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Modulo C di Filosofia Morale a.a. /, Sbobinature di Filosofia morale

Sbobine del corso di Filosofia Morale, collegati ai primi due moduli. Materiale di riferimento: Zhok, Il senso dei valori. Fenomenologia, etica, politica, Mimesis

Tipologia: Sbobinature

2024/2025

Caricato il 25/07/2025

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Parte C Filosofia Morale a.a 24/25!
Lezione 21, martedì 29 ottobre 2024 !
Abbiamo visto le forme dell’appropriazione ontologica, mostrando come l’esito porti alla
luce sul piano degli oggetti, enti che si configurano come dotati di significato. Enti che
vengono da noi percepiti come dotati di senso, come valorizzanti, come dotati di valore
intrinseco, non strumentale. !
L’area semantica di ciò che chiamiamo amore, coincide con tutti i processi di assimilazione,
appropriazione, in cui noi seguiamo la linea del nostro interesse, inclinazione, e nel farlo
approfondiamo in forma biunivoca la nostra relazione con l’ente, viene scoperto, valorizzato
e compreso, e quello che viene scoperto determina la forma che noi stessi prendiamo per
noi stessi. !
Osserviamo come si dierenzia questa presentazione del valore intrinseco a livello
ontico (degli enti) rispetto alla concezione prevalente, in quasi tutte le teorie
consequenzialiste e teleologiche, in tutte le teorie note, l’ente valorizzato in quanto oggetto
di desiderio, se qualcosa si configura come di valore, è un desiderato. Il concetto di
valorizzazione che ha questa forma del desiderato è un concetto mutuato dall’idea del
consumo, in questo caso l’idea dell’appropriazione non è l’idea della scoperta, ma
dell’inglobare, io desidero l’ente, lo raggiungo, lo faccio mio nel senso in cui lo consumo.
Questo non è il modo in cui si presenta l’ente valorizzato nella forma di appropriazione
ontologica. Io non consumo l’ente, l’ente viene valorizzato e ha valore intrinseco per il modo
in cui sta in relazione alla mia attività intenzionale. Una volta che si è configurato coem quel
portatore di significato puo rimanere tale. Il rapporto che si ha all’ente di questa forma,
all’ente come individuale, come dotato di unicità è un rapporto di cura - difesa, più che di
desiderio-consumo, il consumo va oltre l’etica, lo annichila, in questo senso ogni oggetto di
desiderio, che sia esplicito o meno, tende ad avere la forma della dipendenza unilaterale da
un lato soggettivo, quindi non puo avere valore intrinseco. Il desiderio si estingue, la natura
del desiderio è estinguersi. Io porto alla luce all’oggetto che da quel momento in poi
continua a preservare il significato che è venuto alla luce, l’appagamento avviene nel
prendermene cura, è un atteggiamento di cura e difesa. !
Il desiderio è percepito come una circolarità chiusa, presuppone che alcuni enti appaghino
il desiderio, non c’è qualcosa che appaga il desiderio dell’essere inglobato e lasciato alle
spalle. Viene a mancare una componente essenziale della struttura di conferimento di
senso, cioè la sfera delle possibilizzazioni. !
Per il momento abbiamo discusso sulla valorizzazione rivolta a enti, ma questo non
esordisce la sfera delle entità che per noi hanno valore intrinseco, la prima cosa a cui
possiamo pensare nel momento in cui ampliamo lo sguardo è che gli enti, quasi sempre ci
rivolgiamo agli enti pensando che abbiamo un valore estrinseco strumentale. Più facile è
pensare a una realizzazione del valore intrinseco nella forma di un conseguimento
esemplare: mi sono laureato, sposato ecc è qualcosa che risulta per noi di valore
intrinsecamente in quanto è ottenuto, raggiunto, ma non nel senso dell’oggetto di desiderio
come qualcosa di consumo, rimane nella mia esistenza come elemento valorizzante.!
C’è una entità finale che funge da finalità e poi qualunque percorso ottenga x raggiungerlo
va bene, puo essere la laurea ma non è un valore intrinseco. È un valore intrinseco nel
momento in cui, accada quel che accada, è un momento cruciale, è un conseguimento. !
Supponiamo di aver inteso che qui si tratta di qualcosa che non è un oggetto, è un atto, in
che misura un atto può essere di valore intrinseco? Tutti gli atti possono avere valore
intrinseco solo sotto una condizione: se appartengono ad una pratica sociale che gli
conferisce valore intrinseco. !
Maclntyre, introduce una nozione simile, quando parla della mossa degli scacchi, quando
parla della mossa degli scacchi. Quando parla di una buona mossa di scacchi è qualcosa
che dipende dalla mia padronanza del gioco, e dal fatto che questa padronanza e il gioco
possa essere riconosciuto, è una pratica sociale. Questo definisce quello che in un
contesto x noi è un fattore di successo percepito. !
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Parte C Filosofia Morale a.a 24/

Lezione 21, martedì 29 ottobre 2024 Abbiamo visto le forme dell’appropriazione ontologica, mostrando come l’esito porti alla luce sul piano degli oggetti, enti che si configurano come dotati di significato. Enti che vengono da noi percepiti come dotati di senso, come valorizzanti, come dotati di valore intrinseco, non strumentale. L’area semantica di ciò che chiamiamo amore, coincide con tutti i processi di assimilazione, appropriazione, in cui noi seguiamo la linea del nostro interesse, inclinazione, e nel farlo approfondiamo in forma biunivoca la nostra relazione con l’ente, viene scoperto, valorizzato e compreso, e quello che viene scoperto determina la forma che noi stessi prendiamo per noi stessi. Osserviamo come si differenzia questa presentazione del valore intrinseco a livello ontico (degli enti) rispetto alla concezione prevalente , in quasi tutte le teorie consequenzialiste e teleologiche, in tutte le teorie note, l’ente valorizzato in quanto oggetto di desiderio, se qualcosa si configura come di valore, è un desiderato. Il concetto di valorizzazione che ha questa forma del desiderato è un concetto mutuato dall’idea del consumo, in questo caso l’idea dell’appropriazione non è l’idea della scoperta, ma dell’inglobare, io desidero l’ente, lo raggiungo, lo faccio mio nel senso in cui lo consumo. Questo non è il modo in cui si presenta l’ente valorizzato nella forma di appropriazione ontologica. Io non consumo l’ente, l’ente viene valorizzato e ha valore intrinseco per il modo in cui sta in relazione alla mia attività intenzionale. Una volta che si è configurato coem quel portatore di significato puo rimanere tale. Il rapporto che si ha all’ente di questa forma, all’ente come individuale, come dotato di unicità è un rapporto di cura - difesa , più che di desiderio-consumo, il consumo va oltre l’etica, lo annichila, in questo senso ogni oggetto di desiderio, che sia esplicito o meno, tende ad avere la forma della dipendenza unilaterale da un lato soggettivo, quindi non puo avere valore intrinseco. Il desiderio si estingue, la natura del desiderio è estinguersi. Io porto alla luce all’oggetto che da quel momento in poi continua a preservare il significato che è venuto alla luce, l’appagamento avviene nel prendermene cura, è un atteggiamento di cura e difesa. Il desiderio è percepito come una circolarità chiusa, presuppone che alcuni enti appaghino il desiderio, non c’è qualcosa che appaga il desiderio dell’essere inglobato e lasciato alle spalle. Viene a mancare una componente essenziale della struttura di conferimento di senso, cioè la sfera delle possibilizzazioni. Per il momento abbiamo discusso sulla valorizzazione rivolta a enti, ma questo non esordisce la sfera delle entità che per noi hanno valore intrinseco , la prima cosa a cui possiamo pensare nel momento in cui ampliamo lo sguardo è che gli enti, quasi sempre ci rivolgiamo agli enti pensando che abbiamo un valore estrinseco strumentale. Più facile è pensare a una realizzazione del valore intrinseco nella forma di un conseguimento esemplare: mi sono laureato, sposato ecc è qualcosa che risulta per noi di valore intrinsecamente in quanto è ottenuto, raggiunto, ma non nel senso dell’oggetto di desiderio come qualcosa di consumo, rimane nella mia esistenza come elemento valorizzante. C’è una entità finale che funge da finalità e poi qualunque percorso ottenga x raggiungerlo va bene, puo essere la laurea ma non è un valore intrinseco. È un valore intrinseco nel momento in cui, accada quel che accada, è un momento cruciale, è un conseguimento. Supponiamo di aver inteso che qui si tratta di qualcosa che non è un oggetto, è un atto, in che misura un atto può essere di valore intrinseco? Tutti gli atti possono avere valore intrinseco solo sotto una condizione: se appartengono ad una pratica sociale che gli conferisce valore intrinseco. Maclntyre, introduce una nozione simile, quando parla della mossa degli scacchi, quando parla della mossa degli scacchi. Quando parla di una buona mossa di scacchi è qualcosa che dipende dalla mia padronanza del gioco, e dal fatto che questa padronanza e il gioco possa essere riconosciuto, è una pratica sociale. Questo definisce quello che in un contesto x noi è un fattore di successo percepito.

