione che non può essere ricondotto ad una sola teoria come abbiamo visto, dobbiamo tener presente che all'interno di questa definizione di modello conflittuale della socializzazione ci sono almeno tre modelli teorici fondamentali che leggono in modo differente il concetto di identità e di socializzazione. Concludendo, i teorici del conflitto, in generale, pongono in evidenza come il processo di socializzazione non sia un processo neutro ma è connesso al potere economico, al potere culturale, al potere simbolico, diversamente e differentemente distribuito all'interno della società. Quello che emerge da questa prospettiva è l'analisi critica del processo di socializzazione, ponendo in evidenza soprattutto il ruolo che sul processo di socializzazione hanno i condizionamenti sociali ed economici, ponendo in evidenza come il processo di socializzazione non è un meccanismo così neutro e lineare che porta all’integrazione del soggetto all'interno del sistema sociale ai fini della costruzione di un ordine sociale, ma il processo di socializzazione è parte integrante di quel processo più generale della riproduzione delle disuguaglianze sociali. L’attenzione inizia a essere posta in modo critico su quello che è il processo di socializzazione come processo di socializzazione strettamente incastrato nella struttura economica e sociale, non è un banale processo generale che noi generalmente siamo portati a dire che attraverso la socializzazione i soggetti entrano nella società, imparano e acquisiscono competenze e abilità relazionali, no, è tutt'altro. Il processo di socializzazione è un processo che è strettamente collegato alle differenti classi sociali, al differente potere economico e sociale. Ciò mette evidenza come gli stili diversi educativi e culturali sono anch’essi strettamente connessi alla classe sociale di appartenenza e come ci sia un forte legame tra processi di socializzazione e stratificazione sociale della società. MODELLO INTERAZIONISTA COMUNICATIVO DELLA SOCIALIZZAZIONE Il terzo modello della socializzazione è definito interazionista comunicativo. Esso si presenta rispetto agli altri due modelli, funzionalista e del conflitto, molto differente. Il modello funzionalista della socializzazione ha come obiettivo la conformità e l'equilibrio della società, mentre il modello conflittuale della socializzazione pone al centro il tema del dominio di un gruppo sull'altro, il tema della conflittualità che scaturisce all'interno di una società stratificata diseguale. L’approccio, invece, interazionista comunicativo trova il suo fondamento nell’assunto che la società è intersoggettiva è comunicazione. Il punto generale da cui bisogna partire per inquadrare l’approccio interazionista comunicativo è che l'uomo è il costruttore della realtà sociale attraverso una capacità proprio dell'uomo, cioè la produzione di simboli che sono collegati a specifici significati. L'uomo è un animale sociale culturale, ovvero capace di produrre cultura e di produrre simboli che conferiscono significato alla realtà della quale egli è inserito, nella quale egli vive. Questo è un aspetto fondamentale, centrale che distingue l’approccio basato sulla comunicazione rispetto all’approccio basato sulla dimensione funzionale integrativa o del conflitto. L’interazionismo simbolico è una delle teorie che, in maggior misura, ha influenzato l’approccio comunicativo ma sicuramente possiamo annoverare all'interno dell’approccio comunicativo altre importante teorie: come quella fenomenologica, oppure il contributo che ci proviene anche da diversi autori della scuola di Chicago, un insieme di contributi, di riflessioni teoriche ed hanno, sostanzialmente, influenzato ognuno dal proprio punto di vista l’approccio comunicativo interazionista della socializzazione. Soffermandoci sul concetto di interazionismo simbolico dobbiamo

