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Riassunto programma prof.ssa Arena. "Mosaici Identitari" - T. Banini: -Introduzione alle identità territoriali -Silvia Aru, Indagare le identità in diaspora. Il caso degli italiani a Vancouver - Brunella Brundu, Ivo Manca, Asinara:alla ricerca di un'identità - Alberto Melelli, Fabio Fatichenti, Sagre e altre manifestazioni locali in Umbria - Antonina Plutina, identità territoriale e toponomastica: il caso di Bova (RC) - Domenico Trischitta, la Grecia di Calabria, una identità territorial
Tipologia: Sintesi del corso
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Mosaici identitari
Introduzione
Il tema dell'identità collettiva riguarda un aspetto dell'esistenza umana che è fondamentale per ogni individuo. La letteratura psicologica parla di identità sociale come parte costituente del sè che contribuisce alla definizione delle scale dei valori. In un’epoca segnata dal moltiplicarsi delle relazioni reali e virtuali, buona parte del mondo scientifico è tuttavia contraria al concerto di identità, ritenendolo obsoleto e in grado di condurre a contrapposizioni. L’identità è infatti considerata come una “parola avvelenata”, la cui tossicità è presente in numerose idee che, “accumulandosi, possono manifestarsi in maniera imprevista”, fino a ritenere che davvero “non ci sia poi molta differenza tra razzismo e identitarismo”. Proprio perché delineare un “noi” equivale a distinguersi da un “voi”, identità e alterità sono considerate due facce della stessa medaglia che Possono entrare in attrito. Se l’identità viene letta attraverso le coordinate in cui è stata a lungo inserita, cioè in riferimento a comunità chiuse, con scarse relazioni esterne, è facile che ne vengano evidenziati i contenuti rischiosi. Allo stesso modo, se l’identità viene collocata in una prospettiva prevalentemente socio-culturale, è altrettanto facile che ne vengano sottolineati i contenuti inadeguati all’epoca contemporanea. Diverso il caso dell’identità territoriale, che è riferibile tanto agli aspetti materiali e immateriali di un dato territorio, quanto ai legami che intercorrono tra le collettività e quel territorio. La psicologia ambientale confronta la validità del discorso identitario, distinguendo l’ identità del luogo , “definita sulla base delle rappresentazioni o immagini più condivise”, e l’ identità di luogo , vale a dire “quella parte dell’identità personale che deriva dall’abitare in specifici luoghi”. I luoghi rivestono dunque un ruolo fondamentale nell’esperienza umana, soprattutto a “livello di sentimenti suscitati dalle persone implicate”, ed è importante sottolineare che tale esperienza sia tendenzialmente inconsapevole. Ogni individuo, dunque, sperimenta diverse identità, da quella professionale a quella generazionale. Tra queste identità vi è però anche quella che riguarda, in genere, uno specifico luogo, magari quello di origine, quello in cui si abita, o si vorrebbe abitare. Lo stabilirsi, seppur temporaneo, in un certo luogo, equivale a condividere quel territorio insieme ad altre persone, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano sociale, culturale ex. In tal caso la coordinata spazio si configura come prospettiva privilegiata attraverso cui riformulare il concetto di identità, non solo per dare rilievo a delle dimensioni dell’esistenza fondamentali di un individuo, quali appartenenza sociale, territoriale, ma anche per conferire concretezza ad alcune versioni centrali del nostro tempo, quali la compresenza di culture ed etnie diverse. Conferire concretezza al concetto di identità significa ridurre il divario che si è venuto a creare tra buona parte del mondo scientifico che cerca di smantellarlo alle fondamenta, e un mondo politico, istituzionale, che invece ne continua a parlare. Uno dei motivi principali che porta all’attacco del concetto di identità è la temuta chiusura tra insider e outsider , tra “noi” e “voi”, tra “dentro” e “fuori”, ed è anche per questo motivo che accanto a quello d’identità si mettono in discussione tutti i concetti correlati, tra cui quelli di comunità e cultura locale. Da una parte l’attacco all’identità sembra avere origini in quella ideologia del post , di cui ha parlato lombardi soriani. Dall’altra, esso sembra avere radici nella persistenza di una base di ragionamento razionalista E strutturalista, tipico della modernità, che guarda alla realtà come aggregato di singole parti, distinte le une dalle altre. Così impostata, identità può effettivamente essere concepita come contrapposizione di noi/voi, dentro/fuori. Della logica razionalista sono stati però evidenziati i limiti nell’interpretare la realtà