Cos’è che conferiva il conseguimento e la dimensione di valorizzazione? La sfera appartenente alla pratica sociale, è una forma primaria e autentica di conferimento di senso. Il che ci dice molte cose sul conferimento di senso, che è un processo esplorativo ad esempio, in cui esplori le possibilità del tuo mondo e di te stesso e nel mentre participi a pratiche sociali. Maclntyre ci ha allertato rispetto all’idea che noi abbiamo la capacita di produrre delle valorizzazioni intrinseche rispetto a entità il cui spazio è stato creato convenzionalmente. In quello spazio nato in maniera accidentale, si creano spazi di conseguimento e valorizzazione intrinseca. Molte cose prendono le mosse da una pratica sociale anche convenzionale e circoscritta come un gioco (il calcio) che diventa uno sport, una forma di unione con persone. La pratica sociale è un elemento di esplorazione del mondo, e alcune diramazioni possono avere implicazioni pratiche, strutturali, persino quando il punto di partenza è una mera convinzione. È opportuno introdurre una distinzione, verbale, necessaria all’interno delle pratiche, le pratiche come un gioco nella misura in cui rimangono tali, interni, hanno carattere di pratiche localizzate, circoscritte, dal momento che possono essere scritte in vitro, artificialmente. Tutti i conseguimenti interni alla pratica sono conseguimenti che rientrano in uno spazio di possibilità aperto dalle regole poste inizialmente. Sono pratiche ontopoietiche : produttrici d’essere. Le pratiche che non sono state definite in maniera localizzata e convenzionale, si sviluppano in una effettiva esplorazione della realtà. Il punto essenziale è che una pratica di esplorazione della realtà aperta, che ha una tradizione, io apprendo forme di fare quella cosa dalle generazioni precedenti. Le pratiche ontopoietiche sono il tessuto della cultura, nel senso più ampio del termine, è tutto quello che riguarda le pratiche sociali che riguardano la formazione in cui siamo tutti noi. Le pratiche sociali appartengono solitamente a un gruppo, che ha in tempi remoti una forma di divisione del lavoro. Le pratiche sociali inoltre non appartengono mai a tutti contemporaneamente. Appartiene a noi personalmente, però viene intesa, ne viene compreso il senso, fa parte della cultura a cui appartengo. Le pratiche sono creative. Pensiamo alla pratica musicale, comincia quando ci sono degli strumenti musicali, circa 35 mila anni prima di Cristo si trovano le prime forme di strumento musicale, una sottospecie di flauti, si ottiene una melodia, prima non c’era musica però, non esisteva, comincia ad esserci una attività professionale, gente che canta accompagnata a uno strumento musicale. Passano gli anni, i secoli, inventano la possibilità di scrivere la musica, cambia le possibilità della composizione, prima necessariamente deve essere relativamente semplice, pk le la vuoi trasmettere deve essere oralmente, una forma ad esempio con le rime pk è più facile ricordarla. Quando si comincia a scrivere musica si possono fare vere e proprie composizioni, diventano più elaborate, e simultaneamente complessificandosi la produzione, c’è una richiesta di nuove sonorità, pk puoi produrre suoni nuovi ed estranei, si inizia a complessificare tutta la famiglia di strumenti, che possono stare assieme. Si esplora lo spazio musicale in senso primario. Era inimmaginabile. Si è creato uno spazio che ha possibilità espressive, che continuano a crescere. Tutta l’avventura nel corso di migliaia di anni è legata all’esplorazione del messaggio sonoro e della pluralità di possibilità di tipi di umanità che ha con se. Facciamo una digressione per capire la pratica sociale che poggia su una dimensione già menzionata: la costituzione degli abiti , ogni pratica, prima di essere una pratica sociale ha una fase in cui deve passare per essere un abito sociale. L’abito in quanto tale viene necessariamente appreso in forma meccanica, e quando ci appropriamo di un abito diviene qualcosa che puo essere prodotto in maniera creativa, avevamo fatto l’esempio del tennis. Quello che è straordinario, e molto poco investigato è che questa cosa, affinché possa diventare pratica sociale, è che ciascuno si appropria di un abito attraverso una trasmissione interpersonale, e quindi in una concatenazione di apprendimenti, tradizionale, l’attività diviene creativa, nel momento in cui domina quella creazione. Affinchè sia creativo deve prima appropriarsi di una serie di tecniche, e poi si apre una rosa di possibilità. Tutte le aperture di possibilità avvengono solo sulla base di una solida appropriazione di una tradizione di una pratica sociale. La stessa capacita di innovazione è tale solo nella misura in cui modifica una precondizione appresa. L’innovazione avviene per modificazione immanente con la scoperta di possibilità

chiamare di identità dialettica, che inter viene nel momento in cui noi abbiamo accesso al linguaggio. Noi entriamo nella sfera del linguaggio, accade il miracolo che la capacità di utilizzare una dinamica che nasce in un contesto intersoggettivo in forma intersoggettiva, la parola vale già per chiunque altro. Tutta la dimensione della riflessione è una dimensione in cui noi siamo soli con noi stessi e simultaneamente in compagnia di tutto il mondo e proprio per il fatto che diamo x scontato e appreso questo sfondo del mondo, per differenze ci pensiamo per come quel qualcuno particolare che sono io che parlo con me stesso, io che parlo con me stessa, e come si configura il mondo, come sottoprodotto immediato, il mondo è tutto ciò nella misura in cui è un oggetto ideale del giudizio sommario , se chiudo gli occhi continua ad esistere, è come se noi assumessimo che il contenuto effettivo di quella cosa sarebbe effettivo è il contenuto che sarebbe vero per tutti i possibili sguardi su di esso. La cosa in se, oggettiva, e la cosa intersoggettiva. Vale per una ideale intersoggettività. Gli occhi di Dio, sono dal punto di vista filologico, è l’occhio ideale di tutti i possibili sguardi sul mondo. Natura identità disposizionale , casi di amnesia, quelle che ordinariamente vengono registrate come tali riguardano esclusivamente la sfera linguistica, del se mediato, ho battuto la testa e non so chi sono, non saprei recuperare cosa ho fatto ieri, o l’altro ieri, non riesco a recuperarlo, e quindi di conseguenza non so dove sono diretto, non so quali capacità ho e quali non ho. Le disposizioni appartengono a un livello primario dell’identità disposizionale. Il soggetto non incamera più nuove informazioni dal punto di vista di quello che gli viene detto. Non registra più nuove informazioni. Nell’identità disposizionale ci sono le molteplici acquisizioni, naturali e acquisite, e dal punto di vista di una descrizione di psicologia della memoria, vi troviamo due forme di memoria, memoria procedurale , che è il saper fare qualcosa, e la memoria semantica , cioè il sapere il significato delle parole, che fa parte della identità disposizionale. Il loro contenuto appartiene a una dimensione disposizionale, io vedo la parola, so cosa significa, si accende la lampadina. La struttura dialettica e/o narrativa, dipende necessariamente dal livello disposizionale, che è più profondo, se non funziona il livello disposizionale non funziona nemmeno il modello riflesso. Sono due forme differenti di esistenza, una è l’attualizzazione nel momento in cui eseguo l’auto narrazione immediata, e un’altra cosa è la disponibilità per definire ciò che sono a livello primario. Noi abbiamo nominato invece l’identità mediata, dialettica, pk è essenziale all’identità riflessa il fatto che si disponga in una polarità, c’è una polarità tra io e me. La si può distinguere in maniera chiara se osserviamo come noi possiamo avere un atteggiamento critico verso me, esempio: sono in una qualche circostanza particolare e uno ha modo di farmi vergognare, mi vergono, cosa succede? Prendo le distanze da me, e giudico me stesso, che quel me è quel me per tutti, come forma pubblica, quello che esiste per gli altri, e io posso fare sempre un passo indietro, e dire “io non sono quello che esiste per gli altri”. C’è un te stesso identificato come oggetto pubblico, c’è sempre un altro io che è un passo indietro rispetto all’esposizione pubblica, che è solidale, soffre delle sue sofferenze, ma si sottrae al tempo stesso, consente una conversione, voglio essere tutt’altro da quello che ero, è possibile pk esiste una costante dialettica interna, tra una polarità privata e una che si riconosce rispetto agli altri. Nelle descrizioni queste dimensioni di identità dialettica viene descritta nei termini di identità narrativa, ed è un termine che funziona bene, l’unico problema è che trascura il fatto che questa identità narrativa sembra una storia narrata da altri. Uno dei primi a dedicarsi a questo tema, dicendo che io sono la striscia di ricordi del mio passato, è Locke, h a un carattere quasi oggettuale, sono una stringa di eventi campati, non dando conto del fatto che anche la dimensione narrativa in se è importante, sono elementi che appartengono al nostro auto riconoscimento, ma è qualcosa in cui la striscia di passato è qualcosa che continuamente tessuto, noi lo recuperiamo selettivamente, recuperiamo delle cose, ne dimentichiamo delle altre. La dimensione semantica interferisce sulla capacita di recupero mnemonico. Quando parliamo di identità personale ci troviamo in una strana tensione, cioè ciascun io è al tempo stesso se stesso in maniera unica, si pensa come qual qualcuno definito, capace di una forma di riflessione. Ma siccome il medio in cui noi ci identifichiamo come noi stessi

