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Mondo difficile articolo, Schemi e mappe concettuali di Pedagogia

Articolo per esame di pedagogia generale

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2018/2019

Caricato il 21/03/2023

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francesca-giacobbe-1 🇮🇹

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A. Riccardi, Un mondo difficile da capire
A. Riccardi, Un mondo difficile da capire
Andrea Riccardi, storico dell’età contemporanea e in particolare del Cristianesimo, fondatore della
Comunità di S. Egidio, riassume felicemente in questo passo la condizione in cui si trova a vivere
l’uomo d’oggi e le sfide che lo attendono. Particolare attenzione merita l’invito a comprendere in
maniera non affrettata né superficiale, ma con un’intelligenza paziente della real, la complessità
e il pluralismo della società odierna, nella prospettiva di una “civiltà del convivere” di cui tutti
portiamo la responsabilità.
Ho ripercorso lungo queste pagine qualche aspetto del nostro tempo. Ne restano tanti altri. Davanti
a un mondo così complesso siamo tutti un po’ incompetenti. Di questo mondo, peraltro, oggi sap-
piamo molto: quasi tutto, se lo volessimo, con la mole d’informazione a cui possiamo accedere. Le
notizie comunicate dai media sono tante, troppe per essere assimilate. La televisione ci mostra crisi
di tutti i tipi a tutte le latitudini. Si sa tutto in tempi rapidi. Ci manca la capacità di assimilare tanta
informazione. A volte siamo presi da un senso d’impotenza di fronte a situazioni lontane e poco
comprensibili. Così è stato, ad esempio, al tempo della crisi ruandese tra hutu e tutsi: si capiva che
stava avvenendo qualcosa di terribile, ma non era facile orientarsi. Soprattutto non abbiamo tutte le
categorie per spiegare fenomeni di questo tipo.
Non si può però assistere (ed essere informati) senza avere almeno un abbozzo di interpretazione,
magari da commentare con chi ci sta vicino. Abbiamo necessità di trovare qualche risposta davanti
alle situazioni che ci si aprono innanzi. Stiamo tutti sulla terrazza del mondo, almeno quella virtuale
dell’informazione che rende prossimo ciò che è lontano. È preda di spaesamento anche chi, sino a
qualche anno fa, aveva seguito gli avvenimenti con l’idea chiara che il bene e la giustizia stessero
da una parte e non dall' altra. Oggi la complessità disorienta e confonde. Non è facile discutere e
parlare di temi internazionali; meglio qualche discussione di politica interna, magari personalizzata
sui grandi leader. Eppure ci rendiamo conto che siamo tutti connessi, che le crisi si trasmettono, che
le minacce ci raggiungono anche se vengono da lontano. Insomma, oggi ci sarebbe bisogno di par-
lare di temi internazionali più di ieri. Tutto lo ripeto è molto complesso. Per questo è l’ora for-
tunata dei terribili semplificatori che vendono soluzioni facili per un mondo poco decifrabile.
Un abbaglio, tipico dell’informazione globalizzata, è costruire domande sempre più generali e aspi-
rare allo stesso tempo a risposte globali. Sono risposte improbabili, spesso insostenibili, frutto di
semplificazioni, ma mediaticamente efficaci. Una visione del presente che voglia essere realista e
non emozionale non può esimersi dal considerare la complessità degli scenari contemporanei. I tota-
litarismi sono stati una fuga dalla complessità. Le ideologie sembravano indicare con sicurezza
l’interpretazione del presente e la via «scientifica» per il futuro. Così non è stato. Anche il neolibe-
rismo, dopo il 1989, affermava con convinzione scientifica che il mercato sarebbe riuscito dove
avevano fallito i grandi imperi, le ideologie e le religioni: unire gli esseri umani in una comunità
globale. Oggi siamo tutti almeno più pensosi di fronte a simili certezze.
Non esistono risposte semplici alla domanda su com’è possibile oggi vivere insieme sia a livello in-
ternazionale che nel circoscritto ambiente locale. Non soddisfano quelle dal sapore aspro (che sa di
realistico) di chi risponde negativamente, di chi sostiene che vivere insieme non è possibile. A co-
storo andrebbe chiesto che cosa allora si deve fare. Infatti non si può vivere isolati in questo nostro
mondo contemporaneo, in cui tutto si trasmette e si comunica. Oppure ci si deve interrogare su quali
e quante guerre bisogna intraprendere. Da un confronto vero con la complessità del reale emergono
forse più soluzioni di quante non offrano domande e risposte generali forzatamente semplificate.
Non soddisfano nemmeno le risposte dolci di un sereno cosmopolitismo, nutrite della fiducia che,
alla fine, i valori del progresso e della democrazia si affermeranno. Il cosmopolitismo non è un de-
stino; le realtà e le reazioni dei popoli sono diverse tra loro. Non esistono risposte che allarghino
come ricette universali la propria identità e la propria storia al mondo intero, omologandolo a quel
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A. Riccardi, Un mondo difficile da capire