contemporanea, che necessita invece di un approccio complesso e dinamico. L’idea che viviamo in un’epoca in cui non senso parlare di specificità trova poco riscontro pratico, perché i processi globali sono comunque recepiti a livello locale. Il termine glocalizzazione sta a indicare proprio questo intreccio tra connotati locali e globali che si riscontra nei singoli luoghi_._ Nell’ottica che considera la realtà come composta da elementi strettamente connessi tra loro il termine identità implica riconoscimento non solo della propria specificità, Ma anche di quella altrui; il conflitto può nascere, indubbiamente, ma è visto nella sua accezione positiva, come un arricchimento reciproco. Siamo inevitabilmente destinati di essere diversi, perché diversi sono i contesti in cui maturano norme, valori, concerti, è proprio questa
diversità che crea valore universale. Altro discorso riguarda l’uso strumentale dell’identità, che in effetti può sussistere, laddove si configuri come coalizioni di individualismi o come giustificativo di operazioni aberranti. È il caso delle guerre etichettate come etniche che traggono origine in realtà da motivazioni politiche ed economiche, e che utilizzano la questione identitaria come mezzo improprio, di sollevazione popolare. Non ha senso, dunque, negare il concetto di identità prendendo a spunto i conflitti sanguinosi generati impropriamente anche perché altrimenti dovremmo cancellare dal vocabolario una miriade di termini che possono trasformarsi in strumenti di violenza (ad esempio l’amore). Non è il termine identità ad essere inadeguato, ma il significato che gli si attribuisce. Alla geografia spetta un compito fondamentale, in tal senso, per riportare il concetto di identità su coordinate realistiche. Rispetto alle altre discipline, la geografia presenta il vantaggio di tenere semplicemente il concetto di scala: A differenza del discorso identitario condotto dalle altre discipline E centrato sulla coordinata locale/globale, la geografia pensa all’identità delle diverse scale territoriali, che vanno dal vicinato all’intero globo - passando magari per entità politiche, amministrative, ambientali - ma tutte legate le une alle altre. La geografia può dunque riportare il dibattito sull’identità su coordinate più concrete, rispetto alle altre discipline che le sferrano duri attacchi che stanno generando effetti negativi.
Indagare le identità in diaspora. Il caso degli italiani a Vancouver (Silvia Aru)
L’identità è una parola che contiene una forte indeterminatezza, data soprattutto del fatto che il termine trova il suo significato in rapporto a chi la pronuncia e ai soggetti alla quale si rivolge. La sua parabola è lunga e percorre l’arco della storia a partire dal Medioevo quando l’identità rinviava alle caratteristiche che rendono qualcosa o qualcuno quello che è, diverso da ogni altro; essa era dunque letta principalmente come identità idem. L’identità, così definita, è per sua natura immutabile, ed è contro tale concetto che si sono create divisioni di potere tra differenti gruppi. All’ identità idem si contrappone l’ identità ipse , che si oppone al concetto dell’identico, rinviando alla consapevolezza di sé, personale o di gruppo, come insieme stabile ristrutturato. Il caricamento ad un luogo è spesso un fattore centrale nel delineare le dinamiche di costituzione di un gruppo. Gli esempi sono molteplici e giocati alle varie scale. Si pensi al ruolo rivestito da alcune strade o quartieri di una stessa città nell’attivare il senso di attaccamento territoriale. In ambito geografico, è stata più volte ribadita l’importanza del territorio nello studio delle identità. Potremmo convenire che la geografia è chiamata ad occuparsi dei processi identitari almeno tre motivi digitali:
ciò che sembra di primaria importanza è lo sguardo esterno, ovvero il modo con cui viene utilizzato dagli altri il termine italiano. Il processo di integrazione è descritto dagli intervistati come lento e graduale, fortemente agevolato dall’inserimento dei figli che hanno svolto un ruolo di “cerniera” tra realtà domestica e realtà canadese. Alla domanda relativa all’identificazione la risposta maggiormente presente è stata la definizione di “italo- canadese”. Il doppio riferimento nazionale è da iscriversi in quella particolare forma di identità definita diasporica , e che rinvia alla compresenza di riferimenti territoriali e culturali. Il rimando alla scala locale è meno forte, come raro e quello alla sola identificazione italiana. Aumenta in maniera ragguardevole il riferimento alla sola appartenenza canadese, frutto diretto di processi di integrazione e dell’esperienza di vita dei giovani.