è condiviso per definizione, in un latro senso noi siamo sempre al di la della nostra individualità, al di la di un se idiosincratico, irriducibile e in nessun modo accessibile a una dimensione semantica, tende a rimanere scarsamente ricco di conseguenze nell’organizzazione delle mie azioni. Quello che serve è comprendere la tensione costante tra ciò che io sono in un senso unico per me, delle esperienze che sono solo mie, e quindi noi siamo in una condizione che Sartre chiama di “ universale singolare ” una singolarità che si percepisce come singolare e anche universale, dipendente da quel qualcosa che non puo essere condiviso, ma al tempo stesso si apre la condivisibilità con tutti. Questo è lo stesso meccanismo che noi possiamo trovare con una metafora, con la nozione di linguaggio stesso, ciascun linguaggio è un linguaggio particolare. Ciascuno di queste entità è semanticamente differente, ha unità semantiche che non sono riconoscibili. Potrà avere dei concetti in cui ciò che io identifico con un uso linguistico non ha un equivalente con un’altra lingua. Tensione tra singolarità e universalità nell’individuo è simile a una tensione/duplicità che è propria di qualunque linguaggio , il linguaggio in se è qualcosa che non esiste. Le verità che io dico sono potenzialmente a disposizione di qualunque persona voglia sentire, ma potenzialmente non significa attualmente. Non è l’espressione in un linguaggio naturale portatore della verità, la verità per essere tale deve essere recepita da qualcuno che è in grado di percepirla. Non vuol dire che è accessibile di fatto a tutti, vale per ogni singola verità questo. Ciascun contenuto mentale da un lato è una verità possibile. Noi siamo un soggetto particolare, con la potenzialità di entrare in comunicazione con qualcun altro e pervenire a una comunicazione, a una proficua comunicazione. Questo è importante, pk avviene uno dei + grandi fraintendimenti della concettualità etica e politica contemporanea. L’idea che l’universalità che se qualcosa o è particolare o universale. Se particolare riguarda solo quel singolo individuo la, oppure universale, quindi tutto il mondo ha accesso a questa cosa e se qualcuno non lo capisce è colpa sua. Il fatto che un contenuto abbia la possibilità di essere universalizzabile non significa di fatto che sia accessibile. La struttura dell’identità non è qualcosa di intercambiabile a piacimento, ma non significa nemmeno che non è in nessun modo intraducibile. Valutare quali sono le condizioni che noi diamo per scontate come condizioni x identificare un altro soggetto come un alter ego, in tutti quei casi che noi chiamiamo di follia, il livello di incomprensione è tale per cui noi riteniamo che l’altro sia falso, non riconoscimento dell’alter ego, non mi compare come un possibile altro simile a me. Noi possiamo identificare alcune componenti fondamentali di ciò che noi è in maniera indispensabile dell’essere umano riconoscibile come alter ego, uno di questo è un livello di autonomia, l’altro non deve essere un pazzo negli stimoli o parole altrui; c’è una casistica in ambito psichiatrico di soggetti che hanno caratteristiche di totale malleabilità, non hanno capacità di resistenza alla suggestioni esterne, si chiama DSN 5, non hanno una loro autonomia, si adeguano alla circostanza. Il soggetto è rilevato come patologico pk non riconosce con quello che ha fatto, non si riconosce con quello che è stato di se. Un altro elemento è l’accessibilità al giudizio intersoggettivo, deve essere autonomo, ma deve essere anche sensibile al giudizio altrui. Lo psicopatico non ha difficoltà a comprendere le sensazioni e i dolori altrui, è che non gliene frega niente, motivo x cui puo infliggere dolore senza problemi. In più non ha una solidarietà con se stesso nel tempo, è talmente disinteressato all’altro nel tempo lo è anche con se nel tempo. Se una cosa è uno stimolo attraente le conseguenze non sono rilevanti. Lezione 22, Lunedì 4 novembre 2024 Identità personale e collettiva Se assumiamo che questo sia una componente essenziale, strutturale dell’umano, il fatto di essere predisposto a pervenire alla condizione di essere umano capace di riflessione. È una condizione che rappresenta una entelechia, una finalità interna, che appartiene alla natura umana come un orizzonte suo proprio. Come facciamo a definire questa unità? Chiederci nella maniera più schietta se le molteplici condizioni in cui un umano risulta in varie forme,

Quello che accade ordinariamente è che uno cerca di portare l’altro a realizzare la propria natura. La capacita di mantenere una capacità intertemporale e perdurante nel tempo (esempio del bambino che vuole la caramella adesso e non dopo come premio) e l’esercizio a mettersi nei panni degli altri, è qualcosa in cui tu fai qualcosa e non basta la tua empatia di base, e a una certa ha compiuto il thelos del suo sviluppo, ha raggiunto il se stesso possibile. È qualcuno che ciascuno tratterà come potenziale suo pari. La questione può essere riassunta in due nozioni: ogni soggettività umana è già sempre una co-soggettività, e lo è a partire dal fatto che già x divenire deve essere entrata nella sfera comune del linguaggio e deve avere altre caratteristiche che consentono di riconoscersi negli occhi dell’altro. Questo primo spazio è moralmente egalitario. Significa che quello che l’altro dice o fa è rilevante x me, poco o molto ma lo è. Il riconoscimento - Axel HonnethLotta per il riconoscimento ” espressione di Hegel in verità che l’autore utilizzerà dall’inizio. Il percorso che fa l’autore lo conduce a osservare cose da noi già viste, osserva come la soggettività è dipendente da una dimensione intersoggettiva primaria quello che possiamo anche chiamare come “amor proprio”. L’analisi hegeliana ha il pregio di esaminare la dimensione della costituzione del se, mostrando da un lato il ruolo dell’altro nella costituzione primaria del se, e dall’altro mostrando cosa deve contare come spirito, la sfera del pensiero condiviso, del linguaggio in atto, strumento collettivo. E da Hegel viene tratta l’idea del riconoscimento, pk c’è il capitolo della fenomenologia dello spirito in cui compare la famosa dialettica servo- padrone che viene ripresa in Marx, in una versione “sociologica”. È la figura della fenomenologia dello spirito in cui c’è un parallelismo tra fasi storiche e fasi psicologiche, e la fase storica è la fase del rapporto medievale tra servo e padrone, in cui la dinamica di fondo è: c’è un confronto tra due soggettività che cercano di essere riconosciute e lottano x esso. Fino a che uno die due si arrende e cede la propria dignità di essere riconosciuto, non è più un soggetto, non viene più riconosciuto come un alter ego dall’altro, ma come uno strumento vivente. Il servo rimaneva tale pk accettava di rimanere in vita. O tu cedi la tua autonomia soggettiva, quindi sei preso in schiavitù, oppure rimani qui. Questa è l’immagine x la lotta al riconoscimento hegeliana, il servo è colui il quale ha preferito conservare la vita rispetto al riconoscimento di se. Nel procedimento ulteriore è che quello che accade è che il padrone usando lo schiavo per mediare il rapporto con il lavoro, interazione con la materia, questo ha una ripercussione sulla soggettività, fa crescere la consapevolezza dello schiavo e fa ridurre le facoltà del padrone. L’esito della dialettica servo-padrone è che il padrone diviene schiavo dei suoi schiavi, non è + in grado di esercitare la sua dominanza. Lui rileva il fatto che la soggettività che riconosciamo dipende dal livello profondo, passa per una relazione con l’altro. A partire da questa condizione si possono comprendere alcuni meccanismi fondamentali della normatività. All’interno di ciascun soggetto c’è un altro generalizzato, c’è una indefinita pluralità di altri. Questo è quello che porta a ritenere che il proprio giudizio sia compreso e pensato/condiviso anche dagli altri. Un’altra componente è: qual’è il ruolo che ha l’amore della madre nella base disposizionale affettiva su cui poi cresce la nostra soggettività. Fa rientrare nella nozione di riconoscimento anche la nozione di amore. Non c’è una essenza distintiva tra il riconoscimento e l’amore. Esaminare la lotta x il riconoscimento è problematico pk ciò che è caratteristico del riconoscimento è di essere spontaneo. Il riconoscimento funziona solo quando l’altro me lo da in modo spontaneo, se lo estrapolo non è riconoscimento quello che ho. In che misura ha veramente senso parlare di lotta x ottenere un riconoscimento? Io posso lottare x avere la possibilità che l’altro mi guardi. Non posso lottare x essere riconosciuto come ciò che sono. Se le qualità sono qualcosa a cui da riconoscimento bene, senno in che senso lotto x il riconoscimento dell’altro? Lezione 23, martedì 5 novembre 2024 Riprendiamo la questione di Axel Honneth “La lotta per il riconoscimento” orienta il lettore vesto una specifica sua lettura, una interpretazione in cui, come nel testo Hegeliano, si presenta nella forma di un obbiettivo