A. Riccardi, Un mondo difficile da capire

Andrea Riccardi, storico dell’età contemporanea e in particolare del Cristianesimo, fondatore della Comunità di S. Egidio, riassume felicemente in questo passo la condizione in cui si trova a vivere l’uomo d’oggi e le sfide che lo attendono. Particolare attenzione merita l’invito a comprendere in maniera non affrettata né superficiale, ma con un’intelligenza paziente della realtà, la complessità e il pluralismo della società odierna, nella prospettiva di una “civiltà del convivere” di cui tutti portiamo la responsabilità.

Ho ripercorso lungo queste pagine qualche aspetto del nostro tempo. Ne restano tanti altri. Davanti a un mondo così complesso siamo tutti un po’ incompetenti. Di questo mondo, peraltro, oggi sap- piamo molto: quasi tutto, se lo volessimo, con la mole d’informazione a cui possiamo accedere. Le notizie comunicate dai media sono tante, troppe per essere assimilate. La televisione ci mostra crisi di tutti i tipi a tutte le latitudini. Si sa tutto in tempi rapidi. Ci manca la capacità di assimilare tanta informazione. A volte siamo presi da un senso d’impotenza di fronte a situazioni lontane e poco comprensibili. Così è stato, ad esempio, al tempo della crisi ruandese tra hutu e tutsi : si capiva che stava avvenendo qualcosa di terribile, ma non era facile orientarsi. Soprattutto non abbiamo tutte le categorie per spiegare fenomeni di questo tipo. Non si può però assistere (ed essere informati) senza avere almeno un abbozzo di interpretazione, magari da commentare con chi ci sta vicino. Abbiamo necessità di trovare qualche risposta davanti alle situazioni che ci si aprono innanzi. Stiamo tutti sulla terrazza del mondo, almeno quella virtuale dell’informazione che rende prossimo ciò che è lontano. È preda di spaesamento anche chi, sino a qualche anno fa, aveva seguito gli avvenimenti con l’idea chiara che il bene e la giustizia stessero da una parte e non dall' altra. Oggi la complessità disorienta e confonde. Non è facile discutere e parlare di temi internazionali; meglio qualche discussione di politica interna, magari personalizzata sui grandi leader. Eppure ci rendiamo conto che siamo tutti connessi, che le crisi si trasmettono, che le minacce ci raggiungono anche se vengono da lontano. Insomma, oggi ci sarebbe bisogno di par- lare di temi internazionali più di ieri. Tutto – lo ripeto – è molto complesso. Per questo è l’ora for- tunata dei terribili semplificatori che vendono soluzioni facili per un mondo poco decifrabile. Un abbaglio, tipico dell’informazione globalizzata, è costruire domande sempre più generali e aspi- rare allo stesso tempo a risposte globali. Sono risposte improbabili, spesso insostenibili, frutto di semplificazioni, ma mediaticamente efficaci. Una visione del presente che voglia essere realista e non emozionale non può esimersi dal considerare la complessità degli scenari contemporanei. I tota- litarismi sono stati una fuga dalla complessità. Le ideologie sembravano indicare con sicurezza l’interpretazione del presente e la via «scientifica» per il futuro. Così non è stato. Anche il neolibe- rismo, dopo il 1989, affermava con convinzione scientifica che il mercato sarebbe riuscito dove avevano fallito i grandi imperi, le ideologie e le religioni: unire gli esseri umani in una comunità globale. Oggi siamo tutti almeno più pensosi di fronte a simili certezze. Non esistono risposte semplici alla domanda su com’è possibile oggi vivere insieme sia a livello in- ternazionale che nel circoscritto ambiente locale. Non soddisfano quelle dal sapore aspro (che sa di realistico) di chi risponde negativamente, di chi sostiene che vivere insieme non è possibile. A co- storo andrebbe chiesto che cosa allora si deve fare. Infatti non si può vivere isolati in questo nostro mondo contemporaneo, in cui tutto si trasmette e si comunica. Oppure ci si deve interrogare su quali e quante guerre bisogna intraprendere. Da un confronto vero con la complessità del reale emergono forse più soluzioni di quante non offrano domande e risposte generali forzatamente semplificate. Non soddisfano nemmeno le risposte dolci di un sereno cosmopolitismo, nutrite della fiducia che, alla fine, i valori del progresso e della democrazia si affermeranno. Il cosmopolitismo non è un de- stino; le realtà e le reazioni dei popoli sono diverse tra loro. Non esistono risposte che allarghino come ricette universali la propria identità e la propria storia al mondo intero, omologandolo a quel