Asinara (Sardegna Nord-Occidentale). Alla ricerca di una identità (Brundu-Manca)
Definire il concetto di identità presenta un problema fondamentale da individuarsi nella difficoltà di generalizzazione concettuale. Nell’identità sono presenti due aspetti, “la similarità con gli altri e la differenza, che rende l’uomo autonomo”. Essere simili agli altri, appartenere ad un gruppo, ci identifica in una comunità ma allo stesso tempo distinguersi dagli altri ci allontana rendendo ancora più evidente la nostra identità. L’identità non è solamente uno stato, è un processo che tramite elementi portanti quali quello dello spazio, tempo, la memoria, rende simili; infine non vi è una sola identità, ma un susseguirsi di identità che sono in continuo mutamento. Ciò dipende dalle vocazioni di un luogo, dal percorso economico, dall’evoluzione della società. Detto ciò il concetto di identità non può essere definibile se non partendo dalle sue caratteristiche materiali. L’identità del territorio varia nel tempo per le mutevoli condizioni naturali, dipendenti dalle stagioni. L’uomo, quando appare per la prima volta in un territorio, ricerca gli elementi utili al suo benessere, differenziando ciascun territorio in base alle caratteristiche, e dando a ciascun elemento un nome. Di questi periodi di difficile analisi oggi rimane una flebile traccia nei toponimi, che riflettono la storia, l’identità e il patrimonio culturale del territorio. L’isola dell’Asinara, proprio per la sua connotazione spaziale, ha evoluto identità diverse nell’arco dei secoli, passando da isola di pastori, agricoltori, ad isola rifugio di comunità con storie e culture differenti. La popolazione che l’ha abitata non è mai stata la stessa e non è stata possibile una stratificazione delle diverse culture succedutesi. Oggi l’Asinara è un Parco Naturale disabitato, che tarda a trovare una sua precisa identità e vive di ricordi della gente di Stintino o nei segni che essa ha lasciato su chi ha lavorato o è stato ospite delle strutture carcerarie ormai dismesse. L’Asinara una delle numerose isolette minori che gravitano attorno alla Sardegna. Conosciuta fin dall’età classica, la sua posizione geografica ha fatto sì che fosse sempre più o meno abitata da genti non solo autoctone. In epoca romana l’isola fu abitata stabilmente, così come in età medievale, Quando i monaci camaldolesi fondarono nella regione il monastero di Sant’Andrea. Alla fine del XIII secolo, l’Asinara fu coinvolta nelle lotte tra le repubbliche marinare di Genova e Pisa, che si contendevano il dominio della Sardegna. Agli inizi del 1330, dopo la sconfitta dei Doria, la Sardegna passò alla corte spagnola e l’Asinara divenne proprietà della città di Sassari. Iniziò così un periodo di progressiva decadenza, l’isola minore si spopolò e divenne base della pirateria saracena. Nel 1527 la Francia cercò di sottrarre la Sardegna agli aragonesi, ma i francesi ebbero la peggio. I sassaresi chiesero alla corte di Madrid un piano di difesa che prevedesse la costruzione di torri di guardia, ancora oggi visibili sulle coste delle due isole. Nel 1720 la Sardegna passò ai duchi di Savoia, i quali dovettero affrontare un generale riassetto delle condizioni dell’isola. Il problema fondamentale era l’esiguità della popolazione che si rifletteva sull’intera economia, ma i tentativi di ripopolamento fallirono miseramente. Un punto di svolta per l’isola fu l’abolizione dei feudi nel 1835. Dopo questa data, ancora per un quarantennio la popolazione poté abitare indisturbata sull’isola, fino