sottolineare alcuni elementi chiave che sono fondamentali per poter capire il concetto di socializzazione all'interno di quest'ultimo modello. Uno degli esponenti più importanti è Mead, psicologo sociale che ha avuto una forte influenza nel campo della sociologia ma anche nello sviluppo della cosiddetta scuola di Chicago. Mead sosteneva chi al di fuori della società non può esserci un “ se ” sociale. Nessuna coscienza del sé, nessuna comunicazione. Quindi il “se” è un prodotto dell'attività che si svolge all'interno della società attraverso il processo della comunicazione. A sua volta Mead sottolineava come la società deve essere considerata una struttura che emerge attraverso un processo continuo di atti sociali comunicativi, attraverso transazioni tra persone che sono orientate reciprocamente l’uno verso le altre. Quindi la società è un prodotto di questa interazione costante, continua, che si sviluppa tra le persone, le quali sono orientate, proprio in virtù della capacità di comprendere il significato dietro ai gesti che ciascuno di noi produce proprio per effetto di questa capacità, le une verso le altre. Questa capacità comunicativa è alla base della formazione della realtà sociale. L’interazionismo simbolico focalizza l'attenzione non sul comportamento, è molto critico Mead e l’interazionismo simbolico verso quella corrente anche psicologica del comportamentismo, ma focalizza l'attenzione sull’interazione che si sviluppa attraverso ego e alter. Questa attenzione orientata sull’interazione che si produce nel rapporto tra ego e alter consente di comprendere gli altri e soprattutto di comprendere i significati sottostanti alle loro azioni; comprendiamo gli altri e comprendiamo il significato delle loro azioni ed è una specificità, peculiarità umana attraverso la quale non solo si determina un processo interattivo tra noi e gli altri ma poniamo le basi su cui si fonda la costruzione del sociale. Con Mead il sociale cambia prospettiva, non è quello durkhaniano che si impone sull’individuo, non prevale sull’individuo. L’elemento psichico e l'analisi dell'azione sociale, del comportamento sociale concorrono a delineare, a disegnare il profilo di un individuo che, attraverso le dinamiche soprattutto relazionali e comunicative, anziché creato dalla società attraverso le dinamiche relazionali comunicative, diventa egli stesso artefice produttore, realizzatore della società. È un cambio di prospettiva molto importante rispetto a quello funzionalista e quello del conflitto, qui tutto l'asse interpretativo si sposta sulla capacità dell'individuo di determinare la realtà sociale in virtù di specifiche caratteristiche soprattutto in virtù del fatto di mettersi nei panni degli altri, nell’interpretare i gesti altrui e di comportarci in funzione dell'azione dell'altro. Sono aspetti estremamente rilevanti che incidono non poco sulla concettualizzazione della socializzazione. I tre modelli sono differenti tra loro, richiamano tre visioni diverse della società: la socializzazione non è semplicemente un richiamo a saper stare insieme, la socializzazione in sociologia dell'educazione è un meccanismo fondamentale del modo in cui si immagina, si teorizza il rapporto tra individuo e società. È una categoria fondamentale nella pratica e nella teoria sociologica e soprattutto è una categoria fondamentale nell’analisi dell’educazione. Abbiamo appurato che l’approccio di Mead non indica il prevalere del sociale sull’individuo, anzi, addirittura si concepisce l'individuo come l'artefice del sociale. Un breve accenno al discorso che abbiamo fatto all'inizio quando abbiamo introdotto la teoria dell' interazionismo simbolico: abbiamo detto che l'individuo interpreta i gesti, Mead distingue due fondamentali gesti quelli non significativi e quelli significativi. Egli vedeva nel gesto in generale il meccanismo fondamentale attraverso il quale gli atti sociali, i comportamenti sociali vengono effettuati quindi gesti che possono essere simbolici o gesti materiali. Tuttavia, egli separava i gesti non significativi, non coscienti, quelli dettati dall'apparato istintuale che caratterizza soprattutto l'animale e distingue questi gesti non significativi naturali, non coscienti da gesti significativi coscienti, riflessivi che invece caratterizzano la maggior parte dei