etico politico, in questo concezione avevamo visto che c’è qualcosa di problematico dipendente dal fatto che l’ordinamento del riconoscimento intersoggettivo difficilmente può essere inteso come qualcosa che si induce qual un’altro a fare nella misura in cui l’altro non è disponibile a farlo, la sfera del riconoscimento è costituente e di valore fondativo è legata al fatto che l’altro mi da il questo suo riconoscimento spontaneamente, se è pk viene forzato allora non mi riconosce veramente, è l’apparenza. Questo è rilevante nella riflessione di Honneth pk noi vediamo nello sviluppo del suo concetto v’è un continuum di analisi tra forme di rivendicazione classiche, e altri di natura diversa, politica dell’identità in cui la questione cruciale è il riconoscimento dei valori importanti di un determinato gruppo. Un conto è il riconoscimento della possibilità di presentare i propri valori, diversamente è una forma diversa in cui si chiede che le loro specifiche richieste siano accolte. La struttura sindacale ideale ha il ruolo di dare voce agli individui. La questione del riconoscimento delle istanze avviene su un altro piano, questa seconda dimensione non ha la natura del riconoscimento di cui si parla in precedenza, ha la natura di accettazione di alcune condizioni, potrà pensare il peggio gli uni degli altri, quindi non darsi riconoscimento in senso intersoggettivo, e tuttavia si puo divenire a una accettazione delle condizioni, questo è qualcosa di diverso dall’idea dell’accettazione di se, questa lettura è problematica pk tende a coprire con il medesimo alone di legittimazione tutte le forme di rivendicazione identitaria di un gruppo relativamente ai propri contenuti, il problema è se questo appartiene alla sfera del riconoscimento in senso proprio. Se cerco di imporre o chiedere o lottare per il riconoscimento dei valori, questo può avvenire nella misura in cui l’altro fa propri i valori, ma non può venire contro. Se avviene contro l’altra parte l’esito è quello di un frazionamento della società in sottogruppi, in blocchi, ciascuna con le proprie istanze, la dinamica che invece di costituire un corpo sociale di un gruppo di riconoscimento genera un corpo di unità conflittuali ciascuna che pretende che esse siano ammesse come corrette dagli altri, questa è la questione. La questione che quell’istanza siano accettate da un’altra controparte non conferisce una particolare legittimazione di quel tipo di lotta, se vengono riconosciute sul piano di una tensione di forza, creano una spaccatura interna, un frazionamento interno alla società non una dimensione di mutuo riconoscimento, l’esito tipico dell’applicazione politica della lotta per il riconoscimento è la generazione di generare una frammentazione di gruppi di rivendicazioni dei propri valori a prescindere dal fatto che essi possano essere riconciliabili o integrabili con la società nel suo complesso, chiedo che siano riconosciuti nel loro circondario. Questa dinamica presenta nelle società moderne una serie di criticità pk tendono a uno spacchettamento interno di ogni corpo sociale in entità con una relativa capacita di comunicazione, l’identità collettiva tende a svanire a fronte di una moltiplicazione di gruppi di persone che rivendicano i propri valori in quanto propri, abbiano cittadinanza generale nei propri limiti. Siccome quella cultura non è tipicamente accettata l’accettazione significa l’accettazione del limite, qui non arrivano gli altri ma da qui in poi ci siamo noi, questa dinamica presenta problemi distinti, non opera sullo stesso piano delle lotte sociali classiche, si intendono come cambiamenti che devono divenire e valgono per tutti quelli a seguire all’interno della società, queste invece spacchettano la società in gruppi non comunicanti, e nell’ottica che presenteremo questa cosa crea una difficolta nel mantenimento di una tradizione comune. Passiamo dalla questione dell’identità personale all’ identità collettiva , cioè un “noi”. Qual’è il primo livello necessario al costituirsi di un noi? La co-soggettività attuale , che vuol dire che ciascuno di noi, per divenire quell’essere capace di riflessione deve essere entrato in relazione di riconoscimento diretto con un certo numero di persone, su cui abbiamo interagito su un piano di pari dignità (non di uguaglianza, attenzione!). La co-soggettività è una nozione che fa riferimento alla dimensione relazionale primaria costruttiva di ciascun individuo, normalmente coincide con la sfera delle proprie comunità, solitamente numericamente limitate in questo caso. Dati utili: un terzo della popolazione mondiale vive nella forma di cacciatori raccoglitori - quando parliamo di urbanizzazione le fonti prevalenti dicevano che nell’800 l’1% della popolazione viveva nel centro urbano, nel 1900 10%, nel 2005/6 abbiamo superato il 50%. Le megalopoli di cui parliamo oggi sono una creazione degli ultimi decenni, eD è un fenomeno legate a una dinamica industriale: la concentrazione di spesa e fornitura

mantenere in vita una sfera di introiezione delle normatività informali, quindi una parte alta della popolazione fa una cosa giusta pk aderisce a come si fanno le cose in quel contesto. Finchè questo funziona, possiamo avere evoluzioni ma avviene quando c’è una ritaratura su una nuova cornice di aspettative, ma fatta assieme, quindi si mantiene una aspettativa comune ma variabile. L’uso inappropriato del termine comunità: è uno dei termini che nel momento in cui non lo si riconosce più lo si usa in maniera iper estensiva, gli interisti non sono una comunità, una comunità è un sistema di riconoscimento che è come una famiglia, non è magicamente armonica come invece la si immagina, è romanticizzata. “Nelle forme di vita comunitaria prevale il meccanismo della polis e non della exit” il meccanismo delle società moderne è di exit: non concordo con qualcosa che tu fai? Me ne vado, es: entro in un negozio, non mi piace quello che vendono =esco, questo meccanismo non consente di fa maturare nessuna consapevolezza dei problemi, infatti si mostra questo tipo di meccanismi nei servizi pubblici, quando c’è un sistema di exit il sistema non migliora mai, non hai una comprensione del malfunzionamento. Il meccanismo della comunità è di creazione e riconciliazione di diversità e il fatto che non ci sia il meccanismo di exit è cruciale. Il livello interattivo, anche conflittuale è ad alta densità semantica, i significati si caricano a causa dell’interazione. Lezione 24, mercoledì 6 novembre 2024 Formuliamo osservazioni conclusive: nel passaggio storico tra il predominio della dimensione comunitaria, delle grandi società in particolare, le prime fasi di urbanizzazione sono fasi di intensificazione delle relazioni di tipo comunitario, pk il numero delle persone che possono di fatto interagire efficacemente in un contesto comunitario sono migliaia, non cento. Tutte le soluzioni che vengono adottate, ci sono leggi scritte ma la componente di conoscenza dei soggetti gioca un ruolo pesante anche nella valutazione dei giudici. Esempi storici come la rende rinascimentale o la Venezia dopo la repubblica, sono unita urbane che hanno dimensioni che vanno tra le 80 e 60 mila, e la forma di vita interna privilegia le relazioni di carattere formale, pk le forme di trasmissione culturale sono solide e intensificate da una profonda interazione. Il livello di mediazione è sufficientemente basso da mantenere il nucleo comunitario come portante, è un elemento di crescita delle relazioni comunitarie, pk se è vero che rispetto al villaggio di 70/100 elementi dei millenni precedenti noi non abbiamo una relazione uno a uno con tutti i membri, tuttavia abbiamo un incremento delle potenzialità espressive. C’è una intensificazione delle relazioni dovuta al fatto che materialmente il numero di contatti che si hanno con le persone incrementa. Nel momento in cui noi abbiamo un contatto con il contatto arriviamo a 60 mila persone, quindi il contatto è molto forte. Il gruppo minoritario ha possibilità di incontrare nuove persone e avere una vita comunitaria più ampia e si intensifica anche la cultura. Sono i periodi di massima fioritura culturale che noi conosciamo. Accade in gruppi tipicamente ristretti, un caso abbastanza sovrapponibile in piena contemporaneità è il centro di Vienna tra 800 e 900, che mantiene forti attività comunitarie e nel nucleo centrale di viene abbiamo aggregati di 80/90 mila persone. La questione dimensionale è importante ma da sola non è qualificata, bisogna che sussistano forme concepite x non perdere la relazione comunitaria. L’idea di democrazia ateniese è concepibile sulla scorta di una percezione del senso di una comunità. La questione dimensionale dal punto di vista delle organizzazioni sociali è rilevante pk c’è una spinta, legata la sfera intersoggettiva , quindi per avere una funzionamento di riconoscimento intersoggettivo ottimale alcune caratteristiche sono auspicabili, ma non è l’unica componete di conferimento di valore in un gruppo; un’altra è la spinta alla vita , uno deve rimanere in vita x avere la relazione intersoggettiva e significa essere in grado di difendersi, e questa è una spinta, la spinta all’aggressione viene da una spinta difensiva. I grossi organismi sociali ricevono una premialità dal fatto di potersi organizzare in grandi numeri. Pk la questione del rapporto tra numero, dimensioni della popolazione e organizzazione dei rapporti è cruciale sul piano storico? Pk è una spinta che va in una direzione che può andare in collisione con la spinta a livello intersoggettivo. Nel momento in cui abbiamo rapporti mediati, possiamo emanare delle leggi, la scrittura ci consente di amministrare