al 1885 quando, con la “Legge sull’impianto di una colonia agricola E di un lazzaretto nell’isola dell’Asinara”, gli asinaresi furono allontanati e trasferiti nel paese di Stintino, dove riportarono le strutture e la memoria del borgo di Cala d’Oliva. Tuttora gli abitanti di Stintino sentono l’identità delle proprie origini, e gli usi le tradizioni e i cognomi sono gli stessi degli antichi abitanti dell’Asinara. Dal 1885 la funzione dell’isola fu quella di lazzaretto e carcere e le residenze registrate dei censimenti Istat
appartenevano ai reclusi, agli agenti e alle guardie che vivevano con le loro famiglie. Nel 1921 la popolazione era minima, scomparendo totalmente alla fondazione del Parco nazionale nel 1997. Il paesaggio del parco definisce l’identità dei luoghi. Nella sua costruzione i pianificatori hanno eseguito una metodologia di analisi che prevedeva l’individuazione delle cosiddette “Ecologie ambientali complesse”, articolate in “Componenti Elementari E “Corridori Ambientali”. Secondo i pianificatori, il termine ecologie è da intendersi come porzioni di territorio che individuano sistemi complessi, derivanti dalle interazioni tra processi naturali e attività umane. All’interno di ciascuna di queste i pianificatori riconoscono ambiti territoriali semplici, le cosiddette componenti elementari che permettono il funzionamento dei sistemi complessi, le ecologie. Partendo da questi concetti, i pianificatori hanno proposto di suddividere il territorio secondo un insieme di unità paesaggistico- ambientali, al fine di semplificare la gestione e lo sviluppo del paesaggio naturale. Inoltre il territorio è stato suddiviso per classi omogenee secondo caratteri fisico-strutturali. Nella Convenzione sul Paesaggio del Consiglio d’Europa si riconosce il paesaggio come identità culturale, e ci si impegna a riconoscere giuridicamente il paesaggio come componente essenziale della vita delle popolazioni, e a definire delle politiche per la sua salvaguardia. Questo concetto comporta la necessità di pensare al paesaggio come insieme di elementi identitari. Tra le discipline che meglio hanno analizzato il paesaggio troviamo la Landscape Ecology che si occupa dei patterns che compaiono in un ambiente e dei processi che li hanno creati. Per la Landscape Ecology il paesaggio è un insieme eterogeneo caratterizzato da unità strutturali, le patch , che rappresentano aree omogenee. Per un territorio ricco di patch come quello dell’Asinara, risulta difficile individuare una sintesi utile ai fini gestionali di questo insieme di unità. Il Piano del Parco, basandosi su un’analisi degli elementi ambientali, ha suddiviso il territorio in 9 unità di paesaggio, ciascuna contenente delle specifiche ecologie. Per poter individuare le unità di paesaggio realmente identitarie dell’ambiente dell’isola, è necessario effettuare un’analisi di tutti i dati raccolti dal Parco per la realizzazione del Piano. Tra questi, quelli dell’uso del suolo, la geologia, la pedologia e la vegetazione hanno questa utilità. La carta dell’uso del suolo mostra l’isola suddivisa in nel 1028 poligoni secondo 18 tipologie d’uso. Alcune sono predominanti e avranno ruolo di matrice del territorio, altre saranno delle vere proprie patch. Il risultato finale ha permesso di individuare 16 tipologie di paesaggio definibili come vere unità paesaggistiche. Ma dato che viene a mancare il rapporto continuo con l’elemento umano, c’è il rischio di dovere assistere al formarsi di un’identità costruita dall’pianificatore, una non identità.