A. Riccardi, Un mondo difficile da capire

che si è e che si vive. Il mondo globalizzato è fatto di persistenti differenze. Per vivere con gli altri bisogna capire chi sono, e non solo dire chi si è e offrire i propri modelli agli altri. Malgrado le dif- ferenze culturali, però, alcune esigenze comuni e alcuni valori riemergono a tutte le latitudini: que- sta è almeno la mia esperienza personale. La pazienza, nutrita di interesse e speranza, aiuta a esplorare la vicenda umana nella sua complessi- tà. Ragionare sulla realtà è infatti avere la pazienza di un confronto concreto con essa. Innanzi tutto

  • come ha scritto un noto economista – «cercare di capire significa per ciascuno dedicare più tempo e più attenzione ai fatti sconvolgenti che avvengono sotto i nostri occhi». Invece la gente ha fretta, e si affida a qualche formula semplificata o gridata. Proprio ai nostri giorni è necessario più gusto di conoscere. Ragionare sulla realtà significa imparare a distinguere. Sì, distinguere è fondamentale, per evitare di creare mostri o fantasmi nel laboratorio del nostro pensiero, assommando nella stessa categoria manifestazioni o espressioni differenti. La storia è decisiva per capire, perché le realtà, le nazioni e le identità durano nel tempo, anche se cambiano aspetto esteriore. Ha scritto uno storico contemporaneo: «la storia non è un programma, ma un racconto che può mettere in guardia. Contiene un sacco d’avvertimenti per coloro che credo- no di poter anticipare il futuro o che il loro paese abbia un mandato speciale della provvidenza o che le alleanze siano una seccatura...». La storia non offre lezioni di vita o facili profezie, ma aiuta a co- gliere lo spessore di sé e dell’altro. Ci sono congiunture imponderabili, ma c’è una permanenza di impostazioni e prospettive lungo il tempo nei vari soggetti della storia. La cultura geopolitica e quella storica, a tutti i livelli, diventano necessarie come la lingua inglese per viaggiare: sono l’alfabeto per distinguere e leggere le realtà. Ciascuno legge il presente dal suo punto di vista, ma siamo tutti chiamati a fare uno sforzo ragione- vole per pensare risposte possibili alle domande su come vivere insieme. Per questo bisogna guar- dare in faccia l’altro e capirlo, non solo guardare se stessi e il proprio gruppo. Invece di soluzioni superficiali, c’è bisogno di un nuovo pensiero ragionevole sul futuro, in cui s’incrociano le grandi domande sull’uomo e le grandi questioni antropologiche. Questo mi sembra un compito della cul- tura europea: il coraggio di un’intelligenza paziente, che può contare sull’accumulo di risorse e d’informazioni avvenuto nei decenni. Londra e Parigi non sono più capitali di imperi, ma sono abitate da gente proveniente da tutto il mondo, sono in rete con le parti più diverse della terra, hanno concentrato tante risorse culturali. Sono, insomma, l’espressione di quella cultura europea che può avere un’intelligenza paziente della realtà senza pretese neo coloniali o egemoniche. Questa è una possibilità non solo di Londra o Pari- gi, ma di tante altre città europee e, in genere, di tutta la società europea.

Da: A. Riccardi, Convivere , Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 126-130.