territori e persone che ci consente di avere un esercito più forte. Questo processo tende ad espandersi fino a quando non ha un punto di arrivo in cui comincia a sgretolarsi. Tutti gli imperi storici hanno questa tendenza, si espandono pk la spinta della potenza militare prende una accelerazione sui numeri di rapporti e rapporti mediati (come il baratto ad esempio) è un potenziamento legato alla mediazione del rapporto, il danno della mediazione sta nel fatto che io tendo a ridurre nel tasso di pregiudizio e riconoscimento intersoggettivo nei confronti dell’altro e quindi perdere l’efficacia della normatività informale, del senso di partecipazione, lealtà al gruppo. Difficilmente gli imperi sono battuti da un’altro, il punto è che si espande finche non ha più margini che gli consentono di migliorare la propria efficienza e comincia un processo di inversione. Deve esserci qualcosa di sopra individuale, quando è locale la capacità di resistenza dell’impero è una impresa. Concetto di tradizione : funziona come la trasmissione dei saperi, e la distinguiamo in tradizione vivente (ha la capacità di ereditare il noto e proiettarlo nel futuro) e tradizione morta. Una delle cose essenziali per radicalizzare il concetto di cultura è quello di pensare che cultura, deriva da coltivare, è naturale, fuoriesce dalla natura e trova modi di contrattare con quello che è natura, ci sono legami spesso non noti a chi li vive ma che sono tellurici. Ci spiega come l’idea di una unità universalistica ha limiti, ci sono elementi che possiamo legittimamente universalizzare, ma immaginare che possa essere esteso indefinitivamente è sbagliato. Il linguaggio è umano ma non significa che tutti hanno il linguaggio o che tutti possano apprenderlo, questo si estende a tutto. Tradizioni emergono da contesti che hanno una inerzia temporale, un radicamento materiale. L’idea di una universalizzabilità dei valori non è supportabile. La forma con cui ti appropri a delle esperienze sono condizioni di possibilità delle esperienze future, quindi non posso avere accesso alle medesime esperienze di 35 mila anni fa. Un terzo tipo di tradizioni sono disfunzionali : sono tradizioni che rispetto alle due precedenti, la vivente continua a fiorire, la morta è qualcosa tipo un fabbro che non esiste più, gli artigiani che facevano le armature non ci sono più, quelle disfunzionali: continuano ad essere prodotte ma creano contraddizioni interne tra specifiche linee culturali, due aspettative entrano in conflitto in una situazione particolare. Lezione 25, giovedì 14 novembre 2024 Relazione tra tradizione discrasia e storia : la storia è una delle forme non unica, per tentare di risolvere una discrasia all’interno della tradizione, e come si fa a risolvere qualcosa che è all’interno delle pratiche? Attraverso delle pratiche culturali, che sono delle metà pratiche, che cercano di fornire una risposta, in maniera di volta in volta diversa alla contraddizione che si sta presentando. Il mito è un sistema ad esempio per appuntare questo tipo di tradizione, consente di trovare un modello per uscire dal problema. Quando interviene la scrittura la fase storica con la scrittura introduce un problema supplementare, quello che accade nel mito non ha una temporalità oggettiva, è eterna, quello che accade nel mito non ha età di inizio o fine. Quando la forma di auto interpretazione delle persone comincia a vincolarsi all’idea che c’è una temporalità oggettiva, che si sviluppa in una forma che puo essere direzionata come facciamo a trattare le tradizioni discrasiche? La storia è un modo per esaminare i conflitti e i decorsi, e cercare di scioglierne la matassa attraverso la meta narrazione e la storia nel senso hegeliano. Il quadro che abbiamo fatto, ci ha permesso di osservare una seria di concrezioni di senso a cui noi riconosciamo valore che avvengono a parte obbietti. Abbiamo riconosciuto la vita, abbiamo parlato di pratiche sociali e conseguimento di queste, siamo giunti all’ultimo fattore, portatore di senso autonomo, ossia indentità personali e collettive, che hanno fattori teleologici interni, che hanno una entelechia nell’identità personale, cioè non tutte le forme di allevamento, dell’umano, non sono appropriati x l’entelechia dell’umano. Per quanto riguarda le identità collettive la questione è legata al fatto che c’è bisogno di un retroterra affinché anche le relazioni di tipo sociale funzionino, quindi quella componente deve essere dotata di una identità collettiva, pk una comunità non è un semplice assemblaggio di individui, ma è un gruppo che in quanto misura (anche scarsa e carente) deve essere in grado di far maturare una tradizione culturale. L’ambito dell’unità formale è esposto alla parte obbietti, sottolinea il fattore del modo di fare da parte del soggetto, la vita è una entità che per noi ha necessariamente valore pk non c’è

attribuisco un predicato, poi in alcuni casi posso arrivare ad apparenze le cui catene di applicazioni sono in contraddizione con un altro sistema di apparenze. La dimensione delle apparenze è semantica, di significato, attraverso cui noi interpretiamo le cose, e in alcuni casi abbiamo a che fare come realtà false, mere apparenze, che attualmente pero corrisponde alla realtà, se io vedo un bastone che è dentro l’acqua e lo vedo spezzato, poi lo tiro fuori e non lo è, quella di prima era una realtà falsa, pk comunque era realtà, io l’ho visto. Arriviamo a una terza nozione di realtà, altrettanto importante, ed è quando noi parliamo della realtà senza attributi aggiuntivi come semplicemente il mondo, cos’è reale in senso assoluto. La nozione di mondo è una nozione che è al tempo stesso logica, non ha un carattere esterno alla dimensione del logos, è qualcosa su cui noi riflettiamo e pensiamo, ma si presenta a noi nel momento in cui io faccio riflettere qualcuno sul fatto che il mondo c’è, il bambino appena nato non vive in un mondo, deve arrivare alla dimensione riflessa, quando pensiamo tra noi e noi a qualcosa, questo gesto mentale ci auto colloca in un tutto. La questione della metafisica, da Kant a Hegel, è il giudizio sul tutto e delle possibilità di dire le verità sulla dimensione sul tutto. Quello che serve è capire la necessita di usare tutte e tre queste categorie di realtà, ci sono legami interni, ma non sono sovrapponibili, tutte le sfere di giudizi, l’intero contenuto di ciò che mi fa dare dei giudizi sul mondo. Quando parliamo di realtà la pensiamo come una dimensione che non è relata alla dimensione valoriale, cioè c’è la realtà e poi ci sono i valori, in realtà non puo essere così. Non puo essere così pk tutti i nostri costrutti concettuali avvengono delle interazioni, sono sempre rapporti di tipo intenzionale, in cui emerge una modalità di approccio alle cose. I nostri attributi alle cose sono legate al modo in cui l’ente reagisce all’osservazione. Quando parliamo di realtà parliamo di qualcosa che è già pervaso dalla dimensione valoriale. Tutta la relata è qualcosa che pertiene a una giudizio che è assieme ontologico e assiologico. Qualcosa è nel momento in cui qualcosa vale per me. Questa realtà coem permeata dalla dimensione del valora apre la porta a un’altro concetto, il concetto di verità. Quando parlo della mia opinione io mi muovo in qualcosa che vale x me come una verità, la credenza è un attributo di qualcosa che riteniamo vero. La sfera della verità completa il processo di acquisizione che abbiamo descritto come assimilazione della realtà. Possiamo fare una distinzione utile tra conoscenza e verità. Nella notazione di verità c’è qualora che può essere ance condiviso, puo essere appreso intersoggettivamente. Il giudizio veritativo sono criteri accettati dagli altri, intersoggettivamente condivisa, quando parliamo di realtà è il processo di ingresso in questa forma, in cui io acquisisco degli abiti. Io ho una fase di assimilazione, sto entrando nella sfera della condivisione del contenuto, ma sono ancora nella fase processuale. Passo dalla conoscenza privata della cosa a una che mi diviene sempre piu pubblica. E tutte le singole verità che si costituiscono nel mio pensare trovano una collocazione nel mondo. Tutti i pezzi cercano di incastrarsi in modo da consentirmi l’accesso. La mia intenzionalità fondante è pensare che c’è un mondo reale, di cui io posso idealmente dire al verità, è un ideale normativo, assumo che c’è un mondo reale, è qualcosa di cui è possibile dire una verità. Quando mi muovo nella sfera del condiviso io mi sono collocato. Quali attributi ritengo essere condivisibili, questo determina la mia auto interpretazione delle possibilità future. Le cose che io penso hanno una natura di condivisibilità, qualunque cosa che io pensi, faccia o altro, non ha implicazioni reali. Nel momento in cui io riesco ad accedere a questa auto interpretazione, accedo a una dimensione di senso, riesco a capire dove potrei andare, dove ci si aspetta che io vada, tutte queste si sgranano come persuasioni. Lezione 26, martedì 19 novembre 2024 Nozione di realtà con una integrazione necessaria che ci consente di afferrare in maniera cospicua 2 nozioni: realtà e verità. La forma canonica aristotelico tomistica che poi passa alla logica formale del 900 in cui si giocano i rapporti tra realtà e verità è una forma semplificata e insostenibile sostanzialmente. Ci sono delle parole che rispecchiano e si adeguando a ciò che è. La realtà è una ovvietà che si da da se, la verità è la parola che dice come stanno le cos e in un senso a noi ovvio. La nozione di realtà è composita, come altro da me, non è predicabile in alcun modo, non posso dire di esso se non che è altro da me. Il colore non è nella cosa, e non è nell’occhio, è nell’incontro.