Sagre e altre manifestazioni locali in Umbria: espressioni di identità territoriale?
Ogni anno, soprattutto nel periodo tra la primavera e in autunno, l’Italia registra ovunque un’esplosione di manifestazioni a sfondo prevalentemente enogastronomico. Sono le cosiddette “sagre”. La strategia degli eventi è riconosciuta come opportunità preziosa per attirare flussi di visitatori e promuovere l’immagine locale. Molte discipline che si applicano alle dinamiche territoriali, quali l’urbanistica e la geografia insegnano che lo sviluppo locale si gioca su fattori dipendenti dell’azione dell’uomini sul territorio, oltre che dalle risorse delle specificità locali, i cosiddetti milieu. Il milieu definisce l’identità di ogni sistema locale. La diffusione delle sagre è giustificata non solo da esigenze culturali ma anche di natura economica, soprattutto se si tiene conto che la maggior parte delle sagre sono di natura enogastronomica. Anche in Umbria la diffusione del fenomeno obbliga ad analizzare la questione. Con il declino della società rurale e la diffusione degli ipermercati, la sagra ha conosciuto una riscoperta al di là di ogni previsione, legata soprattutto alle desiderio di spazi di convivialità esso stabilizzazione negati agli ritmi di vita metropolitani. Il consumo collettivo di cibi carichi di valori simbolici rimanda infatti a un passato di vita comunitaria, che viene percepito come segno di identità. Tuttavia, negli ultimi anni, il fenomeno è mutato profondamente, assumendo una connotazione sempre più commerciale, fino a giungere alla completa dissoluzione del legame tra prodotti e territorio. Le comunità locali hanno puntato sulla propria matrice identitaria per incrementare lo sviluppo, generando tuttavia, in assenza di un progetto locale, un processo culturalmente omologato e standardizzato. Pertanto, il nostro Paese è ormai diffusamente contrassegnato dal moltiplicarsi di questi eventi che
Identità territoriale e toponomastica: il caso di Bova (RC) (Antonina Plutino)
Il termine “identità territoriale” fa riferimento ad un territorio dalle caratteristiche fisiche particolari, che ospita una popolazione omogenea per genere, cultura e tradizioni. Il corpus toponimico rappresenta un aspetto caratterizzante dell’identità territoriale e diventa fondamentale nelle le dinamiche di appropriazione di un territorio da parte della società, nonché per il passaggio a nome proprio di un termine comune atto a qualificare un certo oggetto geografico. Il comune di Bova si trova sul massiccio d’Aspromonte. La sua configurazione planimetrica e architettonica, nonostante le calamità naturali (terremoti e alluvioni), è riconducibile all’epoca altomedievale, ma il nucleo insediativo centrale è probabilmente di fondazione più antica. Le vie sono strettissime e inclinate, tanto che vi si transita solo a piedi. Le cellule abitative, perlopiù aggregate, sono in prevalenza basse (un piano o due piani al massimo); tra questi emerge qualche edificio signorile, come il Palazzo Nesci, mentre la Cattedrale, edificata su una preesistente chiesa bizantina, si isola rispetto al centro attraverso una serie di slarghi panoramici. Il paese è dominato dai resti del Castello Normanno risalente al sec X-XI, che sorge su uno sperone roccioso, ridotto allo stato di rudere. Per quanto riguarda l’assetto oro–idro-geologico, il territorio è interessato da molti rivoli e torrentelli, che hanno modellato il terreno nelle passate ere geologiche. Inoltre, a causa della forma lunga e stretta della catena montuosa, i corsi d’acqua presentano un percorso molto ripido. Il suolo è caratterizzato da un succedersi di frane ed erosioni. Nel territorio appaiono rocce metamorfiche, quali gneiss e micascisti, che appartengono al primigenio del nucleo cristallino d’Aspromonte. Sono tutte fortemente fratturate a causa del travaglio genetico e delle vicissitudini tettoniche che hanno subito a partire da tempi antichi. La compressione africana ha stretto le rocce come in una morsa, spezzettandole in blocchi che si riducono a veri e propri frammenti lapidei. Vi sono poi le sabbie bruno-giallastre, presenti sui tetti dei conglomerati, mentre