hanno soprattutto sottovalutato l'importante capacità di creazione della realtà sociale attraverso l'intersoggettività, attraverso la comunicazione. La socializzazione diventa, in questa prospettiva, una forma di interazione sociale e il rapporto tra individuo e sistema sociale o tra socializzando e agenzie di socializzazione, famiglia, scuola, gruppo dei pari, mass-media, questo rapporto si delinea in una forma circolare, non è lineare, non è deterministica, non è come sostiene il funzionalismo che la società si impone agli individui e lo ingloba lo accompagna in essa rendendolo sempre più integrato, non è come la prospettiva conflittualista che è un gruppo che manipola e domina i modelli di socializzazione e di educazione. Il rapporto tra socializzando e agenzia di socializzazione, tra studente e scuola non è lineare, non è deterministico ma è circolare cioè è anche lo studente che influenza l'insegnante a sua volta l'insegnante influenza lo studente, ma è anche la scuola che influenza il comportamento degli studenti ma la cultura, la visione del mondo, l'espressione di una visione di società diverse che si affacciano quando si affacciano nuove generazioni condizionano, modificano la struttura della scuola, modificano l'organizzazione scolastica e quindi vi è un rapporto circolare tra soggetto e società, tra socializzando e agenzia di socializzazione. In quest’ottica il processo di socializzazione assume in tutte le fasi del processo, sia nella fase primaria-secondaria, nella fase della risocializzazione o quando si è adulti, assume un carattere negoziale, bilaterale non è mai un unico, univoco, unilaterale, quindi, in tutte le fasi del processo di socializzazione si caratterizza il rapporto tra socializzando e agenzia di socializzazione attraverso una natura negoziale bilaterale. La negoziazione deriva dalla considerazione che il soggetto socializzando ha la capacità di sviluppare delle strategie interpretative, non è passivo, bambino non è passivo rispetto alla socializzazione primaria, il bambino sin dalla nascita prova a interpretare e a mettere in campo delle scelte interpretative della realtà e degli oggetti che egli interiorizza. La riscoperta dell'individuo, del soggetto come fulcro dell'analisi consente di ridefinire la socializzazione nei termini di un processo attraverso cui soggetto oltre all’integrazione sociale può soprattutto approdare alla scoperta e alla realizzazione di sé stesso. Questo è un punto estremamente importante, in quanto, mette in evidenza che il processo di socializzazione basato sull’interazione, sulla comunicazione attiva dei socializzanti rispetto alle agenzie di socializzazione è un processo che accompagna l'individuo verso un percorso di individualizzazione, di affrancamento del soggetto rispetto al gruppo di un percorso che porta sempre più verso l'autonomia del soggetto, non l'indipendenza, perché l'indipendenza non esiste nella condizione umana, nessuno è completamente indipendente rispetto agli altri, rispetto alla società ma è necessario che diventa autonomo, che si soggettivizza, che diventa consapevole di se stesso e quindi il processo di socializzazione calibrato su un'idea basata sulla capacità dell'individuo di interpretare i gesti, interpretare la realtà porta anche ad enfatizzare la necessità che nel processo di socializzazione l'individuo si individualizza, prende consapevolezza di sé stesso e realizza le sue le sue aspettative, i suoi bisogni. Alla matrice dell’interazionismo simbolico va anche ricondotto, va collegato in parte l’apporto fornito dalla teoria cognitiva di Piaget. Essa è legata alla sua teoria sull’infanzia a cui è connessa un'idea attiva della socializzazione al contrario di Parsons, Piaget sottolineava che il soggetto, il bambino ha una funzione attiva e sottolineava che attraverso una combinazione complessa tra elementi razionali e logici e sentimentali, che sono complementari questi elementi, il soggetto anche nella primissima infanzia si attiva nell’interazione sociale e si attiva per costruire anche se stesso, in rapporto all'altro, a differenza di Parsons che invece delineava un soggetto anche nella prima infanzia che veniva riempito dalla società attraverso le agenzie di