Poi abbiamo detto che una seconda dimensione del reale è tutto ciò che appare, ma ci sono apparenze false, in che senso l’apparenza non ha una realtà? Ho allucinato che c’era un cactus davanti a me, l’allucinazione è reale, nel senso che in quanto fatto per me ha una realtà, come un dolore che sento solo io. Terzo elemento è che reale è la totalità assoluta, non c’è modo di evitare come conclusione che ciascuno di noi vive in asporto a un mondo, un assoluto, che non è un oggetto possibile. È una nazione logica, quidni ha un contenuto che dipende dalla forma con cui un soggetto si relaziona a noi, ci rivolgiamo al mondo attraverso sintesi, unificandoli, che tuttavia stanno in una macro unità che è il presupposto necessario alla nostra percezione del tutto. L’ultima nozione fa riferimento alla nozione di verità che si staglia a qualcosa di diverso rispetto all’adeguatezza, se noi possiamo immaginare ciò di cui non è possibile immaginare più grande, deve necessariamente esistere , supponiamo di mettere al posto di Dio il tutto, il mondo è la sintesi complessiva, di cui non si può pensare a un superiore, e quindi per forza deve esistere. Se io sogno, sogno dunque esisto, dubito dunque sogno. Nel momento in cui io penso qualcosa esiste, e questo è a priori, quindi in questo piano verità e realtà coincidono, ma questo ci porta ad una ridiscussione del concetto di verità, classico è il concetto discusso nel 900 a partire dalle riflessioni di Martin Heidegger , l’adeguatezza dell’intelletto alla cosa dell’intelletto, l’accordo tra l’intelletto e la cosa, soggetto e oggetto, il problema è che questa nozione di verità ha un problema semplice: nessun parola rispecchia una cosa, cioè dire che lì c’è un gatto…la parola non corrisponde all’oggetto immediatamente, ci deve qualcosa in mezzo che si porta a capire, quel qualcosa che fa da ponte ad esempio in Aristotele sono le affezioni dell’anima, cioè immagini mentali; quindi lo schema diviene: parola, cosa, immagine mentale da intermediario tra i due. Platone sa che il gatto che io vedo, non ha una unica configurazione , ci sono infinite immagini che posso far corrispondere al gatto (tutte le forme di gatti). Il gatto in un cartone animato non ha niente a che fare con il gatto reale. L’idea è che ad esempio il bambino si stampa dalla prima volta l’impressione sensibile di gatto e questa è diventata l’impressione che si imprime nella cera dell’intelletto e noi ci portiamo dentro il calco del gatto. Il 99% dei nostri giudizi veri o falsi non corrispondono a questo tipo di giudizi. Abbiamo giudizi + articolati, cose su cui possiamo esercitare un giudizio di vero o falso, che è una pretesa di riferirsi veritativamente. Questo modello non sta in piedi in nessun modo, peccato che sia il modello dominante. Ci da fastidio pk insieme a questo fatto banale, cioè che non funziona come modello di adeguatezza, le unità semantiche evocano disposizioni in senso motorio, quando dico “neve” è un riferimento, un segno evocativo che si aggancia ad un abito complesso. Si aggancia a tutte le esperienze che posso attribuire alla nave. Non è una entità finita. Cresce dentro se stesso, facendo esperienze. A tutte le cose posso applicare un giudizio di vero e falso. Applichiamo giudizi veritativi. A questo primo tassello tecnico epistemico va aggiunto un secondo elemento, altrettanto importante, cioè il fatto che in questa nozione aristotelica c’è una cosa che non si capisce: pk è importante un giudizio vero? Pk non la menzogna? È tutto ciò che conta, la verità, corona e completa il concetto di realtà introdotto, pk ci aggiunge uan componente cruciale: mentre di una conoscenza possiamo dire che è nostra, solo io so come mettere la caviglia affinché non mi faccia male mentre danzo, è una conoscenza? Si, non è sottoponibile a giudizi di verità o falsità, non è pubblica, descrivibile ecc, quando chiamiamo qualcosa verità diciamo che è qualcosa che ha sia una conoscenza, è qualcosa che so, che ha implicazioni, ma poi è anche qualcosa sottoponibile a giudizio comune. Però questa è una pretesa di verità, ho qualcosa di appoggio che ritengo adeguate per supportare questo giudizio, poi si fa un esercizio di ordine clinico, elementi metodologici che ci consentono di capire se è una credenza che poi oltre alla pretesa di verità puo anche ricevere un giudizio di verità oppure no. Il passaggio pk diventi vero è che questa forma trovi una concordanza con il giudizio altrui. Va subito osservato che così come nel concetto di realtà anche quello di verità ha un significato olistico , nessuna verità particolare puo essere generata se non a partire da un presupposto complessivo, che possiamo chiamare metafisico generale. Lo statuto poi cambia pk cambia una ontologia di fondo. Da cosa dipende questo statuto differente di