i conglomerati di Miocene Inferiore appaiono massicci e ben cementati. Il clima è mediterraneo fare brevi inverni promossi E sette per la sua musica geografica canzone completamente esposta ai 20 provenienti dal sud: scirocco, austero e libeccio. Il territorio è prevalentemente agricolo (produzione di olio, cereali, vino), in vigneti sono caratterizzati per la disposizione su versanti acclivi, mentre i frutteti e gli ortaggi sono distribuiti con una certa frequenza intorno all’agglomerato urbano. I prodotti tipici (salumi, formaggi, la “lestopitta” -pizzetta bianca priva di lievito-), convivono con l’artigianato locale, caratterizzato da lavorazione del legno e dalla tessitura. Di recente, si sta sviluppando l’imprenditoria giovanile con la nascita di laboratori artigianali (ad es. lavorazione del vetro) e servizi per il turismo. In sinergia con i paesi grecanici limitrofi, da un decennio Bova ospita la manifestazione “ Paleariza ” (In greco di Calabria “antica radice”), un evento culturale volto alla valorizzazione locale, che unisce i suoni etnici del Mediterraneo alla cultura musicale tradizionale. Bova ha origini antiche, testimoniate dai ritrovamenti archeologici. Nel 1195 fu concessa in feudo all’arcivescovo di Reggio e nel corso dell’età moderna il paese conobbe varie difficoltà interne. La storia contemporanea registra l’esodo, negli anni settanta, della popolazione a causa di eventi sismici alluvionali e dalla metà degli anni novanta è iniziato il recupero del patrimonio architettonico. Quello che rende Bova terra di particolare originalità è il fatto che lingua comunemente parlata (oggi solo da un’esigua percentuale di anziani) è il greco-calabro, definito “più arcaico delle lingua di Aristotele”. Riguardo le sue origini, alcuni studiosi sono convinti che risalga l’età della Magna Grecia. Quest’idioma è affine al neogreco nel lessico e nella sintassi e ciò induce ad affermare che derivi dal greco bizantino del medioevo. L’idioma è composto da numerosi arcaismi lessicali, e veniva correntemente parlato fino al 1572, Quando avvenne la soppressione delle rito greco-ortodosso e l’introduzione della liturgia in lingua latina; oggi si presenta come un dialetto neogreco, evolutosi in maniera differente rispetto al greco moderno e tenuto in vita dall’attività volenterosa di associazioni e centri culturali. La quasi totalità dei toponimi è costituita dall’idioma greco-calabro. Sono circa 116: Il 69% di essi risulta ubicato in montagna, mentre il 31% in collina. Alcuni sono legati al terreno, ai dirupi e ai valloni: Pinnia (nel significato “grecanico” di ‘luogo in pendenza’), Pietrara “luogo di pietre”, Licofosso (“fosso di lupi”). Tali attribuzioni rispecchiano appieno la conformazione geografica del territorio. L’orografia risulta legata alla vegetazione e
all’agricoltura, rappresentata dei toponimi composti Monte Cerasia (“luogo di ciliegi”), Monte Grappidà (“luogo di peri selvatici”), Monte dell’Amendolea (“luogo di mandorleti”). Le forme di allevamento sono evidenza toponimi come Cavallo, Porcelli, Zimbari (montoni) mentre in ambito agricolo ricorrono toponimi che descrivono le forme delle recinzioni dei campi ( Campi, Campicello ). Modesta la percentuale (4%) dei toponimi che rappresenta la fauna: sono specificate le varie tipologie come Cavallo, Melissofaga , che si imputa alla presenza di gruccioni. Per quanto riguarda il toponimo, Bova deriva da Vua , l’originario sito dove sorse la città di Bova. Nel procedimento di denominazione toponimica, è evidente il rapporto tra la comunità e lo spazio vissuto (uomo-montagna), sia il forte legame tra lingua e territorio, dove la lingua assume la funzione non solo di comunicazione ma anche di comunione con il territorio, “dove il quotidiano è vissuto simultaneamente, territorialmente linguisticamente”. I toponimi esprimono nel loro significato le barriere naturali e l’isolamento geografico che hanno consentito a questa comunità di conservare l’identità “grecanica”. Nel considerare Bova, la memoria e l’identità appaiono speculari, e possono ancora nutrire l’identità attuale a patto che la collettività le mantenga in vita.