socializzazione. Quindi c'è un collegamento estremamente importante anche con la stessa teoria di Piaget ma un contributo, anche particolarmente rilevante, che viene all'interno della sociologia è quello di Berger e Lukman. Essi sono due importanti sociologi che si collocano lungo questo solco dell'interazionismo simbolico ma non solo anche all'interno della fenomenologia, sono due sociologi che si concentrano sull’importanza della realtà quotidiana come oggetto interiorizzato nel corso della socializzazione primaria. La socializzazione secondaria, invece, è quella realtà nella quale l'individuo, già socializzato, viene inserito all'interno di diversi mondi di vita differenti tra di loro, è un processo, quello della socializzazione secondaria, in cui l'individuo può trovare una sua strada diversa da quella della socializzazione primaria può, essendo inserito all'interno di diverse realtà, a differenza della visione parsonsiana, sviluppare una sua interpretazione del proprio progetto di vita. “La realtà come costruzione sociale” è proprio il titolo del libro che richiama proprio questa capacità del soggetto di non subire la realtà, ma di costruirla e che è una realtà costruita socialmente quella nella quale l'individuo si trova a vivere. È una realtà che l'individuo può modificare, a differenza della prospettiva di Parsons, la socializzazione e il socializzando è ingrato di modificare la realtà della quale vive, soprattutto all'interno della socializzazione secondaria. È un tipo di socializzazione che si differenzia molto dall’impostazione prodotta da Parsons e dai funzionalisti, che è un’impostazione che richiama un’idea ipo-socializzante dell'individuo ove la divergenza, la sola divergenza, rispetto al processo di ipo-socializzazione viene concepita (questa divergenza) come la devianza , come un evento patologico , l'idea che l'individuo nella socializzazione secondaria può rielaborare gli oggetti interiorizzati nella socializzazione primaria, può rielaborare i modelli e le tipizzazioni interiorizzate nella socializzazione primaria, questa idea proposta, rielaborata da Berger e Lukmann, viene assunta dalla teoria parsonsiana come un fallimento della socializzazione, dunque la produzione di una devianza. L'idea, invece, che propongono Berger e Lukmann è che l'individuo, essendo inserito in una pluralità di mondi, soprattutto nella socializzazione secondaria, in questa realtà, questo individuo pur se sceglie qualcosa di diverso rispetto ai modelli che aveva interiorizzato, non è una scelta patologica, non è un fallimento della socializzazione, ma è una caratteristica specifica del socializzando di poter mettere in atto, come abbiamo detto, delle scelte diverse, delle scelte interpretative. Quindi, le discrepanze, le rotture non sono concepite rispetto alla socializzazione primaria, secondo Berger e Lukmann, come un qualcosa di patologico, ma di creativo, di costruttivo, di realizzativo del sociale. Indubbiamente la svolta comunicativa ci porta, anche se brevemente, ad un richiamo della costruzione dell'identità, a un richiamo a come questa svolta comunicativa, interattiva definisce il concetto di identità. La svolta comunicatino si rende molto visibile nella loro concezione dell'identità. L'identità partire da Mead assume l'aspetto non di qualcosa di dato ma di qualcosa di processuale, di una dialettica che si sviluppa tra la parte socializzata in me e l'interiorità, la creatività del soggetto, l'io, che vanno a costruire il sé sociale. In altri termini, viene sostituita questa concezione dell'identità costruita sulla base di quella che è la divisione sociale del lavoro, del controllo sociale, della struttura economica in cui l'individuo si viene a trovare e a vivere. Quindi viene sostituita questa visione imperante, che richiama la struttura sociale come un elemento dominante sull’individuo e sulla sua costruzione dell'identità, da una visione molto più complessa, caratterizzata da dinamiche di incontro e scontro tra individuo e società, tra dinamiche che sono caratterizzate dalla necessità dell'individuo di intrattenere con se stesso un rapporto unico ma al tempo stesso di avere una relazione con la dimensione sociale. Questa dinamica costante tra individualità e società, tra individualità in relazione