non vale in nessuna verità al di fori dell’ambito in cui le unita semantiche sono definite formalmente. Quando parliamo di verità parliamo delle unita semantiche, di un sistema all’interno del quale stanno anche quelle unità particolari. Il valore funziona nel flusso della realtà vissuta con gli altri. I segni sono uan forma con cui noi usiamo una tecnica condivisa per mettere da parte le cose che abbiamo raggiunto, ma non ha valore da solo, l’errore è pensare che abbiamo messo il valore che aveva per noi da parte, come lo stipendio in banca, dobbiamo sempre confidare che siamo in grado di mantenere in vita il sistema di valorizzazioni (come il valore bancario della moneta). Quella di pensare che in qualche modo possiamo tesaurizzare (accumularlo separatamente) le cose è una nostra tendenza, che poi ci conduce a delle strane riflessioni, come quelle che ci siamo messi in sicurezza, che rimarrà tutto uguale. Anche Socrate è interagendo con gli altri che consolida le sue credenze. Il soggetto trattato come pazzo, che non riesce a interagire e farsi riconoscere, questo soggetto alla lunga non sa più cosa credere, quando viene meno il sostegno altrui, se non ho nessun supporto, dubito di ciò che sono, dubito ciò che penso. Il meccanismo per cui la verità è concepita come un atomo che puo essere messo da parte, è sbagliato, e puo avere gravi conseguenze dal punto di vista dell’ affrontare il mondo. Tutte le verità si basano sulle unita semantiche, strutture che hanno sensi motori condivisi. Questo strato puo essere appreso o meno, dimenticato o meno. Proviamo a immaginare un mondo senza verità, in cui nessuna credenza puo dirsi consolidata, in cui nessun giudizio conduce ad una credenza. Se comincio ad essere in uan condizione in cui le intere sfere del mondo sono deprivate della possibilità di applicare il giudizio di carattere funzionale, anche la mia disponibilità di riduce, pensiamo a qualcuno che trae le proprie info in una forma di internet, ci sono delle micro rubriche con una dichiarazione palesemente falsa, nel momento in cui qualcuno comincia a dubitare che non ci sono più delle fonti autorevoli, e sono schiacciato sulla sfera delle cose con cui interagisco quotidianamente, potrebbe risultare disorientante. È una difficoltà a costruire la verità nel senso della realtà 3, cioè dell visione del tutto , labile, quidni la mia cavità di orientarmi all’interno dello spazio tempo diviene difficile. L’incapacità parziale di affidarmi a una dimensione veritativa si ripercuote nell’incapacità di progettazione, di auto collocazione del mondo. Cosa possiamo trarre dall’idea che abbiamo del fatto che la verità non è una cosa, che puo essere messo da parte? Possiamo trarre una cosa che ci aiuta a comprendere il fatt oche al verità è una disposizione alla verità, una virtù, una entelechia, una tendenza interna verso un fine, che è una direzione, la verità è una disposizione che conferisce senso. Ricercare la verità è in se creazione di valore. Tentativo di afferrare la realtà 1,2 e 3 e di farne una mappa intersoggettiva x orientarsi nel mondo. Noi generiamo valore, portiamo alla luce valore. Lezione 27, Martedì 19 novembre 2024 Abbiamo affrontato il tema della appropriazione ontologica, dal punto di vista della forma, attraverso 2 nozioni cruciali, quelle di realtà e verità, che ci sono state mostrate come complementari, tali x cui in prima istanza la dimensione della realtà si configura come qualcosa che viene affrontata come alterità, (il mondo la fuori in un senso intuitivo del termine) che assimiliamo con un confronto, una negoziazione pratica, privata e pubblica, sottoposto a giudizio intersoggettivo, quindi qualcosa che anche gli altri possono partecipare ad un giudizio, la realtà 3 è quella che abbraccia tutto con intenzionalità, il vero si profila come non la forma di adeguazione della frase allo stato di cose, puo essere tradotta in maniera più moderna come corrispondenza della proposizione di un giudizio allo stato di cose, ma rimane il fatto che questa formulazione è inadeguata x ragioni dette: la proposizione non può riferirsi direttamente agli stati di cose, come si puo riferire direttamente? La teoria si riferisce attraverso un mediatore delle immagini mentali, ma ripresentano lo stesso problema, non possono essere fotografie degli stati di cose, molte verità non vengono applicate a stati di cose. Quello che ci si mostra è che il modello classico di adeguatezza della proposizione allo stato di cose non sta in piedi , se ci ricordiamo che il linguaggio è una pratica sociale, una forma di raccoglimento di abiti (in senso motorio) abbiamo una nozione che puo fare da mediazione, pk un abito senso motorio è simultaneamente qualcosa di soggettivo che nasce con l’interazione con l’altro, si colloca in una posizione di transizione tra me e l’altro, a questo punto, se traduciamo la

versione classica in cui non c’è la parola che si riferisce a un immagine mentale, che si riferisce uno stato di cose percettivo, che non funziona, ma che immaginiamo diversamente, come la parola evoca una unita semantica, cioè un abito condiviso, che si riferisce a regole di applicazione che dipendono dal tipo di abito, a una serie di alterità, che possono essere anche una nota di pagine in un libro dove si dice che la battaglia di X è stata vinta da Y, questo è uno stato di cose sui generi, è la pezza d’appoggio che mi consente di sostenere l’appoggio sulla battaglia di Waterloo, il sostegno x quella tesi puo essere dato da documenti d’epoca, testi accreditati da storici di fama, e queste componenti fanno parte della modalità, con cui noi abbiamo imparato il contenuto della battaglia, e non è mai stato per noi come poteva essere x Napoleone un fatto della vita ma un costrutto concettuali come la maggior parte con cui abbiamo a che fare, che non sono costrutti vissuti nella forma di vissuto in senso motori, sono costrutti concettuali mediati attraverso un passaggio linguistico. Io sono una autorità condivisa e ti posso dire che x tot ragioni la luna è il satellite della terra. La verità ci si è configurata come una modificazione rilevante in quanto è una mappatura olistica, complessiva, intersoggettivamente condivisa che consente di orientarsi nella realtà. Quindi di affrontare l’alterita con successo, di trovare percorsi comportamentali che ci consentono di sopravvivere. C’è una componente che non è più meramente sensibile, l’idea che corrisponde al fatto di cose è la corrispondenza tra un comportamento/un abito senso motorio e una alterità, i percorsi del mondo, le cose che sono, gli abiti che incarno hanno imparato a confrontarsi con le cose circostanti. Il pavimento è a nostra disposizione per camminarci sopra. Questo ci consente di capire pk la dimensione veritativa ha a che fare con la sfera etica , la verità è importante pk è il luogo che consente al tempo stesso di affrontare con successo operativo il mondo circostante in una maniera intersoggettivamente condivisa. Entrambe le cose sono fondamentali, cioè io so comportarmi con il mondo, so affrontare le cose che mi accadono, ricevo la telefonata e rispondo, arriva l’autobus e lo fermo, corrispondo agli stimoli, li codifico in maniera razionale e non è affatto banale, una persona schizofrenica non riesce più a farli. In tutti i casi la capacità di metabolizzazione con il mondo è venuta meno, ma altrettanto importante è la componente di condivisibilità intersoggettiva, il mondo in cui ci muoviamo presenta sempre e solo in minima parte della nostra realtà, fondamentale. Questa condivisione e condivisibilità fa esistere il nostro mondo in tutti i luoghi in cui noi siamo. Esiste l’altra parte del mondo pk posso confidare su di esso. È realtà condivisa nel senso più solido concepibile, pochissime cose hanno un grado di accreditamento soggettivo superiore. Conclusione: comprensione che la nozione di verità, che ricercarla, aspirare ad essa è originariamente conferitore di senso. Ad ogni dimensione di appropriazione corrisponde una dimensione di possibilizzazione , tutto ciò che apprendiamo, metabolizziamo, tutto ciò che si sedimenta in noi come esperienza lo fa nella misura in cui rilancia una possibilità di percepire, attendersi determinati eventi, questa sfera dei possibili è implicita in tutto ciò che apprendiamo. Si dispiega un’area della realtà dove posso esercitare le varie pratiche. Questa cosa a un certo punto opera da sola. Adesso cominciamo a percorrere la dimensione prospettica, che corrisponde alla sfera protensiva, delle possibilizzazioni, rivolte al futuro dell’apprensione. Cosa dobbiamo aggiungere di essenziale rispetto a ciò che è stato già detto nell’’apprensione della realtà e verità? Aggiungiamo che la sfera delle possibilizzazioni è telica , non teleologica, cioè corrisponde a una sfera del reale verso cui noi ci muoviamo, questo verso una meta definita. “Si sposarono e vissero per sempre felici e contenti” l’unità d’azione si è chiusa, si è pervenuto a cosa? Un nuovo spazio di possibilizzazione. Quindi questa dimensione prospettica è finalizzata pk finalistica, ma non nel senso teleologico, nel senso di essere destinata a una meta non anticipabile da noi. Qual’è la concettualità che corrisponde a questa dimensione dell’agire: quello che viene nominato con il concetto di libertà. Richiama esattamente la sfera di possibilizzazione, a cui noi accediamo. Io mi sento libero quando la mia azione si compie dandomi una apertura di possibilità ulteriori, sono libero quando ho una apertura di possibilità. Attualmente la dimensione della libertà cattura questa sfera.