La Grecìa di Calabria, una identità territoriale a rischio (Domenico Trischitta)
La minoranza linguistica greca di Reggio Calabria non è costituisce un fenomeno linguistico culturale di grande livello, né per numero di parlanti né per segni culturali e storici sul territorio. Il dialetto greco, detto anche inesattamente grecanico, è stato per secoli quello delle classi povere e analfabete, degli agricoltori e dei pastori, sopravvissuto fino a quando non è stato spezzato l’involucro dell’isolamento geografico. Il greco di Calabria ha subito i primi attacchi quando i normanni introdussero il latino nella liturgia religiosa al posto del greco, e successivamente con la diffusione dell’italiano che, subito dopo l’unità, ha trasformato il dialetto in una sorta di lingua letteraria, non più distintiva del ceto rurale, ma di un élite di intellettuali, animati da interessi culturali e di tipo linguistico. In realtà, il greco di Calabria oggi non è quasi più parlato, ma prevalentemente scritto in forme letterarie. Nel 1820 la popolazione grecofona era composta prevalentemente da pastori e contadini e risultava ristretta a 12 villaggi dell’Aspromonte ionico. Nei centri più distanti persisteva già una condizione di bilinguismo generalizzato (greco/dialetto). La ristrutturazione amministrativa postunitaria ha stimolato la discesa della popolazione dal monte al mare favorendo la nascita di una borghesia, piccole e media, che parla solo l’italiano. Per combattere l’analfabetismo vengono istituite delle scuole, ed anche se l’istruzione non è obbligatoria, il dialetto perde continuamente parlanti nel ceto borghese e in quello contadino. La grande ondata emigratoria transoceanica dei primi anni del novecento colpì gravemente il Mezzogiorno ed il dialetto greco ne fece le spese. Da ciò che si può dedurre nell’insieme dal Censimento della popolazione del 1911, l’aumento degli italofoni costante, mentre i grecofoni diminuiscono sia per l’emigrazione extraterritoriale sia per l’emigrazione interna verso la costa. Dopo il 1921, con il fascismo non si hanno più rilevazioni ufficiali. La geografia e la linguistica mostrano per oltre 40 anni poco interesse per questa minoranza alloglotta, che si consuma nell’indifferenza generale. Bisognerà attendere l’inchiesta sul terreno del geografo B. Spano (1965) che rileva i soltanto 3900 grecofoni su circa 15.000 abitanti dell’area, nella quale la maggiore concentrazione rimane nei centri più isolati e nelle campagne: dei 693 grecofoni di Bova solo il 26% risiede nel centro, il resto nella frazione Càvaddi e in case sparse campagna. Gallicianò, con i suoi 463 grecofoni, resta l’unico centro dove il codice più usato continua a essere il greco. Mentre diminuiva il numero di parlanti, si avviava il recupero dell’identità linguistica culturale, e partire dagli anni ‘60 per opera di alcuni intellettuali della media borghesia, perlopiù residenti a Reggio e a Bova Marina., Motivati anche dalla frequenza delle visite di studiosi stranieri, che affrontavano lunghi viaggi per addentrarsi in Aspromonte e interrogare i vecchi sulla lingua di cui questi si vergognavano. Non esistendo in tutta la Grecìa alberghi o taverne, i visitatori fruivano dell’ospitalità dei singoli cittadini, spesso di bassa condizione sociale, che potevano così instaurare un dialogo assai proficuo per entrambi. Negli anni ‘60 la maggioranza della popolazione è diglotta. In realtà essi usano normalmente il dialetto nella comunicazione all’interno del gruppo, ma non in ambienti più estesi. Nel 1968 si forma Reggio un gruppo di studenti medi e universitari provenienti dalla
all’altro. Sebbene la popolazione islandese abbia da sempre assistito a catastrofi di ogni genere (eruzioni, valanghe), la catastrofe sotto forma di default finanziario è una novità, oltre che un evento con cui gli islandesi dovranno fare i conti per molti anni. Le prime reazioni della popolazione alle notizie sulla crisi sono state dettate dal panico: lunghe code agli sportelli bancari, incetta di generi alimentari, Accaparramento di oggetti preziosi per conservare un potere d’acquisto. Ben presto al panico subentra la protesta di piazza, che evolverà nella cosiddetta ”rivoluzione delle pentole” in cui gruppi di cittadini manifestano nella Piazza del Parlamento per chiedere le dimissioni del governo. Quando queste arrivano, il potere passa in mano a un esecutivo di transizione, che prende accordi con il Regno Unito ed i Paesi Bassi per una soluzione che faciliti l’accesso ai finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale e acceleri il processo di adesione all’Unione Europea. In base a questi accordi, Regno Unito e Paesi Bassi hanno anticipato il denaro necessario a risarcire i risparmiatori britannici ed olandesi, che l’Islanda avrebbe dovuto restituire in seguito. Ma prima di promulgare la legge, Il Presidente della Repubblica volle concedere alla popolazione un referendum, a seguito del quale il 93,2% dei votanti si dichiarò contro tali disposizioni. A differenza del precedente, il nuovo esecutivo ha assunto immediatamente un atteggiamento europeista, presentando una richiesta formale di adesione: dopo decenni di relativo “euroscetticismo” e dopo il calo di immagine causato dalla crisi, l’Islanda deve compiere un passo decisivo verso l’Europa. Ma a ciò si oppongono almeno due ostacoli: l’opinione pubblica e l’esito del referendum del 6 marzo 2010. Si potrebbe pensare che tra gli effetti della kreppa ci fosse una svolta in senso europeista dell’opinione pubblica ma, secondo diversi sondaggi, se nel 2005 gli islandesi favorevoli all’ingresso nell’Unione Europea erano il 43%, oggi si sono ridotti alle 33,2%. L’Islanda si trova dunque davanti ad un bivio: accelerare l’integrazione europea ed entrare nell’Unione, con conseguente ridimensionamento del settore ittico, in cambio di sostegno politico finanziario, oppure proseguire sulla strada del moderato isolazionismo economico, sapendo di dover contare soprattutto sulle risorse naturali (in particolare sulla pesca) ma anche sulla produzione di energia, a costi rilevanti. È una scelta che ha a che fare con l’identità nazionale. Da un punto di vista politico, l’opzione europeista viene percepita come la perdita di sovranità, mentre sotto il profilo storico- economico lo sviluppo ha profondamente trasformato la struttura della società islandese: il ruolo egemonico, tradizionalmente appannaggio dei proprietari terrieri, è stato assunto da un ceto emergente di pescatori, ed il baricentro economico del paese si è spostato verso la costa. Dall’altro lato, esiste nella società islandese una componente cosmopolita (non necessariamente europeista) che contrasta con lo spirito ”insulare”, rappresentata dalla spregiudicatezza con cui le banche hanno operato i mercati stranieri. L’identità nazionale non è statica, ma si trasforma continuamente in relazione agli eventi che hanno riguardato la nazione e, nel caso islandese, ha concorso alla costruzione di una coscienza identitaria basata su alcuni capisaldi: indipendenza politica ed economica, modernità, prosperità, i ndividualismo. In questo scenario, l’idea di Europa rischia di diluire un senso di identità nazionale che si vuole invece tutelare.