Nozione di libertà in Schopenhauer : abbiamo una sfera della volizione , lui riconosce una volontà della natura, anche nella logica c’è una volontà, anche nel pensiero, nel calcolo. Osserviamo il movimento del pensiero, la volontà cosmologica introdotta da Schopenhauer è una volontà della natura che permea e pervade ogni cosa, e per questo questo ragione, poiché tutto è volontà non c’è alcuno spazio per la libertà, pk il soggetto nel momento in cui è nel flusso della volontà è un pupazzo della volontà. Tutto è pervaso ma non + da qualcosa che spinge da dietro in avanti, ma qualcosa che spinge tutto il creato in una direzione cieca. Una volontà pervasiva, cosmologica, assoluta e cieca, nella quale noi tutti siamo come il bambino che vuole qualcosa. Questa cornice è una forma di negazione della libertà diversa dalle precedenti, è fatalistica e non + deterministica, il fato è il determinismo rovesciato. Qual’è l’unico spazio che ritiene con difficoltà teoretiche una forma di libertà? C’è un modo in cui possiamo acquisire una forma di libertà ed è sottraendoci al flusso della volontà come volontà universale, sottraendoci alle pulsioni. L’unica libertà rimasta è quella di non partecipare alla sfera pulsionale pk mi rende un pupazzo del mono. In una forma ancora diversa la libertà però si staglia come libertà negativa, è un’altra forma di libertà negativa, io sono libero ma la componente co-attiva è la volontà, cioè la spinta verso è la componente che mi obbliga, e mi sottraggo a questa interferenza. Questa concettualità viene ritradotta in Nietzsche : c’è un movimento di rovesciamento della prospettiva schopenhauariana, pk da questo ultimo la volontà di vivere è qualcosa che ci costringe a sottrarci, x Nietzsche l’unico modo è dire di si alla vita, quindi dire di si alla volontà, mutare con il flusso. Abbiamo si una volontà pervasiva, che occupa anche lo spazio della razionalità, e le varie forme sono travestimenti della volontà. Invece che sottrarsi vi aderisce integralmente. Il super uomo abitando la volontà di potenza, ricrea la sfera dei valori, che precedentemente si presentavano come falsi valori pk condizionati dai vari tentativi come quello di sottrarsi alla volontà della natura, e questa è l’accusa principale ( i falsi valori per Nietzsche sono i valori della tradizione post platonica ) la trazione post platonica è una trazione idealista, spiritualista e dualista, che concepisce un mondo dietro il mondo, coem al sfera della realizzazione e così falsifica la potenza vitale della volontà, e noi, riconvertiamo l’apparato concettuale di Schopenhauer, lo trasformiamo e lo facciamo ribadendo la dimensione vitale della volontà. Devo liberarmi del mondo dietro il mondo, delle componenti che pensavano di sottrarsi alla sfera pulsionale, ma anzi la libertà è abbracciare questa sfera e creare una nuova dimensione dei valori. A causa della nozione di volontà pervasiva ereditata da Schopenhauer in Nietzsche l’espressione della libertà si fonde in maniera indistinguibile con la nozione di arbitrio. Non c’è una distinguibilità. L’arbitrio è il fatto che tutto ciò che voglio, in quanto lo voglio è una posizione legittima. La libertà coincide con l’arbitrio, in questo caso abbiamo un’altra forma di mancata rappresentazione della libertà. Non è casuale non è obbligato ed è telico , e nessuna delle definizioni viste ha tutte e 3 queste componenti. Nessun percorso è preferibile. Un salto di un secolo scarso e arriviamo a Sartre : noi troviamo anche qui una ripresentazione della libertà negativa. La dimensione della libertà si innesta nella dimensione primaria che è quella della coscienza, come soggettività trascendentale, ha una rapporto con l’altro ed è svincolato. Tra l’atto della coscienza e quello che è c’è un nulla, qualcosa di preciso, nel momento in cui la coscienza che noi siamo si rivolge a qualcosa, tra me e l’altro c’è un aiuto irrazionale, in ogni momento io posso interrompere l’atto di volizione, posso sottrarmi, e non volerlo più. Questa distanza non è materiale/fisica, è metafisica, rispetto alla continuità che caratterizza i rapporti di causa efficiente (una cosa causa una cosa che ne causa un’altra ecc ecc) qui ogni cosa necessita il successivo in maniera contigua. Quando interviene la coscienza, la coscienza crea uno spazio a cui è possibile accedere a percorsi alternativi. Tra me e l’oggetto c’è uno spazio ontologico, definito un nullo. Qual’è la proposta di Sartre per gestire il nostro rapporto con la libertà è che il nostro conferimento di valore a qualcosa è un atto soggettivo cioè arbitrario, io mi decido per X, che questa cosa vale la pena essere fatta ed è tutto ciò che puo motivare la mia azione, non ho bisogno e possibilità di aggrapparmi a una motivazione differenze, pk tutte le ragioni sono oggetto di scena della coscienza. Questo nulla/spazio è l’elemento di libertà che è propria di ogni coscienza. Il processo di valorizzazione diviene nuovamente

arbitraria, il soggetto si profila come dominato da una libertà negativa, è la libertà di non avere una interferenza da parte di altri, ma è relativo pk la mia libertà è sovrana, e quindi io nella mia indipendenza non sono guidato da una dimensione valoriale, ma posso crearla. Il soggetto è un creatore arbitrario di valori. Possiamo trarre un quadro in cui riusciamo a comprendere come è possibile intendere la nozione di libertà seguendo la nostra intuizione primaria , che ci fa dire che ne il determinismo, ne il caso, ne l’arbitrio sono atti propriamente liberi, e pk se io sono inappagato da una rappresentazione di qualcosa a cui ho dato un nome, pk sono inappagato? La risposta è pk ho qualcosa altro in mente anche se non so di averlo in mente. Io so che sto cercando qualcosa ma non so più cosa sto cercando. Cos’è che abbiamo in mente? Quello che chiamiamo libertà è qualcosa che non si fa puo rifare alla situa deterministica pk ha una dimensione telica, verso qualcosa, siamo liberi nel momento in cui noi andiamo verso. Tuttavia questo verso qualcosa non è un qualcosa di definito, senno sarebbe nella dimensione del fatalismo. Cosa voglio? Voglio arrivare lì, e tutte le strade portano lì, è il fatalismo, qualunque percorso porta sempre alla stessa posizione, abbiamo una forma di negazione della libertà anteriore e non posteriore. C’è un thelos, ma è chiuso. Pk è nuovamente inappagante? Pk chiude la sfera delle possibilizzazioni, apertura di possibilità. La dimensione valoriale è derivata dal processo di assimilazione, i valori x cui sarò felice quando vinco la lotteria non sono nel nome dell’espressione della massima potenza, ma sono i valori che ho imparato e appresso nella mia esistenza. Il percorso, ciò di cui mi sono appropriato detta la rosa delle cose desiderabili. L’immaginazione è qualificata da contenuti, che devono appartenere al mio vissuto, sennò non è una aspirazione. A questo punto quale percorso si puo fare x evitare tutte le forme di trabocchetto rispetto alla concezione di libertà? C’è qualcosa che fa qualcosa, nel farlo crea una piattaforma di ulteriori possibilità, sono qualificate, aprono lettori possibilità qualificate, e così posso descrivere un enorme processo, e questa è una forma in cui posso descrivere il processo in maniera plausibile, risponde in maniera rigorosa alla nazione di libertà che stiamo introducendo. Il punto è che ogni atto, in quanto si conclude genera uno spazio di determinazioni ulteriori e paradossalmente al crescere delle determinazioni, ha più spazi di possibilità d’azione, il processo di determinazione apre alle possibilità , quanto più l’azione si qualifica, tanto più essa diviene capace di aprire sfere di possibilità. L’atto è libero in quanto è telico, ape possibilità e in questa apertura non è mai arbitrario pk dipende da ciò che era determinato prima. La mia determinatezza consente l’apertura di possibilità ulteriori, evita la nozione di arbitrio, di caso e di determinismo e raccoglie l’intuizione che risultava inappagata nel momento in cui formulavamo le altre nozioni. In tutti questi altri casi mancava qualcosa, ed era qualcosa che intuiamo nella forma che è sempre sotto i nostri occhi dell’azione ordinaria. La differenza principale è che in una visione di Nietzsche il percorso pregresso è sempre + convincente, il passato non determina. Lezione 28, mercoledì 20 novembre 2024 Quarta dimensione del riconoscimento di senso: riconoscimento intersoggettivo , che si incarna nella nozione etica di giustizia , che meglio cattura la sfera di equilibrio all’interno di un sistema di giudizi reciproci, una delle definizioni più chiare e vaghe e razionali è di origine aristotelica: giustizia è dare a ciascuno ciò che gli spetta, che è intuitivo. Ma il primo problema è chi è questo ciascuno, e poi come si definisce ciò che spetta ad ognuno? Il tema della giustizia è normativo, ha una inevitabile e riconoscibile dimensione di carattere storico contestuale. Quando entriamo nella sfera di capire cosa spetta a chi è sempre definibile all’interno di una dimensione storica particolare. Non significa strettamente che noi stiamo sacrificando ogni dimensione di diritto naturale rispetto a una dimensione di diritto positivo. Ci sono ragioni per cui il diritto positivo è inadeguato, ma il radicamento storico culturale è inevitabile. Possiamo comprendere immaginando la situa da lato opposto, richiamando l’universalismo normativo , nella maggior parte delle forme di diritto naturale non è in grado di produrre una normatività funzionale? X 2 motivi: una questione legata al tasso di precisione della normatività, la forza normativa di un principio altamente generale, è necessariamente un ordinamento astratto, con un alto margine di interpretabilità, può